I SEGNI DEI TEMPI

Esortiamo pure voi, figli carissimi, a cercare quei "segni dei tempi" che sembrano precedere un nuovo Avvento di Cristo fra noi. Maria la portatrice di Cristo, ci può essere maestra, anzi Ella stessa l'atteso prodigio (Paolo VI, all'Angelus del 5 dicembre 1976)

Chi sono

Utente: nanto
Mi chiamo Antonello Iapicca, sono un presbitero italiano missionario in Giappone, a Takamatsu, da molti anni. Ora mi trovo in una zona di 200.000 abitanti dove non vi è presenza cattolica, annunciando il Vangelo insieme a due famiglie missionarie, una italiana e una spagnola.

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giovedì, 30 giugno 2005

IL VANGELO
COMMENTO AL VANGELO
IL SANTO DEL GIORNO
           Santi Primi martiri della Chiesa di Roma
LA NOTIZIA
           PRESENTAZIONE DEL COMPENDIO DEL CATECHISMO
           DISCORSO DEL SANTO PADRE
           MOTU PROPRIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
           INTRODUZIONE AL COMPENDIO DEL CATECHISMO
           Tredici domande e risposte tratte dal Compendio del Catechismo
           La sintesi del Catechismo riflette la “preoccupazione materna della Chiesa”
           Conoscere per dialogare
           Sapere e memoria, questione di cuore
EDITORIALE
           Quel punto segreto di Karol il grande
BENEDETTO XVI
          Omelia nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo
          Angelus
CHIESA
         Santa Sede e Governo cinese nominano il primo Vescovo congiunto. 
         Discorso del cardinal Ruini per l’apertura della Causa di Beatificazione di Karol Wojtyła
         UK child abuse complaints up more than 50 percent
         Cardinal McCarrick ready to retire but always open to God’s call
         110 nouveaux prêtres français en 2005
         Comienza histórica reunión entre obispos de México y Estados Unidos
         ASIA/IRAQ - “Nonostante le violenze, i cristiani iracheni sono in pieno fermento:
         Historia de últimos siglos no se entiende sin pontificado, afirma Card. Rouco
 
VERITATIS SPLENDOR
         El Foro de la Familia entrega 600.000 nuevas firmas contra la ley de matrimonios homosexuales
         Catholic medical experts back new ethical embryonic stem-cell research
         Después de dos años de debate, belgas aún no aprueban ley de adopción por homosexuales
         Canada: Persecución anunciada. Extorsión gubernamental. Los obispos no callan
         Obispo argentino denuncia proyecto de ley para promover esterilizaciones
         Promozione dell’aborto legale al BAC 2005
         Couples who live together to get more legal rights
 
   PER UNA FEDE ADULTA
        Vacanze Il tempo della libertà  di Luigi Giussani
 
SOCIETA’
        Cina: in vendita organi dei condannati a morte
        Turchia, allarme libertà religiosa
        Noi e i gay un problema di uguaglianza  di José Luís Zapatero
        Casalinghe senza bambini
        «Solo Hume può fermare Marx» Alla Bbc la sfida sui grandi filosofi
 
 
IL VANGELO
 
Mt 9, 1-8
 
In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. 
Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 
Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: àlzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e và a casa tua». 
Ed egli si alzò e andò a casa sua. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
 
COMMENTO AL VANGELO
         
          Cose malvage pensate nel cuore. Il nostro pensar bene di Dio e della vita si infrange sullo scandalo di una paralisi. Il potere che esigiamo da Dio è quello di scioglierci dai nodi dell’esistenza. Crediamo, indubbiammente. In un totem che risolva il contingente. Quelle situazioni che ci angosciano e che vorremmo cancellare. Le cose malvage pensate nel cuore altro non sono che tentare Dio per trascinarlo su cammini che non gli si addicono. Un taumaturgo piegato ai nostri desideri. E non lo conosciamo. E non ci conosciamo. V’è solo una paralisi. Il peccato. Dio si confronta con il peccato. Il male, il mistero dell’iniquità si cela nel peccato. Vorremmo capire i perchè di tante atrocità, di tante ingiustizie. Ma rifiutiamo la radice del male. Il peccato. Accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Dal quale escono tutti gli abomini. Nel quale pensiamo cose malvage. Non riconoscere il peccato, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della Sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il Suo potere, il Suo amore. Chiudersi alla misericordia, la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. Per questo ci troviamo paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati. Guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. I peccati rimessi, la vera liberazione, il mistero del male svelato nel perdono. Per pura Grazia. Che fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. La morte è entrata nel mondo per invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati. Ogni male che appare sulla terra è frutto del peccato. V’è una sola risposta, un’unica soluzione. Lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Per conoscere il potere di Dio, la Sua vittoria sul peccato e sulla morte. Per essere liberati e tornare a casa, nella storia d’ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono.
 
IL SANTO DEL GIORNO
 

Santi Primi martiri della Chiesa di Roma

L'odierna celebrazione introdotta dal nuovo calendario romano universale si riferisce ai protomartiri della Chiesa di Roma, vittime della persecuzione di Nerone in segu o all'incendio di Roma, avvenuto il 19 luglio del 64. Perché Nerone perseguitò i cristiani? Ce lo dice Cornelio Tacito nel XV libro degli Annales: "Siccome circolavano voci che l'incendio di Roma fosse stato doloso, Nerone presentò come colpevoli, punendoli con pene ricercatissime, coloro che, odiati per le loro abominazioni, erano chiamati dal volgo cristiani".
Ai tempi di Nerone, a Roma, accanto alla comunità ebraica, viveva quella esigua e pacifica dei cristiani. Su questi, poco conosciuti, circolavano voci calunniose. Nerone scaricò su di loro, condannandoli ad efferati supplizi, le accuse a lui rivolte. Del resto le idee professate dai cristiani erano di aperta sfida agli dèi pagani gelosi e vendicativi... "I pagani - ricorderà più tardi Tertulliano - attribuiscono ai cristiani ogni pubblica calamità, ogni flagello. Se le acque del Tevere escono dagli argini e invadono la città, se al contrario il Nilo non rigonfia e non inonda i campi, se vi è siccità, carestia, peste, terremoto, è tutta colpa dei cristiani, che disprezzano gli dèi, e da tutte le parti si grida: i cristiani ai leoni!".
Nerone ebbe la responsabilità di aver dato il via all'assurda ostilità del popolo romano, peraltro molto tollerante in materia religiosa, nei confronti dei cristiani: la ferocia con la quale colpì i presunti incendiari non trova neppure la giustificazione del supremo interesse dell'impero. Episodi orrendi come quello delle fiaccole umane, cosparse di pece e fatte ardere nei giardini del colle Oppio, o come quello di donne e bambini vestiti con pelle di animali e lasciati in balia delle bestie feroci nel circo, furono tali da destare un senso di pietà e di orrore nello stesso popolo romano. "Allora - scrive ancora Tacito - si manifestò un sentimento di pietà, pur trattandosi di gente meritevole dei più esemplari castighi, perché si vedeva che erano eliminati non per il bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un individuo", Nerone. La persecuzione non si arrestò a quella fatale estate del 64, ma si prolungò fino al 67.
Tra i martiri più illustri vi furono il principe degli apostoli, crocifisso nel circo neroniano, dove sorge la basilica di S. Pietro, e l'apostolo dei gentili, S. Paolo, decapitato alle Acque Salvie e sepolto lungo la via Ostiense. Dopo la festività congiunta dei due apostoli, il nuovo calendario vuole appunto celebrare la memoria dei numerosi martiri che non poterono avere un posto peculiare nella liturgia.
 
 
LA NOTIZIA
 
PRESENTAZIONE DEL COMPENDIO DEL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
 
Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI, ha avuto luogo la presentazione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti:
 
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Carissimi Fratelli e amici,
1. «Possa Egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi » (Ef 1,18).
E’ questo l’auspicio che san Paolo innalza al Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, nel brano della lettera agli Efesini appena proclamata.
Non ringrazieremo mai abbastanza Dio, nostro Padre, per questo immenso tesoro di speranza e di gloria, che Egli nel Suo Figlio Gesù ci ha regalato. Nostro impegno costante è di lasciarci continuamente illuminare da Lui per conoscere sempre più profondamente questo Suo misterioso dono.
Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, che oggi ho la grande gioia di presentare alla Chiesa e al mondo, in questa Celebrazione orante, può e deve costituire uno strumento privilegiato per farci crescere nella conoscenza e nell’accoglienza gioiosa di tale dono divino.
2. Esso vede la luce dopo la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, avvenuta nel 1992. Da allora era divenuta sempre più diffusa e insistente l’esigenza di un catechismo in sintesi, breve, che contenesse tutti e soli gli elementi essenziali e fondamentali della fede e della morale cattolica, formulati in una maniera semplice, accessibile a tutti, chiara e sintetica. Ed è proprio venendo incontro a tale esigenza, che in questo ultimo ventennio sono stati effettuati, in diverse lingue e paesi, numerosi tentativi, più o meno riusciti, di sintesi del suddetto Catechismo, che hanno presentato vari problemi, riguardo non solo alla fedeltà e al rispetto della sua struttura e dei suoi contenuti, ma anche alla completezza e all’integrità della dottrina cattolica.
Si avvertiva pertanto sempre più la necessità di un testo autorevole, sicuro, completo circa gli aspetti essenziali della fede della Chiesa, in piena armonia col citato Catechismo, approvato dal Papa e destinato a tutta la Chiesa.
3. Di tale diffusa esigenza si erano fatti interpreti in particolare, nell’ottobre 2002, i partecipanti al Congresso Catechistico internazionale, i quali avevano presentato un’esplicita richiesta in tal senso al servo di Dio Giovanni Paolo II.
Sono trascorsi poco più di due anni da quando il mio Venerato Predecessore aveva deciso, nel febbraio 2003, la preparazione di tale Compendio, riconoscendolo corrispondente al bene non solo della Chiesa universale e delle Chiese particolari, ma anche del mondo d’oggi, assetato di verità. Sono stati due anni d’intenso e proficuo lavoro, che ha visto il coinvolgimento anche di tutti i Cardinali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali, i quali, interpellati su uno degli ultimi progetti del Compendio, hanno espresso, a larghissima maggioranza, una valutazione molto positiva.
4. Oggi, in questa vigilia della Solennità dei SS. Pietro e Paolo, a quarant’anni dalla conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, provo grande gioia nel consegnare questo Compendio, da me approvato, non solo a tutti i membri della Chiesa, qui significativamente rappresentati, nelle varie componenti, da tutti Voi che partecipate a questo solenne incontro. Ma, attraverso di Voi - Venerati Fratelli Cardinali, Vescovi, sacerdoti, catechisti e fedeli laici - desidero consegnare idealmente questo Compendio anche ad ogni persona di buona volontà, che desideri conoscere le insondabili ricchezze del mistero salvifico di Gesù Cristo.
Non si tratta certamente di un nuovo Catechismo, ma del Compendio che rispecchia fedelmente il Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale rimane pertanto sia la fonte, da cui attingere per comprendere meglio il Compendio stesso, sia il modello, a cui guardare incessantemente per ritrovare l’esposizione armoniosa e autentica della fede e della morale cattolica, e sia il punto di riferimento, che deve stimolare l’annuncio della fede e l’elaborazione dei catechismi locali. Il Catechismo della Chiesa Cattolica mantiene, pertanto, intatta tutta la sua autorevolezza e importanza, e potrà trovare, in tale sintesi, un prezioso incoraggiamento ad essere meglio conosciuto e utilizzato come fondamentale strumento di educazione alla fede.
5. Questo Compendio è un rinnovato annuncio del Vangelo oggi. Anche per mezzo di questo testo autorevole e sicuro, la "fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa – come anche afferma S. Ireneo, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica – la conserviamo con cura, perché sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che lo contiene".1
E’ la fede della Chiesa in Cristo Gesù, che il Compendio presenta. Seguendo la struttura quadripartita del Catechismo della Chiesa Cattolica, esso presenta, infatti, Cristo professato quale Figlio Unigenito del Padre, come perfetto Rivelatore della verità di Dio e come definitivo Salvatore del mondo; Cristo celebrato nei sacramenti, come fonte e sostegno della vita della Chiesa; Cristo ascoltato e seguito nell’obbedienza ai suoi comandamenti, come sorgente di esistenza nuova nella carità e nella concordia; Cristo imitato nella preghiera, come modello e maestro del nostro atteggiamento orante nei confronti del Padre.
6. Tale fede viene esposta, nel Compendio, in forma dialogica. Si intende in tal modo "riproporre – come ho scritto nell’introduzione al Compendio - un dialogo ideale tra il maestro e il discepolo, mediante una sequenza incalzante di interrogativi, che coinvolgono il lettore invitandolo a proseguire nella scoperta dei sempre nuovi aspetti della verità della sua fede. Il genere dialogico, inoltre, concorre anche ad abbreviare notevolmente il testo, riducendolo all'essenziale. Ciò potrebbe favorire l'assimilazione e l'eventuale memorizzazione dei contenuti". La brevità delle risposte favorisce la sintesi essenziale e la chiarezza della comunicazione.
7. Nel testo sono anche inserite delle immagini all’inizio della rispettiva parte o sezione. Questa scelta è finalizzata a illustrare il contenuto dottrinale del Compendio: le immagini, infatti "proclamano lo stesso messaggio che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la parola, e aiutano a risvegliare e a nutrire la fede dei credenti" (Compendio, n. 240).
Immagine e parola s'illuminano così a vicenda. L’arte «parla» sempre, almeno implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio invisibile.
Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica, mostrando la suprema armonia tra il buono e il bello, tra la via veritatis e la via pulchritudinis. Mentre testimoniano la secolare e feconda tradizione dell’arte cristiana, sollecitano tutti, credenti e non, alla scoperta e alla contemplazione del fascino inesauribile del mistero della Redenzione, dando sempre nuovo impulso al vivace processo della sua inculturazione nel tempo.
Le stesse immagini si ritrovano nelle varie traduzioni del Compendio. Sarà questo anche un modo per identificare facilmente e riconoscere tale testo nella varietà delle lingue: l’unica fede viene professata da ciascun fedele nella molteplicità dei contesti ecclesiali e culturali.
8. Il testo alla fine comprende anche un’Appendice, costituita da alcune preghiere comuni per la Chiesa universale e da alcune formule catechistiche della fede cattolica.
La scelta opportuna di aggiungere alla fine del Compendio alcune preghiere invita a ritrovare nella Chiesa un comune modo di pregare, non solo a livello personale, ma anche a livello comunitario.
In ognuna delle traduzioni, la maggior parte delle preghiere saranno presentate anche nella lingua latina. Il loro apprendimento, anche in questa lingua, faciliterà il pregare insieme da parte dei fedeli cristiani appartenenti a lingue diverse, specialmente quando si incontreranno insieme per particolari circostanze. Come già dissi, nel 1997, in occasione della presentazione al mio Venerato Predecessore dell’edizione tipica latina del Catechismo della Chiesa Cattolica, "proprio nella molteplicità delle lingue e delle culture, il latino, per tanti secoli veicolo e strumento della cultura cristiana, garantisce non solo la continuità con le nostre radici, ma rimane quanto mai rilevante per rinsaldare i legami dell'unità della fede nella comunione della Chiesa".
9. Ringrazio di vero cuore tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione di questa importante opera, in particolare i Cardinali membri della speciale Commissione, i redattori, gli esperti: tutti hanno collaborato con grande dedizione e competenza. Il Signore Dio, che vede ogni cosa, li ricompensi e li benedica nella Sua infinita benevolenza.
Questo Compendio, frutto della loro fatica ma soprattutto dono che Dio fa alla Chiesa in questo terzo millennio, dia nuovo slancio all’evangelizzazione e alla catechesi, da cui dipendono "non solo l’estensione geografica e l’aumento numerico, ma anche, e più ancora, la crescita interiore della Chiesa, la sua corrispondenza al disegno divino" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 7).
Maria Ss.ma e i Santi Apostoli Pietro e Paolo sostengano con la loro intercessione questo auspicio per il bene della Chiesa e dell’umanità.
E a tutti Voi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.
1 Ireneo di Lione, Adversus haereses, 1,10,2: Sc 264,158-160
 
MOTU PROPRIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER L’APPROVAZIONE E LA PUBBLICAZIONE DEL COMPENDIO DEL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
 
MOTU PROPRIO
per l’approvazione e la pubblicazione
del Compendio
del Catechismo della Chiesa Cattolica
Ai Venerabili Fratelli Cardinali, Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi,
Presbiteri, Diaconi e a tutti i Membri del Popolo di Dio
Vent’anni or sono iniziava l’elaborazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, richiesto dall’Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi, in occasione del ventesimo anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Ringrazio infinitamente il Signore Dio per aver donato alla Chiesa tale Catechismo, promulgato nel 1992 dal mio venerato e amato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II.
La grande utilità e preziosità di questo dono è confermata anzitutto dalla positiva e larga accoglienza, che esso ha avuto presso l’episcopato, al quale era primariamente indirizzato come testo di riferimento sicuro e autentico per l’insegnamento della dottrina cattolica, e in particolare per l’elaborazione dei catechismi locali. Ma è confermata anche dalla favorevole e grande accoglienza ad esso riservata da parte di tutte le componenti del Popolo di Dio, che l’hanno potuto conoscere ed apprezzare nelle oltre cinquanta lingue, in cui è stato finora tradotto.
Ora con grande gioia approvo e promulgo il Compendio di tale Catechismo.
Esso era stato vivamente auspicato dai partecipanti al Congresso Catechistico Internazionale dell’ottobre 2002, che si erano fatti interpreti in tal modo di un’esigenza molto diffusa nella Chiesa. Il mio compianto Predecessore, accogliendo tale desiderio, ne decise nel febbraio 2003 la preparazione, affidandone la redazione a una ristretta Commissione di Cardinali, da me presieduta, e affiancata da alcuni esperti collaboratori. Nel corso dei lavori, un progetto di tale Compendio è stato sottoposto al giudizio di tutti gli Eminentissimi Cardinali e dei Presidenti delle Conferenze Episcopali, che nella stragrande maggioranza l’hanno favorevolmente accolto e valutato.
Il Compendio, che ora presento alla Chiesa universale, è una sintesi fedele e sicura del Catechismo della Chiesa Cattolica. Esso contiene, in modo conciso, tutti gli elementi essenziali e fondamentali della fede della Chiesa, così da costituire, come era stato auspicato dal mio Predecessore, una sorta di vademecum, che consenta alle persone, credenti e non, di abbracciare, in uno sguardo d’insieme, l’intero panorama della fede cattolica.
Rispecchia fedelmente nella struttura, nei contenuti e nel linguaggio il Catechismo della Chiesa Cattolica, che troverà in questa sintesi un aiuto e uno stimolo per essere maggiormente conosciuto ed approfondito.
Affido pertanto con fiducia questo Compendio anzitutto alla Chiesa intera e ad ogni cristiano in particolare, perché grazie ad esso possa ritrovare, in questo terzo millennio, nuovo slancio nel rinnovato impegno di evangelizzazione e di educazione alla fede, che deve caratterizzare ogni comunità ecclesiale e ogni credente in Cristo a qualunque età e nazione appartenga.
Ma questo Compendio, per la sua brevità, chiarezza e integrità, si rivolge a ogni persona, che, vivendo in un mondo dispersivo e dai molteplici messaggi, desidera conoscere la Via della Vita, la Verità , affidata da Dio alla Chiesa del Suo Figlio.
Leggendo questo autorevole strumento che è il Compendio, possa ciascuno, grazie in particolare all’intercessione di Maria Santissima, la Madre di Cristo e della Chiesa, riconoscere e accogliere sempre di più l’inesauribile bellezza, unicità e attualità del Dono per eccellenza che Dio ha fatto all’umanità: il Suo unico Figlio, Gesù Cristo, che è «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6).
Dato il 28 giugno 2005, vigilia della Solennità dei SS. Pietro e Paolo, anno primo di Pontificato.
BENEDICTUS PP XVI


INTRODUZIONE AL COMPENDIO DEL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
 
