IL SANTO DEL GIORNO
LA NOTIZIA
TELEGRAFANDO
EDITORIALE
BENEDETTO XVI
CHIESA
VERITATIS SPLENDOR
SOCIETA’
CULTURA
PER UNA FEDE ADULTA
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Mt 8, 23-27
In quel tempo, essendo Gesù salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».
Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia.
I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?».
In una barca attraversando il mare in burrasca. La nostra vita. Meravigliosa. Il Signore ci ha ordinato di salire sulla Sua barca. Una Parola. Come quella rivolta ad Abramo. E poi a Pietro. E a tutti noi. Prendere il largo, passare all’altra riva. La vita è una traversata sul mare. Sulla morte. Passare in ebraico si dice HBR, da cui deriva “ebreo”. I fratelli maggiori, sul cui “passare” siamo stati innestati. Passare all’altra riva nella barca seguendo il Signore. “Dietro Gesù … – l’evangelista -… desidera che risuoni nelle orecchie dei discepoli il nome di “ebreo”. Desidera che i suoi ascoltatori abbiano l’intelligenza dell’indispensabile coesione della loro vita. Essi debbono attraversare fisicamente, concretamente, il mare. Simultaneamente dovranno forgiare la loro tenuta spirituale per andare avanti. Dire spirituale significa dire il loro respiro del vento di Dio. Qui appunto, c’è tutto: il vento, il mare, il pericolo, le onde marine, la tempesta di vento… Allora l’evangelista forma in greco un verbo nuovo, “diegeiro”, per dire svegliare. Impossibile da tradurre letteralmente, questo verbo ha l’accento ebraico di “passare”. Dunque, i discepoli che sono nella barca di Gesù lo svegliano… Lo chiamano…. E quando si sarà “svegliato sarà passato di là”, e tutte le cose si saranno placate, quando ci sarà la calma, l’evento non finirà lì. La “traversata” continuerà con la domanda di Gesù, alla maniera della Torah…”Dove sei?”. Gesù dirà: “Uomini di poca fede, perché avete paura?”, Come dire: “ Ebrei, dove siete? Avete dimenticato di sentire il vostro nome? Avete dimenticato il vostro nome, la vostra vita?” ( M. Vidal, “Un ebreo chiamto Gesù”, Napoli 1998, pag. 163). La stessa domanda che oggi prorompe nella nostra vita: “Perché avete paura?”. Perché senza fede? Schiavi, siamo atterriti dalla paura di morire, ecco perché, siamo incatenati. La barca, che è anche la nostra vita, è percorsa da tempeste violente. In greco si trova “grande sisma”, lo stesso vocabolo usato nei racconti della crocifissione. La barca è dunque anche il legno della Croce. Le simbologie si intrecciano, la Chiesa, la Croce e la nostra vita. Una traversata verso il Cielo, nella Chiesa crocifissi con Cristo. E il terremoto, la tempesta delle tentazioni, delle sofferenze, dei fallimenti. La nostra vita che “passa”, attraversa questo mondo a cui non apparteniamo, per il quale siamo stranieri e pellegrini. E le sue lusinghe, le sirene che sibilavano nelle orecchie di Ulisse, le stesse suadenti menzogne del demonio sussurrate ai nostri orecchi. Si è lui, il menzognero, l’assassino fin dal principio che attenta ala nostra anima. Le parole che Gesù userà per placare il mare saranno infatti le stesse usate dagli evangelisti nei racconti degli esorcismi. Le stesse che, nella versione greca della Settanta, presentano il gesto di Yahvè che con l’onnipotenza della sua parola prosciuga le acque del Mar Rosso (Cfr. Nota a Mt. 8, 26 de “La Bibbia. Nuovissima Versione dai Testi Originali”).
Ma Lui dorme. E’ con noi, ma dorme. Quante volte, proprio quando si fa più furioso il vento delle avversità e delle prove, ci sentiamo soli, abbandonati. Nella barca, con Lui, ma è come se non ci fosse. Non risponde. Nessuna consolazione. Si fa buio pesto, e la barca sembra affondare. L’esperienza della notte oscura, descritta magistralmente da San Giovanni della Croce. La notte della mortificazione, della liberazione dai “desideri” e dagli “appetiti”. E’ Lui che ci ha spinti a salire sulla barca, Lui ci ha attirato a sé con il Suo amore e la Sua misericordia. Ci ha messi in cammino, con noi ha iniziato la traversata. E ora dorme. Come lo sposo del Cantico dei cantici, ha bussato alle nostra porta ma poi s’è nascosto. Ed eccoci nudi, destati noi stessi dal torpore d’una vita assuefatta alla grigia routine d’ogni giorno. Le onde, il sisma che scopre il fondo del mare, l’inganno che ci ha sedotto e tenuto schiavi, la menzogna del demonio che ci ha obbligato a seguire e compiere i suoi desideri. La notte oscura dell’Innominato, le angosce che ci atterriscono. La solitudine. Il nulla. La Croce che tutto relativizza, che sembra togliere ogni speranza. La nostra esperienza di oggi, qualunque sia, il mare o il deserto, l’odore di morte che ci atterrisce. Lui è lì con noi. Dorme. E noi abbiamo paura. Perché? Perché siamo ancora schiavi, pagani preoccupati del domani, della sorte che ci attende. Non abbiamo fede perché non siamo figli. Non siamo fratelli del Figlio che dorme, come un bimbo divezzato in braccio a sua madre, l’anima placata e acquietata anche nella valle oscura. Pretendiamo e il nostro cuore si leva con superbia dinnanzi alla vita. Orgoglio nemico della fede. Superbia, madre d’ogni concupiscienza. Albergano il nostro cuore proiettato in un domani che non ci appartiene, fuggendo con disprezzo l’oggi che non sopportiamo. L’oggi dove riposa il Signore. Le onde? I tumulti? Il terremoto? Sono tutti segni del tuo amore. La totale precarietà che ci spaventa. Tutto è amore. E’ Lui che ci aiuta, come condusse il Popolo d’Israele nel deserto perché conoscesse quel che vi era nel suo cuore. Per convertirsi. Per aver fede. Come quando invece di andare da Lazzaro ammalato, Gesù s’è fermato ancora due giorni dove si trovava, quasi aspettando che l’amico morisse. E quando infatti Lazzaro si “addormenta” Gesù dice ai Suoi discepoli di godere per loro di non essere stato dall’amico, “affinchè crediate”. Scendere al fondo di se stessi, incontrare la propria morte, sino all’ultimo gradino della piscina battesimale. Annegare l’uomo vecchio nella morte di Cristo, addormentarsi con Lui per Risorgere con Lui. Questa è la fede, quella che si nutre di mortificazioni, che circoncide il cuore e la mente, che taglia le membra di scandalo: La fede nella notte oscura, dove sono crocifissi carne e mondo, dove siamo tutti per Lui. Come Lui è tutto per noi. La fede battesimale per donarci la quale il Signore s’e addormentato nel sepolcro dei nostri peccati. Entriamo allora oggi nella barca con il Signore, addormentiamoci con Lui, non temiamo, con Lui passeremo indenni tra le acque della morte. Lui solo basta. Il Suo amore è la nostra vita e noi viviamo per Lui.
Santificatore di nome e di fatto (il nome "Ireneo" in greco vuol dire pacifico e pacificatore), S. Ireneo venne presentato al papa dai cristiani della Gallia con parole di alto elogio: "Zelatore del testamento di Cristo". A Roma Ireneo fece onore al suo nome, suggerendo moderazione a papa Vittore, consigliandogli rispettosamente di non scomunicare le Chiese dell'Asia che non volevano celebrare la Pasqua nella stessa data delle altre comunità cristiane. Con gli stessi intenti pacifici quest'uomo ponderato si adoperò presso i vescovi delle altre comunità cristiane per il trionfo della concordia e dell'unità, soprattutto nel mantenersi ancorati alla tradizione apostolica per combattere il razionalismo gnostico. Dei suoi scritti ci restano intatti i cinque libri dell'Adversus haereses, in cui Ireneo appare non solo il teologo più equilibrato e penetrante dell'Incarnazione redentrice, ma anche uno dei pastori più completi, più apostolici e più cattolici che abbiano servito la Chiesa. Si sente che le sue argomentazioni contro gli eretici, pur nate dalla polemica, sono nutrite dalla preghiera e dalla carità.
Ireneo era oriundo dell'Asia minore. Tra i suoi ricordi di gioventù c'è il contatto con Policarpo di Smirne, il santo vescovo "che è stato istruito dai testimoni oculari della vita del Verbo", in particolare dall'apostolo Giovanni, che a Smirne aveva stabilito la sua sede. Ireneo, attraverso Policarpo, si ricollega quindi agli apostoli. Lasciata l'Asia Minore, Ireneo aveva trascorso qualche tempo a Roma e poi si trasferì a Lione. Non fu della schiera dei martiri della persecuzione abbattutasi sui cristiani lionesi nel 177, perché proprio allora era stato inviato a Roma dalla sua Chiesa per presentare al papa Eleuterio alcune questioni di ordine dottrinale, riguardanti in particolare l'errore montanista, propagato da un gruppo di fanatici venuti dall'Oriente, che predicavano il disgusto delle cose del mondo e annunciavano imminente il ritorno finale di Cristo. Tornato a Lione, Ireneo successe nel 178 al nonagenario vescovo martire S. Fotino, e governò la chiesa di Lione fino alla morte, avvenuta nel 200 circa. Nonostante non sia provato che egli sia morto martire, la Chiesa lo venera come tale.
Egli fu comunque un vero testimone della fede in un periodo di dura persecuzione; il suo campo d'azione fu molto vasto, se si tiene conto che probabilmente non esisteva nessun altro vescovo nelle Gallie e nelle terre di confine della vicina Germania. Greco, aveva appreso le lingue "barbare" per poter evangelizzare le popolazioni cèltiche.
LA NOTIZIA
“Non ci sono procedure trasparenti”, afferma Riccardo Cascioli, presidente del CESPAS
ROMA, lunedì, 27 giugno 2005 (ZENIT.org).- Nei giorni scorsi si è svolta a New York l'audizione delle Ong (Organizzazioni non governative) davanti all'Assemblea generale dell'ONU in occasione della revisione quinquennale degli Obiettivi del Millennio, ovvero le strategie raccolte nell'assemblea straordinaria del 2000 per sradicare la povertà.
E' la prima volta che ciò accade ed è stata salutata come una grande vittoria della società civile. Ma non sono mancate le ombre, come ad esempio l'esclusione delle Ong pro-vita e pro-famiglia da questo appuntamento.
Per conoscere le ragioni dell’esclusione, ZENIT ha intervistato Riccardo Cascioli, Presidente del CESPAS ( Centro Europeo di Studi su Popolazione, Ambiente e Sviluppo).
Come mai questa esclusione di Ong pro-life ?
Cascioli: C'è chiaramente un disegno che viene portato avanti da molti anni per escludere le Ong pro-life e pro-family dai processi decisionali in seno alle varie agenzie e commissioni dell'ONU. Il motivo è semplice: ci sono le potenti lobby anti-nataliste, abortiste, ecologiste e gay che stanno cercando di far passare i diritti riproduttivi (aborto e contraccezione) tra i diritti umani fondamentali e di distruggere la famiglia equiparando a questa le unioni gay e qualsiasi altro tipo di unione.
La strategia è quella di creare documenti internazionali che vadano in questa direzione così da diventare strumenti di pressione nei singoli Paesi che hanno legislazioni di segno diverso. In questa prospettiva le Ong pro-life e pro-family sono dei "nemici" da escludere alla fonte, per non avere intralci. E' successo anche in questa occasione, non per niente nell'audizione all'ONU si è sentito ripetere molte volte la necessità di inserire esplicitamente i diritti riproduttivi tra le strategie anti-povertà. E diversi sono stati anche gli attacchi alle religioni (ovviamente si intende soprattutto quella cattolica) che discriminerebbero gli omosessuali.
Ma come può accadere una esclusione del genere senza che nessun governo o personalità internazionale sollevi il problema?
Cascioli: Diciamo che a livello di governi c'è una colpevole indifferenza su quanto accade nelle agenzie e nelle varie commissioni dell'ONU, a fronte di una strategia molto ben organizzata delle suddette lobby, che peraltro hanno ormai imposto la retorica della "società civile", concetto alquanto fumoso che serve da copertura a operazioni politiche che con la società civile hanno poco a che fare.
Vuol dire che le Ong sono in realtà una copertura?
Cascioli: Non le Ong in sé, ma l'uso che se ne fa. Mi spiego: alle Nazioni Unite sono accreditate con diversi status oltre 13mila Ong. All'audizione della scorsa settimana ve ne erano rappresentate circa 200. Su che basi sono state selezionate? Ebbene, non ci sono procedure trasparenti: si è insediata una commissione decisa dal presidente dell'Assemblea generale, formata dai rappresentanti di una decina di gruppi di pressione, ovviamente i più potenti, tra cui movimenti femministi radicali e neo-malthusiani.
Questi hanno scelto le 200 organizzazioni - guarda caso sono state bocciate tutte le Ong pro-vita e pro-famiglia - che hanno parlato in nome della "società civile". I delegati di tutti i governi del mondo hanno potuto così sentire che la "società civile" - nel quadro della lotta alla povertà - chiede anche i diritti riproduttivi e la legalizzazione delle unioni omosessuali. E chiede una limitazione della libertà religiosa, ovviamente in mezzo a tanti altri interventi più generali e condivisibili sulla lotta alla povertà.
Ma c'è un'ampia fetta di "società civile" che pure lavora per sradicare la povertà e che non si riconosce in questa piattaforma. E dov'era? Chi l'ha ascoltata? Bisogna avere il coraggio di dire che questo tipo di iniziative sono volgari mistificazioni. La verità è che chi paga comanda: certe iniziative hanno un costo e governi e agenzie che pagano decidono anche i partecipanti. Ad esempio l'audizione della scorsa settimana è stata finanziata da Canada, Norvegia e Finlandia: può essere un caso che non ci fossero Ong non in sintonia con le politiche per lo sviluppo di questi governi?
Nuovo emblema per la Croce Rossa Sara' piu' neutro rispetto alla croce
(ANSA) - ROMA, 23 GIU - Nuovo emblema per la Croce Rossa: 'cristallo' rosso su sfondo bianco, piu' neutro e condivisibile rispetto alla croce. Una conferenza diplomatica, probabilmente convocata entro il prossimo ottobre, dara' il via formale al terzo emblema del movimento. La vicenda - spiega Massimo Barra, vicepresidente della Federazione - e' al centro da anni di dibattiti e confronti diplomatici, non sempre sereni.
Un simbolo nuovo, più neutro e condivisibile rispetto alla Croce. Neutro? Certo, un cristallo a chi dice nulla? Come un fiocco di neve, anche la Croce Rossa si farà lieve e impalpabile. Le crocerossine, simbolo di tenerezza e di aiuto sugli sterminati campi di guerra, saranno le “fiocchine”, leggiadre figure del politicamente corretto. Condivisibile? Certo che no, la croce non può essere un segno condivisibile. Non appartiene a tutti. E’ un insulto, un “cadaverino” sui muri, via….. I poveri malati alla sua vista ne inorridiscono…. Molto meglio un cristallino di neve, la malattia come un fiocco di neve. La vita, la morte, il dolore, tutto diluito, evaporato, come neve al sole… Di questo stiamo parlando, di simboli che esprimono una cultura. Vuota. Soffice. Buonista. Ipocrita. Dolce e feroce. Delicata come un fiocco di neve, Avvelenata come la morte. Nella Croce la vittoria sulla morte. Sul dolore. Sul peccato. Che sono, reali e concreti, sotto gli occhi di tutti, intrecciati alle carni e alle menti di tutti. Lo scandalo e la stoltezza di un Legno, da duemila anni ad annunciare la vita più forte della morte. Gesù patì fuori della città, la Croce respinta dal mondo. Ma da lì, dall’estremo abbandono, dall’estremo rifiuto, ha attirato tutti a sè. Tutti. Buttate fuori la Croce, cancellatela pure, essa non smetterà per questo di attirarvi, tutti, tra le braccia misericordiose del Crocifisso.
EDITORIALE
L'obolo in questa stagione di papi
Maurizio Blondet
Dicono che a dare inizio al tutto siano stati gli anglosassoni appena convertiti, nel secolo ottavo. Per mostrare al Vescovo di Roma il loro affetto, s'impegnarono a donargli una somma annuale, raccolta tra le famiglie: Peter's Penny, il soldo di Pietro. Ma certo il loro modello erano le collette che Paolo aveva raccolto tra le sue "chiese" per farle avere al primo Pietro, l'ex-pescatore: per gli apostoli di Gerusalemme e per i loro poveri, soprattutto.
Non so se ci rendiamo conto come vivessero quei cristiani nell'Inghilterra del secolo ottavo. Recenti studi archeologici hanno esaminato scheletri di quel tempo, in cui era ormai scomparsa l'incomparabile organizzazione della Roma imperiale, con le sue splendide strade, i suoi rifornimenti di cibo, le terme e l'igiene. Sono scheletri di guerrieri denutriti e insieme schiacciati dalla fatica fisica; denti malfermi, ossa deformate dal rachitismo e dai pesi portati, e per giunta fratturate da mazze ferrate. Ma quelle vite brutali e deprivate si concedevano il lusso dell'amore, e di quel che l'amore suggerisce: il dono. Nel freddo oscuro Nord, lesinavano sulla polenta d'orzo e sull'aringa affumicata per mandare un granello d'argento al Vescovo che viveva sotto il sole mediterraneo, e che non avrebbero mai visto: un denarius, la paga del soldato romano.
E noi? Abbiamo vissuto settimane di vero entusiasmo attorno al Papa che ci ha lasciato, e a quello che gli è succeduto. Folle inimmaginabili, in calda e paziente attesa, pronte alla commozione, all'applauso e all'affetto. Foreste di videofonini innalzati per riprendere la faccia del nuovo Pietro.
Ma quanto, poi, lo amano? Il fatto è questo: forse le immense folle non sanno che il modo di voler bene al Papa è ancora quello del secolo ottavo. È sempre aperta la cesta che raccoglie il Peter's Penny, il denarius Sancti Petri, l'obolo di San Pietro. Il Pietro del secolo ventun esimo aspetta, come il Pietro del primo, quell'elemosina per i suoi poveri. Perché ciò che Pietro riceve da chi lo ama, lo dona tutto. Ci sono orfani del genocidio in Rwanda, superstiti dell'Aids in Kenia, un ospedale a Sarajevo e uno in Armenia, che vivono di quello che Pietro manda. Dai secoli bui, Pietro non ha mai dubitato di poter dare: l'amore dei suoi figli ha riempito la cesta, a cominciare dagli angli sdentati e coperti di ferro, affamati dai gran signori. Sarebbe grossa se la cesta restasse vuota oggi, quando nessuno mangia più pesce secco e a nessuno manca il videofonino. Non potersi più concedere quell'antico gesto d'amore al Padre della famiglia comune, denuncerebbe una miseria più incurabile, mai vista in venti secoli.
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Testo del Card. Joseph Ratzinger pubblicato da clerus.org, come da costume di quel sito senza data ne' fonte.
Riflessioni preliminari
Quando i padri del Concilio Vaticano II prepararono il decreto sul ministero e la vita dei presbiteri - dopo i dibattiti intensi sul ministero episcopale e le importanti dichiarazioni sia sulla posizione dei laici nella Chiesa che sulla vita religiosa -, avevano soprattutto l'intenzione di rivolgere una parola di incoraggiamento anche ai sacerdoti, che giorno dopo giorno portano il peso del lavoro nella vigna del Signore. Certamente, per un tale proposito non potevano accontentarsi di qualche pia esortazione. Dato che i vescovi avevano illustrato il significato del loro ministero e il suo fondamento teologico, anche le parole da rivolgere ai presbiteri avrebbero dovuto distinguersi per profondità teologica. Solo in questo modo sarebbero riuscite ad essere sia un riconoscimento convincente della loro attività che un incoraggiamento per le loro fatiche.