1. L'11 ottobre del 1992, Papa Giovanni Paolo II consegnava ai fedeli di tutto il mondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, presentandolo come «"testo di riferimento" per una catechesi rinnovata alle vive sorgenti della fede».1 A trent'anni dall'apertura del Concilio Vaticano II (1962-1965), veniva così portato a felice compimento l'auspicio espresso nel 1985 dall'Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, perché venisse composto un catechismo di tutta la dottrina cattolica sia per la fede che per la morale.
Cinque anni dopo, il 15 agosto del 1997, promulgando l'editio typica del Catechismus Catholicae Ecclesiae, il Sommo Pontefice confermava la finalità fondamentale dell'opera: «Porsi come esposizione completa e integra della dottrina cattolica, che consente a tutti di conoscere ciò che la Chiesa stessa professa, celebra, vive, prega nella sua vita quotidiana»2.
2. Per una maggiore valorizzazione del Catechismo e per venire incontro a una richiesta emersa nel Congresso Catechistico Internazionale del 2002, Giovanni Paolo II istituiva nel 2003 una Commissione speciale, presieduta dal Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con il compito di elaborare un Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, contenente una formulazione più sintetica dei medesimi contenuti di fede. Dopo due anni di lavoro, fu preparato un progetto di compendio, che fu inviato per la consultazione ai Cardinali e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Il progetto, nel suo complesso, ha avuto una valutazione positiva da parte della maggioranza assoluta di quanti hanno risposto. La Commissione ha, pertanto, proceduto alla revisione del suddetto progetto, e, tenendo conto delle proposte di miglioramento pervenute, ha approntato il testo finale dell'opera.
3. Sono tre le caratteristiche principali del Compendio: la stretta dipendenza dal Catechismo della Chiesa Cattolica; il genere dialogico; l'utilizzo delle immagini nella catechesi.
Anzitutto, il Compendio non è un'opera a sé stante e non intende in alcun modo sostituire il Catechismo della Chiesa Cattolica: piuttosto, rinvia continuamente ad esso sia con la puntuale indicazione dei numeri di riferimento sia col continuo richiamo alla sua struttura, al suo sviluppo e ai suoi contenuti. Il Compendio, inoltre, intende risvegliare un rinnovato interesse e fervore per il Catechismo, che, con la sua sapienza espositiva e con la sua unzione spirituale, resta pur sempre il testo di base della catechesi ecclesiale oggi.
Come il Catechismo, anche il Compendio si articola in quattro parti, in corrispondenza delle leggi fondamentali della vita in Cristo.
La prima parte, intitolata «La professione della fede», contiene un'opportuna sintesi della lex credendi, e cioè della fede professata dalla Chiesa Cattolica, ricavata dal Simbolo Apostolico, illustrato con il Simbolo niceno-costantinopolitano, la cui costante proclamazione nelle assemblee cristiane mantiene viva la memoria delle principali verità della fede.
La seconda parte, intitolata «La celebrazione del mistero cristiano», presenta gli elementi essenziali della lex celebrandi. L'annuncio del Vangelo trova, infatti, la sua risposta privilegiata nella vita sacramentale. In essa i fedeli sperimentano e testimoniano in ogni momento della loro esistenza l'efficacia salvifica del mistero pasquale, per mezzo del quale Cristo ha compiuto l'opera della nostra redenzione.
La terza parte, intitolata «La vita in Cristo», richiama la lex vivendi e cioè l'impegno che i battezzati hanno di manifestare nei loro comportamenti e nelle loro scelte etiche la fedeltà alla fede professata e celebrata. I fedeli, infatti, sono chiamati dal Signore Gesù a compiere le opere che si addicono alla loro dignità di figli del Padre nella carità dello Spirito Santo.
La quarta parte, intitolata «La preghiera cristiana», offre una sintesi della lex orandi e cioè della vita di preghiera. Sull'esempio di Gesù, il modello perfetto di orante, anche il cristiano è chiamato al dialogo con Dio nella preghiera, una cui espressione privilegiata è il Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù stesso.
4. Una seconda caratteristica del Compendio è la sua forma dialogica, che riprende un antico genere letterario catechistico, fatto di domande e risposte. Si tratta di riproporre un dialogo ideale tra il maestro e il discepolo, mediante una sequenza incalzante di interrogativi, che coinvolgono il lettore invitandolo a proseguire nella scoperta dei sempre nuovi aspetti della verità della sua fede. Il genere dialogico concorre anche ad abbreviare notevolmente il testo, riducendolo all'essenziale. Ciò potrebbe favorire l'assimilazione e l'eventuale memorizzazione dei contenuti.
5. Una terza caratteristica è data dalla presenza di alcune immagini, che scandiscono l'articolazione del Compendio. Esse provengono dal ricchissimo patrimonio dell'iconografia cristiana. Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l'immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell'immagine, l'immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico.
6. A quarant'anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II e nell'anno dell'Eucaristia, il Compendio può rappresentare un ulteriore sussidio per soddisfare sia la fame di verità dei fedeli di tutte le età e condizioni, sia anche il bisogno di quanti, senza essere fedeli, hanno sete di verità e di giustizia. La sua pubblicazione avverrà nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, colonne della Chiesa universale ed evangelizzatori esemplari del Vangelo nel mondo antico. Questi apostoli hanno visto ciò che hanno predicato e hanno testimoniato la verità di Cristo fino al martirio. Imitiamoli nel loro slancio missionario e preghiamo il Signore affinché la Chiesa segua sempre l'insegnamento degli Apostoli, dai quali ha ricevuto il primo gioioso annunzio della fede.
20 marzo 2005, Domenica delle Palme.
Joseph Card. Ratzinger
Presidente della Commissione speciale
1GIOVANNI PAOLO II, Cost. ap. Fidei depositum, 11 ottobre 1992.
2GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Laetamur magnopere, 15 agosto 1997.
 
Tredici domande e risposte tratte dal Compendio del Catechismo
CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 28 giugno 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito tredici domande e risposte tratte dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato questo martedì da Benedetto XVI.

18. Perché la Sacra Scrittura insegna la verità?

Perché Dio stesso è l'autore della Sacra Scrittura: essa è perciò detta ispirata e insegna senza errore quelle verità, che sono necessarie alla nostra salvezza. Lo Spirito Santo ha infatti ispirato gli autori umani, i quali hanno scritto ciò che egli ha voluto insegnarci. La fede cristiana, tuttavia, non è « una religione del Libro », ma della Parola di Dio, che non è « una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente » (san Bernardo di Chiaravalle).

58. Perché Dio permette il male?

La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene. Dio questo l'ha già mirabilmente realizzato in occasione della morte e risurrezione di Cristo: infatti dal più grande male morale, l'uccisione del suo Figlio, egli ha tratto i più grandi beni, la glorificazione di Cristo e la nostra redenzione.


117. Chi è responsabile della morte di Gesù?

La passione e la morte di Gesù non possono essere imputate indistintamente né a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli altri Ebrei venuti dopo nel tempo e nello spazio. Ogni singolo peccatore, cioè ogni uomo, è realmente causa e strumento delle sofferenze del Redentore, e più gravemente colpevoli sono coloro, soprattutto se cristiani, che più spesso ricadono nel peccato o si dilettano nei vizi.

127. Quali « segni » attestano la Risurrezione di Gesù?

Oltre al segno essenziale costituito dalla tomba vuota, la Risurrezione di Gesù è attestata dalle donne che incontrarono per prime Gesù e l'annunciarono agli Apostoli. Gesù poi « apparve a Cefa (Pietro), e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta » (1 Cor 15,5-6) e ad altri ancora. Gli Apostoli non hanno potuto inventare la risurrezione, poiché questa appariva loro impossibile: infatti Gesù li ha anche rimproverati per la loro incredulità.

171. Che cosa significa l'affermazione: « Fuori della Chiesa non c'è salvezza »?

Essa significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa, che è il suo Corpo. Pertanto non possono essere salvati quanti, conoscendo la Chiesa come fondata da Cristo e necessaria alla salvezza, non vi entrassero e non vi perseverassero. Nello stesso tempo, grazie a Cristo e alla sua Chiesa, possono conseguire la salvezza eterna quanti, senza loro colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e, sotto l'influsso della grazia, si sforzano di compiere la sua volontà conosciuta attraverso il dettame della coscienza.

201. Perché la Chiesa ha il potere di perdonare i peccati?

La Chiesa ha la missione e il potere di perdonare i peccati, perché Cristo stesso glielo ha conferito: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). «Credo la risurrezione della carne».


213. Come si concilia l'esistenza dell'inferno con l'infinita bontà di Dio?

Dio, pur volendo « che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9), tuttavia, avendo creato l'uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto, è l'uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla comunione con Dio se, fino al momento della propria morte, persiste nel peccato mortale, rifiutando l'amore misericordioso di Dio.

244. La Chiesa ha bisogno di luoghi per celebrare la liturgia?

Il culto « in spirito e verità » (Gv 4,24) della Nuova Alleanza non è legato ad alcun luogo esclusivo, perché Cristo è il vero tempio di Dio, per mezzo del quale anche i cristiani e la Chiesa intera diventano, sotto l'azione dello Spirito Santo, templi del Dio vivente. Tuttavia il Popolo di Dio, nella sua condizione terrena, ha bisogno di luoghi in cui la comunità possa riunirsi per celebrare la liturgia.

349. Qual è l'atteggiamento della Chiesa verso i divorziati risposati?

Fedele al Signore, la Chiesa non può riconoscere come Matrimonio l'unione dei divorziati risposati civilmente. « Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio » (Mc 10,11-12). Verso di loro la Chiesa attua un'attenta sollecitudine, invitandoli a una vita di fede, alla preghiera, alle opere di carità e all'educazione cristiana dei figli. Ma essi non possono ricevere l'Assoluzione sacramentale, né accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali, finché perdura tale situazione, che oggettivamente contrasta con la legge di Dio.

392. Che cos'è il peccato?

Il peccato è « una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna » (sant'Agostino). È un'offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. Cristo nella sua Passione svela pienamente la gravità del peccato e lo vince con la sua misericordia.

472. Perché la società deve proteggere ogni embrione?

Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano, fin dal suo concepimento, è un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione. Quando lo Stato non mette la sua forza al servizio dei diritti di tutti e in particolare dei più deboli, tra i quali i concepiti ancora non nati, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto.

475. Quando sono moralmente legittime le sperimentazioni scientifiche, mediche o psicologiche, sulle persone o sui gruppi umani?

Sono moralmente legittime se sono a servizio del bene integrale della persona e della società, senza rischi sproporzionati per la vita e l'integrità fisica e psichica dei soggetti, opportunamente informati e consenzienti.

572. Perché la preghiera è un combattimento?

La preghiera è un dono della grazia, ma presuppone sempre una risposta decisa da parte nostra, perché colui che prega combatte contro se stesso, l'ambiente, e soprattutto contro il Tentatore, che fa di tutto per distoglierlo dalla preghiera. Il combattimento della preghiera è inseparabile dal progresso della vita spirituale. Si prega come si vive, perché si vive come si prega.


 
La sintesi del Catechismo riflette la “preoccupazione materna della Chiesa”
Intervista al Capo dell’Ufficio Catechistico della Congregazione per il Clero
CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 28 giugno 2005 (ZENIT.org).- Monsignor Tommaso Scenico, Capo dell’Ufficio Catechistico della Congregazione per il Clero, afferma che la pubblicazione di questo Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica riflette la “preoccupazione materna della Chiesa” “questo deposito della fede, nelle mani della gente”.

In questa intervista concessa a ZENIT, monsignor Scenico, teologo pastoralista e catecheta, afferma che “essere dalla parte della Chiesa non significa soltanto schierarsi a parole, ma significa mettersi dalla parte della Chiesa nei fatti e allora accogliere ciò che la Chiesa crede, celebra, vive e prega”.

Il Compendio del Catechismo è stato presentato quest’oggi, 28 giugno, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico in Vaticano da Benedetto XVI durante una solenne celebrazione liturgica.

A partire dal 29 giugno il Compendio, nelle due edizioni in lingua italiana, si potrà trovare non solo nelle librerie italiane ma anche nei supermercati, negli autogrill e negli aeroporti.

Si tratta di un’opera a sé?

Mons. Tommaso Scenico: Gli insegnamenti non sono mutati. Il deposito della Fede presentato dal Catechismo della Chiesa Cattolica è un deposito unico ed irripetibile, tant’è che il Compendio ha una dipendenza strettissima dal Catechismo della Chiesa Cattolica nell’usare la stessa fraseologia del CCC, nell’ usare preferibilmente le stesse parole, rinviando al Catechismo con puntuale indicazione dei numeri di riferimento.

Lo stesso Compendio, in questa dipendenza stretta dal Catechismo della Chiesa Cattolica, è suddiviso in quattro parti come in quattro parti è suddiviso il CCC e cioè: la Lex Credendi – il Credo; la Lex Celebrandi – i sacramenti; la Lex Vivendi – la morale e la Lex Orandi - la preghiera. Il depositum fidei non ha conosciuto mutamenti ma modalità di esposizione.

Eppure, ancora oggi ci sono dei sostenitori del catechismo di San Pio X…

Mons. Tommaso Scenico: Il catechismo di San Pio X favoriva la memorizzazione. Non era stato promulgato dal Papa per tutta la Chiesa Cattolica. Era fatto per la Diocesi di Roma. Poi, per allargamento, il Catechismo di San Pio X è arrivato in tutto il mondo ed è stato allora inteso come il Catechismo universale.

Quando nel 1992 Giovanni Paolo II ha fatto dono alla Chiesa del CCC, è stata la prima volta che un pontefice promulgava un Catechismo per tutto il mondo. E devo dire che in questi tredici anni, dal ’92 ad oggi, il Catechismo è stato davvero norma sicura per l’insegnamento della fede, strumento valido e legittimo della comunione ecclesiale, strumento di rinnovamento al quale lo Spirito Santo incessantemente chiama la Chiesa, testo di riferimento per l’elaborazione dei catechismi locali e modello, in fine, di inculturazione della fede rivelata. Il CCC, il deposito della fede è dunque uno irripetibile.

Era davvero necessario realizzare il CCC e poi il suo Compendio?

Mons. Tommaso Scenico: Il Papa ha ritenuto che dopo un grande travaglio di secolarizzazione o addirittura di secolarismo, valeva la pena condensare in un volume abbondantissimo, quasi 990 pagine, ciò che la Chiesa crede, vive, celebra e prega. Questo è stato un dono enorme che Giovanni Paolo II ha fatto alla sua Chiesa.

Ora, essere passati al Compendio è l’atteggiamento materno della Chiesa che è sempre Madre e Maestra per dirla con un’espressione di Giovanni XXIII. Ciò evidenzia l’intenzione di far passare concretamente questo deposito della fede, nelle mani della gente.

Ecco la preoccupazione materna della Chiesa: vi offro il Bignami, cioè una sintesi ma dell’immutato ed immutabile deposito della fede. Prendete in mano questo testo, abbiatelo sul comodino, in borsa…sono stati pensati due formati: uno un poco più grande e uno un poco più piccolo proprio per portarlo con sé e per sapere che cosa la Chiesa crede, celebra, vive e prega.

Essere dalla parte della Chiesa non significa soltanto schierarsi a parole, significa mettersi dalla parte della Chiesa nei fatti e allora accogliere ciò che la Chiesa crede, celebra, vive e prega. E’ quanto è contenuto nell’estrema sintesi di questo Compendio.

Vi aspettate delle critiche sulla realizzazione del Compendio e in particolare da chi?

Mons. Tommaso Scenico: Sì. La prima che io temo è “perché è stato tralasciato questo nel Compendio piuttosto che quest’altro”? Ovviamente moltissime cose sono state lasciate, la proporzione lo dice: 982 pagine – 205 paginette in formato anche più piccolo del CCC. Non c’è dubbio che la sintesi comporta questo rischio…critiche sono state già fatte e mi è dispiaciuto molto quando si è detto su una parte della stampa che il Papa continua la sua propaganda per la vita – il Catechismo ovviamente promuove la vita – e quindi solo l’incapacità di comprensione da parte di chi vuole criticare per forza non può pensare che il Compendio che è sintesi del Catechismo contraddica il Catechismo stesso.

Queste sono critiche che non ci fanno paura. Io invito i mass media e coloro che dovessero far eco a questo dono d’amore della Chiesa alla Chiesa, che capiscano che non si tratta di un proclama pubblicitario ma della Fede della Chiesa. Della sintesi della Fede della Chiesa.

Critiche ovviamente ci sono e ci saranno ma da parte di chi probabilmente non comprende che la Fede della Chiesa non vuole invadere campi altrui ma che ha il dovere di gridare la Fede incarnata da Gesù Cristo…andate e predicate, io sarò con voi…questo ha detto Cristo.

Pretendere che la Chiesa dica altro, dica oltre o non dica, sarebbe non capire la realtà della Chiesa. E se la Chiesa non si comportasse secondo quanto ha ricevuto da Gesù Cristo, allora tradirebbe Gesù Cristo.


Conoscere per dialogare

di Marco Roncalli
Non un nuovo catechismo, ma solo una sua sintesi: concisa, sicura, accessibile. Per la Chiesa sì, ma anche per le persone in ricerca, assetate di verità, magari pure non credenti. Voluto da Giovanni Paolo II, preparato da una commissione presieduta dall’allora cardinale Ratzinger, il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica è stato presentato ieri in Vaticano, con una celebrazione nella Sala Clementina dedicata alla consegna di questo "dono" proprio da parte di chi lo aveva realizzato, divenuto nel frattempo – per stupefacente disegno divino – Benedetto XVI.

Nei commenti della vigilia si era già variamente scritto su questo strumento che ha pregi e limiti di un’esposizione sintetica e più divulgativa, ma la stessa completezza dell’editio maior del 1992. Ieri tuttavia, nella breve omelia papale, si è avuto l’annuncio di conferme interessanti. E non ci riferiamo solo alla scelta del genere dialogico per favorire l’assimilazione di un formulario che ha dietro tante fatiche di esperti e redattori, come pure consultazioni di pastori in tutto il mondo, né alla presenza in quest’edizione più agile di immagini di arte sacra e di preghiere anche in latino (ulteriori elementi di novità).
Ieri Benedetto XVI ha ribadito soprattutto l’importanza di precise esigenze metodologiche e pastorali (e dunque la necessità di un sussidio per usi più semplici), come pure l’urgenza di una soluzione a problemi sostanzialmente di "disciplina teologica" (alla luce degli esiti insoddisfacenti di riassunti tentati in diversi Paesi). Quanto ai temi, nulla di nuovo rispetto all’edizione di riferimento. Pur in una trattazione più concisa, gli elementi essenziali del disegno di Dio per l’uomo ci sono tutti.

Certo, colpisce la rilanciata formula del dialogo tra maestro e discepolo. Che fa ricordare il "vecchio" catechismo di San Pio X pensato per i ragazzi, ma attento anche agli adulti. E proprio a quarant’anni dalla conclusione del Vaticano II: per Paolo VI, «il grande catechismo dei tempi moderni». Un ritorno forse al passato? Premesso che nessuno aveva definito reietto il testo di papa Sarto e che la catena dei pontefici regge se nessuno degli anelli cade, è stato lo stesso Ratzinger a rispondere un giorno alla domanda su Avvenire, quand’era ancora custode della dottrina della fede.
 
«L’uomo – disse – ha le sue domande e la fede si presenta come risposta a queste domande. Così proprio in un periodo come quello odierno, in cui il dialogo è ritenuto giustamente essenziale nell’educazione alla fede e nella relazione tra i vari gruppi umani, mi sembra naturale che il metodo dialogico domanda-risposta trovi applicazione in un libro come il Compendio». Se il depositum fidei è immutabile, proseguiva, «può cambiare invece il modo di trasmettere i contenuti della fede. E quindi ci si può chiedere se il catechismo di san Pio X possa in questo senso essere considerato ancora valido oggi. Credo che il Compendio che stiamo preparando possa rispondere al meglio alle esigenze di oggi...». Dunque, un testo nuovo per i tempi di oggi.

Del resto, fare un catechismo o un suo riassunto è impresa ardua. Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, pur riscontrando nel catechismo di Pio X un vocabolario teologico troppo tecnico, concludeva: «Francamente dichiaro di non conoscere un solo catechismo che risponde all’ideale...». Come dire: attenti a non fare troppo i sofisticati, qui c’è da nutrire la fede nei semplici come nei meno semplici. Detto questo, storicamente parlando, catechismi e loro riduzioni sono sempre stati oggetto di grande cura da parte della Chiesa. In uno schema del Vaticano I il catechismo è definito addirittura «tessera et pignus caelestis beatitudinis», e Pio IX si spingeva a dire «Con buoni catechismi si salva la società». Nati per lo più, e non a caso, in momenti nei quali era necessario ribadire le verità di fede, essi rispondono alle esigenze di una dinamica popolare della fede stessa, per la quale ciascuno – proprio ognuno dei credenti – è chiamato ad assumere e a fare proprio il contenuto cristiano.

C’è dunque un’istanza profonda di partecipazione soggettiva al dato oggettivo del credere. Troppa dottrina talora impedisce il dialogo, ma – certo – per dialogare meglio dobbiamo conoscere almeno la sostanza della nostra fede.