Ma tali parole ai sacerdoti furono necessarie non soltanto per motivi di una certa proporzione fra gli "stati" nella Chiesa. Quando i padri evidenziarono lo specifico significato del ministero episcopale nella sua relazione con il ministero del successore di Pietro, potevano essere sicuri di un ampio consenso da parte della opinione pubblica sia nella Chiesa che nel mondo ed anche, in particolare, nell'ambito ecumenico. Il concetto cattolico di sacerdozio invece aveva perso la sua ovvia validità, anche all'interno della coscienza della Chiesa. Certamente, la crisi di questo concetto, diventata visibile subito dopo il Concilio, e che poi sarebbe divenuta la crisi della esistenza presbiterale e delle vocazioni al sacerdozio, in quel tempo non era ancora completamente sviluppata, ma era già avviata. Essa risultò, da una parte, da un mutamento del senso della vita, in cui sempre meno si comprendeva il sacro, mentre il funzionale veniva elevato a categoria esclusivamente determinante. Dall'altra parte, però, questa crisi aveva anche radici del tutto teologiche, che in quel momento, in seguito alla situazione sociale cambiata, svilupparono una vitalità inaspettata. L'interpretazione stessa del Nuovo Testamento sembrò confermare esplicitamente una visione non sacrale di tutti i ministeri nella Chiesa. Non si vedeva nessuna continuità fra gli uffici sacrali dell'Antico Testamento ed i nuovi ministeri della Chiesa nascente; meno ancora si poteva riconoscere una connessione con le idee pagane del sacerdozio. Proprio la desacralizzazione dei ministeri sembrò rappresentare la novità del cristianesimo. I ministri delle comunità cristiane non vennero chiamati sacerdotes (hiereis), ma presbiteri, cioè anziani. Evidentemente, in questo modo di considerare il Nuovo Testamento operò essenzialmente l'origine protestante delle esegesi moderne; ciò, però, non cambiava nulla riguardo alla evidenza che sembrò meritare una tale interpretazione. Al contrario diventò bruciante la questione, se non avesse ragione Lutero contro Trento.
Stavano e stanno, dunque, fronte a fronte due concezioni del ministero sacerdotale: da una parte, una visione socio-funzionale che definiva la natura del sacerdozio con il concetto di "servizio", cioè servizio alla comunità nel compimento di una funzione al servizio della figura sociale della Chiesa. Dall'altra parte, c'è una visione sacramentale-ontologica che, non negando certamente il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato nell'esistenza del ministro sapendo anche, nello stesso tempo, che questa sua esistenza è determinata da un dono, chiamato sacramento ed elargito a lui dal Signore per mezzo della Chiesa. Con la concezione funzionale si unisce anche una variazione terminologica. Sempre più si evita di usare l'espressione "sacerdote/sacerdozio", connotata da un senso sacrale, e la si sostituisce con la parola neutro-funzionale "ministero" che, nella teologia cattolica, fere la natura del ministero sacerdotale corrisponde, almeno in una certa misura, anche una accentuazione diversa nella definizione dei compiti del sacerdote: all'orientamento fondamentale del sacerdozio alla eucarestia (sacerdos - sacrificium), divenuto classico nel cattolicesimo, si contrappone il primato della parola, considerato finora una concezione tipicamente protestante. Certamente, non si può in nessun modo sostenere che una concezione del sacerdozio, pensata a partire dal primato della parola, sia antisacramentale. Il decreto del Vaticano II sul ministero dei presbiteri dà prova anzi del contrario. E qui sorge la domanda, fino a che punto le alternative appena descritte debbano veramente escludersi, e fino a che punto invece non possano fecondarsi reciprocamente e, di conseguenza, risolversi dall'interno. È proprio questa la questione affrontata dal Concilio Vaticano II, cioè fino a che punto si possa allargare l'immagine del sacerdote, postridentina e divenuta ormai classica, e svilupparla dando ascolto alle esigenze avanzate da parte della Riforma, della esegesi critica e del senso moderno della vita senza, però, perdere l'essenziale; e viceversa, fino a che punto anche l'idea protestante del "ministero" si lasci aprire alla tradizione viva della Chiesa cattolica, sia dell'Oriente che dell'Occidente. In realtà riguardo al sacerdozio anche dopo il Concilio Tridentino non esiste nessuna differenza essenziale tra il cattolicesimo e la ortodossia.
1. La natura del ministero sacerdotale
Il Concilio Vaticano II non è entrato in questi problemi che allora appena stavano emergendo; dopo le grandi discussioni sulla collegialità episcopale, sull'ecumenismo, sulla libertà religiosa, sulle questioni del mondo contemporaneo, non sarebbero stati più disponibili né il tempo né le energie. Perciò i Sinodi degli anni 1971 e 1990 hanno ripreso l'argomento del sacerdozio e prolungato le dichiarazioni del Concilio; lo stesso argomento venne ancora più concretizzato, anche riguardo alla vita sacerdotale d'ogni giorno, dalle Lettere del Santo Padre ai Sacerdoti in occasione del Giovedì Santo e dal Direttorio della Congregazione del Clero. Ma anche se il decreto conciliare non si riferisce esplicitamente alle controversie attuali, tuttavia fornisce l'orientamento fondamentale per tutto lo sviluppo ulteriore.
Quali risposte allora troviamo ai problemi appena accennati? Per dirla in breve: Non si può ridurre il Concilio ad una delle due alternative. Nella definizione introduttiva del sacerdozio si dice che i presbiteri con la consacrazione sono ordinati al servizio di Cristo maestro, sacerdote e re e partecipano al suo ministero, per mezzo del quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata quale popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo (1). Nel nr. 2 si parla della potestà di offrire il sacrificio e perdonare i peccati. Ma questo compito peculiare del sacerdote è inserito, in forma molto esplicita, in una visione storico-dinamica della Chiesa, nella quale tutti "partecipano alla missione" di tutto il corpo, però "non tutti hanno la medesima funzione" (cf. Rom 12,4). Sintetizzando quanto detto finora possiamo constatare, che nel capitolo I del decreto è sottolineato con tutta chiarezza l'aspetto ontologico dell'esistenza sacerdotale e, nello stesso tempo, viene anche messa in evidenza la potestà di offrire il sacrificio. Proprio questo troviamo descritto, un'altra volta, all'inizio del nr. 3:
"I presbiteri, presi tra gli uomini e costituti in favore degli uomini stessi nelle cose che si riferiscono a Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati, vivono in mezzo agli altri uomini come fratelli". La novità nei confronti del Tridentino, si può vedere nel fatto che viene fortemente sottolineata l'unità vitale e il cammino comune di tutta la Chiesa, al cui interno è inserita la visione classica. Tanto più potremmo sentirci sorpresi leggendo all'inizio del capitolo ll, che parla dei compiti concreti dei presbiteri: "I presbiteri in quanto cooperatori dei vescovi hanno come primo dovere quello di annunciare a tutti il Vangelo di Dio" (4). Qui, con tutta chiarezza, sembra essere espresso il primato della parola ovvero del ministero dell'annuncio. Sorge dunque la questione: Le due affermazioni, ossia "costituiti per offrire doni e sacrifici" e "primo dovere (primum officium) quello di annunciare il Vangelo Evangelium evangelizandi)", quale relazione hanno fra loro?
1.1 Il fondamento cristologico
Per trovare una risposta dobbiamo prima domandarci: Cosa vuol dire propriamente "evangelizzare"? Che cosa accade? Che cosa è questo Vangelo? Innanzitutto: Per fondare il primato dell'annuncio, il Concilio certamente avrebbe potuto richiamarsi ai Vangeli. Penso, ad esempio, all'episodio piccolo, ma molto significativo, raccontato all'inizio del Vangelo di Marco: ll Signore, da tutti cercato a causa della sua forza miracolosa, si ritira in un luogo deserto per pregare (Mc 1,35-39). Sollecitato da "Simone e quelli che erano con lui", il Signore dice loro: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là, "per questo infatti sono venuto!" (1,38). È l'annuncio del Regno di Dio che Gesù indica come scopo vero della sua venuta. E questo, dunque, deve essere anche la priorità determinante di tutti i suoi ministri: essi vengono per annunciare il Regno di Dio, e cioè: per rendere questo Dio vivente, potente e presente la priorità della nostra propria vita. Già da questa piccola pericope si possono raccogliere due prospettive complementari per una corretta comprensione di questa priorità: tale annuncio procede di pari passo con il ritirarsi in se stesso nel raccoglimento della preghiera personale. Anzi, sembra addirittura che tale ritiro ne sia il presupposto. Ed è inoltre unito con lo "scacciare i demoni" (1,39), ciò vuol dire: l'annuncio non è solo parlare, ma nello stesso tempo agire efficace. Non si compie in un mondo sano e bello, ma dentro un mondo dominato da demoni, e pertanto quell'annunciare significa un intervento liberatore all'interno di questo mondo.
Dobbiamo, però, fare un passo avanti e, oltre la piccola pericope significativa dal Vangelo di Marco, tenere presente tutto il Vangelo per poter comprendere bene la priorità di Gesù. Egli annuncia il Regno di Dio; e ciò fa innanzi tutto con parabole ed anche sotto la forma di segni, nei quali questo Regno, come potenza presente, si avvicina agli uomini. Parole e segni sono inseparabili. Ovunque i segni sono considerati solamente come prodigi, senza cogliere il loro contenuto di rivelazione, Gesù interrompe la sua attività. Nemmeno, però, permette che la sua predicazione sia considerata una faccenda solamente intellettuale o, per così dire, solo materia per discussioni. La sua parola esige una decisione, crea una realtà. In questo senso è Parola "incarnata"; la reciprocità di parola e segni manifesta una struttura "sacramentale" (1).
Dobbiamo fare ancora un passo avanti. Gesù non comunica contenuti che sono indipendenti dalla sua propria persona, come 0 solito fa un maestro oppure un narratore. Egli è più che un Rabbi. Col procedere della sua predicazione si fa sempre più evidente che, nelle parabole, Egli parla di se stesso, che il "Regno" e la sua persona vanno insieme, che il Regno viene nella sua persona. La decisione richiesta da Lui è una decisione sul rapporto con Lui, una decisione come la prese Pietro dicendo: "Tu sei il Cristo" (Mc 8,29). Infine, come contenuto della predicazione del Regno di Dio appare chiaramente lo stesso mistero pasquale di Gesù, ossia il suo destino di morte e risurrezione; ciò particolarmente, per esempio, nella parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-11). Parola e realtà allora si intrecciano in modo nuovo: la parabola suscita la rabbia degli avversari, i quali fanno quanto fu raccontato. Uccidono il figlio. Ciò significa: le parabole sarebbero vuote senza la persona vivente del figlio incarnato che "è venuto" (Mc 1,38), che "fu inviato" dal Padre (12,6). Esse sarebbero vuote senza la conferma della parola nella croce e nella risurrezione. Pertanto adesso capiamo che la predicazione di Gesù deve essere chiamata "sacramentale" in un senso ancora più profondo di quello che già abbiamo visto prima: la sua parola porta in sé la realtà della incarnazione ed il tema di croce e risurrezione. È, in questo senso più profondo, parola-azione. Così già indica per la Chiesa la reciprocità di predicazione ed eucarestia, ma anche di predicazione e testimonianza vissuta e sofferta.
A partire dalla visione pasquale, come ci si presenta nel Vangelo di Giovanni, dobbiamo ancora fare un passo avanti. Gesù è il Cristo, così ha detto Pietro. Gesù Cristo è il Logos, viene aggiunto da Giovanni. Egli stesso è il Verbo eterno del Padre, che è presso Dio e che è Dio (Gv 1,1). In Lui questo Verbo si fece carne e venn Verbo. "Pertanto, se parliamo del ministero della parola di Dio, insieme è intesa la relazione intertrinitaria"(2). Al tempo stesso è vero, "che questo ministero partecipa alla funzione della incarnazione"(3)
A ragione si è fatto notare che la differenza fondamentale fra la predicazione di Gesù e le lezioni dei Rabbini consiste proprio nel fatto che l'Io di Gesù, cioè Lui stesso, stia nel centro del suo messaggio(4). Nello stesso tempo, però, è da ricordare che Gesù stesso considerò caratteristico del suo parlare il fatto che non parlava "nel proprio nome" (Gv 5,43; cf. 7,16): ll Suo lo è tutto aperto verso il Tu del Padre, non si arresta in se stesso, ma ci porta dentro la dinamica della relazione trinitaria. Ciò significa, per il predicatore cristiano, che egli non parli di sé, ma si faccia voce di Cristo, per lasciare così posto allo stesso Logos e condurre, per mezzo della comunione con l'uomo Gesù, alla comunione con il Dio vivente.
Con questo ritorniamo al decreto del Vaticano II sul ministero presbiterale. Parlando delle diverse forme della predicazione, il documento rileva in tutte queste forme una costante: ll sacerdote non deve mai insegnare la sua propria sapienza, ma ciò che importa è sempre la parola di Dio che spinge alla verità e alla santità (4). Modellandosi sulla parola di San Paolo, il ministero della parola esige dal sacerdote, di spogliarsi profondamente di se stesso: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Qui mi viene in mente un piccolo episodio degli inizi dell'Opus Dei. Una giovane donna ebbe per la prima volta l'occasione di partecipare alle conferenze di Don Escrivá, fondatore dell'Opus. Era curiosissima di ascoltare l'oratore tanto famoso. Dopo aver però partecipato alla messa con lui - così ella raccontava più tardi -, non volle più mettersi ascolto di un oratore umano, ma soltanto ormai riconoscere la parola e la volontà di Dio. Il ministero della parola esige dal sacerdote la partecipazione alla kenosis di Cristo, il sorgere e il tramontare in Cristo. Il fatto che non parla di se stesso, ma porta il messaggio di un altro, certo non significa, in nessun modo, indifferenza personale, ma piuttosto il contrario: il perdersi in Cristo che riprende il cammino del suo mistero pasquale, e così porta a ritrovare veramente se stesso ed alla comunione con Colui, che è il Verbo di Dio in persona. la fin fine il ministero della parola, al di là di tutto ciò che è funzionale, penetra dentro 1' essere e presuppone il sacerdozio quale sacramento.
1.2 Sviluppo nella tradizione (Agostino)
Poiché siamo qui arrivati al punto centrale della nostra questione, vorrei cercare di approfondirlo con due serie di immagini prese dalle opere di San Agostino; si tratta di immagini prese dalla meditazione della parola biblica, che al tempo stesso hanno influenzato notevolmente la tradizione dogmatica della Chiesa cattolica.
Innanzitutto vi è la designazione del sacerdote come "servus Dei" o "servus Christi"(5). Dietro questa espressione del servo di Cristo, presa dal linguaggio ecclesiastico di allora, sta l'inno Cristologico della lettera ai Filippesi (2,5) Cristo, il Figlio uguale a Dio, assunse la condizione di servo, divenne servo per noi. Dobbiamo qui tralasciare la profonda teologia della libertà e del servizio, esposta a questo proposito da Agostino. Importante per il nostro discorso è il fatto che il concetto di "servo" è un concetto relazionale. Uno è servo in relazione ad un altro. Se il sacerdote viene definito come servo di Gesù Cristo, questo significa che la sua esistenza è determinata essenzialmente come relazionale: l'essere ordinato al servizio del Signore, costituisce l'essenza del suo ministero che, perciò, giunge fin dentro la sua stessa esistenza. Egli è servitore di Cristo per essere, a partire da Lui, per Lui e con Lui, servitore degli uomini. Il suo essere in relazione a Cristo non si oppone al suo essere ordinato al servizio della comunità (della Chiesa), ma ne è il fondamento che solo le dà tutta la sua profondità. Essere in relazione con Cristo vuol dire essere inserito nella sua esistenza di servo ed essere, con Lui, a servizio del "corpo", cioè della Chiesa. Il sacerdote, proprio perché appartiene a Cristo, appartiene in senso radicale agli uomini. Non sarebbe in grado di dedicarsi a loro con tanta profondità ed assolutezza, se non in questo modo. E questo anche significa che la concezione ontologica del sacerdozio, arrivando dentro l'essere dell'interessato, non si oppone alla serietà della funzionalità, del ministero sociale, ma crea piuttosto una radicalità del servire che non sarebbe pensabile nell'ambito puramente profano.
Il concetto di "servo" è collegato con l'immagine del "carattere indelebile", diventata patrimonio di fede della Chiesa. Nel linguaggio della tarda antichità, con la parola "character" si designava il marchio di proprietà che veniva impresso, in modo da non poter più essere cancellato, su un oggetto o un animale oppure anche una persona. Così la proprietà è contrassegnata in maniera irrevocabile e (clamat ad Dominum) "rinvia al suo padrone". Si potrebbe dire: "carattere" significa appartenenza, impressa nella esistenza stessa. In questo senso l'immagine del carattere esprime ancora una volta quell'essere relativo, che rinvia ad altro, di cui abbiamo appena parlato. Si tratta di una appartenenza di cui non si può disporre; l'iniziativa è venuta dal proprietario - da Cristo. Così si manifesta la natura del sacramento: io non posso dichiararmi, così semplicemente, come appartenente al Signore. Egli deve innanzitutto assumermi come Suo; solo allora io posso entrare in questo stato di assunzione, per accettarlo da parte mia e cercare di viverlo. In questo senso, dunque, la parola "character" descrive il carattere ontologico del servizio di Cristo, che troviamo nel sacerdozio e, nello stesso tempo, chiarisce che cosa si intende dire con la sua sacramentalità. Solo allora si può comprendere perché da San Agostino il carattere venga descritto funzionalmente (ed al tempo stesso ontologicamente) quale ius dandi, ossia quale condizione necessaria per l'amministrazione valida dei sacramenti(6). L'appartenenza al Signore, che si è fatto servo, è appartenenza in favore di coloro che sono i Suoi. Questo significa che ora il servitore può, sotto il segno sacro, donare ciò che mai potrebbe donare in virtù di se stesso: dona, infatti, lo Spirito Santo, assolve dai peccati, rende presente sia il sacrificio di Cristo che Cristo stesso nel suo sacro corpo e sangue - diritti tutti riservati a Dio, che nessun uomo può procurarsi da se stesso, né possono essere a lui delegati da alcuna comunità. Se, quindi, il carattere è l'espressione della comunione nel servizio, esso manifesta, da una parte, come sempre ultimamente il Signore stesso agisce e come, d'altra parte, egli agisce nella Chiesa visibile per mezzo di uomini. Così il carattere garantisce la "validità" del sacramento anche nel caso di un ministro indegno essendo però, al tempo stesso, sia un giudizio su questo ministro che stimolo a vivere il sacramento.
Ancora una parola su una seconda serie d'immagini, con la quale Sant'Agostino cercò di spiegare, a se stesso ed ai suoi fedeli, la natura del servizio presbiterale. Essa gli venne dalla meditazione sulla figura di Giovanni Battista, nel quale egli trova prefigurato il ministero del presbitero(7). Egli fa notare che, nel Nuovo Testamento, Giovanni viene denominato con una espressione presa da Isaia, cioè come "la voce", mentre Cristo, nel Vangelo di Giovanni, appare come "il Verbo". La relazione fra "voce" (vox) e "verbo" (verbum), parola, aiuta a chiarire la relazione fra Cristo e sacerdote. La parola (il verbo) esiste nel cuore prima di divenire sensibilmente percettibile per mezzo della voce. Poi entra, mediante la voce, anche nella percezione dell'altro facendosi presente anche nel suo cuore, senza però con questo che chi parla venga privato di quella parola. Il suono sensibile, ossia la voce, che porta la parola dall'uno all'altro (o agli altri), passa. La parola rimane. È compito del presbitero essere semplicemente la voce per il Verbo: "Egli deve crescere e io invece diminuire" - l'unico senso della voce è trasmettere il verbo; poi si ritira. Di qui emergono con chiarezza sia la grandezza del ministero sacerdotale che la sua umiltà: Come Giovanni Battista, anche il presbitero non è che precursore, servitore del Verbo, ministro della parola. Non è di lui, che ci si deve interessare, ma dell'Altro. Ma egli è vox (voce) con tutta la sua esistenza; è sua missione farsi voce per la parola ed è proprio in questo suo radicale riferimento ad un altro che partecipa alla grandezza della missione del Battista, alla missione del Logos stesso. E'nella stessa linea che Agostino designa il sacerdote come l'amico dello sposo (Gv 3,29), che non si appropria della sposa, ma partecipa come amico alla gioia delle nozze: ll Signore ha costituito il servo amico (Gv 15,15), ed egli ora appartiene alla casa e rimane nella casa - da servo è diventato uomo libero (Gal 4, 7; 4,21 - 5,1)(8).
2. Cristologia ed ecclesiologia:
Il carattere ecclesiale del sacerdozio
Finora abbiamo parlato del carattere cristologico del sacerdozio, che è sempre anche un carattere trinitario, perché il Figlio, per sua natura, è originato dal Padre e ritorna a Lui. Egli si comunica nello Spirito Santo che è l'amore e, quindi, il dono in persona. Ma poi il decreto conciliare sottolinea, in un passo ulteriore, il carattere ecclesiale del ministero che non può essere separato dalla sua base cristologico-trinitaria. L'incarnazione della Parola significa che Dio non vuole semplicemente venire, per mezzo dello Spirito, direttamente allo spirito dell'uomo, ma che lo cerca per mezzo del mondo materiale, volendo toccarlo anche proprio come essere sociale e storico. Dio vuole venire agli uomini attraverso degli uomini. Dio è andato agli uomini di tal maniera, che essi si trovino l'un l'altro per mezzo di Lui e a partire da Lui. Perciò l'incarnazione implica anche la comunione e la storicità della fede. Prendere la strada del corpo significa che la realtà del tempo e la socialità umana diventano fattori delle relazioni degli uomini con Dio, le quali a loro volta si basano sulla antecedente relazione di Dio con l'uomo. Pertanto cristologia ed ecclesiologia sono inseparabili: L'azione di Dio crea il "popolo di Dio", ed il "popolo di Dio" diventa a partire da Cristo "corpo di Cristo", secondo l'interpretazione profonda che Paolo, nella lettera ai Galati, dà della promessa ad Abramo. Questa promessa - così legge Paolo nell'Antico Testamento - vale "per il seme" di Abramo, cioè non per molti, ma per uno solo. L'azione di Dio, dunque, tende a che noi, i molti, non diventiamo semplicemente "una cosa sola", ma "Uno" - nella comunione corporea con Gesù Cristo (Gal 3, 16 s. 28).
Proprio da questa profondità ecclesiale della cristologia, il Concilio ha derivato la dinamica storico mondana dell'evento di Cristo, al cui servizio stanno i presbiteri. Raggiungere la felicità, questo è il fine ultimo a cui noi tutti tendiamo. Ma la felicità non esiste che nell'essere insieme, e questo essere insieme si dà solo nella infinità dell'amore. La felicità non esiste che nell'aprirsi dell'Io entro il divino, ossia nella divinizzazione. In questo senso, il Concilio dice con Agostino, il fine della storia è che l'umanità divenga amore: Così l'umanità sarà adorazione, culto vivente, "civitas Dei, città di Dio". E in tal modo si avvererà il desiderio pi , 42-55; Agostino, De civitate Dei X 6). Non si può ultimamente capire che cosa sia il culto, che cosa siano i sacramenti, se non in questa grande prospettiva.
Proprio questa visione, che orienta alle grandi questioni ultime, ci conduce poi anche al molto concreto: poiché le cose stanno così come esposto sopra, la fede cristiana non è mai né puramente spirituale-interiore né una relazione solamente soggettiva o privata-personale a Cristo ed alla sua Parola, ma è del tutto concreta ecclesiale. Per questo motivo il Concilio, forse in un modo un po' forzato, sottolinea il vincolo dei presbiteri con il vescovo: Lo rappresentano e agiscono in nome e su missione di lui. La grande obbedienza cristologica, che capovolge la disubbidienza di Adamo, si concretizza nell'obbedienza ecclesiale, che, per il sacerdote, in pratica è l'obbedienza nei confronti del proprio vescovo. Certamente, il Concilio avrebbe potuto insistere di più sul fatto che prima deve esserci l'obbedienza comune di tutti alla Parola di Dio ed alla sua presentazione nella tradizione viva della Chiesa. Questo vincolo comune è anche la libertà comune; protegge dall'arbitrio e garantisce il carattere autenticamente cristologico dell'obbedienza ecclesiale. L'obbedienza ecclesiale non è positivistica; non è indirizzata semplicemente a una autorità formale. Ma piuttosto a colui che, obbediente egli stesso, personifica il Cristo obbediente. L'obbedienza è però chiaramente indipendente dalla virtù e dalla santità di colui che è incaricato di un ufficio, proprio perché si riferisce all'oggettività della fede donata dal Signore, che supera ogni soggettività. In questo senso, nell'obbedienza nei confronti del vescovo c'è sempre anche un andare oltre la Chiesa locale - è una obbedienza cattolica: Si obbedisce al vescovo, perché rappresenta qui sul luogo tutta quanta la Chiesa universale. Ed è una obbedienza che, oltrepassando il momento storico, è oriem, e proprio così si apre al futuro, nel quale Dio sarà tutto in tuffi e noi saremo un solo unico essere. Da questo punto di vista, l'esigenza di obbedienza è una esigenza seria per colui che rappresenta l'autorità. Questo, però, non significa che l'obbedienza sia condizionale: essa è molto concreta. Non obbedisco ad un Gesù quale io o altri abbiano inventato dalla Sacra Scrittura; in tal caso, obbedirei soltanto alle idee da me preferite e, nell'immagine di Gesù da me inventata, adorerei me stesso. No! Obbedire a Cristo significa obbedire al suo corpo, obbedire a Lui nel suo corpo. Fin dalla lettera ai Filippesi l'obbedienza di Gesù quale superamento della disubbidienza di Adamo sta nel centro della storia della salvezza. Nella vita sacerdotale, questa obbedienza deve incarnarsi come obbedienza nei confronti dell'autorità della Chiesa, cioè in concreto, nei confronti del vescovo. Solo così il rifiuto della idolatria di se stesso diviene realtà. Solo così anche dentro di noi sarà vinto Adamo e si dischiuderà la nuova umanità. In un tempo, in cui l'emancipazione è considerata il vero nucleo della redenzione e la libertà sembra essere il diritto di fare tutto e solo ciò che io voglio, il concetto di "obbedienza" è stato, per così dire, anatematizato. E' stato eliminato non soltanto dal nostro vocabolario, ma anche dal nostro pensiero. E', però, proprio questa concezione di libertà che provoca l'incapacità allo stare insieme, l'incapacità di amare. Rende l'uomo schiavo. Perciò l'obbedienza ben compresa deve essere riabilitata ed essere di nuovo valorizzata al centro della spiritualità cristiana e sacerdotale.
3. Applicazioni spirituali
Laddove la cristologia viene compresa in senso pneumatologico-trinitario e così, nello stesso tempo, ecclesiale, ne deriva quasi di per sé - come già abbiamo visto - il passaggio alla spiritualità, alla questione della fede vissuta. Il decreto conciliare - o aspetto anche con indicazioni molto concrete. Vorrei, qui, riprenderne solo un pensiero. Nel nr. 14, il decreto parla del difficile problema di come il presbitero, conteso da un gran numero di compiti spesso molto diversi, riesca a conservare l'unità interiore della sua vita - un problema che, con la crescente mancanza di sacerdoti, minaccia di diventare sempre più la vera crisi della esistenza sacerdotale. Un parroco d'oggi, a cui sono affidate tre o quattro parrocchie, è sempre in giro, da un luogo all'altro; una situazione ben conosciuta dai missionari diventa sempre più la regola anche nei paesi di antica cristianità. Il sacerdote deve cercare di garantire la celebrazione dei sacramenti nelle comunità, è tormentato da lavori amministrativi, si sente sfidato da una complessità di questioni d'ogni genere e a ciò si aggiungono le difficoltà personali di tante persone, per le quali egli a motivo di tutto questo spesso non trova nemmeno tempo.
Strappato qua e là tra tali attività, il prete si sente vuoto e sempre meno in condizione di trovare tempo per il raccoglimento, dal quale potrebbe attingere nuova forza ed ispirazione.
Esteriormente dilacerato ed interiormente svuotato, egli perde la gioia della sua vocazione, che alla fine non sente che come un peso quasi insopportabile. Non gli resta che la fuga. Per superare questa situazione il Concilio ha offerto tre indicazioni. Il fondamento è la comunione intima con Cristo, il cui cibo era il compimento della volontà del Padre (Gv 4, 34). È importante che l'unione ontologica con Cristo divenga viva nella coscienza, e così anche nell'azione: tutto ciò che faccio, lo faccio nella comunione con Lui. Proprio facendolo sono con Lui. Le mie attività, per quanto siano molteplici e spesso esteriormente addirittura contrastanti, costituiscono tuttavia una sola vocazione: Tutto è essere insieme con Cristo, un agire quale strumento nella comunione con Lui.
Di qui poi risulta la seconda indicazione: L'ascesi sacerdotale non deve essere collocata accanto all'azione pastorale, quasi che si trattasse d'un carico aggiunto, d'un compito ulteriore che ancora più sovraccarica la mia giornata. È proprio nell'azione che imparo a superare me stesso, a perdere e donare la mia vita; nella delusione e nel fallimento imparo a rinunciare, ad accettare il dolore, a distaccarmi da me stesso. Nella gioia della riuscita imparo la gratitudine. Nella celebrazione dei sacramenti ne sono io stesso interiormente beneficato; infatti, non compio un qualche lavoro esterno, ma parlo con Cristo e, attraverso Cristo, con il Dio trinitario, e cosi prego con gli altri e per gli altri. Questa ascesi del ministero, il ministero stesso quale vera ascesi della mia vita, è senza dubbio un elemento molto importante che esige, però, un continuo consapevole esercizio e una conformazione interiore dell'agire a partire dall'essere.
Perciò è indispensabile un terzo elemento. Anche se si cerca di vivere sia il servizio come ascesi che l'agire sacramentale come incontro personale con Cristo, si ha bisogno di momenti di respiro, affinché possa essere veramente realizzato questo orientamento interiore. I presbiteri - dice il decreto del Concilio - non lo raggiungeranno, se non penetrano sempre più a fondo con la loro vita nel mistero di Cristo. Molto impressionante è ciò che dice al riguardo San Carlo Borromeo a partire dalla sua esperienza: Il sacerdote, se vuole raggiungere una vera vita sacerdotale, deve usare i mezzi adatti, cioè digiunare, pregare, evitare sia la frequentazione delle cattive compagnie che familiarità dannose e pericolose. "Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento... Rimani raccolto con Dio... Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso... Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate..."(9)
L'espressione "meditare", ripetuta quattro volte, già di per sé dimostra quanto essenziale per questo grande pastore d'anime sia l'approfondimento spirituale rientrato alla nostra azione. E del resto sappiamo quanto radicalmente si sia donato al suo popolo Carlo Borromeo - che esaurito dalla sua dedizione nel ministero morì a quarantasei anni. Proprio quest'uomo che veramente si è consumato per Cristo e, a partire da Lui, per gli uomini, ci insegna che una tale dedizione non è possibile se non con la disciplina e il sostegno di una vera spiritualità di fede. Qui abbiamo da imparare di nuovo qualcosa. Negli ultimi decenni, la vita interiore venne spesso sospettata di intimismo e fuga nel privato. Ma ministero senza spiritualità, senza vita interiore diviene vuoto attivismo. Non pochi sacerdoti, che avevano iniziato la loro missione con grande idealismo, falliscono in definitiva a causa di questa diffidenza per la spiritualità. Aver tempo per Dio, per stare personalmente e intimamente davanti a Lui, è una priorità pastorale di grado uguale, anzi sotto certi aspetti, addirittura maggiore rispetto a tutte le altre priorità. Non si tratta di un carico aggiunto, ma del respiro dell'anima, senza di cui necessariamente restiamo senza respiro - siamo privati del soffio spirituale, del soffio dello Spirito Santo dentro di noi. Anche altre modalità per un recupero spirituale sono importanti ed appropriate, però il modo fondamentale di riprendersi dall'attività e di imparare ad amarla di nuovo rimane la ricerca interiore del volto di Dio, che sempre ci restituisce la gioia di Dio. Uno degli umili e nella loro umiltà grandi parroci del nostro secolo Don Didimo Mantiero (1912-1992) di Bassano del Grappa, ha notato nel suo diario spirituale: "I convertiti erano e sono sempre un'acquisizione della preghiera e del sacrificio di fedeli sconosciuti. Cristo guadagnava le anime non con la forza della sua meravigliosa parola, bensì con la forza della sua costan(10) Le anime, cioè gli uomini vivi, non si possono attirare a Dio semplicemente con la persuasione o con la discussione. Vogliono essere conquistati, attraverso la preghiera, da Dio per Dio. Perciò la spiritualità cristiana è anche l'azione pastorale più importante. Nella nostra progettazione pastorale questo aspetto dovrebbe essere preso molto più in considerazione. Dobbiamo finalmente imparare di nuovo che abbiamo meno bisogno di discussioni e più di preghiera.
Uno sguardo in avanti:
L'unità in Cristo di Antico e Nuovo Testamento
Per concludere vorrei ancora una volta tornare sulla problematica accennata nell'introduzione: Che cosa significa, a partire dal Nuovo Testamento, il sacerdozio della Chiesa? Esiste innanzitutto? Ovvero è giusto il rimprovero, fatto dai Riformatori, che la Chiesa ha tradito la novità dell'evento cristiano e, annullando la svolta di Cristo, ha fatto di nuovo del presbitero un sacerdote? Non avrebbe dovuto restare strettamente fedele alla funzione dell'anziano, senza nessuna sacralizzazione né sacramentalizzazione? Per una risposta corretta a questa domanda non bastano ricerche solamente terminologiche sui concetti di "presbitero" e "hiereus" (sacerdos), originariamente diversi e più tardi uniti. Si deve andare più in profondità; è qui in discussione l'intera problematica della relazione fra Antico e Nuovo Testamento. Il Nuovo Testamento rappresenta sostanzialmente un taglio netto col passato oppure un adempimento, nel quale tutto, anche se trasformato, è ripreso e proprio nel rinnovarsi conservato? La grazia è contro la legge, oppure esiste una relazione interiore fra le due?
Storicamente è innanzitutto da rilevare che, nell'anno 70, il tempio di Gerusalemme fu distrutto e con ciò è scomparso l'intero settore del sacrificio e del sacerdozio che sotto un certo aspetto era stato il cuore della "legge". Il giudaismo, da una parte, ha cercato di conservare quanto qui si era perduto applicando ora le prescrizioni di santità del tempio alla vita dell'ebreo in genere;(11) dall'altra, esso ha ancorato l'eredità perduta del tempio alla sua spiritualità, nella forma di una speranza, orante, nel ristabilimento del culto in Gerusalemme. La sinagoga, che non costituisce se non un luogo di riunione per la preghiera, per l'annuncio e l'ascolto della parola, è un frammento in attesa di ciò che è più grande. Ma una interpretazione strettamente riformatoria del ministero e del culto cristiano riduce il cristianesimo ad immagine della sinagoga, ossia a riunione, parola, preghiera. L'interpretazione storicistica della unicità del sacrificio di Cristo rinchiude sia sacrificio che culto nel passato ed esclude nel presente tanto il sacerdozio quanto il sacrificio. Nel frattempo anche nelle Chiese uscite dalla Riforma si vede sempre più che in tal modo è disconosciuta la grandezza e la profondità dell'evento del Nuovo Testamento. Così non sarebbe affatto adempiuto l'Antico Testamento. Nella risurrezione di Cristo invece il tempio è ricostruito per la potenza stessa di Dio (Gv 2, 19). Questo tempio vivente - Cristo - è egli stesso il nuovo sacrificio, che ha il suo continuato oggi nel corpo di Cristo, nella Chiesa. A partire da questo sacrificio e in riferimento ad esso abbiamo il ministero autenticamente sacerdotale del nuovo culto, nel quale tutte le "figure" trovano il loro adempimento.
Quindi è da respingere una concezione che, riguardo al culto e al sacerdozio, suppone un taglio netto con la storia della salvezza precristiana, negando dunque ogni rapporto tra il sacerdozio dell'Antico e quello del Nuovo Testamento. In tal caso il Nuovo Testamento non sarebbe in adempimento, ma in contrasto coll'Antica Alleanza; sarebbe distrutta l'unità interiore della storia della salvezza. Per mezzo del sacrificio di Cristo e della sua accettazione nella risurrezione l'intero patrimonio cultuale e sacerdotale dell'Antica Alleanza è consegnato alla Chiesa. È tutta questa pienezza del "sì" cristiano che deve essere messa in luce davanti ad un appiattimento della Chiesa sulla sinagoga; solo così si comprenderà l'ampiezza e la profondità del ministero della successione apostolica. In questo senso dobbiamo dire, senza vergogna né richiesta di scuse, ma con grande decisione e gioia: Si, il sacerdozio della Chiesa è continuazione e ripresa del sacerdozio dell'Antico Testamento, che tro. Una tale visione si dimostra importante anche per il rapporto del cristianesimo con le altre religioni del mondo. Per quanto il cristianesimo sia un nuovo inizio, la realtà più grande e totalmente altra che viene da Dio, nondimeno non è affatto riconducibile a pura negazione della ricerca umana. Il movimento di carattere avventizio che si esprime in queste religioni, per quanto distorto e deformato esso possa essere, non è privo di valore.
Tale concezione del sacerdozio non significa affatto una svalorizzazione del sacerdozio comune dei battezzati. E proprio questo, ancora una volta, Agostino ha fatto rilevare in modo bellissimo chiamando tutti i fedeli "servi di Dio", mentre i sacerdoti li chiama "i servi dei servi" e, a partire dalla prospettiva della sua missione, designa i fedeli quali suoi padroni(12). Il sacerdozio del Nuovo Testamento si colloca nella sequela del Signore che lava i piedi ai discepoli: la Sua grandezza non può sussistere se non nella sua umiltà. Grandezza e abbassamento si intrecciano, da quando Cristo, il più grande, si è fatto più piccolo, da quando Egli, che è il primo, ha preso l'ultimo posto. Essere sacerdote vuol dire entrare in questa comunità del farsi piccolo, per partecipare così alla gloria comune della redenzione.
Note
1. Ho illustrato questa reciprocità in modo un po' più ampio nel mio volumetto: Evangelium - Katechese - Katechismus (Munchen 1995) 35 - 43.
2. F. Genn, Trinität und Amt nach Augustinus (Einsiedeln 1986) 181.
3. ibid. 183.
4. Cfr. ad es. R. Aron, Die verborgenen Jahre Jesu (tradotto dal francese, Frankfurt 1962) 237s; J. Neusner, A Rabbi talks with Jesus (Doubleday 1993) 30.
5. Cfr. al riguardo Genn, loc. cit. 101-123; sull'uso generale della parola "Servus Dei" al tempo di Sant'Agostino: P. Brown Augustinus von Hippo (tradotto dall'inglese, Leipzig 1972) 114-118.
6. Genn, loc. cit. 34; 63s; sul concetto antico di carattere (corrispondente greco Stigma, Sphragis) cfr. H. Schlier, Der Brief an die Galater (Göttingen 1962) 284, ivi ulteriore bibliografia.
7. Sermo 293, 1 - 3 PL 38, 1327s.
8. Genn. a.a.O. 139ss.
9. Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177s: Lettura della Liturgia delle Ore del 4 Novembre.
10. L. Grygiel, La "Dieci" di Don Didimo Mantiero (Ed. San Paolo 1995) 54.
11. Cfr Neusner, loc. cit. (Nota 4), ad es. p. 114s.
12. Genn. loc. cit. 117s.
CHIESA
Il sempre più frequente ripetersi di atti di intolleranza contro i cristiani allunga grosse ombre sulla realtà della democrazia in India. In particolare negli Stati ove è al potere il partito Bharatiya Janata, caratterizzato da una visione fondamentalista dell'induismo, i casi di intolleranza si moltiplicano senza che alle denunce dell'accaduto corrisponda alcun efficace impegno delle forze di polizia nella ricerca dei colpevoli. Il più grave tra i casi recenti è quello accaduto lo scorso 12 giugno nella città di Jabalpur (Madya Pradesh). Qui, con un gesto che per gli indù ha un significato specificamente dissacratorio, un gruppo di giovani finora rimasti impuniti ha gettato uova marce e acqua colorata contro la facciata del locale santuario del Bambin Gesù, la cui devozione è molto sentita dai cattolici indiani.
AsiaNews, agenzia sempre ricca di notizie sulla situazione dei diritti civili in Asia, ormai da tempo denuncia casi di aggressioni e vessazioni contro i cristiani in India. Si tenga conto che si tratta di eventi che non si spiegano affatto come reazioni anti-occidentali. L'India è indipendente dalla Gran Bretagna sin dal 1947, e il cristianesimo, seppur largamente minoritario, è radicato nel Paese da secoli, e in particolare da prima dell'inizio della colonizzazione inglese. La vicenda conferma ancora una volta quando sia difficile affermare il principio di laicità in contesti che, diversamente da quello occidentale, non hanno radici cristiane. Tale principio infatti entra nella storia con Gesù Cristo e il suo «Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio».