Sapere e memoria, questione di cuore

di Alessandro Zaccuri
By heart, si dice in inglese. Si traduce «a memoria», ma non è proprio così. Alla lettera sarebbe «con il cuore», perché è con il cuore che si ricorda davvero, non con la mente. È una questione di identità, di consapevolezza, di umanità. Lo sapeva, per esempio, Matteo Ricci, l’apostolo della Cina, uno dei tanti gesuiti che a partire dal Cinquecento – educati alla vertiginosa interiorità degli Esercizi ignaziani – si spinsero nelle regioni più remote del mondo conosciuto. Maestri di spiritualità e nello stesso tempo di mnemotecnica, l’arte del ricordare ereditata dall’Umanesimo e che padre Matteo suggeriva di praticare immaginando che la memoria fosse un palazzo composto di tante stanze, in ogni stanza mobili diversi, con ante, cassetti, superfici dove riporre cognizioni e ricordi destinati, altrimenti, ad andare perduti. Anche il giovane Giacomo Leopardi, che in un palazzo del genere abitava sul serio, si serviva dell’espediente per alimentare una memoria prodigiosa eppure, come dimostra la lettura dello Zibaldone, tanto vicina al cuore.

«È vero – sottolinea il neurobiologo Alberto Oliverio –, il 60% dei nostri processi mentali è fondato sulle immagini, che si fissano con estrema facilità nella mente e che ne vengono rimosse soltanto con molta fatica. Un fenomeno che osserviamo con sempre maggior frequenza nelle generazioni più giovani, per le quali la sovrabbondanza degli stimoli visivi costituisce un problema. Esattamente l’opposto di quanto accade agli anziani, che hanno invece la necessità di allargare il magazzino della memoria breve».
Si ricorda troppo, si ricorda troppo poco. È il paradosso della galassia Gutenberg. Un universo mediatico che negli anni Settanta – quando prese corpo la «nuova catechesi», caratterizzata dalla volontà di superare la struttura formulare del testo di Pio X – era molto meno esteso di oggi. La nostra memoria, trent’anni fa, era molto meno volatile, meno sottomessa al flusso di immagini, suoni, notizie che ogni giorno ci attraversa. Informazioni che non ci diamo più neppure la pena di memorizzare, perché sappiamo benissimo che, se mai ne avremo bisogno, ci sarà sempre una banca dati, un sito internet, un repertorio in cui potremo recuperarle.

«La memoria è diventata una questione di supporti – concorda Oliverio –, ci si lamenta perché il computer o la macchina fotografica digitale non hanno più "spazio" per immagazzinare nuovi elementi. E in questo modo non facciamo altro che arrenderci al fatto che la nostra memoria, ormai, è fisicamente separata da noi». A ben vedere, sono le estreme conseguenze del processo individuato già da Platone, che in un celebre passo del Fedro attribuisce a Socrate una severa condanna della scrittura, tecnologia in apparenza rudimentale, ma capace di allontanare l’uomo dai propri ricordi o, meglio, da ciò che dovrebbe ricordare. Non a caso, infatti, a coltivare con maggior assiduità l’arte della memoria sono anzitutto i popoli nomadi, come furono in origine – e per molto tempo sono stati anche in età moderna – gli ebrei. Zakhor, ricordare, è un verbo decisivo nella storia di Israele: per sfuggire a Faraone bisogna viaggiare con un bagaglio leggero, tutto quello che si sa è meglio tenerselo in testa.
 
Essere poliglotti, come molti ebrei originari dell’Europa orientale sono per tradizione, significa fare tesoro della propria memoria, nella consapevolezza che perfino nelle forme di coercizione e persecuzione più spietate ciò che si è appreso non ci può essere sottratto. Il pianista di Roman Polanski racconta questa storia (un musicista non disimpara mai a suonare), mentre altri film recenti – Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry o Final Cut di Omar Naim – descrivono il dramma della memoria umana manipolata e, all’occorrenza, azzerata come un qualsiasi hard disk. «Alla fine ha vinto Aristotele – commenta Oliverio –, che rispetto a Platone sosteneva un’idea di memoria molto più funzionalistica». Il Compendio del Catechismo presentato ieri, però, con la sua successione di domande e risposte da mandare a mente, ci obbliga a riscoprire la nostra nuda realtà di creature umane. Che non sanno niente se prima non lo fanno passare dalla memoria, cioè dal cuore.
EDITORIALE
 
Felice oggi la Chiesa. Parte la causa di beatificazione
Quel punto segreto di Karol il grande
Davide Rondoni
Pensavamo di conoscerlo. Ce lo hanno fatto vedere, raccontato. Anche troppo. O forse non abbastanza. Non lo conosciamo ancora bene. Perché è adesso che di lui si inizia a sapere veramente. Finora avevano guardato a lui soprattutto gli occhi del popolo e gli occhi dei mass-media. Lo avevano ammirato.
Oggi iniziano a guardare la sua vita con gli occhi della Chiesa. La vita dell'uomo Karol Wojtyla, del prete e del Papa che quell'uomo è stato. La santità è la cosa meno scontata che ci sia. Nel nostro mondo, c'è una forma laica e scontata di santità: è la fama. Uno che è famoso (quasi quasi non importa per che cosa) è subito guardato con rispetto e onorato dal popolo e anche dalle istituzioni. Se uno è famoso viene invitato dai governi centrali e locali, dalle istituzioni pubbliche ed onorato. Invece per la santità della Chiesa, la faccenda va diversamente, molto diversamente. Sono diventati santi persone che, in partenza, sembravano poco attrezzate per esserlo. Gente di nessuna fama. Ma il cui merito è stato grande. Ci sono santi che già in vita hanno evidentemente acquisito un grande merito. Per quello che hanno fondato, per la carità offerta, per la fede mostrata. Il popolo arriva a chiamarli "santi" prima che la Chiesa li riconosca come tali. Il popolo su questo genere di cose non fallisce di molto. Ma la Chiesa indica agli occhi del popolo sia quei santi già "evidenti" sia quelli più oscuri, dimenticati dalle cronache. Perché la santità è cosa diversa dalla fama, e dall'onore conquistato nel mondo. A diciannove anni Karol Wojtyla aveva scritto una poesia, titolata Magnificat. Allora nessuno lo conosceva. Spero che sia messa agli atti del "processo di canonizzazione". Non so se le poesie valgono qualcosa per l'acquisto della santità. Questa poesia sicuramente sì. In essa il giovane Karol ringraziava Dio di averlo "intagliato" da un "tronco di tiglio". E per aver "dilatato il mio petto in un canto primordiale, perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell'azzurro". E finiva, in una specie di poetica profezia, ringraziando uno scultore polacco, ma evidentemente riferendosi anche a Dio: «Benedetto l'Intagliatore di santi - slavo e profeta». Lui sapeva di essere nelle mani di un grande Artista. E che la sua gioia umana si sarebbe compiuta nel divenire opera di un Altro. Lo aveva imparato da ragazzo. Aveva visto che mentre la cultura di oggi promette il compimento attraverso il potere, il possesso, la riuscita, la sua grande avventura sarebbe stata l'appartenenza a Dio. Come ha ricordato di recente il suo amico e attuale Papa Benedetto: l'appartenenza a Dio è la più profonda e la più degna statura dell'uomo. Viene prima, come radice e come giudizio su qualsiasi altra, fosse anche la legge o lo Stato.
Oggi la Chiesa, rispondendo con sollecitudine e, se così si può dire, anche con allegria, alle grida e alla fede del popolo, mette gli occhi sulla materia intagliata di quella vita. Che ci è fiorita davanti e per tutto il mondo nella missione del giovane poeta divenuto Papa. Sarà un compito delicato per coloro che lo svolgeranno. E sarà interessante per noi imparare a conoscere l'uomo di cui pensavamo di sapere quasi tutto. Un antico adagio medievale ricorda che ogni uomo è un segreto a se stesso. In quel segreto oggi alcuni uomini punteranno gli occhi. Non per curiosare, né per pretendere di esaurirlo. Ma per dare a quel segreto un nome, il nome della speciale predilezione del Padre a uno dei suoi figli per la vita di tutti noi, altri suoi figli. Il santo, infatti, ha una funzione pubblica. Svolge quella funzione che nessun altro - nemmeno chi dice di amarci da morire - pu&ograv e; svolgere così bene: ci lascia meno soli, meno abbandonati nella vita, più vicini al suo significato e al suo vero ultimo onore. Ti aspettiamo, caro Papa, che abbiamo conosciuto e che non conoscevamo.
Avvenire 28 giugno
 
BENEDETTO XVI
 

Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

La festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo è insieme una grata memoria dei grandi testimoni di Gesù Cristo e una solenne confessione in favore della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. È anzitutto una festa della cattolicità. Il segno della Pentecoste – la nuova comunità che parla in tutte le lingue e unisce tutti i popoli in un unico popolo, in una famiglia di Dio – è diventato realtà. La nostra assemblea liturgica, nella quale sono riuniti Vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, persone di molteplici culture e nazioni, è un’immagine della famiglia della Chiesa distribuita su tutta la terra. Stranieri sono diventati amici; al di là di tutti i confini, ci riconosciamo fratelli. Con ciò è portata a compimento la missione di san Paolo, che sapeva di "essere liturgo di Gesù Cristo tra i pagani… oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo" (Rm 15,16). Lo scopo della missione è un’umanità divenuta essa stessa una glorificazione vivente di Dio, il culto vero che Dio s'aspetta: è questo il senso più profondo di cattolicità – una cattolicità che già ci è stata donata e verso la quale tuttavia dobbiamo sempre di nuovo incamminarci. Cattolicità non esprime solo una dimensione orizzontale, il raduno di molte persone nell’unità; esprime anche una dimensione verticale: solo rivolgendo lo sguardo a Dio, solo aprendoci a Lui noi possiamo diventare veramente una cosa sola. Come Paolo, così anche Pietro venne a Roma, nella città che era il luogo di convergenza di tutti i popoli e che proprio per questo poteva diventare prima di ogni altra espressione dell’universalità del Vangelo. Intraprendendo il viaggio da Gerusalemme a Roma, egli sicuramente si sapeva guidato dalle voci dei profeti, dalla fede e dalla preghiera d’Israele. Fa parte infatti anche dell’annuncio dell’Antica Alleanza la missione verso tutto il mondo: il popolo di Israele era destinato ad essere luce per le genti. Il grande salmo della Passione, il salmo 21, il cui primo versetto "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Gesù ha pronunciato sulla croce, terminava con la visione: "Torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a Lui tutte le famiglie dei popoli" (Sal 21,28). Quando Pietro e Paolo vennero a Roma il Signore, che aveva iniziato quel salmo sulla croce, era risuscitato; questa vittoria di Dio doveva ora essere annunciata a tutti i popoli, compiendo così la promessa con la quale il salmo si concludeva.
Cattolicità significa universalità – molteplicità che diventa unità; unità che rimane tuttavia molteplicità. Dalla parola di Paolo sulla universalità della Chiesa abbiamo già visto che fa parte di questa unità la capacità dei popoli di superare se stessi, per guardare verso l’unico Dio. Il vero fondatore della teologia cattolica, sant'Ireneo di Lione, ha espresso questo legame tra cattolicità e unità in modo molto bello: "Questa dottrina e questa fede la Chiesa disseminata in tutto il mondo custodisce diligentemente formando quasi un'unica famiglia: la stessa fede con una sola anima e un solo cuore, la stessa predicazione, insegnamento, tradizione come avesse una sola bocca. Diverse sono le lingue secondo le regioni, ma unica e medesima è la forza della tradizione. Le Chiese di Germania non hanno una fede o tradizione diversa, come neppure quelle di Spagna, di Gallia, di Egitto, di Libia, dell'Oriente, del centro della terra; come il sole creatura di Dio è uno solo e identico in tutto il mondo, così la luce della vera predicazione splende dovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono venire alla cognizione della verità" (Adv. haer. I 10,2). L'unità degli uomini nella loro molteplicità è diventata possibile perché Dio, questo unico Dio del cielo e della terra, si è mostrato a noi; perché la verità essenziale sulla nostra vita, sul nostro "di dove?" e "verso dove?", è diventata visibile quando Egli si è mostrato a noi e in Gesù Cristo ci ha fatto vedere il suo volto, se stesso. Questa verità sull’essenza del nostro essere, sul nostro vivere e sul nostro morire, verità che da Dio si è resa visibile, ci unisce e ci fa diventare fratelli. Cattolicità e unità vanno insieme. E l’unità ha un contenuto: la fede che gli Apostoli ci hanno trasmesso da parte di Cristo.
Sono contento che ieri – nella festa di sant'Ireneo e nella vigilia della solennità dei santi Pietro e Paolo – ho potuto consegnare alla Chiesa una nuova guida per la trasmissione della fede, che ci aiuta a meglio conoscere e poi anche a meglio vivere la fede che ci unisce: il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Quello che nel grande Catechismo, mediante le testimonianze dei santi di tutti i secoli e con le riflessioni maturate nella teologia, è presentato in maniera dettagliata, è qui ricapitolato nei suoi contenuti essenziali, che sono poi da tradurre nel linguaggio quotidiano e da concretizzare sempre di nuovo. Il libro è strutturato come colloquio in domande e risposte; quattordici immagini associate ai vari campi della fede invitano alla contemplazione e alla meditazione. Riassumono per così dire in modo visibile ciò che la parola sviluppa nel dettaglio. All’inizio c’è un’icona di Cristo del VI secolo, che si trova sul monte Athos e rappresenta Cristo nella sua dignità di Signore della terra, ma insieme come araldo del Vangelo, che porta in mano. "Io sono colui che sono" – questo misterioso nome di Dio proposto nell’Antica Alleanza – è riportato lì come suo nome proprio: tutto ciò che esiste viene da Lui; Egli è la fonte originaria di ogni essere. E perché è unico, è anche sempre presente, è sempre vicino a noi e allo stesso tempo sempre ci precede: come "indicatore" sulla via della nostra vita, anzi essendo Egli stesso la via. Non si può leggere questo libro come si legge un romanzo. Bisogna meditarlo con calma nelle sue singole parti e permettere che il suo contenuto, mediante le immagini, penetri nell’anima. Spero che sia accolto in questo modo e possa diventare una buona guida nella trasmissione della fede.
Abbiamo detto che cattolicità della Chiesa e unità della Chiesa vanno insieme. Il fatto che entrambe le dimensioni si rendano visibili a noi nelle figure dei santi Apostoli, ci indica già la caratteristica successiva della Chiesa: essa è apostolica. Che cosa significa? Il Signore ha istituito dodici Apostoli, così come dodici erano i figli di Giacobbe, indicandoli con ciò come capostipiti del popolo di Dio che, diventato ormai universale, da allora in poi comprende tutti i popoli. San Marco ci dice che Gesù chiamò gli Apostoli perché "stessero con lui e anche per mandarli" (Mc 3,14). Sembra quasi una contraddizione. Noi diremmo: o stanno con lui o sono mandati e si mettono in cammino. C'è una parola sugli angeli del santo Papa Gregorio Magno che ci aiuta a sciogliere la contraddizione. Egli dice che gli angeli sono sempre mandati e allo stesso tempo sempre davanti a Dio: "Ovunque sono mandati, ovunque vanno, camminano sempre nel seno di Dio" (Omelia 34,13). L'Apocalisse ha qualificato i Vescovi come "angeli" della loro Chiesa, e possiamo quindi fare questa applicazione: gli Apostoli e i loro successori dovrebbero stare sempre con il loro Signore e proprio così – ovunque vadano – essere sempre in comunione con Lui e vivere di questa comunione.
La Chiesa è apostolica, perché confessa la fede degli Apostoli e cerca di viverla. Vi è una unicità che caratterizza i Dodici chiamati dal Signore, ma esiste allo stesso tempo una continuità nella missione apostolica. San Pietro nella sua prima lettera si è qualificato come "co-presbitero" con i presbiteri ai quali scrive (5,1). E con ciò ha espresso il principio della successione apostolica: lo stesso ministero che egli aveva ricevuto dal Signore ora continua nella Chiesa grazie all'ordinazione sacerdotale. La Parola di Dio non è soltanto scritta ma, grazie ai testimoni che il Signore nel sacramento ha inserito nel ministero apostolico, resta parola vivente. Così ora mi rivolgo a Voi, cari confratelli Vescovi. vi saluto con affetto, insieme con i vostri familiari e con i pellegrini delle rispettive Diocesi. Voi state per ricevere il pallio dalle mani del Successore di Pietro. L'abbiamo fatto benedire, come da Pietro stesso, ponendolo accanto alla sua tomba. Ora esso è espressione della nostra comune responsabilità davanti all’"arci-pastore" Gesù Cristo, del quale parla Pietro (1 Pt 5,4). Il pallio è espressione della nostra missione apostolica. È espressione della nostra comunione, che nel ministero petrino ha la sua garanzia visibile. Con l'unità, così come con l'apostolicità, è collegato il servizio petrino, che riunisce visibilmente la Chiesa di tutte le parti e di tutti i tempi, difendendo in tal modo ciascuno di noi dallo scivolare in false autonomie, che troppo facilmente si trasformano in interne particolarizzazioni della Chiesa e possono compromettere così la sua indipendenza interna. Con questo non vogliamo dimenticare che il senso di tutte le funzioni e ministeri è in fondo che "arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo", perché cresca il corpo di Cristo "in modo da edificare se stesso nella carità" (Ef 4,13.16).
In questa prospettiva saluto di cuore e con gratitudine la delegazione della Chiesa ortodossa di Costantinopoli, che è inviata dal Patriarca ecumenico Bartolomeo I, al quale rivolgo un cordiale pensiero. Guidata dal Metropolita Ioannis, è venuta a questa nostra festa e partecipa alla nostra celebrazione. Anche se ancora non concordiamo nella questione dell'interpretazione e della portata del ministero petrino, stiamo però insieme nella successione apostolica, siamo profondamente uniti gli uni con gli altri per il ministero vescovile e per il sacramento del sacerdozio e confessiamo insieme la fede degli Apostoli come ci è donata nella Scrittura e come è interpretata nei grandi Concili. In quest'ora del mondo piena di scetticismo e di dubbi, ma anche ricca di desiderio di Dio, riconosciamo nuovamente la nostra missione comune di testimoniare insieme Cristo Signore e, sulla base di quell'unità che già ci è donata, di aiutare il mondo perché creda. E supplichiamo il Signore con tutto il cuore perché ci guidi all'unità piena in modo che lo splendore della verità, che sola può creare l'unità, diventi di nuovo visibile nel mondo.
Il Vangelo di questo giorno ci parla della confessione di san Pietro da cui ha avuto inizio la Chiesa: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Avendo parlato oggi della Chiesa una, cattolica e apostolica, ma non ancora della Chiesa santa, vogliamo ricordare in questo momento un'altra confessione di Pietro pronunciata nel nome dei Dodici nell'ora del grande abbandono: "Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,69). Che cosa significa? Gesù, nella grande preghiera sacerdotale, dice di santificarsi per i discepoli, alludendo al sacrificio della sua morte (Gv 17,19). Con questo Gesù esprime implicitamente la sua funzione di vero Sommo Sacerdote che realizza il mistero del "Giorno della Riconciliazione", non più soltanto nei riti sostitutivi, ma nella concretezza del proprio corpo e sangue. La parola "il Santo di Dio" nell'Antico Testamento indicava Aronne come Sommo Sacerdote che aveva il compito di compiere la santificazione d'Israele (Sal 105,16; vgl. Sir 45,6). La confessione di Pietro in favore di Cristo, che egli dichiara il Santo di Dio, sta nel contesto del discorso eucaristico, nel quale Gesù annuncia il grande Giorno della Riconciliazione mediante l'offerta di se stesso in sacrificio: "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Così, sullo sfondo di questa confessione, sta il mistero sacerdotale di Gesù, il suo sacrificio per tutti noi. La Chiesa non è santa da se stessa; consiste infatti di peccatori – lo sappiamo e lo vediamo tutti. Piuttosto, essa viene sempre di nuovo santificata dall’amore purificatore di Cristo. Dio non solo ha parlato: ci ha amato molto realisticamente, amato fino alla morte del proprio Figlio. E’ proprio da qui che ci si mostra tutta la grandezza della rivelazione che ha come iscritto nel cuore di Dio stesso le ferite. Allora ciascuno di noi può dire personalmente con san Paolo: "Io vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). Preghiamo il Signore perché la verità di questa parola si imprima profondamente, con la sua gioia e la sua responsabilità, nel nostro cuore; preghiamo perché irradiandosi dalla Celebrazione eucaristica, essa diventi sempre di più la forza che plasma la nostra vita.
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS
Al termine della Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana per l’imposizione dei Palli agli Arcivescovi Metropoliti in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il Papa si è affacciato alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Santo Padre Benedetto XVI nell’introdurre la preghiera mariana:
Oggi la Chiesa celebra la solenne memoria dei santi Apostoli Pietro e Paolo. È in festa specialmente Roma, dove questi due insigni testimoni di Cristo hanno subito il martirio e dove si venerano le loro reliquie. Il ricordo dei santi Patroni mi fa sentire particolarmente vicino a voi, cari fedeli della Diocesi di Roma. La Provvidenza divina mi ha chiamato ad essere il vostro Pastore: vi ringrazio per l’affetto con cui mi avete accolto e vi domando di pregare affinché i santi Pietro e Paolo mi ottengano la grazia di compiere con fedeltà il ministero pastorale affidatomi. Quale Vescovo di Roma, il Papa svolge un servizio unico e indispensabile alla Chiesa universale: è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e di tutti i fedeli.
Segno liturgico della comunione che unisce la Sede di Pietro e il suo Successore ai Metropoliti e, per loro tramite, agli altri Vescovi del mondo è il pallio, che questa mattina, durante la Celebrazione eucaristica nella Basilica di San Pietro, ho imposto ad oltre trenta Pastori provenienti da varie Comunità. A questi cari Fratelli e a quanti fanno loro corona rinnovo il mio fraterno saluto. Un saluto cordiale rivolgo con affetto anche alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli venuta per questa speciale circostanza. Come non ricordare quest’oggi che il primato della Chiesa che è in Roma e del suo Vescovo è un primato di servizio alla comunione cattolica. A partire poi dal duplice evento del martirio di Pietro e di Paolo, tutte le Chiese incominciarono a guardare a quella di Roma come al punto di riferimento centrale per l’unità dottrinale e pastorale. Afferma il Concilio Vaticano II: "Nella comunione ecclesiastica, vi sono legittimamente le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della Cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale della carità (cfr S. Ignatius M., Ad Rom., Preaf.: Funk, I, 252), tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva" (Cost. Lumen gentium, 13).
La Vergine Maria ci ottenga che il ministero petrino del Vescovo di Roma non sia visto come pietra d’inciampo ma come sostegno nel cammino sulla via dell’unità, e ci aiuti a giungere quanto prima a realizzare l’anelito di Cristo: "ut unum sint". Intercedano per noi i santi Apostoli Pietro e Paolo.
 