Prima di lui non ce n'era traccia: autorità politica e religiosa si confondevano, l'Imperatore era anche Sommo Pontefice. E tutt'oggi nelle aree di diversa tradizione la laicità è qualcosa che o non esiste o fatica molto ad affermarsi. Il caso del mondo musulmano è ormai noto a tutti, ma anche nel modernissimo Giappone l'imperatore è pure sacerdote supremo dello Shinto, la religione di Stato.
Finché restò forte l'influsso del pensiero e della testimonianza di vita del Mahatma Gandhi, l'India e l'induismo erano sembrati l'unica cultura non cristiana ove il principio di laicità fosse ben radicato. La storica sconfitta nel 1998 del Partito del Congresso, erede di Gandhi, e l'affermazione del partito Bharatya Janata, BJP, fece invece scoprire che si tratta di un radicamento molto più esile e fragile di quanto in Occidente si pensasse. Anche se oggi il Partito del Congresso è di nuovo al potere in sede nazionale, negli Stati ove governano o il BJP o talvolta anche partiti locali alleati del Congresso, organizzazioni fondamentaliste indù hanno spesso mano libera, omicidi e ferimenti a loro ascrivibili vengono perseguiti solo blandamente dalla polizia, e i tribunali assolvono o danno pene minime ai pochi rei di tali delitti che vengono condotti in giudizio. Anche l'unica grande democrazia asiatica, dunque, ha ancora molta strada da fare sul compimento della piena libertà religiosa.
Era il 2 febbraio del 2003 quando Giovanni Paolo II scriveva all'allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, incaricandolo di redigere un «compendio» del Catechismo della Chiesa cattolica. Si era svolto pochi mesi prima, nell'ottobre del 2002, un congresso catechistico internazionale per fare il punto della situazione a dieci anni dalla pubblicazione, nel 1992, del Catechismo cattolico fortemente voluto da Papa Wojtyla. E proprio in occasione di questo congresso, da più parti, emerse l'esigenza di dotare la Chiesa di uno strumento sintetico, «agile» e «chiaro», per l'opera fondamentale di educazione alla fede. Un'esigenza che Giovanni Paolo II fece subito sua. E chi, meglio del «professor» Ratzinger, poteva rispondere a questo compito? «Conoscendo la capacità e la laboriosità di Lei, signor Cardinale - scriveva Wojtyla rivolgendosi al Prefetto per la dottrina della fede - sono sicuro che l'opera verrà portata a termine in un tempo relativamente breve». E così è stato. Infatti, il 28 giugno verrà presentato ufficialmente il Compendio. Ratzinger - principale redattore del testo - che nel frattempo è stato chiamato a succedere a Giovanni Paolo II sul soglio di Pietro, ha voluto che questo evento fosse celebrato nella maniera più significativa possibile. Per questo, la presentazione del Compendio avrà luogo durante una solenne celebrazione liturgica alla presenza di Benedetto XVI.
Perché un Compendio del Catechismo? A rispondere, in un'intervista rilasciata ad Avvenire il 27 aprile del 2003, è lo stesso Ratzinger. «Il desiderio di un Catechismo breve è nato subito dopo la pubblicazione di quello grande. L'edizione del 1992 - proseguiva il porporato - è un punto di riferimento importante per sapere cosa insegna la Chiesa, ed è per questo utile anche per i non cattolici. D'altra parte però risulta troppo voluminoso soprattutto per il semplice uso catechistico». Ma oltre a questa esigenza metodologica e pastorale, riguardante la struttura e la voluminosità del Catechismo del '92, v'è anche la necessità di rispondere, in qualche modo, a un problema - per così dire - di «disciplina» teologica. Dopo la pubblicazione del testo del 1992, infatti, in diversi Paesi si è tentato in proprio un riassunto più maneggevole ai fini dell'insegnamento del catechismo nelle singole realtà parrocchiali e diocesane. Nessuno di questi tentativi, tuttavia, è riuscito in maniera particolarmente felice. E' lo stesso Ratzinger a ribadirlo nell'intervista citata. Ecco allora, di qui, la necessità - manifestata da molti tra gli stessi pastori - che proprio per iniziativa del Papa si procedesse alla stesura di un Compendio che «superasse» quelli pubblicati e rendesse magisterialmente esplicito, in maniera sintetica, il contenuto del Catechismo del 1992.
Da quanto si è appreso in questi giorni, il Compendio che verrà presentato il 28 giugno si struttura, come il «vecchio» Catechismo di san Pio X, in domande e risposte. Un ritorno all'indietro? - si sono chiesti in molti. Una «cancellazione» dell'insegnamento del Concilio Vaticano II! - hanno obiettato altri. Niente di tutto ciò. Anche perché trattare il cammino e la storia della Chiesa come quello di una qualsiasi altra istituzione umana coglie solo un aspetto della sua essenza e della sua natura. Nella storia della Chiesa, infatti, niente si distrugge, ma tutto matura nel cammino di autocomprensione della fede, nella coscienza ecclesiale chiamata a rispondere, a corrispondere alla missione di Cristo; chiamata a «portare» Cristo nel cammino storico dell'umanità. Sbagliano quindi coloro che ventilano un fantomatico «ritorno al passato» quanto coloro che, anni addietro, dopo la temperie post-conciliare, questo passato volevano mettere tra parentesi, come se millenovecento anni di cammino nella storia fossero cancellabili, «riformabili» e «aggiornabili» dalla prima congrega di intellettuali e teologi progressisti di turno. A questi cultori del deja vu - da una parte - o dell'utopia dall'altra, consigliamo la lettura dei testi «giovanili» del professor Ratzinger, in cui egli espone un concetto originalissimo di «tradizione» e di «rivelazione», intesi come fatti dinamici e quindi mai racchiudibili nelle vuote scatole delle categorie ideologiche di «progressismo» e «tradizionalismo» ecclesiale.
Pio X e Giovanni Paolo II
Proprio riguardo a san Pio X, tanto per spazzare via tutte le letture parziali e schematiche della storia della Chiesa, è interessante leggere cosa disse di lui Giovanni Paolo II - uno che nella vulgata ecclesialmente corretta è considerato agli antipodi di Papa Sarto - in occasione del 150° anniversario della sua nascita, nel 1985. «Fin da giovane sacerdote - disse Wojtyla - lottò contro l'ignoranza religiosa, si prodigò verso i poveri contribuendo alacremente per la loro promozione sociale...Soprattutto, visse in mezzo a molte lotte il suo pontificato, operando con coraggio, talvolta nell'incomprensione e nel pianto, ma con decisa volontà di salvare la Chiesa dal rischio di dottrine alienanti per l'integrità del Vangelo. Egli lavorò con grande sincerità per mettere in luce le pieghe subdole del sistema teologico del modernismo, con grande coraggio, mosso nel suo impegno solo dal desiderio di verità, affinché la rivelazione non venisse sfigurata nel suo contenuto essenziale». Un giudizio - questo - che smaschera la parzialità di coloro che leggono la storia della Chiesa e della fede con gli occhiali dell'ideologia e del proprio tornaconto ecclesiale ed intellettuale.
Un'ulteriore conferma del fatto che la pubblicazione del Compendio non va letta come un banale «salto all'indietro», ma come lo sforzo - da parte della Chiesa - di meglio rispondere alla missione di testimonianza ed educazione alla fede nel cammino dei secoli, ci viene ancora dalle parole di Ratzinger nell'intervista ad Avvenire del 27 aprile 2003. Alla domanda del giornalista che chiedeva al porporato se il ritorno alla formula della domanda-risposta fosse un ritorno tout court al Catechismo di san Pio X, il «custode» della dottrina della fede rispondeva: «L'uomo ha le sue domande e la fede si presenta come risposta a queste domande. Così - proseguiva - proprio in un periodo come quello odierno, in cui il dialogo è ritenuto giustamente essenziale nell'educazione alla fede e nella relazione tra i vari gruppi umani, mi sembra naturale che il metodo dialogico domanda-risposta trovi applicazione in un libro come il Compendio». E ancora, tanto per ribadire che niente, nella tradizione della Chiesa, viene per così dire «abrogato» e cancellato a colpi di bianchetto, Ratzinger sottolineava che il Catechismo di san Pio X non è da ritenersi «sorpassato» oppure da considerarsi come un pezzo d'antiquariato da venerare come memoria del bel tempo che fu. «La fede come tale - disse Ratzinger - è sempre identica. Quindi anche il Catechismo di san Pio X conserva sempre il suo valore. Può cambiare invece il modo di trasmettere i contenuti della fede. E quindi ci si può chiedere se il Catechismo di san Pio X possa in questo senso essere considerato ancora valido oggi. Credo che il Compendio che stiamo preparando possa rispondere al meglio alle esigenze di oggi. Ma questo non esclude che ci possano essere persone o gruppi di persone che si sentano più a loro agio col Catechismo di san Pio X». Più chiaro di così...
Ma c'è - concludendo - un aspetto ancor più importante da sottolineare riguardo alle motivazioni che hanno spinto la Chiesa a dare vita al Compendio. Storicamente, i Catechismi nascono in momenti particolari, nei quali è necessario ribadire e riaffermare la Verità e le verità di fede in mezzo agli agenti - esterni od interni - che possono minarle alla base. Così fu per san Pio X, che si trovò a fronteggiare all'interno il modernismo e all'esterno la rivolta anticristiana della maggior parte della cultura di fine Ottocento e del primo Novecento. Così è stato per Giovanni Paolo II, che nel 1992 pubblicò il Catechismo della Chiesa Cattolica come risposta, all'interno, alla deriva post-conciliare che tendeva a porre il depositum fidei nelle mani dell'élite teologica; e, all'esterno, al primo emergere degli esiti relativistici ed edonistici della cultura novecentesca dopo la fine delle ideologie. Ora è la volta del Compendio al Catechismo del '92, un'opera cui Joseph Ratzinger ha lavorato intensamente come cardinale e su cui - paradossi della storia - si trova ora a dare l'imprimatur come Papa.
Nell'attesa di poter accedere, il 29 giugno, al testo del Compendio, vale la pena riportare ancora un'osservazione ratzingeriana del 2003. «C'è un certo antidogmatismo - rilevava il cardinale - che è vivo in molti cuori; e soprattutto il movimento catechistico postconciliare ha accentuato l'aspetto antropologico della questione e ha creduto che un catechismo, essendo troppo dottrinale, sarebbe di impedimento al necessario dialogo con l'uomo di oggi. Noi siamo convinti del contrario. Per dialogare bene è necessario sapere di cosa dobbiamo parlare. È necessario conoscere la sostanza della nostra fede. Per questo - concludeva - un catechismo oggi è più che mai necessario». Se pensiamo, oltre a ciò, che ad ottobre Benedetto XVI, per una «lezione» di catechismo, accoglierà in Vaticano molti bambini che hanno ricevuto quest'anno la prima comunione, ecco che davanti a noi si staglia la figura singolare di un Papa «catechista». Nel tempo dell'«esito catastrofico della catechesi moderna» (parole di Ratzinger) all'interno, e della «dittatura del relativismo» all'esterno, un catechista singolare per tempi bisognosi di verità e di identità.
Gianteo Bordero Ragionpolitica 25 giugno
IL CONFRONTO
Il filosofo:«Anche sul tema dei diritti dobbiamo cercare di non fermarci al semplice elemento naturale» Il teologo: «Per il pensiero dell’Occidente la razionalità è aperta alla verità e si lascia sempre misurare dalla realtà»
Di Maurizio Cecchetti
Bodei: «L'embrione? Iniziamo a considerarlo un progetto»
«Non si possono accettare definizioni
come "ricciolodi materia" Occorre ricordare
che noi tutti siamo ospiti della vita»
Il dialogo fra credenti e non credenti sulla difesa della vita e le tecniche di procreazione assistita, coinvolgendo lo statuto dell'embrione, ha un fondamento condiviso da tutti i partecipanti alla discussione oppure no? Auspicando il dialogo, la prima cosa da stabilire dovrebbe essere l'accordo sulla definizione di vita umana. Si può parlare di persona fin dal primo istante in cui l'individuo viene concepito? Domande che sono state alla base del confronto sul referendum. Domande cui oggi non tutti danno risposte univoche, anzi. Il giudizio sul referendum del filosofo Remo Bodei è chiaro: «È stato un errore, perché ha toccato punti di polemica accesa su qualcosa che andrebbe esaminato con pacatezza. C'è da dire poi che questo referendum era sbagliato, rispetto a quelli sul divorzio e sull'aborto, anche perché riguardava una piccolissima minoranza di persone. Ci vorrà molto tempo per decantare i toni, oggi siamo molto confusi sulle risposte da dare a quelle domande fondamentali e per di più ci troviamo eredi di tradizioni vecchie che pretendono schieramenti preventivi su questioni più generali che riguardano tutti, come quella appunto dell'inizio della vita».
Che cos'è l'embrione? È vita in senso generale, è persona, è, come qualcuno ha detto durante il referendum, «materiale umano»?
«La risposta non sta nel dire che cosa sia l'embrione, ma come venga valutato. Penso che stabilire se l'embrione sia un essere umano subito o 14 giorni dopo il concepimento, è questione di lana caprina. D'altra parte attribuire istantaneamente al concepito la qualifica di persona mi pare eccessivo».
Sergio Givone in un'intervista pubblicata da «Avvenire» domenica parla dell'embrione come di «qualcosa di umano». Lei che ne pensa?
«Penso che sia un progett o di vita, ma ripeto parlare di persona per me è prematuro, anche perché immediatamente questa definizione rimanda a una tradizione di pensiero che è molto connotata dal cristianesimo. Penso a Mounier, per esempio. Credo invece che la posta in gioco sia un altra: si tratta di stabilire che cosa sia oggi la difesa della vita. C'è molto disorientamento in giro, e si sente la necessità di tornare a certe categorie metafisiche».
La difesa della vita, secondo la Chiesa e anche secondo alcuni laici, mette in gioco il riferimento al diritto naturale. Bisogna ripartire da lì?
«La faccenda del diritto naturale si presta facilmente a quella che chiamerei la "lotteria naturale". Non penso che si possa accettare tutto ciò che accade come eticamente positivo. Ho dei dubbi sulla positività di impiantare un embrione che sia a rischio di malformazioni soltanto perché questo è quanto la natura ha stabilito in quel caso. La grandezza del diritto non risiede nelle norme stabilite dalla natura, ma proprio nella nostra capacità di assegnare dei diritti. Oggi la Chiesa si candida a sopperire dall'interno quei valori che la democrazia ha smarrito. Per questo c'è bisogno di persone di buon senso, che ragionino senza steccati, su una rivoluzione che sta producendo molti choc, come appunto quella della bioingegneria».
Resta la domanda di prima: l'embrione è da tutelare in quanto «progetto di vita» oppure vi sono altri soggetti in gioco che hanno più diritti di lui?
«Credo che sia banalizzante ridurre un momento tragico come quello dell'infertilità e delle tecniche per risolverlo a una questione di procedura. La vita certo non va ridotta a supermercato, ma bisogna capire anche l'angoscia di certe coppie. Direi che in un mondo perfetto l'embrione andrebbe tutelato in quanto potenzialmente può diventare persona. Ma nel mondo imperfetto in cui viviamo questo confligge con altre esigenze che non vanno sottovalutate. Si deve tener conto di situazioni dove la perfezione n on è data. Non si può considerare l'embrione un "ricciolo di materia", direi che questo però va posto in una dimensione più ampia che ci vede come "ospiti della vita". La vita è più grande di noi, funziona e progredisce anche senza coscienza. Ecco, questo stupore verso la vita va tutelato, non bisogna farlo cadere nella mercificazione».
Coda: «Credenti e laici insieme
per ripartire dalla ragione»
«La riflessione sull’esistenza umana
non è un’esclusiva cristiana E può applicarsi
davvero solo in rapporto all’altro»
Su che cosa si può convergere volendo dare alla difesa della vita quella priorità che le spetta? C’è un punto che unisce fin da ora laici e credenti? A queste domande il teologo Piero Coda risponde che vi sono due prospettive di cui occorre tener conto: quella soggettiva e quella oggettiva. Nel primo caso, laici e credenti possono ritrovarsi attorno a un tavolo muniti del «riferimento aperto alla forza della razionalità, non soltanto come capacità tecnica, ma anzitutto come rischiaramento dell’esistenza umana e dei suoi valori. Parlerei di fede nella razionalità umana, perché è vero che sia il laico che il credente hanno fiducia in essa, e sia Giovanni Paolo II con la Fides et ratio, sia Benedetto XVI nella propria riflessione di teologo, hanno valorizzato questo incontro tra fede e ragione».
Il piano oggettivo, invece, che cosa implica?
«Il riferimento alla dignità umana nella sua integrità».
Qualcuno obietta che esistono molte razionalità, e molte visioni culturali. Come metterle d’accordo su una materia così delicata come quella della difesa della vita sin dal concepimento?
«La razionalità è soggetta a più interpretazioni, questo è vero. Ma può, per questa ragione, essere anche soggetta a visioni di carattere ideologico. La prospettiva principale del pensiero occidentale vede la razionalità come apertura alla verità, ma soprattutto come ciò che si lascia misurare dalla realtà oggettiva. Non dunque come qualcosa che vuole imporre alla realtà una certa inclinazione».
Si è discusso se riconoscere al concepito fin dal primo istante la qualità di persona. Alcuni laici, pur disposti a ragionare sulla difesa della vita, faticano ad accettare che si possa parlare di persona per l’embrione fin dai suoi primissimi giorni. Che cosa si intende dunque per persona?
«Ciò che si intende per persona umana va riconosciuto nelle sue condizioni oggettive di possibilità fino dal momento in cui si manifesta come singolarità. La persona non si esaurisce nella sua capacità di coscienza e di autonomia, e perciò non va escluso da questa categoria umana chi si trova per esempio in uno stato vegetativo».
In ragione di cosa un individuo in coma vegetativo è ancora persona?
«Nel suo appartenere alla specie umana anche se non può esercitare certe facoltà. Vale a dire, è persona in quanto ontologicamente capace di esercitare tali facoltà anche se ora è impossibilitato a farlo».
È una prospettiva a suo modo vertiginosa. Se non altro perché il concetto di persona non appartiene a tutte le culture sulla scena planetaria. Anzi, qualcuno ritiene che sia molto condizionato dalla tradizione del cristianesimo.
«Certamente il concetto di persona è stato forgiato nella tradizione della rivelazione cristiana. Ma sarebbe sbagliato considerarlo un ferrovecchio dei credenti, inadeguato alle sfide che oggi ci pone il progresso delle scienze umane. Al contrario, credo che sia ancora lo strumento più ricco di possibilità, che va sviluppato proprio nel confronto con le scienze umane. Anche per chi non crede, la persona indica che l’esistenza umana è in se stessa un valore non negoziabile, in un contesto di relazionalità. L’esistenza umana si dischiude nella relazione con l’altro, è anche un prendersi cura dell’altro. Provate a chiedere a una madre che abbia un figlio handicappato se non lo vede ugualmente come sua creatura e se non darebbe la vita per proteggerlo...»
Supponiamo che la scienza ci dimostri un giorno che l’em brione non ha quella individualità che consente di definirlo una vita umana o una persona. Che cosa cambierebbe nella difesa della vita fin dal primo concepimento?
«Nulla, credo. Anche perché mi pare difficilmente sostenibile e persino contraddittoria come probabilità. Scientificamente e filosoficamente noi intendiamo come vita umana ciò che ha una identità singolare. La difesa della vita dal primo giorno non cambierebbe perché è vita ciò viene a costituirsi come entità umana ontologicamente distinta, anche se ancora non si manifesta come singolarità».
VERITATIS SPLENDOR
El Foro de la Familia presentará mañana un millón de firmas antes de que el Congreso apruebe la ley
F. Martínez
Manifestación convocada por el Foro de la Familia el pasado 18 de junio
Madrid- Ni por activa –una manifestación de más de un millón de personas– ni por pasiva –declaraciones en todos los medios exigiendo una reunión con el Gobierno–. Zapatero no se ha dado por aludido y ha hecho oídos sordos ante todas las solicitudes de reunión del Foro Español de la Familia. La respuesta de esta organización será la anunciada: el jueves se concentrarán en la Puerta del Sol a las 14:00 de la tarde para volver a mostrar su rechazo contra una ley, la de matrimonios homosexuales, que se aprueba ese mismo día en el Congreso y que, a su juicio, los perjudica gravemente.
Las cosas no quedan ahí. Un día antes, es decir mañana, entregarán un millón de firmas ante la junta electoral central contra esta iniciativa legislativa y a favor de una del Partido Popular que rechaza que las uniones entre homosexuales se denominen «matrimonio».
Cambio en la actitud. Los argumentos para la nueva concentración no han variado sustancialmente desde la manifestación del pasado 18-J. Lo que sí que ha cambiado es la actitud ya que, después de la respuesta social que se logró en la manifestación, los organizadores pensaban que el presidente del Gobierno se iba a sentar con ellos e iba a escuchar todas sus propuestas.
«Como no ha dado señales de vida y como sólo se ha reunido con un sector minoritario, seguiremos adelante». La única arma que le queda al Foro Español de la Familia y a todas las organizaciones afines a él es la protesta y por ello el jueves han llamado a las familias a que salgan a la calle para decir «no» a la regulación jurídica del matrimonio entre personas del mismo sexo.
«Lo que no es posible –dicen integrantes del Foro– es que este presidente hable de diálogo y sólo dialogue con unos. Si se sienta a hablar, que hable con todos».
Esta marcha, en la que no se espera una afluencia como la del 18 J, convoca a las familias –«las grandes perjudicadas por esta iniciativa», dicen desde la organización– a que se reúnan nuevamente para mostrar su más rotundo rechazo a que las parejas de gays tengan la misma denominación que las compuestas por un hombre y una mujer.
El Partido Popular, que ya envió una nutrida delegación a la marcha del 18-J, decidirá entre hoy y mañana si acude a esta nueva convocatoria. A última hora de la tarde de ayer, fuentes del Partido Popular aseguraron que todavía no se ha decidido qué dirigentes populares acudirán a la movilización promovida por el Foro de la Familia, sino que la dirección nacional determinará en los próximos días su delegación.
El Foro, que ha encabezado desde el principio la batalla contra esta iniciativa, presentará mañana un millón de firmas en la Junta Electoral Central en la que muestran su apoyo a la Iniciativa Legislativa Popular contra el matrimonio de homosexuales. Esta Iniciativa Legislativa busca modificar los artículos 44 y 175 del Código Civil, para establecer explícitamente que «el matrimonio esta compuesto legalmente sólo por la unión entre un hombre y una mujer», y que la adopción de menores sólo pueda ser posible «cuando los adoptantes son el hombre y la mujer unidos en matrimonio».
Este jueves a las 14 h. en Sol: ¡volvemos a salir a la calle!
Sábado 25 de junio | Familia
El 30 de junio (este jueves) el Congreso votará y (si Dios no lo remedia) aprobará la Ley anti-familia de Zapatero. ¡Todavía podemos hacer algo para parar la Ley! HazteOir.org y el Foro Español de la Familia convocan a todas las familias españolas a una concentración legal y pacífica en la Puerta del Sol (Madrid). Será este jueves a las 14 h.
· La convocatoria irá precedida el miércoles a las 21 h. por concentraciones en otras ciudades
· Consigue aquí tu pancarta para ir a la concentración
· Bájate el cartel de la convocatoria de Madrid (1.812 KB, formato JPG)
· Encuesta: ¿Por qué crees que Zapatero se empeña en no recibir y no dialogar con las asociaciones familiares?
De esta forma, las familias volveremos a compartir la calle en defensa de nuestros derechos. En la concentración podremos disfrutar de la representación teatral: “El entierro de la familia”.
Ante la negativa de Zapatero de dedicar unos minutos a escuchar a las familias, digámosle desde la calle: ¡Escúchenos! ¡Pare la Ley anti-familia!. Un gobernante que no es capaz de escuchar al pueblo, debería dimitir. ¡Proclámalo en la calle!
Nos vemos este jueves (30J), a las 14 h., en la madrileña Puerta del Sol, muy cerca del Congreso.
Ahora más que nunca, tu participación es esencial.
¡Todavía podemos tumbar la Ley anti-familia!
¡La familia te necesita!
¡Contamos contigo!
Los datos de la concentración por la familia:
Concentración por la familia, el matrimonio y la infancia
¿Qué pedimos? La retirada inmediata del proyecto de Ley anti-familia y 5 nimutos de la apretada agenda de Zapatero
¿Cuándo? El jueves 30 de junio, a las 14 h.
¿Dónde? En Madrid, en la Plaza del Sol, punto kilométrico cero, muy cerca del Congreso
¿Es legal? Sí, el Delgado del Gobierno ya ha autorizado esta concentración
¿Qué hay que llevar? Tu entusiasmo, ganas de gritar, y al menos un cartel.
Otros recursos:
Bájate tus pancartas desde aquí, o coge los que llevaste el 18J, y no te olvides traértelos a la concentración
¿Cómo llegar? Pincha aquí para ver el mapa.
Reenvía esta alerta a todos tus contactos.
Envía un SMS a tus amigos:
Jueves 30J a las 14:00: votación final Ley gays en el Congreso. ¡Concentración por la familia en Sol! Acude con tu familia. Más info: www.hazteoir.org. ¡Pásalo!
Más información en los foros de HazteOir.org. Pulsa aquí
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Vota en el e-Referéndum sobre la familia antes del miércoles
MADRID, 27 Jun. 05 (ACI).- El Director de la Oficina de Prensa de la Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, aseguró en Madrid que cuando los legisladores aprueban normas “contra el derecho natural y el sentido común”, se desautorizan a sí mismos.
A pocos días de la eventual aprobación en la Cámara de Diputados del proyecto de ley que equipararía las uniones homosexuales al matrimonio, el vocero vaticano consideró que en estos casos, “la primera víctima es el legislador, porque pierde autoridad y abre la puerta” a protestas lícitas como la objeción de conciencia.
Navarro Valls visitó España para recibir un doctorado honoris causa por la Universidad Cardenal Herrera-CEU, junto al Premio Nobel de Medicina 1997, Stanley B.Prusiner.
Aunque aclaró que no habla en nombre del Vaticano, el director indicó que “si la más alta instancia sobre la conducta de una persona es su conciencia, ésta es inviolable y no puede ser violada por otra de rango inferior como es el Derecho positivo”.
Al respecto indicó que "quien actúa en contra de su conciencia, abdica de sí mismo" y es ahí donde radica el "problema de la conciencia formal", que se constituye "sobre la verdad, no sobre opiniones". De no ser así, "se produce una confusión entre los derechos, que van con la naturaleza del ser humano, y los deseos o caprichos".
En diálogo con la prensa local, reiteró que decidió seguir al frente de la Oficina de Prensa del Vaticano, a pesar de haber presentado su renuncia a Benedicto XVI luego de 20 años de trabajo, porque “es muy difícil decir que no a un Papa”.
Según Navarro-Valls, el Pontífice es “uno de los mejores pensadores de la Humanidad del momento actual” y su producción filosófico-teológica es de “una calidad intelectual extraordinaria”.
Evocó que este Pontífice trabajó junto a Juan Pablo II “durante muchos años, sobre todo en los temas más importantes de la Iglesia”. “Prácticamente todo lo que Juan Pablo II escribía –encíclicas, discursos o libros– todo era enviado antes al Cardenal (Ratzinger) para que le diera su aprobación”, recordó.
Redacción - 28/06/2005 Una fotografía del presidente del Gobierno, José Luis Rodríguez Zapatero, sobre un titular que reza "Zapatero. Un país mejor", constituye la portada del mes de julio, a modo de número honorífico, de la revista emblemática para el colectivo homosexual, Zero. En un artículo en el interior, el jefe del Ejecutivo afirma que la ley del "matrimonio" homosexual consolidará a España en el mundo "como símbolo de paz, derechos y tolerancias".
El presidente del Gobierno, José Luis Rodríguez Zapatero, protagonista del número de julio de la revista por excelencia del colectivo homosexual, Zero , asegura en un artículo dedicado a la ley del "matrimonio" homosexual que esta norma consolidará a España en el mundo "como símbolo de paz, derechos y tolerancias". "No lo hemos sido siempre, pero podemos y debemos serlo ahora; así nos hacemos cada día un país mejor", subraya el jefe del Ejecutivo.
Para Rodríguez Zapatero, está en juego mucho más que el derecho a casarse, por lo que la aprobación de la ley marcará "un antes y un después, una fecha que pasará a la historia como el día en que lesbianas y gays se vieron reconocidos y alcanzaron la igualdad formal".
El presidente del Gobierno destaca que la ley, que dice estar respaldada "por la mayoría ciudadana, política y parlamentaria", es símbolo de lo que debe ser una democracia moderna, y recuerda que "trabajar por la igualdad nunca ha sido fácil", porque "siempre han existido resistencias a que mujeres y hombres, con independencia de cualquiera de sus diferencias, fuéramos libres e iguales".
A su juicio, la reivindicación del derecho al matrimonio entre personas del mismo sexo "emana del espíritu mismo" de la Constitución y "no sólo no va contra nadie, sino que va a beneficiar a toda la sociedad, porque suma sin restar".
Zapatero, convencido de que la ley "nos hace mejores como país", porque "dignifica a quienes no han sido justamente tratados durante muchos años", destaca que el objetivo es ampliar el derecho que tiene "cada ser humano a elegir libremente el camino de su vida y de su búsqueda de la felicidad".
Por otra parte, el presidente del Gobierno asegura que, como ciudadano, se siente orgulloso de que el país "sea referencia de igualdad y respeto"; como hombre, aspira a que España sea un ejemplo de convivencia con igualdad plena de derechos; y, como presidente, considera que debe asumir "el desafío de hacer de España un símbolo de paz y tolerancia".
En su artículo, rinde además homenaje a los colectivos de lesbianas, gays y transexuales por trabajar "con grandes dosis de valentía, responsabilidad e imaginación en pos del sueño de un país donde nadie fuese discriminado".
La razon 27 giugno
La Asociación de Médicos Cristianos denuncia que la investigación con células madre responde a intereses políticos
Redacción - 28/06/2005 El presidente de la Asociación de Médicos Cristianos de Cataluña, Josep María Simón, explicaba ayer en declaraciones a la agencia Veritas, que la autorización de proyectos de investigación con células madre responde a intereses políticos y aboga por una investigación centrada en células madre adultas.
Según informa la agencia católica Véritas, el presidente de la Asociación de Médicos Cristianos de Cataluña, Josep María Simón, declaró, tras conocerse que Sanidad ha aprobado el quinto proyecto de investigación con células madre embrionarias en España, que "una bioinvestigación organizada en España requiere muchos recursos que no se pueden repartir, así como apostar por una sola línea de investigación segura como la de las células madre adultas".
Simón ha denunciado que la autorización de estos proyectos responde a intereses políticos y también mediáticos. “Las autonomías luchan para obtener la financiación para sus proyectos y muchas protestan acaban con subvenciones que hacen que la inversión en este tipo de investigación, que no da para que cada comunidad autónoma tenga una investigación, se vaya fragmentando”, asegura el presidente de los médicos católicos catalanes.
Hasta ahora, el ministerio ha autorizado tres proyectos a la Junta de Andalucía (dirigidos por Bernat Soria, José López Barneo y Ángel Concha López), uno a la Generalitat Valenciana (dirigido por el investigador Carlos Simón) y el último a la Generalitat de Cataluña (dirigido por Anna Veiga y Juan Carlos Izpisúa), explica Veritas.
Por otra parte, Josep María Simón también se muestra convencido de que en la investigación con células madre en España intervienen también intereses ideológicos, ya que "algunos piensan que investigar con embriones humanos es progresista, aunque esta investigación no dé resultados”, apuntó.
De esta manera, la Asociación de Médicos Cristianos de Cataluña, aboga por una investigación centrada en células madre adultas, no sólo por razones morales, sino incluso únicamente por criterios de rentabilidad “porque ya ha dado resultados”.
Además, Simón lamentó que este tipo de investigación científica “se salte el procedimiento habitual de experimentar con primates superiores antes de hacerlo con personas”.
http://www.analisisdigital.com/Noticias/Noticia.asp?id=4298&idNodo=-3
SOCIETA’
Il 26 giugno del 1945 nasceva a San Francisco l'Organizzazione delle Nazioni Unite per iniziativa di Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Gran Bretagna. Il successivo 24 ottobre, data della ratifica del trattato di fondazione da parte dell'Unione Sovietica, l'organismo diventava operativo accogliendo quindi altri 47 stati fondatori. Oggi compie 60 anni e i suoi membri sono 191. L'anniversario non è esattamente una lieta ricorrenza, soprattutto per i milioni di esseri umani sparsi per tutto il pianeta, sopravvissuti a carneficine e massacri che l'ONU non ha saputo evitare e che portano nell'anima e nel corpo ferite di cui il più potente degli organismi internazionali è corresponsabile per aver trascurato la sua fondamentale missione di difendere libertà, giustizia, diritti umani e pace.
I fallimenti ONU si susseguono a un ritmo tale da far dimenticare quelli più lontani nel tempo. Il più recente riguarda il Sudan. Migliaia di caschi blu vanno a vigilare su una pace che non dovrebbe aver bisogno di interposizione perché è frutto di trattative durate anni tra il governo di Khartum e il movimento indipendentista Spla di John Garang. In compenso, secondo il Consiglio di sicurezza, nelle regioni occidentali del Darfur sudanese (centinaia di migliaia di morti, condizioni di vita disperate per i vivi, due milioni tra profughi e sfollati: a detta di tutti la peggior crisi del momento) non si configurano le condizioni di un intervento d'interposizione non trattandosi né di genocidio né di crimini contro l'umanità.
All'inizio dell'anno è stato lo tsunami dell'Oceano Indiano a mostrare l'inefficienza organizzativa del Palazzo di Vetro e per fortuna il soccorso è arrivato ugualmente nel volgere di poche ore grazie ai Paesi donatori guidati dagli Stati Uniti. Andando a ritroso ci si imbatte nel caso iracheno e nel programma Oil for Food: 17 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza contro Saddam Hussein, nessuna delle quali è stata rispettata, mentre il dittatore incamerava denaro con la complicità interessata dei vertici ONU. Lo scandalo coinvolge lo stesso Segretario Generale, ma che dire allora del suo predecessore, l'austriaco Kurt Waldheim, eletto nel 1971 malgrado i suoi trascorsi di nazista?
Forse l'omissione più tragica della storia delle Nazioni Unite è quella che ha permesso all'etnia Hutu di tentare lo sterminio dell'etnia rivale Tutsi. È accaduto in Rwanda nel 1994. In 100 giorni, secondo le stime ufficiali, furono massacrate 938.000 persone, alle quali vanno aggiunte quelle, numerosissime, uccise negli anni successivi. Informato del pericolo dal generale che guidava un piccolo contingente ONU nel Paese, Kofi Annan, allora responsabile delle operazioni di peacekeeping, si appellò al principio di imparzialità per rifiutare un intervento che definì incompatibile con il mandato ONU. Nel vicino Burundi, la stessa rivalità etnica ha provocato almeno 300.000 morti e, per rimanere in Africa, a milioni si contano le vittime dei conflitti in Congo RD, Somalia, Sierra Leone, Liberia, Angola, Mozambico... che le Nazioni Unite con le loro risoluzioni e le loro missioni non hanno salvato. Cipro, Bosnia, Srebenica, Timor Est: questi e altri nomi evocano altrettanti fallimenti dalle dolorosissime conseguenze per le popolazioni coinvolte.
Un capitolo a parte, poi, va riservato ai tribunali speciali delle Nazioni Unite. Il più celebre e dispendioso è quello istituito per giudicare gli oltre 120.000 rwandesi accusati di genocidio. Ha sede ad Arusha, Tanzania, e a distanza di dieci anni ha emesso meno di 30 sentenze condannando a sofferenze indicibili i reclusi in attesa di giudizio nelle carceri rwandesi che definire sovraffollate è un eufemismo. La resa è venuta lo scorso anno con l'istituzione di centinaia di tribunali locali, sul modello di quelli tradizionali: sono gestiti dalla popolazione stessa e hanno già provocato la fuga nei Paesi vicini di migliaia di persone convinte - e chi può dar loro torto - che serviranno solo a istituzionalizzare delle vendette private.
Il tribunale speciale ONU meno noto è invece quello istituito per giudicare i responsabili del genocidio cambogiano. Se ne parla pochissimo per la buona ragione che, 25 anni dopo la fine del regime dei khmer rossi, non ha ancora neanche incominciato i lavori: e intanto nel 1998 Pol Pot è morto per cause naturali.
Anna Bono (Ragionpolitica)
Pubblicato su L’Italia settimanale del 7 luglio 1993
di Maurizio Blondet
L’Onu spara in Somalia, e i benintenzionati credenti nella "solidarietà internazionale" si scandalizzano. I Caschi Blu non sono angeli? Lo stupore è fuori luogo: l’Onu sta semplicemente tornando alla sua vocazione originaria, ai motivi profondi che la fecero nascere.
League to Enforce Peace, ossia "Lega per imporre la pace" doveva chiamarsi, per le due eminenze grigie che la inventarono, la Società delle Nazioni, alla fine della Grande Guerra. Che sia stato il presidente americano Woodrow Wilson a proporla è un’idea tenacemente e falsamente accreditata dai libri di storia. A Wilson l’idea fu suggerita da uomini a cui non poteva dire di no.
«Non pare che Wilson abbia studiato seriamente il programma della Lega per imporre la Pace» scriveva il "colonnello" E. Mandell House nelle sue Private Papres (diari privati) nel 1916. Grande manipolatore delle campagne elettorali democratiche, Mandell House era uno dei due "suggeritori" di Woodrow Wilson dietro le quinte. Ma anch’egli obbediva a qualcuno più in alto di lui: Bernard Baruch, il superfinanziere. Mai eletto da nessuno, ma compratore primario del debito americano, Baruch ha condizionato ("consigliato", dicono i biografi servili) una mezza dozzina di presidenti, da Wilson in poi; nel 1952 "consigliava" ancora Eisenhower. Durante la guerra, Baruch s’era fatto mettere dal debole, utopistico Woodrw Wilson alla testa del War Industries Board, l’ente di pianificazione dello sforzo bellico, da lui stesso proposto. Un potere immenso su tutta l’industria americana, come ammise Baruch stesso davanti ad una Commissione del Congresso: «Era mia la decisione finale se i materiali dovessero arrivare all’Armata o alla Marina, all’amministrazione ferroviaria o agli alleati… se le locomotive dovessero essere usate in Russia o in Francia». Il War Industries Board funzionò, come accusò il senatore William J. Graham, capo dell’apposita commissione d’indagine che il Congresso allestì nel 1919, «come un governo segreto degli Stati Uniti (…) e lo fece dietro porte chiuse, mesi prima che il Congresso dichiarasse guerra alla Germania». Un governo degli Stati Uniti? Un governo di fatto mondiale fu quello che Baruch provò l’ebbrezza di guidare allora: la pianificazione centralizzata dell’economia della superpotenza, dunque planetaria. Una pianificazione efficace, perché guidata da un finanziere. Levin la invidiava apertamente: «Avessimo qui Bernard Baruch!» gli capitò di esclamare nella Mosca delle carestie bolsceviche.
Quel potere totale Baruch tentò di perpetuarlo anche dopo la guerra: di qui la sua idea della "Lega per imporre la Pace", intesa come «resa effettiva della disponibilità della forza armata», in difesa di «un nuovo ordine internazionale». A questo progetto lavorarono, durante la Conferenza di pace di Parigi, li uomini di Baruch: Sidney Mezes, cognato di Mendell House, Isaiah Bowman, direttore della American Geographical Society, il giornalista Walter Lippman e altri del cosiddetto gruppo Inquiry, i futuri fondatori del Council for Foreign Relation.
Il progetto dovette essere sospeso, per la fortissima opposizione che incontrò anche in Usa. Nessuna delle potenze vincitrici volle mettere truppe a disposizione della Lega; lo stesso Woodrow Wilson (in uno scatto di indipendenza dai suoi suggeritori, che dovette poi amaramente pagare) dichiarò che, come presidente americano, solo lui, non un altro potere soprannazionale, poteva ordinare di morire a soldati americani. Si dovette rinunciare al nome programmaticamente orwelliano: La Lega per imporre la Pace divenne la Società delle Nazioni.