 
CHIESA
 
Santa Sede e Governo cinese nominano il primo Vescovo congiunto. E’ monsignor Giuseppe Xing Wenzhi, Vescovo ausiliare di Shanghai
ROMA, martedì, 28 giugno 2005 (ZENIT.org).- Monsignor Giuseppe Xing Wenzhi, 42 anni, è il primo Vescovo ad essere nominato congiuntamente dal Governo di Pechino e dalla Santa Sede. Vescovo ausiliare di Shanghai, in futuro potrà prendere il posto di monsignor Aloysius Jin Luxian, che ha quasi novant’anni ed è molto malato.

Con la nomina del presule, finora Vicario generale della diocesi, il Governo cinese spera di trovare un risanamento alla spaccatura esistente fra Chiesa clandestina – che obbedisce al Papa ma non è approvata da Pechino – e Chiesa ufficiale, cioè riconosciuta e registrata dal Governo.

Secondo “
“AsiaNews””, per il Governo cinese accettare un Vescovo riconosciuto dalla Santa Sede “significa mettere un unico punto di riferimento per le comunità ufficiali e sotterranee”.

L’accettazione di un Vescovo nominato dalla Santa Sede è un vantaggio anche per quest’ultima, perché Pechino riconosce in questo modo “che il rapporto del Vaticano con un Vescovo non rappresenta un’intromissione indebita negli affari interni della Cina e non mina la sicurezza dello Stato”.

La nomina congiunta è un passo importante per i cattolici cinesi: negli ultimi anni, infatti, i Vescovi nominati dal Governo ma non dalla Santa Sede sono stati emarginati e persino derisi dalle comunità cristiane, che rifiutavano di partecipare alle loro cerimonie e ai loro funerali.

Nonostante questo segnale di apertura, non si sa ancora quanta libertà sarà offerta dal Governo al nuovo Vescovo e se questi avrà la possibilità di avere un libero rapporto con il Papa e con la Chiesa universale.

Ci si chiede anche se l’attuale Vescovo clandestino di Shanghai, monsignor Giuseppe Joseph Fan Zhongliang, da anni controllato nella sua casa, avrà libertà totale di incontrare i suoi fedeli.

Monsignor Xing, che ha affermato pubblicamente di aver ricevuto la nomina dalla Santa Sede, è originario di Shan Dung, è entrato nel Seminario She Shan di Shanghai nel 1983, venendo ordinato sacerdote nel 1990.

E’ stato direttore spirituale del personale del seminario per nove anni e pastore di una parrocchia diocesana per due. Rettore del Seminario maggiore She Shan per 5 anni, è stato poi mandato dal suo Vescovo, Aloysius Jin Lu Xian, negli Stati Uniti per studiare l’inglese e proseguire nella sua formazione.

La sua permanenza negli Stati Uniti è stata possibile grazie all’iniziativa “The Chinese Seminary Teachers and Formators Project”, promossa dalla Maryknoll Society nel 1991 con approvazione vaticana per assistere l’educazione e la formazione spirituale di clero, religiosi e laici della Chiesa cinese attraverso studi in seminari ed università statunitensi.

Tornato in Cina nel giugno 2004, monsignor Xing è stato nominato Vicario generale della diocesi di Shanghai.

La sua ordinazione episcopale ha avuto luogo nella Cattedrale di Sant’Ignazio, costruita dai missionari gesuiti.
 
 
Shanghai (AsiaNews) – Mons. Giuseppe Xing Wenzhi, 42 anni, è stato ordinato oggi vescovo ausiliare di Shanghai: il prelato ha detto pubblicamente di aver ricevuto la nomina dalla S. Sede. In futuro il prelato potrà prendere il posto di mons. Aloysius Jin Luxian, oramai quasi 90enne e molto malato. Mons. Xing ha compiuto gli studi negli Stati Uniti, e fino ad oggi ha ricoperto il ruolo di vicario generale della diocesi.
Con questo gesto il governo cinese spera di trovare un risanamento alla spaccatura esistente fra Chiesa sotterranea – non ufficiale – e Chiesa ufficiale, cioè riconosciuta e registrata dal governo.
Per il governo cinese accettare un vescovo riconosciuto dalla S. Sede, significa mettere un unico punto di riferimento per le comunità ufficiali e sotterranee.
L’accettazione di un vescovo nominato dalla S. Sede rappresenta un guadagno anche per il Vaticano, perché Pechino riconosce che il rapporto del Vaticano con un vescovo non rappresenta un’intromissione indebita negli affari interni della Cina e non mina la sicurezza dello Stato.
La nomina congiunta è una vittoria per i cattolici cinesi: negli ultimi anni i vescovi nominati dal governo ma non dalla S. Sede sono stati sempre più emarginati e persino derisi dalle comunità cristiane, che rifiutavano di partecipare alle loro cerimonie e perfino ai loro funerali.
Il problema della libertà religiosa in Cina rimane comunque aperto per tutta la Chiesa cattolica ed in particolare per la diocesi di Shanghai. Non si sa ancora quanta libertà il governo potrà offrire al nuovo vescovo: se avrà libertà di guidare la pastorale e l’evangelizzazione; se al seminario di Shanghai sarà possibile invitare professori stranieri e quanti; se il vescovo avrà la possibilità di un libero rapporto con il pontefice e con la Chiesa Universale; se l’attuale vescovo sotterraneo di Shangai mons. Giuseppe Joseph Fan Zhongliang, avrà anch’egli libertà totale di incontrare i suoi fedeli (mons. Fan è infatti da anni controllato nella sua casa).
Fonti di AsiaNews a Shanghai affermano che una parte dei fedeli è molto contenta per la nomina, che potrebbe finalmente sanare i rapporti fra Chiesa e governo. Altri avanzano dubbi sulla personalità di mons. Xing, ritenuto troppo debole per resistere a pressioni e controlli del governo.
 
 
 
Discorso del cardinal Ruini per l’apertura della Causa di Beatificazione di Karol Wojtyła
ROMA, martedì, 28 giugno 2005 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo integrale del discorso pronunciato dal cardinale Camillo Ruini, Vescovo Vicario di Roma, in occasione della Sessione di apertura dell’Inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità del Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła), nella Basilica di San Giovanni in Laterano, questo martedì 28 giugno.
 
Lo scorso 13 maggio, nel giorno della Vergine di Fatima, il Santo Padre Benedetto XVI in questa Basilica Lateranense, al termine del suo primo discorso al clero romano, annunciava di avere concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła) e che pertanto la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del medesimo Servo di Dio poteva avere inizio subito. Erano trascorsi soltanto 41 giorni dalla morte di Giovanni Paolo II e ricorreva il 24° anniversario dell’attentato compiuto contro di Lui in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981.

Nella certezza di interpretare il vostro unanime sentimento, desidero rinnovare al Santo Padre Benedetto XVI l’espressione della vivissima gratitudine della Diocesi di Roma, di quella di Cracovia e del mondo intero per questa decisione, con la quale Egli ha accolto l’istanza di un grandissimo numero di Padri Cardinali, fattisi voce della corale e ardente supplica levatasi dal popolo di Dio nei giorni indimenticabili della morte e delle esequie di Giovanni Paolo II.

Ogni parola che io possa ora aggiungere, come sempre avviene al termine della sessione di apertura dell’Inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di un Servo di Dio, per illustrare la figura di Giovanni Paolo II e motivare l’apertura della sua Causa di Beatificazione e Canonizzazione, per un verso appare superflua, essendo tanto grande e universale la conoscenza di Lui e tanto profondo e unanime il convincimento della sua santità. Ciò che sto per dire nasce però dal mio cuore e confido possa trovare felice corrispondenza nel cuore di ciascuno di voi.

Karol Józef Wojtyła è nato a Wadowice il 18 maggio 1920, da Karol e da Emilia Kaczorowska, genitori profondamente cattolici, ed è stato battezzato il 20 giugno dello stesso anno nella chiesa parrocchiale di Wadowice. La Polonia aveva da poco ritrovato la sua unità e indipendenza e soltanto due mesi dopo, il 16 e 17 agosto, seppe vittoriosamente difenderla, per sé e per l’Europa, respingendo l’invasione dell’Armata Rossa nella battaglia detta “il miracolo della Vistola”. Faccio menzione di questo evento, che consentì al bambino e all’adolescente Karol di crescere e formarsi in un contesto sociale e culturale serenamente improntato al cattolicesimo, perché ho personalmente udito Giovanni Paolo II ricordare in molteplici occasioni, con commossa gratitudine, il “miracolo della Vistola”.

Nel settembre 1926 Karol, detto familiarmente Lolek, inizia a frequentare la scuola elementare. Poi, ancora bambino di nove anni, il 13 aprile 1929, perde la madre, deceduta per malattia a soli 45 anni di età. Un mese dopo riceve la prima comunione. Nel 1930 passa alla scuola media, presso il Ginnasio Statale di Wadowice, scegliendo l’indirizzo neoclassico. Ma di nuovo, il 5 dicembre 1932, Karol è colpito da un gravissimo lutto, con la morte del fratello maggiore Edmund, giovane medico che perde la vita curando i malati di una epidemia di scarlattina.

Rimasto solo con il padre, è da lui guidato a una vita nella quale la preghiera e l’ascesi hanno uno spazio determinante, e proprio così trovano posto adeguato non soltanto lo studio, ma anche il gioco, l’allegria e lo sport. Un’altra persona che contribuirà grandemente alla formazione cristiana di Karol fu Padre Kazimierz Figlewicz, un giovane sacerdote che dal 1930 insegnava catechismo nella scuola di Wadowice e seguiva i chierichetti, tra cui Karol, nella parrocchia. Il piccolo Wojtyła si confessava da lui, lo ammirava e gli si affezionò profondamente. A sua volta il sacerdote descrive Karol come “un ragazzo vivacissimo, di grande talento, molto sveglio e buonissimo”.

I tratti peculiari della pietà in cui il ragazzo viene formato sono l’amore alla Vergine Maria e la devozione allo Spirito Santo, caratteristiche che rimangono profondamente iscritte nel suo animo e alle quali si mantenne fedele per sempre. La sua vita religiosa era alimentata mediante l’assidua preghiera personale, la frequenza ai sacramenti, le pratiche di pietà, in particolare i pellegrinaggi ai santuari mariani, ma anche attraverso l’impegno nelle associazioni cattoliche: la vigilia dell’Assunzione del 1934 entra a far parte del Sodalizio Mariano della sua parrocchia e due anni dopo ne diventa presidente. Già nel 1934 Karol comincia inoltre a partecipare a delle recite e due anni dopo inizia un’intensa collaborazione con il regista teatrale d’avanguardia Mieczysław Kotlarczyk, innamorato del teatro e profondamente credente.

Il 3 maggio 1938 Karol riceve la cresima, il 27 dello stesso mese consegue la licenza liceale: alla cerimonia di consegna del diploma viene chiamato a tenere il discorso di commiato. Nell’agosto successivo si trasferisce con il padre a Cracovia, per iscriversi alla Facoltà di filosofia dell’Università Jagiellonica, seguendo i corsi di filologia polacca. Come scrive nel suo libro Dono e Mistero, questa strada introdusse il futuro Giovanni Paolo II “nel mistero stesso della parola”.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale, iniziata con l’invasione della Polonia il 1° settembre 1939, cambia però radicalmente il corso della vita di Karol. Egli nella primavera di quell’anno aveva già portato a termine il volume di poesie, allora inedite, Salmo rinascimentale / Libro slavo, di cui fa parte l’inno Magnificat, nel quale si legge: “Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante – grato, perché misteriosamente rendesti angelica la mia giovinezza, perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta. Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi”. Queste parole, che non possiamo ascoltare senza commozione, dicono moltissimo non solo sulla vita, la profondità spirituale, la comprensione di sé e il genio poetico del giovane Wojtyła, ma anche, profeticamente, su come la Provvidenza, avrebbe scolpito la sua figura e la sua persona attraverso i drammi e gli imprevisti della storia.

L’Università Jagiellonica fu costretta a interrompere i corsi e nel settembre 1940, per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania, il giovane Karol iniziò a lavorare come operaio in una cava di pietra collegata con lo stabilimento chimico Solvay, nel quale un anno dopo sarebbe passato a lavorare direttamente. Quanto questa esperienza abbia influito su di lui, gli abbia dato una più profonda e completa esperienza della realtà e della fatica della vita oltre che della solidarietà tra gli uomini, è espresso emblematicamente in un verso del poema La cava di pietra, scritto nel 1956: “tutta la grandezza del lavoro è dentro l’uomo”.

Il 18 febbraio 1941 il padre, malato da tempo ma non ritenuto in pericolo di vita, muore improvvisamente. Karol perde così l’ultimo, e fortissimo, legame e affetto familiare. Più tardi ricorderà: “non m’ero mai sentito tanto solo” come in quella notte di veglia e di preghiera, nonostante la presenza con lui di un amico. La vita, nella Polonia occupata, era terribilmente dura, la Chiesa sistematicamente perseguitata, moltissimi sacerdoti uccisi o imprigionati. Eppure, proprio in quella situazione, il giovane Wojtyła non solo continuò a scrivere, in particolare a comporre drammi, e a recitare, nel “teatro rapsodico” clandestino, alimentando così la resistenza morale all’oppressione nazista e l’identità spirituale e culturale polacca, ma approfondì la sua esperienza religiosa, in particolare attraverso il contatto con Jan Tyranowski, un sarto di alta spiritualità e un autentico formatore di giovani, che lo introdusse alla lettura dei grandi mistici carmelitani San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila, e l’incontro con il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di San Luigi Maria Grignion de Montfort, dal quale comprese più profondamente il legame tra Maria e Cristo e ricavò il motto di affidamento mariano “Totus Tuus”, autentico emblema della sua vita e non solo del suo episcopato.

I pellegrinaggi al santuario mariano di Kalwaria contribuirono a delineare questo itinerario di preghiera e di contemplazione, che avrebbe orientato i passi del giovane Karol verso il sacerdozio.
Insegnanti ed amici, già a Wadowice e poi a Cracovia, avevano più volte detto a Karol che egli appariva loro destinato all’altare, ma egli aveva sempre opposto resistenza a questa idea, soprattutto perché profondamente attratto da un’altra vocazione, quella per il teatro, l’arte, le lettere.

Nel mistero della chiamata al sacerdozio, e dell’accoglienza di essa da parte di Karol, ha avuto un ruolo particolare, come attesta lo stesso Giovanni Paolo II nel libro “Dono e Mistero”, la grande figura di Adam Chmielowski, il Santo Frate Alberto, celebre patriota e pittore polacco che ebbe la forza di rompere con la propria arte quando comprese che Dio lo chiamava a servire i diseredati e a condividere la loro vita. A lui Karol Wojtyła dedicherà il dramma “Fratello del nostro Dio” e poi, divenuto Papa, lo proclamerà Beato in Polonia nel 1983 e Santo a Roma nel novembre 1989, mentre crollava la “cortina di ferro”.

La vocazione sacerdotale di Karol giunse a piena maturazione nel corso del 1942 e nell’autunno di quell’anno egli prese la decisione di entrare a far parte del seminario di Cracovia, che funzionava clandestinamente, pur continuando il suo lavoro in fabbrica. In pari tempo, nell’itinerario di formazione al sacerdozio presso la Facoltà teologica dell’Università Jagiellonica, anch’essa clandestina, incominciò lo studio sistematico della filosofia, in particolare della metafisica. Il Cardinale Arcivescovo di Cracovia, Principe Adam Stefan Sapieha, sistemò poco dopo il seminario clandestino presso la propria residenza e qui il seminarista Wojtyła trovò rifugio dal settembre 1944 e visse la notte della liberazione di Cracovia da parte dell’Armata Rossa, il 18 gennaio 1945.

L’anno accademico 1945-46 potè svolgersi regolarmente e il Cardinale Sapieha, avendo deciso che Karol Wojtyła completasse gli studi a Roma, lo ordinò sacerdote, in anticipo sui suoi compagni di corso, il 1° novembre 1946, nella propria cappella privata. Toccante è la descrizione che Giovanni Paolo II ci ha lasciato, nel libro “Dono e Mistero”, di quell’ordinazione e delle tre Sante Messe celebrate dal novello sacerdote il giorno dopo, 2 novembre, nella cripta di San Leonardo della Cattedrale del Wawel.

Alla fine di quel mese di novembre Don Karol era già a Roma, iscritto ai corsi di laurea in teologia presso il Pontificio Ateneo Angelicum, dove primeggiava la figura del Padre Réginald Garrigou Lagrange, O.P., che fu anche relatore della tesi di Dottorato, dedicata alla “Doctrina de fide apud S. Ioannem a Cruce”, la dottrina intorno alla fede secondo S. Giovanni della Croce, che Don Karol discusse il 19 giugno 1948.

Abitando per quei due anni al Collegio Belga, in un ambiente culturalmente e teologicamente assai vivo, il giovane sacerdote polacco fu animato dal forte desiderio di “imparare Roma”, trasmessogli in particolare dal Rettore del Seminario di Cracovia, P. Karol Kozłowski, e di Roma effettivamente non solo apprese la storia e la bellezza, ma assimilò il respiro universale e cattolico, che spontaneamente si innestava nella grande tradizione cattolica polacca. Don Karol nelle vacanze estive visitò inoltre la Francia, l’Olanda e il Belgio, conoscendo da una parte le nuove problematiche pastorali espresse nella formula “Francia, paese di missione”, e però anche sostando ad Ars dove, dall’incontro con la figura di San Giovanni Maria Vianney, trasse la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessionale, come egli stesso attesta nel libro Dono e Mistero.

L’atteggiamento complessivo col quale già allora Don Karol affrontava la vita è bene espresso dalle sue parole riportate da uno dei sacerdoti suoi compagni: “È necessario organizzare la vita in modo tale che questa tutta possa glorificare Dio”. Ritornato in Polonia, egli viene inviato a Niegowic come Vicario parrocchiale, ma dopo un solo anno è chiamato a Cracovia per essere Vicario parrocchiale nella parrocchia di San Floriano ed avviare una cappellania per gli studenti universitari.

Nonostante gli ostacoli frapposti dal regime comunista, dà prova di una straordinaria capacità educativa e creatività pastorale e culturale: sa penetrare infatti l’inquietudine del cuore dei giovani ed entrare in profonda sintonia con loro, introducendoli allo stesso tempo nella verità, bellezza e impegnatività della persona e della croce e risurrezione del Signore Gesù. Incomincia così, già allora, ad esercitare su di loro quel fascino meraviglioso che esprimerà, da Pontefice, attraverso le Giornate Mondiali della Gioventù.