Ma dopo la seconda guerra mondiale, eccolo ormai decrepito Baruch rilanciare il suo progetto dal podio della commissione per l’Energia Nucleare dell’Onu il 14 giugno 1946. Nessuno osò domandare quale diritto avesse il vecchio finanziere, privato cittadino, di parlare da quel podio. Lo ascoltarono servili mentre descriveva il suo piano, ampliato secondo i tempi: fare delle Nazioni Unite una «autorità con il monopolio dell’atomica» a scopo «punitivo». «Dobbiamo infliggere un castigo immediato, spiccio e sicuro a chi violerà i patti raggiunti tra le nazioni - scandì Baruch - la penalizzazione è essenziale se la pace ha da essere qualcosa di più che un intervallo fra due guerre. E le nazioni Unite debbono prescrivere la responsabilità personale e il castigo secondo i principi applicati a Norimberga … I popoli delle democrazie non hanno nulla da temere da un internazionalismo protettivo, mentre non vogliono essere ingannate da vociferazioni attorno a ristrette sovranità, che è la parola d’oggi per isolazionismo». Nel ’52, il candidato presidenziale democratico senatore Taft si dichiarò contro il governo mondiale dell’Onu: «la pace va perseguita non distruggendo e fondendo gli Stati-nazione, ma sviluppando rapporti legali tra gli Stati-nazione». Bernard Baruch, che si era sempre dichiarato un «fanatico democratico», sostenne il repubblicano generale Eisenhower. Vinse Eisenhower, ovviamente.
Se l’applicazione del Nuovo ordine Mondiale è stata ritardata per mezzo secolo, è per un solo motivo: l’Urss ha rifiutato di mettere a disposizione dell’Onu il "monopolio punitivo", la giustizia "spiccia e sicura" secondo "i principi di Norimberga", come voleva Baruch. Oggi, caduta l’Urss, il progetto di Baruch torna ad avanzare. A passi da gigante. Il 31 gennaio 1992, gli occidentali nel Consiglio di Sicurezza Onu fanno firmare a Eltsin e a Li Peng, primo Ministro cinese, una dichiarazione già preparata dai britannici in cui si prospetta il diritto dello stesso Consiglio di Sicurezza di decidere interventi armati, a dispetto di qualunque sovranità nazionale, sotto qualunque pretesto di "sicurezza collettiva". Anche in caso di crisi non militari: «L’assenza di guerra e conflitti tra stati non assicura in sé la pace e sicurezza internazionale» recita la dichiarazione. Che elenca altre "fonti di insicurezza non militari", in cui l’Onu si arroga di intervenire: «instabilità nel campo economico, sociale, umanitario ed ecologico, quando diventino minacce alla pace e alla sicurezza». Le bombe sull’Irak e la minaccia di bombardare la Libia (gennaio ’92, risoluzione del Consiglio di Sicurezza) sono le prove generali della nuova Onu "punitiva". «E’ un ritorno alle origini», ha ragione di dichiarare il segretario generale Boutros Ghali. Il quale, nel luglio 1992, emana una sua "Agenda per la Pace", nella quale delinea il piano di una Onu ritrovata, effettivamente capace di mantenere il nuovo ordine mondiale.
L’Agenda per la Pace parla soprattutto di guerra: esige l’applicazione integrale del capitolo VII della Carta dell’Onu, e specie dell’art. 43: dove dirama l’ordine, per le nazioni del mondo, di "mettere a disposizione" del Consiglio di Sicurezza "forze armate permanenti", "unità d’imposizione della pace" con armamento pesante. Per intanto, Ghali costituisce in seno all’Onu un "servizio di intelligence" indipendente. Il New York Times applaude, a nome dei circoli internazionalisti: «Se deve esserci, sarà assicurata da una forza multinazionale». Non ancora. Bill Clinton come Woodrow Wilson preferisce essere lui a mandare a morire i ragazzi americani. Lo si è visto in Somalia: gli Usa, lungi dal mettere le forze a disposizione dell’Onu, agiscono in proprio: con il beneplacito di Boutros Ghali, ma senza l’elmetto blu. Ma queste sono questioni formali. Il fatto formale è che si sta formando la polizia internazionale capace di "imporre la pace", e - senza dirlo - gli interessi dei manovratori. Non a caso, in Somalia dietro "Restore Hope" si sono presentate la Conoco, la Chevron, la Amoco, la Philips (e, buon ultimo, l’Agip) allo scopo di strappare concessioni petrolifere.
Washington, DC, Jun. 27 (CWNews.com) - The US Supreme Court split two decisions today on the contentious issue of the display of the Ten Commandments on public property, allowing the display in one case, but ruling that the other is not constitutional.
In a 5-4 ruling, the high court ruled that the display of framed copies of the Ten Commandments in two Kentucky courthouses is a violation of the separation of church and state, but then they also ruled 5-4 that the display of the Decalogue on the grounds of the Texas capital is a legitimate tribute to the legal and religious history of the US.
The two decisions were the first major ruling on the place of the Ten Commandments in public life since a 1980 decision that banned the display of the Decalogue from public school classrooms.
"Of course, the Ten Commandments are religious-- they were so viewed at their inception and so remain. The monument therefore has religious significance," Chief Justice William H. Rehnquist wrote for the majority in the Texas case. "Simply having religious content or promoting a message consistent with a religious doctrine does not run afoul of the Establishment clause," he said.
Justice John Paul Stevens, who voted in the minority, argued it was an improper government endorsement of religion. "The monument is not a work of art and does not refer to any event in the history of the state," Stevens wrote. "The message transmitted by Texas' chosen display is quite plain: This state endorses the divine code of the Judeo-Christian God."
Christian groups had mixed reactions to the mixed decisions. The Family Research Council called the rulings “bittersweet.” Tony Perkins, president of the group, said of the Texas decision: “The Founders never intended the Establishment Clause to be used to remove monuments and displays which educate people about the basis of our system of laws.” He also warned that banning the Ten Commandments from public display “opens the door to hostility toward religion.”
Dr. James Dobson of Focus on the Family said the rulings send a “mixed message” to America. “The court has failed to decide whether it will stand up for religious freedom of expression, or if it will allow liberal special interests to banish God from the public square,” he said. “Those who care deeply about the religious heritage of this country have cause to be concerned by the apparent lack of commitment to the founders' intent shown by our nation's highest court.”
Dobson was joined by Concerned Women for America in saying that the so-called Lemon test for religion in the public square has proven to be inadequate for defending First Amendment rights.
The ruling in the 1971 case Lemon v. Kurtzman proposed a three-part test for government violation of the separation of church and state: The government's action must have a legitimate secular purpose; it must not have the primary effect of either advancing or inhibiting religion; and it must not result in an "excessive entanglement" of the government and religion.
Dobson said, "One point has been clearly made by these decisions: the infamous 'Lemon Test,' used by the court in deciding these cases, is too restrictive of freedom of speech, allows for inequitable rulings and should be replaced.”
Jan La Rue, chief counsel of CWA, concurred: “The Court's use of the Lemon v. Kurtzman test is based on the fallacy of the so-called ‘wall of separation between church and state.'" She added, “How the majority tries to reconcile these two rulings and the ruling in the Kentucky courthouse case with its prior rulings upholding religious displays on public property is no doubt a stretch beyond reason… We had expected that ‘benevolent neutrality' by government toward religion in the public square would eradicate the insufferable ‘malevolent hostility' that has reigned for too long.”
Justice David Souter wrote the majority opinion in the Kentucky cases ruling the display of the Ten Commandments unconstitutional and was joined by Justices John Stevens, Sandra Day O’Connor, Ruth Ginsburg, and Stephen Breyer.
In the Texas case, Van Orden v. Perry , Chief Justice Rehnquist wrote for the majority and was joined by Justices Antonin Scalia, Anthony Kennedy, Clarence Thomas, and Stephen Breyer.
Breyer, who was the sole justice casting a different vote in the separate cases, characterized the Texas case as borderline and difficult. The difference was that the Texas monument was donated by a fraternal organization and has been displayed for more than 40 years without challenge, leading to the conclusion that there was little perception among the public of a government establishment of religion.
However, the majority in the Kentucky cases concluded that since the displays were relatively recent-- and government officials did not add any supporting historical documents until after the first legal challenges—“An observer would probably suspect the counties of reaching for any way to keep a religious document on the walls," they wrote.
CULTURA
Solo negli Stati Uniti si cerca ( con tutti i limiti del caso) di rappresentare identitariamente l'Occidente
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Corriere della sera 21 giugno 2005
Da poche settimane, le Crociate . Immediatamente prima Troia , Alessandro e il Gladiatore . Come tutti sanno, sono i titoli di altrettanti film apparsi negli ultimi anni: l’ordine in cui li ho citati non è quello della loro uscita effettiva, bensì quello cronologico degli eventi in essi narrati, il che serve a dare un’idea dell’ampiezza dell’arco storico coperto. Si va dal paradigma omerico di tutte le guerre alla dimensione dell’impero, a quella dello scontro tra grandi civiltà (le crociate, appunto) passando per la luminosa figura del giovane capo vittorioso, figlio dell’Ellade, Alessandro, cui toccò in sorte di unire simbolicamente sotto il suo genio l’Asia e l’Europa.
Come si vede, ciò a cui ci troviamo davanti è né più né meno che il primo tratto degli snodi fondamentali di quello che potremmo chiamare il canone occidentale. La narrazione, cioè, degli eventi, dei personaggi e delle situazioni chiave che hanno definito l’identità storico-culturale di questa parte del mondo. Naturalmente di film sull’antica Roma o sulla cavalleria medioevale ne sono stati sempre fatti, la novità sta nella rapida successione con la quale questi film di cui sto parlando sono usciti e nel fatto che raccontano sì storie, ma fin dal titolo ambiscono a prendere (e prendono effettivamente) di petto gli archetipi codificati della memoria storica dell’Occidente.
Credo che non sia affatto un caso che questi film siano tutti di produzione americana. Essi, infatti, sono l’indizio di cose profonde che si muovono oggi al fondo della società americana, dell’immagine di sé degli Usa e che modellano il ruolo anche culturale dell’America in rapporto al resto del mondo. Ciò che si muove è soprattutto l’idea che nella nuova temperie storica apertasi l’11 settembre - ma i cui segni premonitori si addensavano già da tempo - gli Usa sono qualche cosa di assai più grande di una sia pur gigantesca superpotenza. Sono i campioni di un’intera civiltà. Come già avvenne nel 1945, quando dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica, l’impressione che l’opinione pubblica americana percepisce è non solo che si tratta di una sfida mortale, ma che essa proviene da un totalmente «altro», intrinsecamente ostile; ed è ciò che, proprio come allora, provoca nell’animo americano una sorta di autorappresentazione superidentitaria, in cui vocazione nazionale e universalismo si intrecciano strettamente. L’Occidente è per l’appunto questa superidentità, puntualmente riscoperta e riproposta. Ed è la condizione degli Stati Uniti come Impero d’Occidente e dunque come eredi attuali in prima persona di un’intera lunghissima parabola storico-culturale, che i film come Il gladiatore , Alexander o Le crociate più o meno apertamente rivendicano e illustrano.
Certo, l’analogia tra l’America attuale e una o l’altra delle vicende narrate non è esplicita, ma basta e avanza, mi pare, il fatto che quelle vicende con tutta la loro ovvia carica identitaria, percepibilissima da qualunque spettatore dell’emisfero Nord del pianeta, tornino oggi a circolare per iniziativa di quel massimo organo della cultura americana che è Hollywood, e dunque con la sua inconfondibile «aura», con il plot , le tipizzazioni umane, i modi emotivi, che da sempre sono nel tipico registro di quella grande macchina ideativo-produttiva.
Con in più qualcosa d’altro, assolutamente decisivo: l’afflato etico, la proposizione, per così dire, dell’esemplarietà morale della trama e dei personaggi, l’intento consapevolmente pedagogico tipico di ogni autentica prospettiva nazionalpopolare, com’è appunto quella di Hollywood. Non per nulla al centro della produzione cinematografica americana post 11 settembre c’è un film come The Passion di Mel Gibson. In The Passion la riproposizione del canone occidentale tocca un apice, vuoi per l’ovvio carattere fondante di quel canone medesimo che ha la narrazione cristiana, ma vuoi anche perché ne illustra il valore ultimo, che non può che essere un valore religioso. Tra l’altro il cristianesimo gibsoniano, intriso di fisicità e di dolore, tutto ridotto quasi al sanguinoso sacrificio di sé del Dio-uomo e al martirio inflittogli dai suoi carnefici, si presta bene a essere sentito come il più congruo ai tempi di ferro verso i quali forse siamo avviati. Non solo: di certo è anche quello che meglio è in grado di rappresentare una linea divisoria netta tra «noi e loro», tra i cristiani e gli altri.
Dopo l’11 settembre, insomma, gli Usa avvertono il bisogno e si assumono il compito di raccontare l’identità occidentale, di percorrerne le tappe con ovvio orgoglio identitario. C’è bisogno di aggiungere che si tratta di un’identità democratica, attenta agli obblighi del politicamente corretto? No, naturalmente: si pensi per esempio a certe ridicolaggini «multiculturali» delle Crociate , ovvero alla trattazione del tema omosessuale in Alexander o a certe autocensure presenti pure in Gibson.
La portata ideologico-culturale dell’impresa si manifesta in pieno se si pensa alla situazione che c’è da quest’altra parte dell’Atlantico. Da quanto tempo gli europei non fanno non già un grande film «in costume», ma un grande film storico? Cioè un film che affronti complessivamente una pagina decisiva della nostra storia, dandocene altresì un’interpretazione «forte»? Se si sta alla produzione cinematografica, si direbbe che l’unico uso della storia che è ormai possibile alla cultura di massa del Vecchio Continente è quello che consiste o nella rivisitazione del passato generazionale (tipo La meglio gioventù ), ovvero nel ricordo delle catastrofi belliche e dei connessi nazismi e fascismi. La nostalgia e la deprecatio , insomma, sembrano essere le uniche due dimensioni memoriali consentite al discorso pubblico europeo, gli unici usi possibili del passato.
In America, invece, il passato è ancora pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva, da grande ispirazione identitaria. È decisivo, naturalmente, il fatto di non avere alle spalle i crimini e gli abbagli che invece ha avuto l’Europa e che ne hanno determinato la sconfitta epocale riassunta simbolicamente nelle due date del 1945 e del 1989. A differenza dell’Europa, l’immagine positiva della storia americana significa, invece, la possibilità di una lettura altrettanto positiva dell’intero, lungo processo che ha portato fino all’oggi: lettura che si estende all’intero percorso storico dell’Occidente, con relativa appropriazione-identificazione nel medesimo.
È precisamente ciò che consente agli Usa di fare i film storici di cui si sta dicendo, perché è precisamente l’insieme della positività e della possibile appropriazione-identificazione che ne consegue, è questo insieme dei due fatti che consente di esperire adeguatamente il registro epico, connaturato a quei film stessi e che a sua volta produce nuova costruzione di identità.
Hollywood si riconferma così ciò che essa è da oltre mezzo secolo: la sola, incontrastata, depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta. Non solo per ciò che riguarda il presente, ma pure per il passato: anzi, si direbbe, sempre di più proprio per quel che riguarda il passato. Anche in questo ambito, infatti, l’Europa, la sua anima, la sua cultura e la sua arte, non sembrano capaci di dire più nulla. Mortificata dalla storia e privata di ogni autentico ruolo sulla scena del mondo, essa non sa neppure se possiede o no un’identità, e semmai quale sia, né di conseguenza sa più cosa fare del proprio passato. Se proprio vuole averne un’idea, non le resta che andare al cinema a vedere un film americano.
Il modello della spirale del silenzio elaborato da Elisabeth Noelle Neumann (fondatrice nel 1947 dell’Institut fur Demoskopie Allensbach a Mainz) ha avuto molta risonanza in quanto ha segnato, nella “storia ufficiale” della ricerca mediologica, l’inizio della reazione al predominio del paradigma degli effetti limitati.
Gli elementi portanti del modello sono due: l’assunto che la televisione ha rappresentato un punto di svolta fondamentale nella concettualizzazione degli effetti; un’accezione specifica del concetto di opinione pubblica. Secondo Noelle Neumann la necessità di abbandonare il paradigma di effetti deboli è legata al fatto che la televisione (con la sua diffusione capillare ed ubiquitaria) introduce un mutamento radicale ed irreversibile nel funzionamento dei media perché sormonta la legge della percezione selettiva implicita nel modello degli effetti limitati.
L’assunto della percezione selettiva
“ha per lungo tempo, quasi fino alla fine degli anni Sessanta, supportato il dogma dell’inefficacia dei media (...) ma questo solo perché la regola era rimasta incompleta. Mancava un’aggiunta di questo tipo: più un mezzo (...) rende difficile la percezione selettiva, maggiore sarà il suo effetto, in entrambe le direzioni: esso rafforza quando supporta gli atteggiamenti preesistenti; modifica quando li contraddice (...) Riconsideriamo il potere dei media nel cambiare gli atteggiamenti. Esso è connesso soprattutto con l’innovazione della televisione la quale rende la percezione selettiva, che sostiene l’opinione preesistente, più difficile di quanto non facciano i media a stampa (...). Completata cosi la regola della percezione selettiva, due fattori vengono in primo piano: la cumulazione risultante dall’apparizione periodica dei media e la consonanza, cioè l’argomentazione unanime rispetto ad eventi, persone, problemi. (...) Consonanza e cumulatività sono considerate insieme perché la loro caratteristica comune è di prevenire la percezione selettiva. (...) La tesi che i media non modificano gli atteggiamenti ma solo li rinforzano non ‘può essere sostenuta nelle condizioni di consonanza e cumulazione” (Noelle Neumann 1981, 139).
In aggiunta a ciò — secondo l’autrice — la ricerca non ha considerato adeguatamente le condizioni necessarie perché il destinatario possa esercitare la propria selettività: 1) il destinatario deve avere già un’opinione sul tema o sulla persona oggetto dell’informazione; 2) il mezzo specifico o i media in generale devono fornire una varietà di informazioni ed argomenti, così che una scelta possa essere fatta.
Il presupposto della “neutralizzazione della selettività” è fondamentale in quanto giustifica l’abbandono dell’ipotesi degli effetti limitati, inadeguata al nuovo scenario del sistema dei media configurato dalla diffusione massiccia della televisione.
A questo primo elemento si aggiunge una seconda condizione cruciale, relativa allo specifico concetto di opinione pubblica cui l’autrice fa riferimento. Il processo di formazione dell’opinione pubblica è principalmente l’interazione tra il monitoraggio che l’individuo compie sull’ambiente sociale circostante e gli atteggiamenti ed i comportamenti dell’individuo stesso. Secondo Noelle Neumann, invece di dare per scontata la coesione nei gruppi sociali e quindi il consenso tra i loro membri, occorre evidenziare come tale coesione è di fatto il risultato di un continuo lavoro sociale, di costanti processi di allineamento. Ne deriva una concezione “integrativa” di opinione pubblica (che l’autrice oppone alla concezione “normativa”) nella quale l’accento è posto sulla pressione a conformarsi, sulla componente della natura sociale dell’individuo che lo spinge ad evitare l’isolamento. Ciascuno è coinvolto, che lo voglia o no, nel processo di formazione dell’opinione pubblica, dato che ognuno è minacciato dall’isolamento sociale se va contro le regole ed i processi di integrazione. L’opinione pubblica è quindi “l’opinione dominante che costringe alla conformità di atteggiamento e comportamento nella misura in cui minaccia di isolamento l’individuo che dissente o di perdita del sostegno popolare l’uomo politico” (Noelle Neumann). Tale definizione dà rilievo al fatto che “le persone osservano il proprio ambiente sociale circostante, che esse sono attente al modo di pensare di quelli che sono loro vicini, che sono consapevoli delle direzioni di cambiamento delle .opinioni; gli individui, cioè, registrano quali opinioni stanno guadagnando terreno e divengono dominanti” (Noelle Neumann). Qualcosa di analogo a quanto accadeva in ”Anna Karenina” a Stephàn Arkàdjevic’ che “si atteneva rigidamente alle opinioni che (nelle scienze, nell’arte e nella politica) seguivano la maggioranza e il suo giornale, e le mutava solo quando la maggioranza le mutava, o, per meglio dire, non le mutava ma esse stesse mutavano insensibilmente in lui”.
In questo sistema collettivo di orientamento dell’azione, il percepire come si distribuisce l’opinione pubblica è una parte importante del processo di formazione dell’opinione pubblica stessa, in una dinamica a spirale nella quale i media svolgono un ruolo specifico.
Questo fattore di allineamento talvolta viene trascurato o sottovalutato: è probabile che dovendo decidere dove situarsi a proposito di un problema di rilevanza pubblica, molti individui non mettano a fuoco tanto la propria opinione quanto piuttosto decidano a proposito delle proprie lealtà sociali. Non scelgano, cioè, dove “posizionarsi” ma con chi stare. Un punto d’attenzione importante è quindi il modo con il quale le persone trattano l’informazione alla luce della loro percezione sui rapporti di gruppo.