Dopo la morte del Cardinale Sapieha, l’Arcivescovo Eugeniusz Baziak volle però che Don Karol si dedicasse all’insegnamento universitario e gli concesse, a partire dal 1° settembre 1951, due anni sabbatici per scrivere la tesi di abilitazione, dal titolo Valutazioni sulla possibilità di costruire un’etica cristiana sulle basi del sistema di Max Scheler. Questo studio, che ottenne l’approvazione accademica il 30 novembre 1953, consentì al giovane sacerdote di penetrare il pensiero fenomenologico, giungendo alla conclusione che la fenomenologia è uno strumento importante e prezioso per indagare le dimensioni dell’esperienza umana, ma ha bisogno di essere fondata sulla concezione realistica dell’essere e della conoscenza, che Don Karol aveva approfondito nei suoi studi precedenti.

È indicata così la direzione di fondo del suo personale progetto filosofico, che intende legare l’oggettività e il realismo del pensiero classico con la sottolineatura moderna della soggettività e dell’esperienza e che culminerà nella grande opera Persona e atto, pubblicata nel 1969, quando Karol Wojtyła era già Cardinale. Questo orientamento di fondo è ben visibile, del resto, anche nel suo insegnamento di Pontefice: ricordo soltanto le pagine iniziali dell’Enciclica Dives in misericordia, con il principio della congiunzione “organica e profonda” di teocentrismo ed antropocentrismo.

La soppressione della Facoltà di teologia dell’Università Jagiellonica, decretata dal regime nel 1954, fece sì che il nuovo Professore svolgesse la sua carriera accademica non a Cracovia, come previsto, ma all’Università Cattolica di Lublino, a partire dall’autunno 1954, ottenendo già nel novembre 1956 la cattedra di etica nella Facoltà di filosofia e continuando fino al 1961 una regolare attività accademica. Sono quelli gli anni dei suoi continui viaggi in treno, tra Cracovia e Lublino: Karol Wojtyła infatti, che aveva accettato solo per ubbidienza i due anni sabbatici richiestigli dall’Arcivescovo Baziak, proseguì un’intensa attività pastorale a Cracovia, soprattutto con i giovani, condividendo con loro anche le vacanze.

Continuò inoltre a comporre drammi e poesie. Proprio nel mezzo di una vacanza con i giovani, il 4 luglio 1958, Don Karol apprese dal Cardinale Primate di Polonia Stefan Wyszyński di essere stato nominato dal Papa Pio XII Vescovo Ausiliare di Cracovia, all’età di soli 38 anni, e fu consacrato nella Cattedrale del Wawel il 28 settembre, festa di San Venceslao, Patrono della medesima Cattedrale, dall’Arcivescovo Eugeniusz Baziak. Nel libro "Alzatevi, Andiamo!" lo stesso Giovanni Paolo II descrive ampiamente questi eventi e lo spirito con il quale egli li visse. Già la sera dell’ordinazione si recò pellegrino al santuario di Częstochowa, con i suoi amici più stretti, e la mattina seguente celebrò la S. Messa davanti all’Icona della Madonna Nera.

A seguito della morte dell’Arcivescovo Baziak, Mons. Wojtyła, il 16 luglio 1962, viene eletto dal Capitolo Metropolitano Vicario Capitolare dell’Arcidiocesi di Cracovia. Dopo un anno e mezzo Paolo VI, il 13 gennaio 1964, lo promuove Arcivescovo Metropolita e l’8 marzo egli prende solenne possesso dell’Arcidiocesi. Erano gli anni nei quali Mons. Wojtyła prese intensamente parte a tutto il Concilio Vaticano II, dando un contributo di straordinaria importanza specialmente all’elaborazione della Costituzione Gaudium et spes, oltre che alla Dichiarazione sulla libertà religiosa e anche alla Costituzione Lumen gentium e al Decreto sull’apostolato dei laici.

L’esperienza del Concilio è stata decisiva per l’Episcopato cracoviense e per il successivo Pontificato romano di Karol Wojtyła, completando armoniosamente tutta la sua formazione ed esperienza precedente: è rimasta infatti per sempre scolpita in lui la convinzione che il Vaticano II è “l’evento chiave della nostra epoca” (Discorso al clero romano del 14 febbraio 1991).

Proprio per mettere in pratica il Concilio e per farne rivivere l’esperienza a tutta l’Arcidiocesi, l’Arcivescovo Wojtyła, nel frattempo creato Cardinale da Paolo VI nel Concistoro del 26 giugno 1967, indisse il Sinodo di Cracovia l’8 maggio 1972, dopo un anno di intensi preparativi: fu un Sinodo quanto mai partecipato e coinvolgente, durato per sette anni e concluso dallo stesso Giovanni Paolo II, ormai Papa, l’8 giugno 1979, nel nono centenario di San Stanislao.

Stanisław è anche il nome del suo fedelissimo Segretario, Mons. Dziwisz, a noi tutti tanto caro, che ha condiviso la sua vita per 39 anni e ora gli succede sulla Cattedra di Cracovia, dopo il Cardinale Franciszek Macharski, a sua volta amico di sempre e collaboratore prezioso di Giovanni Paolo II. Se mi è lecito azzardare una sintesi dei venti anni nei quali Karol Wojtyła è stato Vescovo a Cracovia, direi che, sulla base di una totale fiducia in quella Divina Misericordia di cui egli si era sempre più compenetrato, in particolare attraverso l’incontro con l’esperienza mistica di Suor Faustina Kowalska, da lui poi proclamata Beata il 18 aprile 1993 e Santa il 30 aprile 2000, egli seppe fare sintesi della sua forza intellettuale e del suo genio artistico con quell’amore appassionato per Cristo, per la Chiesa e per gli uomini che lo Spirito Santo aveva infuso in lui.

Così egli è riuscito ad essere un Pastore capace di comprendere, di guidare e di far crescere il suo clero e il suo popolo, pure in situazioni di gravissima difficoltà. Ha saputo non soltanto resistere alla pressione del regime, ma minarne le fondamenta, sul piano umano e culturale oltre che spirituale, secondo quelle grandi intuizioni che poi ha raccolto nell’ Enciclica Centesimus Annus. È stato il Vescovo che ha e che deve avere coraggio, come egli stesso ha scritto nell’ultimo capitolo del libro "Alzatevi, Andiamo!", e nel medesimo tempo è stato l’uomo e il testimone dell’amore e del perdono, che vince il male con il bene, secondo la parole dell’Apostolo Paolo (Rom 12,21) riprese nel suo ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.

Il 16 ottobre 1978, secondo il disegno della Provvidenza di Dio, Karol Wojtyła è stato eletto Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa. I ventisei anni e mezzo del suo Pontificato sono scolpiti nella memoria e nel cuore di ciascuno di noi e non hanno bisogno di essere riproposti qui. Ricordiamo tutti, infatti, quel suo forte invito all’inizio solenne del suo ministero, il 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Un invito al quale egli per primo è rimasto sempre fedele.

Ricordiamo i suoi innumerevoli viaggi apostolici, per portare l’annuncio di Cristo, nostro unico Salvatore, in ogni parte della terra. Le sue visite alle parrocchie di Roma, l’affetto e la premura costante con cui ha guidato questa Diocesi, attraverso il Sinodo, la Missione cittadina, il Grande Giubileo che ha coinvolto il mondo intero. Ricordiamo la straordinaria iniziativa pastorale delle Giornate Mondiali della Gioventù, che hanno aperto una nuova e grande via all’incontro dei giovani con Cristo. E come dimenticare quell’amore e quella sollecitudine per l’umanità comunque minacciata che lo ha portato ad un’opera instancabile per scongiurare le guerre e ristabilire la pace, per assicurare ai popoli più poveri, agli ultimi della terra, una speranza di vita e di sviluppo, per difendere la dignità intangibile di ogni esistenza umana, dal concepimento al termine naturale, per tutelare e promuovere la famiglia e l’autentico amore umano.

Ancora, non possiamo dimenticare la lungimiranza e il coraggio con cui ha contribuito ad abbattere il muro che divideva l’Europa e poi a richiamare alle sue radici cristiane l’Europa stessa. La generosità con cui si è speso per l’unità dei cristiani, avvertita da lui come una precisa e non declinabile volontà di Gesù. L’impegno che ha profuso perché le religioni siano portatrici di pace tra i popoli. La sincerità disarmante con cui ha chiesto perdono per i peccati dei figli della Chiesa e al contempo la forza e la tenacia con cui ha difeso e proclamato il legame indissolubile della Chiesa con Cristo e l’integrità della dottrina cattolica.

Di questa dottrina, della sua verità e della sua rilevanza per l’uomo di oggi, sono espressione insigne le sue 14 Encicliche, il Catechismo della Chiesa Cattolica e tutti gli altri suoi documenti e discorsi. Della sua sollecitudine per la collegialità dell’Episcopato, l’unità e la vita della Chiesa, testimoniano le 15 Assemblee del Sinodo dei Vescovi da lui convocate, come anche la promulgazione dei Codici di diritto canonico della Chiesa latina e delle Chiese orientali. Alla radice di tutta questa instancabile azione apostolica sta chiaramente l’intensità e la profondità della preghiera di Giovanni Paolo II, di cui tanti di noi sono diretti testimoni, quell’intima unione con Dio che lo ha accompagnato dalla fanciullezza fino al termine della sua esistenza terrena.

Voglio solo ricordare le parole che egli ha pronunciato all’inizio del suo Pontificato, il 29 ottobre 1978, al Santuario della Mentorella: “La preghiera … è … il primo compito e quasi il primo annuncio del Papa, così come è la prima condizione del suo servizio nella Chiesa e nel mondo”. Ma vi è un’ulteriore dimensione, ugualmente decisiva, del rapporto che ha unito Karol Wojtyła a Cristo Salvatore e all’umanità da Lui redenta. È il rapporto del sangue. Nel breve poema Stanisław, composto pochi giorni prima del Conclave che lo avrebbe eletto Papa, egli ha scritto: “Se la parola non ha convertito, sarà il sangue a convertire”.

Il proprio sangue Giovanni Paolo II lo ha realmente versato in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981, e poi di nuovo, non il sangue ma la vita intera, ha offerto durante i lunghi anni della sua malattia. Da ultimo la sua sofferenza e la sua morte, la sua benedizione ormai senza voce dalla finestra, al termine della S. Messa di Pasqua, sono state per l’umanità intera una testimonianza straordinariamente efficace di Gesù Cristo morto e risorto, del significato cristiano della sofferenza e della morte e della forza di salvezza che in esse può trovare dimora, in ultima analisi del vero volto dell’uomo redento da Cristo. Perciò i giorni delle sue esequie sono diventati, per Roma e per il mondo, giorni di straordinaria unità, di riconciliazione, di
apertura dell’anima a Dio.

L’allora Cardinale Joseph Ratzinger ha incentrato la sua omelia, alla Messa esequiale di venerdì 8 aprile in Piazza San Pietro, sulla parola “seguimi”, che Gesù risorto ha rivolto a Pietro quando lo incaricava di pascere il suo gregge (cfr Gv 21,15-23), individuando nella sequela di Cristo la sintesi dell’esistenza di Karol Wojtyła, Giovanni Paolo II, per poi concludere: “Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice”.

Sì, questa è anche la nostra certezza e perciò chiediamo al Signore, con tutto il cuore, che la Causa di Beatificazione e Canonizzazione che questa sera ha inizio possa giungere molto presto al suo coronamento. Le tante testimonianze che continuamente ci giungono riguardo alla santità di vita del compianto Pontefice e alle grazie impetrate attraverso di lui confermano questa nostra preghiera.

Termino dicendo, come italiano, un grandissimo e specifico grazie a Giovanni Paolo II per l’amore e la sollecitudine che egli ha avuto non solo per Roma ma per tutta la sua “seconda Patria”, l’Italia, e ringraziando dal profondo del mio animo la Chiesa sorella di Cracovia e tutta l’amata Nazione polacca, nelle quali Karol Wojtyła ha ricevuto la vita, la fede e la sua mirabile ricchezza cristiana e umana, per essere così donato a Roma e al mondo intero.
 
UK child abuse complaints up more than 50 percent
London, Jun. 28 (CWNews.com) - The Catholic Church in England and Wales admitted yesterday that allegations of child abuse rose significantly last year.
According to the third annual report of the Catholic Office for the Protection of Children and Vulnerable Adults (COPCA), authorities received 100 complaints in 2004, up from 62 the year before.
 
 
Cardinal McCarrick ready to retire but always open to God’s call
Washington DC, Jun. 28, 2005 (CNA) - Theodore Cardinal McCarrick is looking forward to his retirement but says he would continue to serve as archbishop of Washington if the Pope asks him to do so.
After 28 years as bishop, Cardinal McCarrick will submit his resignation to Pope Benedict XVI on his 75th birthday next month, July 7, in accordance with canon law.
Cardinal McCarrick has served as a bishop in New York, Metuchen, Newark, and Washington. Reflecting on his ministry, the cardinal told the Washington Times the he hopes he has been able to leave a “legacy of kindness.”
He told the newspaper that every priest and bishop “needs to be kind.”
“If I try to be kind, that's the most important thing,” he said. “Get the bad people made good, get the good people made better. That’s my legacy."
He also said he is especially proud of his 12 “sons”, priests that he had ordained as bishops.
Despite his resignation, it is possible that Pope Benedict will extend the cardinal’s term, depending on whether a successor is ready in the wings.
"If he wants me to continue, I'm open to that, too," the cardinal said about the Pope. "Whatever. I'm easy, I really am. I learned years ago you always do what the Lord tells you to do. Whatever the Lord tells me through the Holy Father, I am open to whatever he wants."
The cardinal feels that he has enough energy to continue to serve, but he told the Times that he would also like retirement to “get myself ready to go home” to the Father.
 
110 nouveaux prêtres français en 2005

Traditionnellement, les ordinations ont lieu le dimanche qui suit ou précède la fête de saint Pierre et saint Paul, le 29 juin. Les chiffres de cette année confirment la diminution du nombre d’ordinations
A peine plus de cent. Selon une enquête réalisée par La Croix, à partir des chiffres donnés par l’ensemble des diocèses, 105 prêtres ont ou seront ordonnés pour l’année 2005.

Ce chiffre confirme la tendance à la lente diminution des ordinations presbytérales depuis vingt ans, après un léger mieux en 2000 (145 ordinations cette année-là). Dans les années 1950, plus de mille prêtres étaient ordonnés chaque année. Les entrées aux séminaires ne sont guère plus encourageantes : en dix ans, elles ont chuté de moitié. Aujourd’hui, l’Église compte 13.510 prêtres en activité. Mais 3 637 seulement ont moins de 55 ans, et dans dix ans, certains diocèses devront fonctionner avec moins de dix prêtres...

Va-t-on vers une Église sans prêtres ? Pour le P. Robert Scholtus, secrétaire du Conseil national des grands séminaires et directeur du séminaire des Carmes, à Paris, le problème n’est pas là : «La question de fond, c’est celle des communautés chrétiennes, c’est ce nombre-là, celui des fidèles qui diminue, explique-t-il. Si on calculait le rapport entre le nombre de pratiquants et de prêtres, on serait bon. Le travail des nouvelles générations de prêtres, c’est justement de constituer des communautés solides.»
«Il est difficilement concevable de commencer à 17 ans»
Sur le territoire, la baisse est sensible partout. Mais les grandes villes universitaires, où les jeunes sont plus nombreux, restent logiquement avantagées : Paris (mais la capitale ordonnait en 2002 17 jeunes séminaristes, et cette année, 11 seulement), Strasbourg, Toulouse, Nantes, Évry. À une exception, et de taille : Lyon, où aucun prêtre ne sera ordonné cette année. Les vocations sont une priorité du cardinal Philippe Barbarin qui vient de prendre des décisions lourdes visant à regrouper les deux séminaires (universitaire et Saint-Irénée) sur un seul lieu, pour rationaliser la formation, et lui donner plus de visibilité.

Ces nouveaux prêtres, qui arrivent sans complexe dans une Église minoritaire depuis de longues années déjà, vont être choyés par leurs paroissiens. Il a déjà fallu «des efforts considérables», comme le rappelle le P. Scholtus, pour leur permettre d’envisager cette vocation : «On a mis en place des lieux spécifiques pour attirer les jeunes, une année propédeutique [de discernement] par laquelle ils passent presque tous.»

Et l’enseignement s’est adapté aux nouveaux profils. S’ils sont la plupart du temps issus de familles «unies, profondément chrétiennes, et souvent nombreuses», ils entendent l’appel beaucoup plus tard. «Aujourd’hui, tous ceux qui entrent en séminaire ont un métier ou de longues études. Il est difficilement concevable de commencer à 17 ans, comme il y a trente ans», note le P. Scholtus. Certains séminaires diocésains ont dû fermer faute d’étudiants : celui de Bayonne par exemple, il y a un mois.
Guillaume BAROU avec Isabelle de GAULMYN
 
la croix 28 giugno
 
Comienza histórica reunión entre obispos de México y Estados Unidos
 
25 obispos de México y Estados Unidos permanecerán reunidos a partir de este jueves y hasta el próximo domingo en esta población fronteriza de Texas.
El Paso, Texas,  23 junio 2005 (ZENIT-El Observador).- Para analizar el estado de la situación de los inmigrantes mexicanos y centroamericanos que ingresan, cada año, a Estados Unidos en busca de mejores condiciones de vida.

Según trascendió desde que el 10 de mayo pasado fuera lanzado el programa «No más extraños. Juntos en el jornada de la Esperanza» en Washington por el cardenal Theodore McCarrick, este encuentro servirá para verificar el papel de la Iglesia católica frente a los inmigrantes de origen hispano --de los cuales, cada año, medio millón son mexicanos--, y, al mismo tiempo, buscar la manera de presionar al gobierno del presidente Bush para lograr una reforma migratoria integral en el país del Norte.

Entrevistados por Zenit y El Observador en el marco de la reciente Conferencia Anual del Episcopado de Estados Unidos, el obispo Kicanas de Tucson (Arizona) y los arzobispos Chaput (Denver) y Gómez (San Antonio), expresaron su esperanza de que esta primera reunión, que congrega a todos los obispos y responsables diocesanos de inmigración, derechos humanos y caridad, así como a organismos no gubernamentales que velan por los derechos de los inmigrantes, sea una plataforma de lanzamiento de una acción común, para mostrarle a los más pobres que pueden seguir contando con la Iglesia y que les acoge como a Cristo.

La conferencia de El Paso reunirá a cerca de 200 personas interesadas en que la frontera de tres mil kilómetros que comparten México y Estados Unidos deje de ser considerada como un pasaje a la muerte (cada año mueren 500 personas tratando de llegar al «sueño americano») y puede convertirse en un paso respetuoso de los derechos humanos, con una presencia visible de la Iglesia católica, según explican sus organizadores.

La base de las discusiones será la Carta que ambos episcopados emitieron en 2003 y que exige la colaboración de los gobiernos de México y Estados Unidos para paliar las condiciones infrahumanas que se dan entre los traficantes de seres humanos, las medidas de sellamiento de la frontera, los muros levantados en ciudades como San Diego o El Paso, la acción intimidatoria de las patrullas fronterizas y de los grupos paramilitares que actúan como «cazadores de inmigrantes» en territorios áridos como el desierto de Arizona.

Según ha informado el obispo de Ciudad Juárez y presidente de la Comisión Episcopal de Movilidad Humana del episcopado mexicano, Renato Ascencio, en el encuentro, que se realizará a puerta cerrada, se efectuarán talleres y plenarias que abordarán las políticas migratorias de ambos países, los trabajadores agrícolas inmigrantes; los derechos de los indocumentados y la ayuda a las víctimas del tráfico de personas.

«La realidad presente de la inmigración es una constante invitación a la iglesia a elaborar nuevas respuestas a los signos de los tiempos, de forma que la dignidad humana y los derechos de nuestros migrantes sea honrada y respetada», explicó en un comunicado el obispo Armando Ochoa, de la Diócesis Católica de El Paso, Texas, informó este jueves la agencia mexicana de noticias Notimex. Monseñor Ochoa, quien fungirá como anfitrión, calificó a la conferencia binacional como «histórica».

Este jueves, durante el primer día del evento, el cardenal estadounidense Theodore McCarrick habló sobre la forma en que la Iglesia en Estados Unidos y en México pueden colaborar para procurar un mejor trato para los inmigrantes. Mientras que el viernes, el secretario de Relaciones Exteriores de México, Luis Ernesto Derbez, viajará a El Paso para exponer en una de las sesiones plenarias la política migratoria de México y su relación con Estados Unidos en la materia.

El próximo sábado, el senador estadounidense John Cornyn hablará sobre una posible reforma a las leyes estadounidenses relacionadas a inmigración y al tráfico humano.

«El principal objetivo de la conferencia es construir relaciones entre las diócesis de ambos lados de la frontera para trabajar en forma colectiva en asuntos de inmigración», dijo Kevin Appleby, director de política de Migración y de Refugio de la Conferencia de Obispos Católicos de Estados Unidos. «Esta conferencia es una forma de construir solidaridad a través de la frontera y establecer una estrategia uniforme», indicó.
 
ASIA/IRAQ - “Nonostante le violenze, i cristiani iracheni sono in pieno fermento: ricostruiscono chiese, pubblicano giornali e siti Internet” dice a Fides p. Nizar Semaan
Baghdad (Agenzia Fides) 28 giugno- “Viviamo una situazione certamente difficile. Il terrorismo sembra essere onnipresente e onnipotente. Ogni giorno vi sono notizie di attentati con morti e feriti. Non possiamo negare che questo non avvenga. Ma non possiamo nascondere allo stesso tempo che la maggior parte degli iracheni vuole uscire da questa situazione e sta lavorando per creare un Paese migliore” dice all’Agenzia Fides p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco di Mosul, nel nord Iraq.
“Dopo la caduta del regime, nonostante la violenza la comunità cristiana del nord Iraq è in forte fermento: si stanno rimettendo in sesto Chiese ed altri edifici sacri; si pubblicano giornali e riviste; si stanno sperimentando nuove tecnologie, come Internet, per le attività pastorali e di comunicazione” dice p. Nizar. “Nel mio villaggio, Karakosh, i cui 25mila abitanti sono tutti cristiani, si sta completando la costruzione di un centro radio cattolico mentre 3mila bambini e ragazzi, assistiti da 200 catechisti, si apprestano a seguire il catechismo estivo”.
“Tutte queste attività sono la dimostrazione che i cristiani iracheni vogliono rimanere nel loro Paese. Cosa serve restaurare una Chiesa se poi si va via?” dice p. Nizar. “Certo, vi sono diversi cristiani che sono stati costretti a fuggire. Ma questo è accaduto a Baghdad dove la situazione è più difficile. La maggior parte di chi è andato all’estero non ha però venduto la propria casa e continua a fare la spola con l’Iraq” sottolinea il sacerdote.
“Oltre al problema della sicurezza, ritengo che un altro grande problema che deve affrontare l’Iraq è il ripristino dell’erogazione della corrente elettrica e dell’acqua. Purtroppo la maggior parte degli iracheni hanno accesso a questi servizi solo per poche ore al giorno, determinando una situazione drammatica specie in estate quando la temperatura arriva a 50 gradi centigradi”ricorda il sacerdote iracheno.
“Capisco che vi sono sabotaggi continui alle infrastrutture, ma francamente a distanza di due anni dalla caduta del regime e dall’instaurazione di una nuova amministrazione, si potrebbe fare uno sforzo maggiore per assicurare acqua ed elettricità con continuità agli iracheni” dice p. Nizar che sottolinea come migliorare le condizioni di vita della popolazione è un elemento che serve alla pacificazione del Paese: “Di fronte a queste difficoltà i terroristi hanno buon gioco ad affermare che il governo non mantiene le promesse”. (L.M.)
 
Historia de últimos siglos no se entiende sin pontificado, afirma Card. Rouco
MADRID, 28 Jun. 05 (ACI).- Con ocasión de la celebración de la solemnidad de los Apóstoles San Pedro y San Pablo, el Arzobispo de Madrid, Cardenal Antonio María Rouco, resaltó la importancia del servicio del Sucesor de Pedro en la historia de la comunidad internacional en los últimos siglos.
"El símbolo del Papa, dijo, en los siglos XIX y XX, convierte a la Iglesia en misionera, llevando el Evangelio a todos los rincones del mundo". Así, "no se puede entender la historia de la comunidad internacional en el siglo XX sin el servicio del Sucesor de Pedro", dijo el Purpurado durante la Misa celebrada en la Colegiata de San Isidro ante la proximidad de la festividad del miércoles 29.
Después de indicar que “el ministerio del sucesor de Pedro está en la vocación del hombre de ser llamado a proyectar luz sobre la vida porque ha recibido luz", el Cardenal dijo que "es obligación tener en cuenta la memoria histórica de los dos últimos siglos, de cómo la memoria de Pedro ha ido creciendo en significado hacia dentro de la Iglesia y hacia fuera".
Haciendo uso de esta memoria histórica, el Cardenal recordó que “en las vísperas de la elección del Papa Pío VIII, cierta prensa radical y laicista anunciaba el fin del papado; el cónclave no tuvo lugar en Roma, sino clandestinamente en Venecia, en un ambiente en el que la Iglesia tenía poco lugar y era perseguida”. Sin embargo, explicó, "nunca fue el Papa tan venerado en la historia de la Iglesia como a partir de entonces, el amor de los fieles fue en crecimiento".
Juan Pablo II y Benedicto XVI
"Las exequias de Juan Pablo II y los primeros pasos en el ministerio y ejercicio petrino de Benedicto XVI lo ponen claramente de manifiesto: es un referente moral y de unidad de todos los cristianos", dijo el Cardenal.
Continuó diciendo que "en este ambiente, hacemos hoy memoria del Papa, orando por él, unidos intensamente en la comunión de toda la Iglesia para que la gracia del Espíritu Santo que ha recibido lo siga siendo, y para que siga siendo referente de Cristo en Unidad".
Finalmente, pidió "hoy más que nunca" rezar "por el Papa, para que sea testigo en excelencia de la verdad, para que sea vivida y compartida por todos los cristianos, para que no olvidemos que la consagración viene del bautismo y nos ha llenado de luz”.
En la Eucaristía presidida por el Cardenal Rouco, concelebraron el Nuncio de Su Santidad, Mons. Manuel Monteiro de Castro, dos de los Obispos auxiliares de Madrid, el Obispo de Getafe, Mons. Joaquín María López de Andujar, además de otros prelados y ministros. También asistieron a la Misa la Infanta doña Pilar y representantes de los cuerpos diplomáticos.
 
 
VERITATIS SPLENDOR
 
El Foro de la Familia entrega 600.000 nuevas firmas contra la ley de matrimonios homosexuales
 
Madrid- No piensan darse por vencidos. A escasas 24 horas de que la ley de matrimonios homosexuales haga su polémica entrada en el Congreso, el Foro Español de la Familia entregó en la Junta Electoral Central unas 600.000 firmas en contra de las bodas gays. Decidieron acudir a la Cámara Baja con el rostro cubierto con máscaras blancas y amordazados con cinta adhesiva para denunciar que el Gobierno «silencia» a las familias.
   Angel Trascasa, presidente de la Federación de Asociaciones de Padres de Alumnos de Centros de Enseñanza, aseguró que estas rúbricas sólo tienen carácter «testimonial», ya que las más de 500.000 presentadas en el mismo organismo en abril son suficientes para respaldar la iniciativa legislativa, que piensa se debatirá en el Congreso en otoño. No obstante, Trascasa indicó que el 15 de julio, cuando finaliza el plazo de entrega de firmas, presentarán de nuevo los apoyos recibidos hasta ese momento, para seguir presionando al Gobierno y que convoque un referéndum que demuestre si la población está a favor o en contra de los matrimonios gays.
   Por su parte, el presidente de la Confederación Católica Nacional de Padres de Alumnos y de Familia, Luis Carbonel, dijo que su reclamación es sencilla: «Pedimos un referéndum, y así sabremos realmente cuál es la voluntad de los españoles. Lo que le pedimos al matrimonio político Zapatero- Zerolo es que no impongan el matrimonio homosexual al resto de España». Además, el Foro de la Familia pidió a los parlamentarios que no estén a favor de la ley que presenten recursos de inconstitucionalidad una vez que la norma sea aprobada.
   Quienes pondrán todo de su parte para «tumbar» la ley serán los diputados populares. Según garantizó ayer el portavoz del PP en el Congreso, Eduardo Zaplana, no habrá «sorpresas» en el rechazo de todos los parlamentarios de su formación a la ley, porque no hay «la más mínima discrepancia». Zaplana, después de celebrar una reunión de su grupo en la que se debatió sobre esta cuestión, descartó la posibilidad de dar libertad de voto, y aseguró que, en cualquier caso, «nadie» había planteado la cuestión «abiertamente».
   El portavoz convocó a su grupo ante la sensación, después de que Jorge Moragas y Alicia Sánchez Camacho se abstuviese en la votación de los «papeles» del Archivo de Salamanca, de que la disciplina de voto se estaba adormilando un poco. A la salida de la reunión, Zaplana reconoció que «ha habido alguna cuestión muy puntual» y explicó que tener discrepancias en un grupo amplio como el popular «le puede pasar a cualquiera», incluso a él mismo, pero subrayó que «nosotros tenemos un programa de Gobierno y tenemos por costumbre cumplirlo».
   Durante la discusión interna, sólo tres personas levantaron la voz para evidenciar ciertas discrepancias con la posición oficial, mientras que el resto de diputados cerraron mayoritariamente filas. La ex ministra Celia Villalobos fue una de las díscolas. Defendió la conveniencia de reorientar al PP hacia el centro político que, a su juicio, lideró José María Aznar, y lo hizo en medio de las críticas que le dirigieron una quincena de compañeros de partido por sus posiciones discrepantes en temas como el matrimonio gay –ya ha votado dos veces de forma distinta que el resto del grupo y es previsible que hoy repita.
   El primero en sacar el tema fue el diputado por Ceuta Francisco Antonio González, quien cuestionó las apelaciones al voto en conciencia alegando que el partido tiene un programa electoral y unas directrices que hay que acatar. En la misma línea se pronunciaron otros quince diputados del PP, entre ellos, Jorge Fernández Díaz, Jaime Ignacio del Burgo, Ignacio Gil Lázaro, Luis Marquínez, Juan Manuel Albendea, Jesús Merino y Blanca Fernández Capel.
   Sus argumentos fueron que la posición del PP sobre este asunto, basada en la defensa de uniones de hecho sin definición de matrimonio ni posibilidad de adopción, está recogida en el programa y fue defendida ante el Pleno del Congreso. Algunos recordaron incluso a la ex ministra la disciplina interna, la lealtad al partido y el cumplimiento del ideario que se aprueba en cada congreso, que es dónde deben realizarse los debates internos y donde curiosamente no hubo discusión sobre este asunto.
   Villalobos, que habló en dos ocasiones, dijo que nadie la va a echar de «su partido» y reclamó respeto para su posición, que ha sido adoptada en conciencia. En un momento dado, recalcó que el objetivo del partido es llegar al Gobierno, para lo cual cree preciso reorientar el PP hacia el centro político. La ex ministra, que cree haber sido objeto de un «linchamiento», defiende la necesidad de buscar un punto intermedio, como pudiera ser incluso la libertad de voto.
   
   
Jefe de gabinete de Rajoy. Dos diputados salieron en defensa de las tesis de Villalobos, reclamando respeto para las distintas sensibilidades. José María Lasalle, dirigente de Génova vinculado a la FAES, recordó que el PP no es un partido confesional y que, al igual que se permite en voto de conciencia por razones religiosos, también se puede apelar por otros motivos.
   Tomó la palabra también el jefe de gabinete de Mariano Rajoy, Francisco Villar, quien recomendó no dramatizar este tipo de disidencias. De hecho, recordó que la pasada legislatura, gobernando el PP, hubo tres leyes donde se registraron votos en conciencia puntuales, como la relativa a la utilización de embriones. Cuestionó también que el PP se vaya a abstener ante la reducción de trámites del divorcio cuando está en su programa electoral. Zaplana se preguntó cómo plantea esa duda quien ostenta la condición de jefe de gabinete del máximo dirigente del PP.
   Mientras, miles de personas salieron ayer a la calle en 13 ciudades para hacer un último intento de frenar la ley que autorizará las bodas gays. Las concentraciones tuvieron lugar a las 21:00 en Barcelona, La Coruña, Granada, Huelva, Málaga, Murcia, Orense, Pamplona, Sevilla, Toledo, Valencia y Vigo.
   Por otra parte, varios miembros de los servicios jurídicos de la plataforma HazteOir y el presidente del Foro Español de la Familia, José Gabaldón, serán recibidos hoy en la Fiscalía General del Estado «para presentar un dossier denunciando las numerosas amenazas de muerte e injurias recibidas en estos días por las asociaciones familiares».
 
Catholic medical experts back new ethical embryonic stem-cell research
Washington DC, Jun. 28, 2005 (CNA) - A new experimental technique that could produce embryo-like stem cells — without killing human embryos in the process — has the support of 35 medical experts and ethicists, about half of them Catholic or related to Catholic organizations.
The experts issued a statement recently, explaining that the technique would not conflict with the moral teachings of the Catholic Church on embyronic stem-cell research. That’s because, according to this technique, the genetic material injected into an egg would be modified to produce a pluripotent stem cell instead of an embryo.
According to the experts, the cell would be “incapable of being or becoming an embryo.”
"This new proposal addresses the Catholic Church's fundamental moral objection to embryonic stem-cell research as now practiced, by offering to create cells with the properties of embryonic stem cells without ever producing or harming a human embryo," Richard Doerflinger, deputy director of theUSCCB Secretariat for Pro-life Secretariat, told Catholic News Service.
The experts called for the initial research to use only “nonhuman animal cells.”
If the experiments demonstrate “beyond a reasonable doubt” that the technique “can reliably be used to produce pluripotent stem cells without creating embryos, we would support research on human cells,” the experts stated.
Among the signatories to the statement are: Archbishop John Myers of Newark, N.J, Fr. Kevin FitzGerald, SJ, professor of Catholic health care ethics at Georgetown University; Fr. Kevin Flannery, SJ, dean of philosophy at the Gregorian University in Rome, and John Haas, president of the National Catholic Bioethics Center, Fr. Thomas Berg, executive director of the Westchester Institute for Ethics and the Human Person.
 
Después de dos años de debate, belgas aún no aprueban ley de adopción por homosexuales
BRUSELAS, 28 Jun. 05 (ACI).- Si bien en Bélgica los “matrimonios” homosexuales son legales desde hace dos años, la adopción de menores por parte de estas parejas no lo es. Esta situación podría cambiar si se aprueba un nuevo proyecto de ley.
Con el retiro del apoyo de los socialdemócratas del partido CD&V al proyecto de ley que busca legalizar la adopción homosexual en Bélgica, se anunciaron algunas restricciones a la misma.
Los conservadores flamencos, por ejemplo, sólo admitirían la existencia de “dos padres” en parejas homosexuales, cuando el niño tenga un nexo biológico con uno de los "esposos”, sean éstos dos varones o dos lesbianas.
En el caso de las parejas de homosexuales varones, sólo podrá existir la “coparentalidad” si la madre biológica ya ha fallecido.
Luego de entrevistarse con la Liga de las Familias flamenca –una organización pro-familia que se opone a la adopción gay– los conservadores decidieron apoyar esta propuesta.
 
Canada: Persecución anunciada. Extorsión gubernamental. Los obispos no callan.
El voto de confianza del 18 de mayo benefició al gobierno del liberal Paul Martin, por el voto de dos legisladores pro-gay. Sería inminente la sanción de la ley de redefinición del matrimonio, que crearía la figura de “matrimonio homosexual”. El Bloque de parlamentarios de Quebec, fue “comprado” por el gobierno, otorgando a esa provincia más dinero público, lo que restó fuerzas a quienes se oponen al proyecto. El gobierno canadiense admitió oficialmente que el proyecto de ley de “matrimonio homosexual”, no contempla ninguna garantía para aquellos que estén en desacuerdo con la redefinición de matrimonio. El ministro de justicia del gobierno federal, Irwin Cotler, en vísperas del tratamiento de la ley, se refirió especialmente con las confesiones religiosas que se nieguen a “casar “ a homosexuales. Como informamos, ante legislaciones provinciales similares al proyecto nacional en discusión (C-38), varios funcionarios municipales de Newfoundland, Manitoba, British Columbia y Saskatchewan renunciaron ante el ultimátum que les obligaba a celebrar matrimonios entre personas del mismo sexo según las leyes de esas provincias, y el obispo de Calgary, Mons. Fred Henry fue acusado de atentar contra los derechos humanos por su prédica contraria al proyecto nacional, (vid. NG 694, 695). Derek Rogusky, vice-presidente de la asociación avangélica Focus on the Family, declaró que, “como están las cosas, los miembros de las confesiones cristianas serían llevados masivamente a los estrados judiciales”, por no aceptar los llamados “matrimonios “ entre homosexuales.

Persecución instalada
En el mismo orden de cosas, poniendo en evidencia una persecución que se agudizará si se sanciona la ley federal, la Corte de Apelaciones de British Columbia, rechazó el recurso del Dr. Chris Kempling, que fue suspendido en su cargo de consejero escolar, sin goce de sueldo, por el superintendente de escuelas del distrito, por escribir en un diario en contra del proyecto federal de matrimonio homosexual. Kempling apeló a la corte basándose en derecho a la libre expresión y su derecho a la libertad religiosa, que en teoría se encontraban protegidos por la ley. (vid NG 712, 713). Según la Corte el ex-consejero no puede recurrir a la Carta de Derechos Humanos, reclamando por su libertad religiosa, ya que sus escritos contrarios a la legalización de uniones homosexuales, “son discriminatorios y atentan en su totalidad en contra el sistema de educación pública”, y que eso hace que no pueda ocupar cargos en dicho sistema. Días antes, la corte de derechos humanos del estado de Saskatchewan, condenó a William Whatcott, por distribuir panfletos contra el proyecto federal a una multa de 17.500 dólares. Su acción fue calificada como “crimen de odio”. Los volantes decían: “La homosexualidad es pecado”.
Extorsión gubernamental
A principios de junio el obispo de Calgary, Fred Henry presentó su testimonio contrario al proyecto C-38 en la Cámara de los Comunes y fue intimidado con la amenaza, por parte de los representantes del gobierno, que quienes (asociaciones y personas) se opusieran a la ley perderían su estatus especial de “actividades de caridad”, que los beneficia en el pago de impuestos.
Los obispos no callan
A pesar de eso, también a principios de junio volvió a intervenir la Conferencia Episcopal, que en estos últimos seis meses lo ha hecho al menos diez veces. El documento consta de 13 puntos; había sido presentado al Parlamento unos días antes. Recoge una serie de hechos ocurridos hasta ahora en los estados en los que rigen leyes de matrimonio homosexual, similares al proyecto de ley nacional. “El proyecto de ley de redefinición del matrimonio, aceptando el llamado matrimonio entre homosexuales, sienta las bases para un estado totalitario”, dice la declaración, “porque atenta contra la libertad de conciencia, la libertad religiosa y la libertad de expresión”.
Transcribimos algunas de sus partes:
“Cuando la sociedad rechaza la primacía de la ley natural en su ordenamiento legal, el resultado no es otro que el caos y el desorden social, y está poniendo las bases para un estado totalitario, como nos enseña la historia del siglo XX”. “A los dirigentes y los miembros de los grupos religiosos se les ha conculcado ya el derecho a enseñar y predicar la verdad sobre el matrimonio y la homosexualidad, de acuerdo con su conciencia y sus creencias religiosas” “Una asociación de beneficencia, tiene una causa judicial ante un tribunal de derechos humanos, porque se negó a alquilar sus instalaciones para la celebración de un “matrimonio” (entre homosexuales), incompatible con las convicciones religiosas de su fe” “Los funcionarios civiles que celebran matrimonios, en las provincias y territorios de Canadá que tiene ese tipo de leyes, no están protegidos por la ley en cuanto a su libertad de conciencia y su libertad religiosa y se han visto obligados a renunciar o a presidir ceremonias irreconciliables con sus convicciones personales”. “El gobierno federal ha amenazado a las confesiones religiosas, y no ha asegurado que éstas no serán penalizadas privándolas de su ‘charitable status’, si no aceptan la redefinición de matrimonio”.
Pecadores públicos
Mons. Fred Henry, declaró también, que los legisladores que voten a favor del proyecto C-38, serán excluidos de la comunión, como todos los “notorios pecadores públicos”, por ejemplo aquellos que han votado a favor de la liberalización del aborto. Lo mismo había afirmado en su audiencia en el Parlamento al ser interpelado por un legislador que no esconde su condición gay. El mismo Henry propuso que si el gobierno quiere legislar beneficios para personas del mismo sexo que viven bajo un mismo techo, lo haga sin discriminar. Legislar a favor de la orientación homosexual es discriminatorio -dijo-, “hay muchas situaciones en las que no interviene la orientación sexual que merecerían ser contempladas”, por ejemplo, una nieta que cuide de su abuela y en ello invierta su vida. “Ni matrimonio homosexual, ni uniones civiles”, propuso Henry, “se podría reconocer una figura como ‘relaciones interdependientes entre adultos’, que no implique el uso del sexo”. Según Life Site, como informamos, preocupa particularmente a los políticos que la Jerarquía de la Iglesia haya insistido en la doctrina común y universal, según la cual los católicos no deben volver a elegir a aquellos legisladores que hayan votado leyes inicuas. De allí los intentos del apóstata Paul Martin y su gobierno de acallar a los obispos católicos.
NOTICIAS GLOBALES: Editor: Pbro. Dr. Juan Claudio Sanahuja
 
Obispo argentino denuncia proyecto de ley para promover esterilizaciones
BUENOS AIRES, 29 Jun. 05 (ACI).- A través de un comunicado, el Obispo de San Luis, Mons. Jorge Luis Lona, denunció un proyecto de ley provincial que busca promover esterilizaciones quirúrgicas en mujeres y hombres utilizando recursos públicos.
En el texto, Mons. Lona señaló que la esterilización es un método anticonceptivo “prácticamente irreversible”, que mutila toda la persona al truncar su proyecto de vida. Añade que la llamada “recanalización” sólo ha sido posible “en un número ínfimo de casos”.
Advirtió que “las experiencias reales” indican que las destinatarias serán en su mayoría mujeres jóvenes pobres con pocos hijos, y no aquellas con muchos hijos como se quiere hacer creer.
Asimismo, denunció que este método está “vinculado a la injusticia llamada ‘eugenésica’”, donde “pierden la posibilidad de procrear los presuntamente ‘menos aptos’”. Además, señaló el Prelado, “supone una desigualdad para la mujer, pues el varón es mucho más reacio a ser esterilizado”.
El Obispo de San Luis afirmó que el proyecto de ley es contrario al Código Penal, el cual castiga toda lesión que “prive la capacidad de engendrar o concebir”. Además, el texto presentado “no admite la objeción de conciencia”, por lo que obliga a los médicos “a cometer un delito”.
Asimismo, recordó que la Encíclica Evangelium Vitae, de Juan Pablo II, advirtió proféticamente lo que “está ocurriendo hoy en nuestra patria y en nuestra provincia”, donde la vida de sus hijos se ve amenazada “bajo el influjo de los grandes poderes mundiales” que promueven e imponen “por cualquier medio una masiva planificación de los nacimientos”, al considerar que el crecimiento demográfico de las naciones pobres es “una amenaza para el bienestar y la tranquilidad de sus países”.
Mons. Lona lamenta que tras diez años de su publicación, los países opulentos sigan promoviendo una “cultura anti vida” que los ha llevado a ser naciones envejecidas. Recordó que en 2004, una reunión de expertos en Nueva York advirtió que “la amenaza del siglo XXI es el envejecimiento de la población mundial”.
“En el año 2050, por primera vez en la historia humana, habrá más personas de más de 60 años que jóvenes de menos de quince años. Del gráfico poblacional de la pirámide se está pasando al de la urna funeraria”, señaló.
 