Un esempio di “spirale del silenzio” è descritto da A. Tocqueville (1856) nel saggio sulle origini della Rivoluzione francese: nel capitolo intitolato “In che modo l’irreligione poté divenire passione generale e dominante tra i francesi del diciottesimo secolo e che genere d’influenza ebbe sul carattere della Rivoluzione”, Tocqueville scrive:
“La Chiesa di Francia, fin allora feconda di grandi oratori, sentendosi disertata da tutti quelli che un interesse comune doveva legare alla sua causa, ammutolì. Per un momento si poté credere che, se le avessero lasciato le ricchezze e il rango, sarebbe stata pronta a condannare la propria fede. Quelli che negavano il cristianesimo alzavano la voce e quelli che vi credevano ancora tacevano: accadde quanto abbiamo visto accadere spesso da allora, e non soltanto in fatto di religione, ma in ogni altra materia. Gli uomini che serbavano l’antica fede temettero di essere soli e, temendo più l’isolamento che l’errore, si unirono alla folla pur senza pensare come essa. Per tal modo quello che non era ancora se non il sentimento di’ una parte della nazione, parve l’opinione di tutti; da allora apparve irresistibile anche agli occhi di coloro che le davano falsa apparenza”.
Soprattutto in circostanze di conflitto o di tensione tra posizioni contrastanti su issues definite, l’individuo “può scoprire di essere d’accordo con il punto di vista prevalente (o che sta guadagnando posizione) e ciò accentua la fiducia in se stesso e gli facilita l’espressione delle proprie opinioni senza alcun pericolo di isolamento, nelle sue interazioni. (...) Oppure può accorgersi che le sue opinioni stanno perdendo terreno; più questo appare evidente, più diventerà insicuro di se stesso e meno sarà disposto ad esprimere i propri punti di vista. (...) Più le persone percepiscono tali tendenze e vi adattano le proprie opinioni, più una corrente appare guadagnare terreno e l’altra perderlo. Così, la tendenza, degli uni a parlare più forte e degli altri a zittirsi, avvia un processo a spirale che progressivamente stabilisce un punto di vista come quello che riesce a dominare” (Noelle Neumann).
Nel generarsi di un processo di spirale del silenzio si viene a credere ciò che si pensa che gli altri credano: il ruolo dei media in tale dinamica riguarda un effetto di amplificazione legato alla visibilità (vs. un effetto di riduzione legato alla attenuata presenza) delle diverse tendenze di opinione a confronto sulla scena sociale. La spirale del silenzio indica, cioè, uno spostamento di opinione nato dal fatto che un gruppo “appare più forte di quanto non sia in realtà, mentre coloro che hanno l’opinione diversa appaiono più deboli di quanto non siano effettivamente. Il risultato è un’illusione ottica o acustica riguardante la situazione effettiva della maggioranza, la bilancia dei potere” (Noelle Neumann).
Se questa dinamica non sembra essere legata soltanto all’epoca dei media (lo dimostra la citazione da Tocqueville), il loro ruolo nel processo di spirale del silenzio è invece peculiare. I casi non infrequenti nella cronaca, di “improvvisa scoperta” di orientamenti collettivi “imprevisti” (in Italia un esempio potrebbe essere quello della forte presenza della Lega) non sono legati alla persuasione o conversione generate dai media ma al fatto, invece, di rompere una spirale del silenzio. Le opinioni condivise dalla maggior parte delle persone ma percepite come minoritarie, vengono, improvvisamente riconosciute nel loro essere diffuse nella maggioranza. Improvvisamente emergono e vengono espresse.
Rispetto alla questione se i media sono o no lo specchio dell’opinione pubblica, la posizione di Noelle Neumann sposta risolutamente i termini del problema: i media creano l’opinione pubblica in quanto “forniscono la pressione ambientale alla quale le persone rispondono sollecitamente, con acquiescenza o con il silenzio” (Noelle Neumann).
La formulazione iniziale della spirale del silenzio si è basata sull’analisi delle campagne elettorali tedesche del 1965 e 1972, nelle quali venne riscontrato un significativo margine di differenza tra le intenzioni di voto (quasi equamente suddivise fino alla vigilia della consultazione) e le previsioni sul partito che avrebbe vinto. L’analisi dei dati ha evidenziato che in entrambi i casi si era verificato alla fine della campagna elettorale uno spostamento decisivo, nella direzione indicata dal clima d’opinione e dalla pressione provocata dal rendere manifeste le sue tendenze. I media operano proprio su questa connessione: rendono visibile, significativo (ed alla fine effettivamente dominante) il punto di riferimento costituito dai trends che sono presentati come in via d’espansione nel clima d’opinione.
I media sono una delle fonti dì osservazione di cui le persone dispongono per cogliere l’andamento del clima d’opinione. Al di là della sfera di ciò che è immediatamente e direttamente osservabile, percepibile, conoscibile, ciascuno di noi è quasi totalmente dipendente dai media sia per la conoscenza dei fatti, della realtà sociale, sia per costruirsi una valutazione degli orienta-. menti prevalenti. Insostituibili in questo loro ruolo, i media forniscono la pressione ambientale, stabiliscono le coordinate dell’ambiente sociale, del clima d’opinione, in cui gli individui si orientano, a cui reagiscono allineandosi, accentuando o attenuando la propria disponibilità ad esprimersi.
Oltre alla loro funzione di resoconto dei fatti i media ne svolgono un’altra, di ‘polltakers’, cioè forniscono rappresentazioni indirette della risposta del pubblico alle issues. Questa funzione talvolta è esercitata formalmente dando notizia dei sondaggi d’opinione, ma più generalmente è svolta attraverso caratterizzazioni non quantitative dei grandi trend nelle reazioni pubbliche.
E’ in questo senso che il modello della spirale del silenzio è classificato dagli studiosi tra le spiegazioni ecologiche dell’influenza dei media: essi creano cioè la cultura e l’ambiente simbolico e conoscitivo nei quali l’individuo vive e costituiscono una risorsa che egli usa nelle interazioni sociali per situare e rendere significativo il proprio agire. Si potrebbe avanzare l’interpretazione secondo la quale la presenza crescente di sondaggi nei media, è una manifestazione della maggior rilevanza assunta dalla visibilità del clima d’opinione, essendo quest’ultimo divenuto un elemento costitutivo della cultura attuale.
Tenendo presenti i presupposti della consonanza e della cumulatività (indispensabili per comprendere il funzionamento del modello della spirale del silenzio), si può osservare che i media intervengono in due modi distinti nel creare gli spostamenti di opinione pubblica:
in primo luogo, coloro che hanno un punto di vista ritenuto e percepito minoritario sono maggiormente disposti ad esprimersi (pur consapevoli del loro essere minoranza) se sono supportati dai media. Se questi ultimi danno risonanza e sostegno ad una determinata posizione, è probabile che la aiuteranno non solo ad acquisire visibilità ma anche a spostare quote di opinione pubblica verso la posizione che essi rendono visibile e “montante”. Il secondo modo riguarda la cvosiddetta funzione di articolazione: la presenza intensa e l’esplicitazione di un determinato punto di vista nei media, fornisce a coloro che “sposano” tale punto di vista il vantaggio di essere meglio “equipaggiati” nell’esprimerlo e difenderlo nelle interazioni sociali. Usando termini ed argomenti presenti nei media, le persone ampliano la diffusione e visibilità del punto di vista, non solo riducendo il proprio rischio di isolamento sociale ma anche rendendo quella prospettiva più distribuita e percepibile (Noelle Neumann).
Implicitamente contenuta nel modello della spirale del silenzio, c’è l’attribuzione ai media di un ruolo importante nella dinamica del mutamento sociale. Per chiarire questo punto conviene riferirsi al concetto di “pluralistic ignorance” coniato dallo psicologo sociale T. Newcomb nel 1950, che designa la situazione sociale in cui ognuno crede di essere l’unico a pensare qualcosa in un certo modo e non esprime la propria opinione per timore di violare un tabù morale o una regola autoritativa o per paura di essere impopolare. Quando nessuno concorda con una norma ma ciascuno pensa che tutti gli altri invece vi concordino, il risultato finale è simile a quello che si avrebbe se tutti concordassero con la norma stessa. Se accade che in un gruppo sociale passi una rapida ondata di conoscenza pubblicamente osservabile, attraverso la quale le persone percepiscono che molti altri la pensano come loro, ciò che sembra accadere è un subitaneo mutamento, un rovesciamento imprevedibile del clima d’opinione, un improvviso spostamento di atteggiamenti. In realtà la situazione finale può non essere il risultato di un cambiamento di base negli atteggiamenti e nelle convinzioni, quanto invece il risultato di una mutata percezione del modo in cui si distribuisce l’opinione pubblica. In questo tipo di dinamica (simile a quella della spirale del silenzio) i media posseggono la “capacità” di accelerare il mutamento sociale rappresentandolo. Lo rendono possibile, o meglio, contribuiscono a renderlo possibile per il fatto di costruire le condizioni mediante le quali il mutamento stesso diventa visibile, diventa un punto di riferimento pubblicamente noto, una meta socialmente legittima. Ciò non significa, ovviamente, che i media siano le uniche cause del mutamento o che tale processo possa avvenire in modo sconnesso da altri tipi di trasformazione su livelli sociali differenti.
Il punto cruciale della spirale del silenzio è l’osservazione che i media non si limitano a rappresentare le tendenze dell’opinione pubblica ma che, invece, vi danno concretamente forma e sviluppo. Si può dire che i media creano l’opinione pubblica in quanto gli spostamenti di tenenze non avvengono autonomamente dall’azione dei media ma sono invece strettamente legati ad essa. Il processo può assumere valenze ed esiti molto diversi, legati a fattori quali la conflittualità che si coagula sui temi (se sono implicati temi rispetto ai quali non c’è timore di isolamento da parte delle persone, difficilmente si verifica la spirale del silenzio), la presenza di una dimensione valoriale e non solo cognitiva nelle issues coinvolte, ritmo ed andamenti temporali diversi (i processi di spirale possono essere molto rapidi ma ve ne sono anche di graduali e lenti, relativamente al tipo di tema, al grado di confronto che vi si innesta, e così via).
Mentre da un lato il modello della spirale del silenzio pone all’attenzione un modo assai significativo di influenza dei media, da un altro lato alcune sue articolazioni interne richiedono qualche commento.
Un problema essenziale riguarda il presupposto su cui si fonda il discorso di Noelle Neumann, cioè la capacità della televisione di “abbattere” la percezione selettiva. Questo prerequisito tanto è forte quanto discutibile. Più che il grado reale di capacità selettiva delle audiences, appare debole l’idea stessa della televisione che intrinsecamente supera mediazioni, filtri, ostacoli culturali. Indubbiamente il processo di percezione selettiva si è dimostrato meno lineare di quanto talvolta asserito; inoltre “non c’è rapporto ‘umano’ con le comunicazioni di massa senza una rigorosa selezione” (Bettetini 1987, 4).
L’idea che il “potere” dei media coincida con la neutralizzazione della selettività appare un elemento più legato alla polemica del tempo ed alla reazione contro il paradigma degli effetti limitati, che non un dato empiricamente supportato e sostenibile. Anzi, se c’è un tratto di unificazione nella ricerca degli anni Ottanta, esso è proprio l’esplicitazione della non-linearità dei processi fruitivi e della loro stretta integrazione con le condizioni contestuali che li incorniciano. Si parla di “lavoro della ricezione”, nel quale il ricettore opera un severo e continuo ritaglio, lasciando fuori tutto ciò che non lo interessa e che può minacciarlo, e d’altra parte selezionando e ritenendo ciò che gli riesce gradito” (Silj 1988 41). E nel caso delle news si parla addirittura di “poor reception” o “ricezione povera”, dato che la ricerca sul ricordo dell’informazione televisiva ha chiaramente mostrato una frequente assenza di comprensione ed una considerevole dimenticanza dei contenuti dei notiziari.
A fronte di un’immagine della selettività come barriera ormai incapace di “contenere” l’influenza televisiva, la ricerca offre invece varie tracce di una ricezione sfrangiata, imprecisa, debole perché molto selettiva. Da questo contrasto deriva una questione interessante: il modo in cui storicamente si sono posti i concetti di “effetto” e di “selettività” nella successione dei vari modelli di ricerca, rivela una loro interpretazione dicotomica e la posizione di Noelle Neumann ne è l’ultima riprova: gli effetti dei media sono forti in quanto la selettività è neutralizzata. Ma l’interpretazione in chiave oppositiva dei due concetti non è l’unica possibile; occorre elaborare una cornice teoreticamente adeguata a rendere conto sia dell’agire selettivo nella fruizione dei media (empiricamente attestato), sia dell’influenza che essi esercitano a vari livelli, annullando così la possibilità di individuare degli effetti significativi soltanto a partire da rappresentazioni irrealistiche dei concreti processi di fruizione.
In altri termini, il modello della spirale del silenzio ha una sua rilevanza in quanto descrive come i media possono contribuire a rendere possibile il mutamento sociale (soprattutto nella sua componente di mutamento dei modelli culturali) e ciò a prescindere dall’enfasi sul potere dei media. Non c’è bisognò, cioè, di mantenere il presupposto che la televisione “abbatta” la selettiyità, per individuare nel funzionamento dei media un effetto descrivibile in termini di spirale del silenzio.
Un altro punto discutibile nella formulazione di questo modello, riguarda il presupposto della consonanza tra i mezzi di informazione.
L’accusa di “leftism” che l’autrice rivolge ai media tedeschi nei casi da essa analizzati, può avere forse un senso in relazione al particolare contesto nazionale ed al momento storico specifico al quale si riferisce l’analisi della studiosa tedesca. Ma rimane tutto da vedere se è davvero legittimo e plausibile sostenere che l’insieme dei media informativi può essere inglobato, dal punto di vista degli argomenti che essi esplicitano su determinate issues, in un’unità consonante ed omogenea. Gli studi di newsmaking e l’approccio di sociologia degli emittenti hanno evidenziato l’esistenza di distorsioni oggettivamente connaturate al processo di produzione delle news, ma tali distorsioni si riflettono sull’estensione degli ambiti di notiziabilità, sulla omogeneità di formati, più che sui contenuti o sull’impostazione editoriale, sulla molteplicità dei punti di vista. L’idea della cumulatività ed omogeneità tra i media può indicare una tendenza strutturale del sistema, ma se viene irrigidita senza margini di flessibilità non lascia spazio per rendere conto delle occasioni in cui i media possono prendere loro l’iniziativa nel processo di definizione della realtà sociale, sfidando le istituzioni che definiscono primariamente la realtà sociale e sfidandole a replicare, come avviene per esempio nel giornalismo investigativo.
Più che centrare il potere dei media su una valenza assoluta ed irrealistica di omogeneità ideologica, occorrerebbe individuare le condizioni nelle quali può realizzarsi una dinamica di spirale del silenzio, anche in presenza di differenziazione tra i media.
PER UNA FEDE ADULTA
(Ancona, 25 giugno 1796 - Medjugorje, 25 giugno 1981)
MARIA, RIVOLGI A NOI QUEGLI OCCHI TUOI MISERICORDIOSI
Nel 24° anniversario delle "apparizioni" di Maria a Medjugorje - (25 giugno 1981-25 giugno 2005)
Messaggio del 25 maggio 2005:
Cari figli, di nuovo vi invito a vivere nell’umiltà i miei messaggi. Particolarmente testimoniateli adesso che ci avviciniamo all’anniversario delle mie apparizioni. Figlioli, siate segno per coloro che sono lontani da Dio e dal suo amore. Io sono con voi e vi benedico tutti con la mia benedizione materna. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
http://www.lavoce.an.it/indice%20main/loreto.htm
"Giovani del mondo, rispondete al Signore con un cuore aperto e volenteroso! Volenteroso e aperto come il cuore della figlia più grande di Galilea, Maria, la Madre di Gesù. Come rispose? Disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc.1,38). O Signore Gesù Cristo, ascolta questi giovani cuori generosi! Continua a insegnare a questi giovani la verità dei Comandamenti e delle Beatitudini! Rendili gioiosi testimoni della tua verità e apostoli convinti del tuo Regno! Sii con loro sempre, in particolare quando seguire te e il Vangelo diviene difficile e arduo! Sarai tu la loro forza, sarai tu la loro vittoria!
(Giovanni Paolo II - Korazim, Monte delle Beatitudini, 24 marzo 2000)
Ancona, 25 giugno 1796 - Un anniversario da ricordare
209 anni fa avvenne il miracolo dell'apertura degli occhi del quadro della Madonna venerata nella Cattedrale di San Ciriaco ad Ancona (con il titolo di "Regina di tutti i Santi") (si può vedere la foto nella Prima Pagina del Portale)
E’ uscito, al riguardo, anche un libro di Vittorio Messori, scritto con Rino Cammilleri, dal titolo "Gli occhi di Maria"
In queste nuove pagine, i due notissimi Autori cattolici riportano all’attenzione i singolari eventi che hanno la Madre di Gesù per protagonista. Presentiamo l’interessante volume.
Il 1796 è un anno tragico per l’Italia: le armate napoleoniche hanno invaso tutto il Nord della penisola e stanno minacciando gli Stati del Papa. Con una serie di fulminee vittorie il ventisettenne Bonaparte ha sbaragliato i Piemontesi e gli Austriaci, occupando tutto l’occupabile. I saccheggi, le ruberie, le repressioni sanguinose si susseguono a ritmo impressionante. In Francia il giacobinismo ha eseguito una vera e propria mattanza di sacerdoti, suore e religiosi; il re e la regina sono stati decapitati e la scristianizzazione procede al tonfo lugubre della ghigliottina. Anche nella nostra penisola gli invasori sventrano chiese e profanano altari; chi si ribella viene selvaggiamente massacrato. Sembra che nessuno possa fermare quei diavoli che hanno già sconvolto il regno «cristianissimo» e non fanno mistero di voler sradicare per sempre la religione puntando sul suo cuore, Roma. Nei luoghi a rischio la gente è sgomenta, il popolo moltiplica le processioni e le invocazioni al Cielo per averne protezione.
In Ancona, che è il porto pontificio principale dell’Adriatico e fa gola ai Francesi, la cattedrale si riempie, si supplica la Madre di Dio con l’antica preghiera "Salve Regina", affinché si degni di rivolgere a chi la prega «quegli occhi suoi misericordiosi». E il 25 giugno, proprio mentre gli invasori sono alle porte della città, il quadro della Madonna del Duomo comincia a muovere gli occhi, portandoli sulla gente inginocchiata. La voce si diffonde immediatamente. Tutti accorrono da ogni parte. Il miracolo perdura per mesi, ininterrotto.
Le Autorità sono costrette a promuovere un’inchiesta ufficiale, con tanto di notai verbalizzanti, perizie di scienziati e interrogatori di testimoni (che sono migliaia). Questa mole di documenti si trova ancora oggi negli archivi. I giacobini locali avvertono Napoleone che il clero anconitano sta truffando il popolo per farlo insorgere contro gli invasori. Appena entrato in città il Generale ordina che gli si porti il quadro, lo prende minacciando di distruggerlo. È alla presenza dell’intera municipalità, di canonici e del suo Stato maggiore: tutti lo guardano tenere il dipinto tra le mani. D’improvviso il suo volto sbianca, Napoleone esita, resta senza parole. Poi si scuote e riconsegna l’immagine, comandando di tenerla coperta. C’è chi giura che Napoleone ha visto il prodigio e ne è rimasto scosso. Il fatto è che ha cambiato idea senza motivo apparente, e non è da lui.
Occupata Ancona e sbaragliati i pontifìci, i Francesi dilagano: Roma non ha più speranze. Il papa Pio VI ordina preghiere, digiuni, cerimonie propiziatrici; si invoca soprattutto la Madonna, venerata nella capitale della cristianità in modo speciale attraverso le migliaia di «madonnelle stradarole» che fanno della città intera un vero e proprio Santuario mariano a cielo aperto. E il 9 luglio anche qui la Regina «rivolge quegli occhi suoi misericordiosi» su chi la supplica. La Madonna detta dell’Archetto è la prima: sta nel rione Trevi, uno dei più popolari. Quasi nello stesso momento altre immagini mariane seguono. In breve, se ne contano a decine. La gente corre di qua e di là a vedere i miracolosi movimenti di occhi; occorre far intervenire la forza pubblica per disciplinare gli accessi.