Promozione dell’aborto legale al BAC 2005
www.libertepolitique.com
La prova scientifica del Baccalaureato 2005 per gli studenti del Primo livello serie ‘L’ costituisce un attentato grave alla libertà di coscienza. Viene chiesto ai candidati (per ‘Scienze della vita e della terra’, in tutti gli istituti) di “esporre argomenti in favore dell’aborto”. Ora, il testo da commentare contiene informazioni scientifiche inesatte, dunque ideologicamente sospette.
Ecco in dettaglio il tema proposto (tra due a scelta) e le correzioni indicate agli esaminatori :

I candidati dovevano rispondere a 4 domande:
1)      indicare gli effetti della pillola sulle ovaie, la mucosa uterina e il muco cervicale.
2)      Spiegare il meccanismo di azione di detta pillola
3)      Citare altri 2 metodi di contraccezione, spiegando il principio della loro azione contraccettiva.
4)      Esporre argomenti in favore dell’autorizzazione legale della IGV (Interruzione volontaria della gravidanza) e argomentare l’idea secondo la quale l’aborto non è considerato un mezzo di contraccezione, partendo dal seguente documento:
IGV: la stabilità delle cifre nasconde nuovi comportamenti
(estratto da ‘Le Monde’ del 9 dicembre 2004)
Trent’anni dopo l’entrata in vigore  della legge Veil, Population et sociétés ritiene che “la contraccezione e, in caso di fallimento, il ricorso all’IGV hanno permesso il passaggio da un modello di maternità sotto costrizione a quello della maternità per scelta, contribuendo così a ridefinire la genitorialità , sia al femminile che al maschile”. E, contrariamente a quanto affermavano gli oppositori dell’aborto al tempo dell’adozione della legge, la legalizzazione dell’IGV non ha avuto impatto demografico. “Una IGV non costituisce una nascita in meno, bensì una nascita rimandata a più tardi, in un contesto più favorevole” spiega Mme Bayes. La fecondità francese, che si era fortemente abbassata tra il 1964 e il 1976, si è stabilizzata: da 30 anni il numero dei figli desiderato dai francesi è immutato e le donne ne hanno sempre altrettanti.

 Correzioni (disponibili sul sito
www.franceexamen.com)
Domanda 3: il preservativo e la spirale sono due altri metodi contraccettivi. Tutti e due ostacolano l’incontro dei gameti, impedendo allo spermatozoo di raggiungere l’ovulo.
Domanda 4: il documento permette di individuare più argomenti in favore dell’autorizzazione legale dell’IGV:
-         la maternità non è più una costrizione ma una scelta;
-         la genitorialità è congiunta;
-         non ci sono ricadute sulla fecondità.
REAGITE!
Ecco dunque degli studenti condannati a esporre argomenti in favore dell’aborto sulla base di un partito preso ideologico e di risposte non scientifiche. In coscienza, non possiamo tacere: reagite!
1)      Se ritenete, come studenti o genitori di studenti, di essere stati lesi dalla formulazione delle domande e di voler chiedere la ritrattazione della domanda 4, prendete contatto con noi via e-mail: il  nostro avvocato interverrà a vostro nome presso le autorità competenti.
2)      Contattate tutti, senza attendere, i responsabili dell’Educazione nazionale, per ottenere la ritrattazione delle domande 3 e 4 del compito.
Vi invitiamo tutti a contattare i responsabili dell’Educazione nazionale, allo scopo di ottenere la ritrattazione delle domande 3 e 4 del compito.
                  

                
La vostra mail deve denunciare più punti:
-         il carattere ideologico delle domande e delle risposte (soprattutto la domanda 4), che chiama in causa la neutralità dell’Educazione nazionale
-         gli errori scientifici delle risposte, come la spirale presentata come contraccettivo, cosa che invece non è;
-         la discriminazione dei candidati che, ragionando scientificamente, non possono giungere a concludere l’assenza di relazioni tra l’IGV e la demografia.

Inviate la mail di reazione a Mme Annie Mamecier, inspectrice générale de l'Education nationale "Sciences de la vie et de la Terre ", responsabile del dossier, all’indirizzo 
ig.svt@education.gouv.fr.
 
Rilanciate questa mail, per amplificarne l’effetto. Grazie.
Philippe de Saint-Germain, Association pour la Fondation de service politique
e Aude Dugast, Fondation Jérôme-Lejeune
 
Couples who live together to get more legal rights
By Frances Gibb, Legal Editor
 
UNMARRIED couples will receive greater rights, including laws to end the injustices suffered when relationships break up, in a shake-up of the law to be announced within two weeks, The Times has learnt.
The Law Commission will announce a study of how to improve the rights of the growing number of people living together without marrying, which has now reached two million couples and is expected to increase to 3.8 million by 2031.
Previous attempts to review the law have been opposed by Tory backbenchers and church groups, limiting reforms solely to property rights.
The review, commissioned by the Lord Chancellor, is likely to face criticism that greater rights for cohabitees will undermine marriage.
Church of England traditionalists are expected to fight the plans. A church insider agreed that there would be opposition and a spokesman said: “The Church believes that marriage has a unique role and is important for society and the raising of children. We would not wish to see this diluted, but strengthened by government policy.”
But the General Synod has recognised that cohabiting couples need to be protected, and the Rev Simon Stanley, vicar of St Chad’s, York, who proposed the motion, said that it was not just unmarried heterosexual couples who needed protection. Others, such as sisters or carers and the person whom they are caring for, also needed legal rights.
Dominic Grieve, the Shadow Attorney-General, said that the Conservatives accepted that the law needed to be reviewed but would oppose a move to give cohabitants equal rights to married couples.
But ministers are concerned about the disadadvantages suffered by unmarried couples.
Many people wrongly believe that if they live together they eventually acquire legal rights akin to those of married couples — the myth of “common law” marriage.
Research in 2000 found that 59 per cent of cohabitees believed that common law wives and husbands had rights similar to married couples.
But an unmarried partner has no right to claim financial support from the other partner, no matter how long they have lived together, and no automatic right to a share of property held in the other’s name.
Cohabitees cannot inherit their partner’s assets free of inheritance tax, they do not always have parental rights, they are not automatically entitled to a share of assets after a split or to their partner’s pension after death. They do not count as legal next of kin.
Mark Harper, a leading family lawyer, said that the review would be welcome. “This is a golden opportunity for the Law Commission to bring the law in line with society’s attitudes.”
He added that reforms would be unlikely to undermine marriage, with the numbers of cohabitees and divorces both rising. “The current law for cohabitants is unfair, unjust and illogical. Cohabitants are stuck with a 19th-century property law which is backward-looking, to resolve property disputes between them. It does not consider their current situation or needs, let alone what is fair."
Providing new legal protection for unmarried couples is not formal government policy. But The Times has learnt that ministers are concerned about the lack of safeguards for them and the effects on children.
 
The Law Commission will produce proposals for legislation in England and Wales. The two-year project is expected to begin in July, with initial proposals next spring and a draft Bill by the summer of 2007.
Later this year, gay partners will be able to register as civil partnerships, giving them many of the rights conferred by marriage. But unmarried heterosexual couples have virtually no legal redress if their relationship ends.
Stuart Bridge, the law commissioner leading the project, said that the idea was not to give cohabitees the same rights as married partners, but to give them some protection. The key issue, he said, was “how to deal with financial hardship when a relationship breaks down”. The project will also look at what happens when a partner dies.
Similar laws have been enacted in Australia and Canada, and in New Zealand “de facto” spouses have almost all the rights of married partners.
The move coincides with a survey seen by The Times of more than 2,000 divorcees that indicates growing support for pre-nuptial agreements.
With one in three marriages ending in divorce, couples who marry are increasingly recognising that any break-up will be less costly and swifter with such an agreement.
Sandra Davis, head of family law at Mishcon de Reya, said: “It is better to be safe than sorry. It may not sound romantic but an agreement forces couples to prepare for the practicalities if things do go wrong.”
Such agreements do not have the force of law but courts will take them into account in a divorce settlement, she said.
COMMON LAW MYTHS
In fact, unmarried partners
Have no claim to financial support on break-up
Have no right to a share of property or pension rights
Cannot inherit assets tax-free
Are not regarded as next of kin, so no right to sign death certificate or arrange funeral
Fathers do not always have automatic parental rights over children, so cannot decide on medical treatment, schools etc
http://www.timesonline.co.uk/article/0,,2-1670798,00.html
 
 
PER UNA FEDE ADULTA
 
Vacanze
Il tempo della libertà
Luigi Giussani
Tracce luglio 2000
«L’attesa delle vacanze documenta una volontà di vivere: proprio per questo non devono essere una “vacanza” da se stessi. Allora l’estate non sarà una interruzione o una proroga al prendere sul serio la vita» (Milano Studenti, 5 giugno 1964). Appunti di un dialogo prendendo un aperitivo con don Giussani, prima di partire per le ferie

Dai primissimi giorni di Gioventù Studentesca abbiamo avuto un concetto chiaro e semplice: tempo libero è il tempo in cui uno non è obbligato a fare niente, non c’è qualcosa che si è obbligati a fare, il tempo libero è tempo libero.
Siccome discutevamo spesso coi genitori e coi professori sul fatto che Gs occupava troppo il tempo libero dei ragazzi, mentre i ragazzi avrebbero dovuto studiare o lavorare in cucina, in casa, io dicevo: «Avranno ben il tempo libero, i ragazzi!». «Ma un giovane, una persona adulta» mi si obiettava «lo si giudica dal lavoro, dalla serietà del lavoro, dalla tenacia e dalla fedeltà al lavoro». «No» rispondevo, «macché! Un ragazzo si giudica da come usa il tempo libero». Oh, si scandalizzavano tutti. E invece... se è tempo libero, significa che uno è libero di fare quello che vuole. Perciò quello che uno vuole lo si capisce da come utilizza il suo tempo libero.
Quello che una persona - giovane o adulto - veramente vuole lo capisco non dal lavoro, dallo studio, cioè da ciò che è obbligato a fare, dalle convenienze o dalle necessità sociali, ma da come usa il suo tempo libero. Se un ragazzo o una persona matura disperde il tempo libero, non ama la vita: è sciocco. La vacanza, infatti, è il classico tempo in cui quasi tutti diventano sciocchi. Al contrario, la vacanza è il tempo più nobile dell’anno, perché è il momento in cui uno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita oppure non si impegna affatto con niente e allora, appunto, è sciocco.
La risposta che davamo a genitori e insegnanti più di quarant’anni fa ha una profondità a cui essi non erano mai giunti: il valore più grande dell’uomo, la virtù, il coraggio, l’energia dell’uomo, il ciò per cui vale la pena vivere, sta nella gratuità, nella capacità della gratuità. E la gratuità è proprio nel tempo libero che emerge e si afferma in modo stupefacente. Il modo della preghiera, la fedeltà alla preghiera, la verità dei rapporti, la dedizione di sé, il gusto delle cose, la modestia nell’usare della realtà, la commozione e la compassione verso le cose, tutto questo lo si vede molto più in vacanza che durante l’anno. In vacanza uno è libero e, se è libero, fa quello che vuole.
Questo vuol dire che la vacanza è una cosa importante. Innanzitutto ciò implica attenzione nella scelta della compagnia e del luogo, ma soprattutto c’entra con il modo in cui si vive: se la vacanza non ti fa mai ricordare quello che vorresti ricordare di più, se non ti rende più buono verso gli altri, ma ti rende più istintivo, se non ti fa imparare a guardare la natura con intenzione profonda, se non ti fa compiere un sacrificio con gioia, il tempo del riposo non ottiene il suo scopo. La vacanza deve essere la più libera possibile. Il criterio delle ferie è quello di respirare, possibilmente a pieni polmoni.
Da questo punto di vista, fissare come principio a priori che un gruppo debba fare la vacanza insieme è innanzitutto contrario a quanto detto, perché i più deboli della compagnia, per esempio, possono non osare dire di no. In secondo luogo è contro il principio missionario: l’andare in vacanza insieme deve rispondere a questo criterio. Comunque, innanzitutto, libertà sopra ogni cosa. Libertà di fare ciò che si vuole... secondo l’ideale! Che cosa ne viene in tasca, a vivere così? La gratuità, la purità del rapporto umano.
In tutto questo l’ultima cosa di cui ci si può accusare è di invitare ad una vita triste o di costringere ad una vita pesante: sarebbe il segno che proprio chi obietta è triste, pesante e macilento. Dove macilento indica chi non mangia e non beve, perciò chi non gode della vita. E dire che Gesù ha identificato lo strumento, il nesso supremo tra l’uomo che cammina sulla terra e il Dio vivente, l’Infinito, il Mistero infinito, col mangiare e col bere: l’eucarestia è mangiare e bere - anche se adesso tanto spesso è ridotta a uno schematismo di cui non si capisce più il significato -. È un mangiare e un bere: agape è un mangiare e bere. L’espressione più grande del rapporto tra me e questa presenza che è Dio fatto uomo in te, o Cristo, è mangiare e bere con te. Dove tu ti identifichi con quel che mangi e bevi, così che, «pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio» (“fede” vuol dire riconoscere una Presenza).
 
 
SOCIETA’
 
Cina: in vendita organi dei condannati a morte

Le autorità cinesi estraggono organi dalle persone condannate a morte e li vendono ufficialmente… Questo mercato di organi umani è «alimentato» ogni anno da 10.000 condannati a morte…
9 giugno 2005: la Cina è diventata la meta preferita dai cittadini israeliani che necessitano di trapianti d'organi, riporta il quotidiano Maariv. Le autorità cinesi vendono infatti gli organi di persone condannate a morte, ed il costo dei trapianti è inferiore di circa il 30% rispetto a Bulgaria, Colombia, Russia o Sudafrica.
Sono coinvolti decine di trafficanti, che impongono ai loro clienti l'obbligo del segreto. Secondo il giornale i trapianti vengono effettuati in un moderno centro ospedaliero statale a Canton.
Per il presidente dell'Associazione israeliana dei trapiantati di rene, Amos Canaf, «la Cina e le Filippine sono divenute le mete preferite perché i reni vengono prelevate da condannati a morte, i cui organi appartengono allo Stato, e perché i trapianti vengono effettuati sotto supervisione governativa».
Un israeliano che ha subito alcuni mesi fa un trapianto di reni in Cina, Abraham Sasson, ha dichiarato: «Il trapianto è relativamente poco costoso, l'assistenza medica è buona. Le autorità cinesi prelevano gli organi delle persone che hanno condannato a morte e li vendono ufficialmente. Ci sono decine di israeliani che come me hanno subito un trapianto in Cina e tutti sono contenti. Non mi crea un problema il fatto che il rene ricevuto sia quello di un condannato a morte».
Da tempo le organizzazioni per i diritti umani denunciano il collegamento tra l'alto numero di esecuzioni in Cina e la crescente domanda di trapianti, accusando le autorità di costringere i condannati a morte a firmare autorizzazioni all'espianto. In alternativa, i cadaveri dei giustiziati verrebbero fatti cremare, per non lasciare traccia del prelievo d'organo.
www.legnostorto.com, 13 giugno 2005
 
Turchia, allarme libertà religiosa

La denuncia del Nunzio apostolico: «In Turchia, Paese che si definisce una democrazia laica, la libertà religiosa esiste solo sulla carta. Viene sancita dalla Costituzione, ma nei fatti non viene applicata…». Il premier: reintrodurrò il velo islamico
 
Ma quale libertà religiosa... «In Turchia, Paese che si definisce una democrazia laica, la libertà religiosa esiste solo sulla carta. Viene sancita dalla Costituzione, ma nei fatti non viene applicata. Mancanze nell’applicazione delle leggi a tutela dell’esercizio delle altre religioni, processi che durano decenni, strani ritardi e rinvii a ripetizione, reticenze e resistenze fanno pensare ad una strategia per non consentire ai cristiani la stessa libertà di cui le religioni non cristiane godono in Europa. In Turchia c’è una cristianofobia istituzionale non molto dissimile da quella esistente in altri Paesi musulmani». Lo ha affermato, nel corso di un’intervista il Nunzio apostolico del Vaticano in Turchia, il monsignore libanese Edmond Farhat.
Il prelato cita ad esempio la vicenda di alcuni missionari protestanti, che avrebbero distribuito Vangeli gratis in alcune città e che è stata riportata da giornali e politici definendola, con allarme, “pericolo missionario”. «Si è creato clamore e si è gridato allo scandalo per una semplice e presunta attività di proselitismo. Il proselitismo è forse un reato? No. Eppure, ci sono state interrogazioni parlamentari e si è detto che i missionari minaccerebbero l’unità della nazione turca».
La polemica sui missionari ha avuto il suo culmine alcuni mesi fa. Il ministro di Stato per gli affari religiosi, Mehmet Aydin dichiarò, in effetti, allora che «i missionari minacciano l’unità della nazione», benché lo stesso ministro abbia poi dovuto ammettere che in 5 anni vi sono state in Turchia solo 368 conversioni al cristianesimo.
La direzione generale per gli affari religiosi (“Diyanet”, un nutrito “quasi-ministero” di cui è responsabile Aydin) regola la vita religiosa in Turchia sulla base dell’assunto che «il 99,7% dei turchi sono musulmani»; un dato contestato da molti, ma che al governo sembra ragione sufficiente per non concedere alcuno spazio alle altre religioni. «Quella sui missionari - continua monsignor Farhat - è una polemica che rinasce di tanto in tanto in Turchia e che sembra riesumata a bella posta per limitare la libertà di culto dei cristiani. Questo non è serio». «Un sacerdote cristiano, per avere il permesso di soggiorno, che tra l’altro deve essere rinnovato ogni anno, viene sottoposto a pratiche lunghissime e complicate con ritardi inspiegabili e rimpalli da un organismo ad un altro». «Dal 1970 stiamo chiedendo un riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni in Turchia. Nel 2003 tutte le chiese cristiane hanno chiesto unitariamente allo Stato turco questo riconoscimento. Nel 2004 lo ha fatto anche la Conferenza episcopale dei vescovi cattolici. Io sono andato dal premier Erdogan. Successivamente, nel febbraio scorso, gli ho scritto anche una lettera ufficiale».
«L’Unione Europea sta facendo molto per la libertà religiosa in Turchia. Ma non è abbastanza. Bisogna porre la libertà religiosa non come una condizione, ma come un diritto».
Intanto il premier turco Tayyip Erdogan continua a spingere per l’abolizione del divieto di portare il foulard islamico negli edifici di stato e nelle università, parlando davanti al gruppo parlamentare del suo partito, l’Akp di forti radici islamiche. «Risolveremo questa ed altre questioni rispettando la volontà popolare ed evitando di provocare tensioni», ha detto Erdogan. Il velo islamico è considerato dai laici e dai “kemalisti” turchi un “simbolo antilaico” e la sua proibizione (statuita da sentenze della corte costituzionale) come un baluardo della laicità dello Stato.
La Padania 24/06/2005
 
Noi e i gay
un problema di uguaglianza
di José Luís Zapatero
Come cittadino mi sento orgoglioso del fatto che il nostro Paese sia un riferimento per l’uguaglianza e il rispetto. Come uomo aspiro a che il nostro Paese sia un esempio di convivenza con uguaglianza piena di diritti per tutti. Come premier del mio Paese debbo assumere la sfida di fare della Spagna un simbolo di pace e di tolleranza. La legge che consente il matrimonio agli omosessuali ci fa migliori come Paese perché dà dignità a persone che per molti anni hanno subito ingiustizie. Questa legge non toglie diritti a nessuno, ma finalmente riconosce dignità agli omosessuali. Questa legge appoggiata dalla maggioranza dei cittadini, della politica e del Parlamento, è il simbolo di ciò che deve essere una democrazia moderna. Non è mai stato facile lavorare per l’uguaglianza, ci sono state sempre resistenze a che noi tutti, uomini e donne, indipendentemente da qualsiasi differenza, fossimo liberi ed eguali. Per lungo tempo i collettivi di lesbiche, gay e transessuali hanno saputo mantenere la speranza che un giorno quella discriminazione potesse scomparire nel nostro Paese.