Frattanto, anche in provincia accadono cose simili. Si hanno come due epicentri, Ancona e Roma. Roma soprattutto. A un certo punto si contano ben centoventidue immagini miracolose in tutti gli Stati del Papa.
Anche a Roma si apre l’inchiesta ufficiale, i cui resoconti sono tuttora conservati. Poiché i fenomeni continuano a svolgersi sotto gli occhi dei giudici e dei cancellieri verbalizzanti e durano in qualche caso più di un anno, il processo viene ristretto a sole ventisei immagini miracolose, giudicate sufficienti per accertare la verità dei prodigi. Il Cardinale Vicario Giulio Della Somaglia (egli stesso testimone oculare) deve emettere un decreto che attesta ufficialmente quanto avvenuto; il Papa indice una serie di missioni da predicarsi nelle piazze principali (uno dei predicatori incaricati è San Vincenzo Maria Strambi); viene autorizzata una festa liturgica in ricordo degli avvenimenti.
I prodigi avvengono in chiese, in case private, in conventi. Ma soprattutto all’aperto, dove la gente è quasi costretta a vederli. I testimoni sono unanimi: le immagini (dipinti, disegni, statue, bassorilievi) portano gli occhi sulla folla, avvolgono con uno sguardo materno gli astanti, poi si alzano verso il cielo. Come se raccogliessero le preghiere e le offrissero al Signore. A volte si tratta di Cristo o di Santi, ma è la Madre di Dio la vera protagonista. Le testimonianze, conservateci negli archivi, provengono da tutti i ceti: Cardinali, popolani, artigiani, nobili, stranieri, perfino atei e infedeli. Impressionante il resoconto giurato di Giuseppe Valadier, il maggiore architetto dell’epoca (poi diventato filonapoleonico), che con la competenza dell’esperto descrive commosso i miracoli in ben sei immagini.
La Madonna di Settembre all'Arco dei Pantani, Roma.
In quei giorni la vita cittadina cambia, non si sentono più alterchi, bestemmie, risse, litigi; ai piedi delle icone miracolose si formano mucchi di refurtiva restituita, i confessionali traboccano, si devono tenere le chiese aperte anche la notte. Una simile «ondata di miracoli» non ha uguali in tutta la storia del Cristianesimo; eppure la storiografia non li ricorda. Uno storico insospettabile, il laicissimo Renzo De Felice, è stato l’unico a occuparsene in uno studio del 1965. Non ci credeva, naturalmente, ma non poteva non manifestare il suo stupore per il silenzio che, anche da parte cattolica, ha avvolto questo importantissimo pezzo di storia. La provocazione lanciata da De Felice è stata raccolta solo in tempi recentissimi da uno studioso, anch’egli laico, delle insorgenze antinapoleoniche (altro fenomeno storico rimosso, sebbene abbia coinvolto tutta l’Italia, con ben trecentomila uomini sollevatisi in armi contro gli invasori, in nome della religione). Si tratta di Massimo Cattaneo, che in un suo studio ha portato avanti l’indagine di De Felice, ammettendo che non può essere sbrigativamente classificato come truffa un fenomeno così esteso e duraturo: far produrre in miracoli centinaia di immagini in un territorio amplissimo, per mesi e mesi davanti a miriadi di testimoni (molti dei quali scienziati munitisi degli strumenti più sofisticati del tempo), senza che nessuno si accorgesse del trucco (e parecchie delle testimonianze provengono da notori miscredenti) è cosa impossibile.
Il significato di questi eventi.
Ma perché questo è avvenuto? Perché proprio lì (Ancona e Roma)? Perché non prima e non dopo? È quanto si sono chiesti Vittorio Messori e Rino Cammilleri in questo libro: Gli occhi di Maria (Rizzoli); in esso i due Autori, dopo una dettagliata ricostruzione degli avvenimenti, si interrogano sul loro significato in chiave cattolica. Sappiamo che quanto di peggio poteva accadere accadde: Roma fu invasa e depredata dei suoi tesori; perfino l’Archivio Vaticano, la memoria storica dell’Occidente, fu portato via; il centro del Cristianesimo fu trasformato in Repubblica giacobina e ben due Papi vennero deportati; uno, Pio VI, morì in carcere in Francia.
Molto probabilmente, la Madre di Dio volle rassicurare i suoi figli: non si preoccupassero, perché quanto stava accadendo era stato supernamente previsto e doveva accadere, ma la protezione di Maria non sarebbe venuta meno. Scavando nel passato si scopre che fin dal XV secolo gli astrologi avevano predetto un colossale rivolgimento sociale e politico a partire dalla Francia e dal 1789. Impressionanti profezie, anche di santi come Benedetto Giuseppe Labre (la cui ricognizione canonica in vista della beatificazione non a caso avvenne il giorno precedente il primo miracolo romano), avevano avvisato.
Perché Dio ha permesso che la sua Chiesa entrasse, proprio in quel tempo, nel suo Calvario? È da lì, infatti, che comincia la modernità che siamo abituati a conoscere; è lì che inizia la lotta, e a mano armata, dell’Occidente contro la sua religione.
Qui si entra nella teologia della storia e si possono fare solo supposizioni. Il paragone che viene in mente è quello del Getsemani, con Cristo che supplica il Padre di scamparlo da quel che sta per succedergli. Ma succede lo stesso, perché è necessario che succeda. Gli uomini non hanno la consapevolezza dell’Uomo-Dio, né la sua totale fiducia in quel che ha decretato il Padre. Forse per questo è intervenuta in prima persona la Madre a consolare e rassicurare.
Non a caso, sia ad Ancona che a Roma, i prodigi del 1796 cominciano di sabato, giorno tradizionalmente consacrato al culto di Maria. Ella rivolge ai suoi figli, che glielo chiedono, «quegli occhi suoi misericordiosi», ed è un gesto che tutti i testimoni comprendono perfettamente: ne fanno fede gli atti ufficiali.
Ancora oggi, in Roma e in Ancona (ma anche altrove), lapidi e iscrizioni ricordano i miracoli di quell’anno straordinario.
A Roma, una delle più visibili la si trova in via delle Botteghe Oscure, vicino a quella che un tempo fu la sede storica del Partito Comunista italiano. La «madonnella» c’è ancora, circondata, ora come allora, di "ex-voto" per grazia ricevuta.
articolo di Simone Moreno
Articolo pubblicato su Il Sabato del 1-7 giugno 1985
Dopo Loreto Augusto del Noce legge il processo di secolarizzazione alla luce del discorso del Papa
di Augusto del Noce
Il processo di cristianizzazione che caratterizza il momento presente ha inizio, in parte, immediatamente dopo il 1948 e, in forma più decisa, fino a giungere a una vera e propria intolleranza laicista, dopo il 1960.
Se noi consideriamo il nostro secolo, ci accorgiamo dell’esistenza di fasi alterne, dal punto di vista religioso. Non credo si debba pensare perciò a una continuità di processo di scristianizzazione, che proseguirebbe in ininterrotta e irreversibile catena dal Rinascimento o dall’Illuminismo ad oggi. Abbiamo piuttosto in questo processo delle fasi delle fasi alterne. Per esempio, nell’immediato dopoguerra ci fu un risveglio cattolico che ebbe una delle manifestazioni più sensibili nelle elezioni del 18 aprile del 1948, come se da una rinnovata cristianità ci si potesse attendere l’unica via di salvezza, e questo rinnovamento della cristianità fosse possibile. Ci fu un momento non troppo lontano nel tempo in cui l’Italia e l’Europa si rivolgevano al cattolicesimo per trovare salvezza rispetto a quella che era l’espansione sovietico-comunista e per trovare un’identità, così italiana come europea.
Che esistesse un risveglio religioso, o anzi un risveglio esplicitamente cattolico, nel ’48, è provato dall’esame della pubblicistica dell’epoca. Come la Francia aveva con la rivoluzione iniziato una civiltà laico-borghese, come la Russia aveva con la rivoluzione affermato una società ateo-comunista, così dal successo cattolico del ’48 in Italia si pensava dovesse aver inizio una civiltà cristiana. dall’Italia sarebbe, dunque, partita una riconquista cattolica del mondo.
Subito dopo il ’48, però, abbiamo avuto due controffensive: quella della cultura marxista e quella del laicismo propriamente detto. Tuttavia queste due offensive non avrebbero potuto portare ai risultati così rilevanti a cui hanno condotto senza far leva su una certa parte della cultura cattolica.
Occorre qui sfatare un luogo comune. Va messo in chiaro che il processo di cristianizzazione non è legato all’industrializzazione. certamente si può dire che l’industrializzazione con tutte le sue conseguenze sulla vita sociale indubbiamente crea certe condizioni che facilitano un processo scristianizzante, ma non ne è la causa essenziale.
La causa essenziale è, invece, culturale. Cioè sono state proprio quelle forze culturali e borghesi anticattoliche che già preesistevano al ’48, che hanno scatenato una sorta di rivoluzione culturale contro il cattolicesimo. Il termine rivoluzione culturale potrebbe far pensare a un fenomeno unitario, cosa che non è stata. Si è verificata, invece, la confluenza da due versanti diversi della cultura marxista con quella borghese. Esse procedono in qualche modo separate, ma ognuna tenta di servirsi dell’altra.
Dalla critica all’indifferenza
Fra il 1950 e il 1960 si sviluppa l’attacco della rivoluzione marxista. il marxismo italiano, attraverso Gramsci, si presenta come l’erede della cultura crociata (così come il marxismo dei fondatori si presentava come l’erede della filosofia classica tedesca). Il comunismo italiano si presenta, cioè, come l’erede di quanto di meglio ci sia stato nella cultura italiana dal Risorgimento in poi.
Questa prima offensiva, però, non è stata sufficiente. verso il 1960, anzi, essa è già da un punto di vista culturale in relativo declino. però lascia delle tracce. Il marxismo si presenta, in quanto materialismo storico, come critica radicale di ogni assolutezza ed eternità dei valori. Quindi come critica dell’idea stessa di una verità assoluta.
In certo modo la cultura laico-borghese successiva accetta questa critica dei valori permanenti compiuta dal marxismo e quindi sostituisce al vecchio tipo laico-borghese un altri tipo. Il "tipo" a cui particolarmente si era arrivati era quello del "cristiano-borghese". Si affermava, cioè, un cristianesimo senza trascendenza religiosa, che però salvava la morale cattolica. Era proposta come una specie di purificazione dell’idea del divino nell’immanente. La figura più rappresentativa di questa posizione è Benedetto Croce.
Dopo il 1960, invece, abbiamo un laicismo post-marxista. Un laicismo che abbandona del marxismo gli aspetti messianici ma conserva gli aspetti non cristiani: non tanto nella forma di persecuzione, quanto in quella di indifferenza. L’idea di Dio avrebbe avuto una funzione nella storia, oggi però esaurita; in ragione di questo esaurimento risulta inutile occuparsi della sua corrispondenza alla realtà. In questa prospettiva il cristianesimo è morto, almeno nella forma che ha assunto nella tradizione cattolica. da qui si passa alla rivoluzione sessuale, che per sé è estranea o molto limitata, nel marxismo. Si avvia, dunque, in questo modo lo scardinamento della morale cattolica. ma tale scardinamento, ripeto, non sarebbe stato possibile se il cattolicesimo non avesse un nemico interno. Questo avversario interno è il risvegliato modernismo.
Il risveglio del modernismo cattolico
Il carattere generale del modernismo è l’anticoncilio di Trento e l’anti-Controriforma. ma esso viene risvegliato a proposito di una certa utilizzazione dell’antifascismo. nell’epoca del fascismo vi sarebbe stata un’alleanza necessaria tra la Chiesa cattolica e il fascismo, dovuta alla comune concezione gerarchica. da questa pretesa necessità dell’incontro derivava l’idea che le scelte politiche compiute in quel periodo dalla Chiesa non dovevano essere spiegate come contingenti errori o come illusioni, ma come conseguenza di una concezione della vita religiosa e della funzione della Chiesa nella società che risalivano ben oltre al periodo fascista e ai problemi che esso poneva al mondo cattolico. Si aggiungeva a questo l’idea, errata, e oggi abbandonata dalla maggior parte degli storici, del fascismo come «fascio delle forze reazionarie», a cui la Chiesa avrebbe dato il suo consenso per l’obbligazione di essere - sempre in ragione della concezione di cui si è detto - "a destra". Ma da quando questa concezione reazionaria sarebbe prevalsa nella Chiesa? dal Concilio di Trento e dalla Controriforma per non risalire, quanto ai germi, più oltre sino all’epoca costantiniana.
In sintesi: non si deve parlare di un processo di scristianizzazione legato soltanto all’industrializzazione. ma si deve parlare di un’offensiva sul piano culturale e sul piano politico contro il cattolicesimo. Questa offensiva cercava di realizzare una divisione all’interno del mondo cattolico: tendeva a dividere i cattolici fra antiquati o integralisti e progressisti. nell’ottica anticattolica si poteva pensare a buon diritto che questo progressismo legato al mito della modernità non fosse che la tappa di un processo che portava alla fine del cattolicesimo. Questo effettivamente è vero. Attraverso il modernismo si deve necessariamente passare al secolarismo, come negazione della trascendenza religiosa e del soprannaturale. Cosa di cui si ha esperienza, per esempio, nei cattolici-comunisti. Quel movimento non è riuscito certamente a convertire nessun comunista al cattolicesimo, ma dei cattolici comunisti originari ben pochi sono rimasti cattolici. tutti i movimenti di apertura al "moderno" hanno condotto in ultima analisi al secolarismo.
L’unità dei cattolici
Il processo di cristianizzazione, che deriva da cause culturali e non tecniche, avviene dunque grazie alla divisione dei cattolici.Si spiega quindi, in questo contesto, l’insistenza del Papa sull’unità dei cattolici.
Il punto del discorso di Giovanni Paolo II che è stato oggetto di varie contestazioni è proprio quello del riflesso politico dell’unità dei cattolici. Il riflesso politico dell’unità dei cattolici è, in qualche modo, ovvio. Non già che si voglia confondere, come pensano alcuni, fede religiosa e politica. Piuttosto vi è la necessità di un impegno politico dei cattolici perché le forze politiche oggi esistenti si fanno portatrici di una cultura non solo non cattolica, ma decisamente anticattolica dal punto di vista morale. Mentre nel vecchio laicismo si poteva pensare ad una conciliazione da attuare sul campo dei valori morali essenziali, oggi invece appare chiaro che non c’è principio della morale cattolica che non venga combattuto da certe parti politiche.
E’ chiaro che se ci fosse un accordo sul piano morale fra le varie forze politiche non ci sarebbe alcun bisogno di un partito di cattolici e la fede religiosa in queste condizioni sarebbe rigorosamente distinta dalla politica. il rapporto fede-politica non può essere visto in astratto secondo un modello assoluto (unità-divisione), deve essere visto in relazione a certe particolari situazioni.
Nella situazione presente e date le forme che l’anticattolicesimo assume oggi, l’impegno politico dei cattolici diventa necessario.
Ci si accorda generalmente nel riconoscere che il cattolicesimo non è una dottrina di spiritualità separata dalla vita ma che esso piuttosto cammina insieme con l’umanità, come ha ricordato a Loreto il Papa. E quindi è essenziale l’inculturazione. Non si può pensare a una laicità assoluta dei cattolici in politica. Laicità significa che essi si occupano di questioni temporali, ma sempre mantenendo il senso della connessione del temporale con l’eterno. Quindi il cristianesimo non è soltanto una fede in una realtà soprasensibile, ma determina anche il senso e dà orientamento all’esistenza. Tutto questo non significa affatto aconfessionalità della politica.
L’unità nella verità
Nel discorso tenuto a Loreto il Papa ha affermato che l’unità va costruita nella verità. la verità a cui si riferisce il pontefice è quella assolutamente oggettiva ed eterna del cristianesimo. Il papa insiste su questo carattere di verità eterna assoluta del cristianesimo e insiste anche sul pericolo di penetrazione di idee non cattoliche che in qualche modo offuschino questo primato della verità, questa eternità oggettiva della verità, non soggetta alla storia.
I temi della verità, dell’unità dei cattolici, del riflesso politico di questa unità, sono punti strettamente legati fra loro, inscindibili. L’indebolimento dell’unità, pertanto, consegue a un offuscamento dell’idea di eternità della verità.
Gli esiti dell’umanesimo ateo.
Il mondo di oggi assiste a un processo di autoconfutazione di coloro che combattevano il cristianesimo in nome della modernità. Il caso più rilevante è quello della rivoluzione marxista.
Non dobbiamo dimenticare la frase di Gramsci del 1916: «Il socialismo è la religione che deve ammazzare il cristianesimo», il socialismo, cioè la religione che deve succedere al cristianesimo. Il marxismo, però, per via di un processo necessario si è realizzato nel socialismo reale, come ha messo bene in chiaro anche Vittorio Strada. Secondo questo processo di necessità dall’ateismo iniziale di Marx (che voleva essere una liberazione dell’uomo da qualsiasi dipendenza) si è arrivati al socialismo reale. per questo assistiamo oggi ad un’autoconfutazione del marxismo.
D’altra parte nel mondo occidentale che cosa avviene? Si è verificato l’approdo a un libertarismo, cioè a una perdita dell’idea stessa di verità. Un puro pluralismo senza unità morale: quello che si manifesta nel materialismo pratico e nell’edonismo contemporanei.
Oggi la modernità che doveva succedere al cristianesimo si manifesta come fallimentare. Da una parte abbiamo nel socialismo reale l’unità fondata non sulla verità ma sull’errore riconosciuto come tale. nessuno più può credere alla verità del materialismo dialettico. Questa dottrina viene imposta come vera, quando nessuno può più credere che lo sia.
Dall’altra parte, nell’Occidente, abbiamo l’anarchismo fondato sulla perdita dell’idea di verità. Mentre nell’Ottocento si parlava di una verità che si sostituisse alla verità cristiana, adesso abbiamo la perdita dell’idea stessa di verità. Perdita che porta a due estremi. Al totalitarismo, che è una sostituzione del mito alla verità (non il mito destinato a prolungarsi, a essere superato dalla verità, ma il mito sostituito per ragioni pratiche alla verità), e al libertarismo come anarchismo borghese. Non più l’anarchismo terroristico che, in qualche modo, pensava ancora a una nuova umanità, ma il puro relativismo morale.
In ragione di tutto ciò il tema della "restaurazione" cattolica, nel senso che alla parola dà il cardinale Ratzinger, si presenta come tema rigorosamente attuale. E qui si mostra l’errore completo di quei modernisti o progressisti cattolici che vogliono aprire il cattolicesimo a una modernità che oggi è massimamente in crisi. L’idea del superamento del cristianesimo nella modernità attraversa oggi la maggiore crisi che abbia conosciuto nei secoli. In questo senso vale la pena rileggere le parole del Papa sui pericoli di «una "espropriazione" effettiva di ciò che è sostanzialmente cristiano sotto l’apparenza di una "appropriazione" che in realtà resta soltanto verbale, con la conseguenza della "assimilazione" al mondo invece che della sua cristianizzazione».
I modernisti pensano di cristianizzare il mondo e in realtà il loro tentativo si rovescia. Essi ignorano la crisi della modernità e finiscono col coinvolgere il cristianesimo in essa.
Il cristianesimo come possibilità di salvezza
La prospettiva del progresso legata all’idea di modernità sia sta rovesciando in quella di una catastrofe del mondo. Il cristianesimo si presenta oggi come possibilità di salvezza della civiltà. ma per poter salvare la civiltà non deve lasciarsi coinvolgere in questa crisi.
Noi viviamo nella situazione delle rovine di una rivoluzione, quella marxista. Nelle rovine di quel socialismo che doveva sostituirsi al cristianesimo. Quindi il discorso del Papa a Loreto è perfettamente coerente. Lo si può rifiutare dal punto di vista laicistico, ma non si può non accettarlo e non esprimere il completo consenso da un punto di vista cattolico.
Certo i cattolici hanno un vizio maledetto: pensare alla forza della modernità e ignorare come questa modernità, nei limiti in cui pensa di voler negare la trascendenza religiosa, attraversi oggi la sua massima crisi, riconosciuta anche da certi scrittori laici.
In questo contesto si può capire anche il senso di un movimento come Comunione e Liberazione: esso parte dal riconoscimento pieno della crisi a cui la modernità è soggetta e dunque riconosce attualità alla "restaurazione" (nel senso usato da Ratzinger) del cattolicesimo. Al contrario una parte notevole del mondo cattolico è nella posizione di volersi combinare in qualche modo con la "modernità". Ma la combinazione diviene subordinazione.