Molti di loro hanno offerto grandi prove di coraggio, responsabilità e immaginazione inseguendo il sogno di un Paese dove nessuno fosse discriminato.
La rivendicazione del diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso emana dallo spirito stesso della Costituzione. È una proposta di riforma che non solo non va contro nessuno, ma della quale beneficerà tutta la società, perché aggiunge senza togliere. La nuova legge implicherà un allargamento del diritto che ha ogni essere umano di scegliere liberamente il cammino della sua vita e la ricerca della propria felicità. C’è in gioco molto di più della possibilità di sposarsi. È il riconoscimento della pienezza come esseri umani, della dignità, della uguaglianza incondizionata. Rimane sempre molto da fare, benché a partire da adesso esisterà un prima ed un dopo. È una data che passerà alla storia come il giorno in cui lesbiche e gay furono riconosciuti e raggiunsero la uguaglianza formale. Un giorno in cui si riconoscerà anche la memoria di quanti sono stati vittime della omofobia, del maschilismo, della incomprensione e della intolleranza.

In momenti come quelli che stiamo vivendo, sentiamo l’orgoglio civico di appartenere ad un Paese moderno che rinforza la sua coesione con leggi e politiche di libertà ed eguaglianza. La Spagna sta compiendo un passo decisivo che la consoliderà nel mondo come simbolo di pace, diritto e tolleranza. Noi spagnoli non lo siamo sempre stati, ma possiamo e dobbiamo esserlo adesso. Cosí ogni giorno diventiamo un Paese migliore.
*Primo ministro spagnolo. Articolo tratto dalla rivista «Zero».
La Stampa 28 giugno
 
Casalinghe senza bambini
La ripresina demografica italiana al vaglio di Massimo Livi Bacci, che è ottimista ma senza illusioni. Non è più vero che il lavoro femminile ostacola la natalità. In questione è il modo di vita
Roma. Per la prima volta negli ultimi dodici anni, in Italia sono nate più persone di quante non ne siano morte. E’ lì, nei 562.599 nuovi nati contro 546.658 decessi, ma soprattutto nel tasso di fecondità che da 1,2 è tornato a 1,33 (il più alto dal 1991) che si concentrano le cautissime speranze di inversione di marcia nell’inesorabile e grave calo demografico italiano. Nulla di più che speranze, però, da valutare tenendo conto in quel saldo positivo giocano anche la più bassa mortalità del 2004 rispetto al 2003 e la percentuale di nuovi nati figli di immigrati. I dati dell’Istat, infatti, parlano di un risveglio della natalità soprattutto nel nord e nelle zone del centro con una più forte presenza di immigrati, mentre al sud, dove negli anni passati la natalità ha avuto il decremento più impressionante, i tassi semplicemente non sono calati.
I livelli di fecondità più elevati in Europa sono ormai appannaggio, oltre ai paesi scandinavi, di Gran Bretagna e Francia, che a parità di consistenza demografica vantano duecentomila nati l’anno più di noi. L’Italia è invece, in compagnia della Spagna, il primo paese al mondo ad avere superato verso il basso, fin dal 1992, il tasso medio di 1,3 figli per coppia. E’ la soglia che i demografi definiscono di “bassissima fecondità” (“lowest-low fertility”). Per avere un’idea del suo significato, basti pensare che con quel tasso una popolazione è destinata a dimezzarsi in 44,3 anni (a parità di durata di vita e in assenza di flussi migratori). E’ invece sufficiente quello che al profano può apparire come un lieve incremento (1,5, cioè 0,2 figli in più per coppia) per far salire il tempo di dimezzamento a 64,7 anni, mentre un tasso dell’1,1 per cento porta al dimezzamento della popolazione in 32,4 anni (i dati sono tratti da “La natalità oltre gli stereotipi”, un saggio di Francesco B. Billari, docente dell’Università Bocconi di Milano, pubblicato sulla rivista Darwin nello scorso gennaio).
Ecco perché aver riguadagnato quel pur modestissimo 1,33 (ancora lontano dal vero tasso “di rimpiazzo”, fissato a 2,1 figli per coppia) appare così confortante, così degno di grandi titoli sui giornali e così sorprendente, in una situazione, come quella italiana, che negli utimi anni è andata affondando ben al di sotto della barriera di bassissima fecondità, con il minimo storico dell’1,19 per cento raggiunto nel 1995.
Alla metà degli anni Sessanta nascevano in Italia circa un milione di bambini l’anno, oggi meno della metà. Nel 1975, anno che segna l’inizio della tendenza al decremento, il tasso medio di natalità era ancora di 2,21 figli per coppia. Già imperversavano, all’epoca, le previsioni catastrofiste sulla sovrappopolazione prossima ventura, la paura di un’Italia soffocata da centinaia di milioni di abitanti nel giro di un secolo e mezzo. Era anche, quella, l’epoca dei fotoromanzi dell’Aied sulla contraccezione. Benemeriti, per parecchi versi, ma dove il messaggio non era soltanto “fate figli se e quando li volete”, ma soprattutto “fatene di meno, che è meglio”.

Meno è meglio?
L’impressione è che da quella cultura del “meno è meglio” sia difficile, quasi impossibile, uscire, anche ora che l’allarme è sulla crescita sotto lo zero. Ma che cosa deve cambiare perché l’Italia torni a fare più figli? Massimo Livi Bacci, ordinario di demografia all’Università di Firenze, dice al Foglio che “tirandoci per un momento fuori dall’aritmetica, dai meccanicismi e dai decimali, da un punto di vista culturale dobbiamo prendere atto del fatto che tutto l’occidente (ma si può parlare di tendenza planetaria) è ormai orientato verso famiglie di piccole dimensioni. E’ un dato che prescinde dalle religioni, dalle culture, dalle tradizioni. Stiamo parlando di fenomeni che partono da lontano e che si muovono lentamente. Oggi siamo approdati a una fase storica nella quale i cambiamenti si sono sommati, e tutti hanno congiurato a rendere un po’ più difficile, un po’ più costoso e più faticoso avere figli. Ma non è detto che tutto questo sia immutabile”. Occorre tempo, quindi, e occorre un profondo cambiamento culturale, perché “la società diventi, come dicono i sociologi, più ‘amichevole’ verso i bambini e verso le famiglie con figli. La nostra società non lo è affatto, nonostante le dichiarazioni formali e nonostante le esortazioni della Chiesa cattolica. Non è solo una questione di denaro pubblico e di relativi investimenti. Certo, il denaro pubblico ha un suo ruolo, e non è un caso che l’Italia condivida con un altro paese in grave crisi di natalità, la Spagna, una situazione in cui i trasferimenti pubblici verso le famiglie e i figli sono i più bassi d’Europa. Non dico che sia questa la ragione vera della bassa natalità, ma si tratta di una spia importante, che si aggiunge al fatto che anche il privato si dimostra scarsamente amichevole verso le famiglie con figli. Parlo di atteggiamenti diffusi: bambini poco tollerati nei ristoranti, considerati con fastidio negli alberghi, passeggini che non riescono a trovare strisce pedonali su cui procedere. Tutti piccoli segnali del fatto che la nostra società, in questa fase storica, non ha simpatia per le famiglie con bambini”.
E poi ci sono le difficoltà delle donne che lavorano, la fatica per continuare a farlo anche se nascono i figli. Il calo della natalità, del resto, è stato a lungo associato all’ingresso più massiccio delle donne nel mondo del lavoro. Ma ora non è più vero, e anche questo è uno dei nuovi paradossi della natalità contemporanea. Spiega ancora Massimo Livi Bacci che “in futuro sarà la donna che non ha lavoro a non fare più bambini. In parte è già così: la donna senza sicurezze non accetta di mettere al mondo i figli”. Chi pensa che siano le casalinghe le più disposte a far bambini, deve quindi ricredersi. Era così fino a metà degli anni Settanta, ma oggi, come dimostrano i dati europei e anche quelli italiani alla ribalta in questi giorni, la fecondità è più elevata (a parte là dove ci sono più immigrati) proprio dove le donne sono più presenti sul mercato del lavoro. Se un paese vuole investire sulla natalità deve farlo sul serio, dice ancora Massimo Livi Bacci, “e per questo fanno davvero ridere i nostri mille euro al mese per il secondo figlio per un anno. Ma i politici hanno un orizzonte di breve periodo, mentre quelli di cui stiamo parlando sono fenomeni di lunghissimo periodo. Dobbiamo metterci al lavoro oggi pensando di avere risultati tra vent’anni”. Senza illuderci che l’iniziale inversione di tendenza nei dati del 2004 giustifichi il sollievo: “Dal punto di vista demografico siamo crollati così in basso che per forza si sobbalza un po’. Ma non sono per niente sicuro che si tratti di una vera ripresa. E poi rimane il fatto che l’Italia è il paese dei ‘giovani vecchi’, dove si entra nel pieno della vita attiva molto più tardi che altrove. La migliore politica pro-natalista, in Italia, è quella di reimmettere i giovani nel circuito della vita sociale, collettiva, professionale molto prima di quanto non avvenga oggi. Altrimenti non se ne esce”.
 
Sondaggio appassiona la Gran Bretagna. In testa il pensatore comunista
«Solo Hume può fermare Marx» Alla Bbc la sfida sui grandi filosofi
Il concorso organizzato dal programma «In Our Time». L’Economist : «Meglio Mill, ma votate per l’empirista scozzese»
LONDRA (GRAN BRETAGNA) - «Lo votano perché è un vecchio con la barba bianca ed è così che la gente si immagina un filosofo», protesta la professoressa Lisa Jardine dell’università di Londra. «Era solo un giornalista che sapeva di economia, non dovrebbe neppure partecipare alla gara», dice la parlamentare conservatrice Ann Widdecombe. In ogni caso Karl Marx è in testa al sondaggio della Bbc sul «più grande filosofo della storia» e si avvia a vincere una libera - se non regolare - elezione, privilegio in genere non toccato ai suoi epigoni. Il concorso è stato organizzato dal programma In Our Time di Bbc Radio 4, che dopo una lunga fase preliminare ha indicato il 5 giugno scorso i 20 filosofi finalisti: chiunque può votare su Internet il suo pensatore favorito .
L’andamento del sondaggio doveva restare segreto ma è stato lo stesso conduttore del programma, Melvyn Bragg, a lasciare trapelare nella sua newsletter che in testa c’è l’autore del Capitale e non - come sperava - l’amato Kant, padre dell’etica europea. La mossa ha funzionato, l’interesse è cresciuto finché il Sunday Times è riuscito a ricostruire buona parte della classifica provvisoria: Marx davanti al logico Wittgenstein e all’empirista Hume, seguiti da Platone e Kant. Ultimi l’esistenzialista Heidegger, Epicuro e Hobbes. Nelle posizioni centrali, San Tommaso, Aristotele, Cartesio, Kierkegaard, Mill, Nietzsche, Popper, Russell, Sartre, Schopenhauer, Socrate, Spinoza. Il gioco per gli ascoltatori di Radio 4 diventa passione nazionale, con storici e intellettuali impegnati nella campagna elettorale per fermare Karl Marx. «Uno spettro si aggira per la Bbc», titola l’Economist , anche perché nel 1999 un altro sondaggio online del servizio pubblico aveva suscitato polemiche incoronando Marx «massimo pensatore del millennio» davanti a Einstein e Newton. Madsen Pirie, presidente del think-tank liberale Adam Smith Institute, se la prende con l’audience della Bbc - «Radical chic sempre più separati dalla realtà» - ma Eric Hobsbawm, celebre storico comunista, ricorda che «Marx ha predetto la globalizzazione; e poi il suo pensiero ora è libero dall’incarnazione nell’Unione Sovietica».
La democrazia elettronica della Bbc permette di votare ogni giorno e così l’Economist si getta nella contesa: «Non è da noi suggerire scorrettezze, nonostante il talento dei marxisti per i brogli; piuttosto, offriamo un consiglio tattico. Al posto del nostro preferito Mill, che purtroppo si trova a fondo classifica, raccomandiamo un liberale scettico con buone chance di vittoria: amici lettori, fermate Marx e votate David Hume». La lobby a favore di Hume guadagna posizioni, il filosofo Julian Baggini sul Sunday Herald invoca il voto a favore dell’«unico capace di sconfiggere lo scetticismo della nostra epoca senza ricorrere ai dogmi». L’empirista di Edinburgo contro il materialista di Treviri: il sondaggio sembra ormai una gara a due. C’è tempo fino al 7 giugno per deciderla, anche dall’Italia.
Stefano Montefiori
 
 
 
 
 
 
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categorie: il vangelo e il commento
martedì, 28 giugno 2005

I SEGNI DEI TEMPI
28 giugno 2005
Se non si aprono i link andare a “I segni dei tempi”
 
IL VANGELO DEL GIORNO
IL COMMENTO AL VANGELO
IL SANTO DEL GIORNO
S. Ireneo
vescovo e martire
LA NOTIZIA
Escluse le ONG pro-vita e pro-famiglia dall’Assemblea dell’ONU
TELEGRAFANDO
Da duemila anni scandalo e stoltezza
EDITORIALE
La cesta di Pietro per la fame dei popoli
BENEDETTO XVI
Il Ministero e la vita dei presbiteri
CHIESA
Cristiani sempre meno tollerati, a rischio la libertà religiosa in India
Dal Catechismo di Pio X al Compendio di Benedetto XVI
Una rivoluzione per l’etica
VERITATIS SPLENDOR
Las familias se echarán de nuevo a la calle el jueves para protestar contra las bodas gays
Normas contra ley natural desautorizan a legisladores, advierte Navarro-Valls
Zapatero dice que el "matrimonio" homosexual consolidará a España "como símbolo de paz, derechos y tolerancias"
La Asociación de Médicos Cristianos denuncia que la investigación con células madre responde a intereses políticos
SOCIETA’
ONU, 60 anni portati male
La storia segreta delle Nazioni Unite
Supreme Court split decision on 10 Commandments
CULTURA
E Hollywood scrive la storia d’Europa di E. Galli Della Loggia
Oltre gli effetti limitati: il modello della “spirale del silenzio” elaborato da Elisabeth Noelle Neumann
 PER UNA FEDE ADULTA
UNA MISTERIOSA "COINCIDENZA" DI DATE
(Ancona, 25 giugno 1796 - Medjugorje, 25 giugno 1981)
MARIA, RIVOLGI A NOI QUEGLI OCCHI TUOI MISERICORDIOSI
Risposte alla scristianità, di Augusto del Noce
 
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IL VANGELO DEL GIORNO
 
Mt 8, 23-27
In quel tempo, essendo Gesù salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. 
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». 
Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. 
I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?».
 
 
IL COMMENTO AL VANGELO
 
               In una barca attraversando il mare in burrasca. La nostra vita. Meravigliosa. Il Signore ci ha ordinato di salire sulla Sua barca. Una Parola. Come quella rivolta ad Abramo. E poi a Pietro. E a tutti noi. Prendere il largo, passare all’altra riva. La vita è una traversata sul mare. Sulla morte. Passare in ebraico si dice HBR, da cui deriva “ebreo”. I fratelli maggiori, sul cui “passare” siamo stati innestati. Passare all’altra riva nella barca seguendo il Signore. “Dietro Gesù … – l’evangelista -… desidera che risuoni nelle orecchie dei discepoli il nome di “ebreo”. Desidera che i suoi ascoltatori abbiano l’intelligenza dell’indispensabile coesione della loro vita. Essi debbono attraversare fisicamente, concretamente, il mare. Simultaneamente dovranno forgiare la loro tenuta spirituale per andare avanti. Dire spirituale significa dire il loro respiro del vento di Dio. Qui appunto, c’è tutto: il vento, il mare, il pericolo, le onde marine, la tempesta di vento… Allora l’evangelista forma in greco un verbo nuovo, “diegeiro”, per dire svegliare. Impossibile da tradurre letteralmente, questo verbo ha l’accento ebraico di “passare”. Dunque, i discepoli che sono nella barca di Gesù lo svegliano… Lo chiamano…. E quando si sarà “svegliato sarà passato di là”, e tutte le cose si saranno placate, quando ci sarà la calma, l’evento non finirà lì. La “traversata” continuerà con la domanda di Gesù, alla maniera della Torah…”Dove sei?”. Gesù dirà: “Uomini di poca fede, perché avete paura?”, Come dire: “ Ebrei, dove siete? Avete dimenticato di sentire il vostro nome? Avete dimenticato il vostro nome, la vostra vita?” ( M. Vidal, “Un ebreo chiamto Gesù”, Napoli 1998, pag. 163). La stessa domanda che oggi prorompe nella nostra vita: “Perché avete paura?”. Perché senza fede? Schiavi, siamo atterriti dalla paura di morire, ecco perché, siamo  incatenati. La barca, che è anche la nostra vita, è percorsa da tempeste violente. In greco si trova “grande sisma”, lo stesso vocabolo usato nei racconti della crocifissione. La barca è dunque anche il legno della Croce. Le simbologie si intrecciano, la Chiesa, la Croce e la nostra vita. Una traversata verso il Cielo, nella Chiesa crocifissi con Cristo. E il terremoto, la tempesta delle tentazioni, delle sofferenze, dei fallimenti. La nostra vita che “passa”, attraversa questo mondo a cui non apparteniamo, per il quale siamo stranieri e pellegrini. E le sue lusinghe, le sirene che sibilavano nelle orecchie di Ulisse, le stesse suadenti menzogne del demonio sussurrate ai nostri orecchi. Si è lui, il menzognero, l’assassino fin dal principio che attenta ala nostra anima. Le parole che Gesù userà per placare il mare saranno infatti le stesse usate dagli evangelisti nei racconti degli esorcismi. Le stesse che, nella versione greca della Settanta, presentano il gesto di Yahvè che con l’onnipotenza della sua parola prosciuga le acque del Mar Rosso (Cfr. Nota a Mt. 8, 26 de “La Bibbia. Nuovissima Versione dai Testi Originali”).
               Ma Lui dorme. E’ con noi, ma dorme. Quante volte, proprio quando si fa più furioso il vento delle avversità e delle prove, ci sentiamo soli, abbandonati. Nella barca, con Lui, ma è come se non ci fosse. Non risponde. Nessuna consolazione. Si fa buio pesto, e la barca sembra affondare. L’esperienza della notte oscura, descritta magistralmente da San Giovanni della Croce. La notte della mortificazione, della liberazione dai “desideri” e dagli “appetiti”. E’ Lui che ci ha spinti a salire sulla barca, Lui ci ha attirato a sé con il Suo amore e la Sua misericordia. Ci ha messi in cammino, con noi ha iniziato la traversata. E ora dorme. Come lo sposo del Cantico dei cantici, ha bussato alle nostra porta ma poi s’è nascosto. Ed eccoci nudi, destati noi stessi dal torpore d’una vita assuefatta alla grigia routine d’ogni giorno. Le onde, il sisma che scopre il fondo del mare, l’inganno che ci ha sedotto e tenuto schiavi, la menzogna del demonio che ci ha obbligato a seguire e compiere i suoi desideri. La notte oscura dell’Innominato, le angosce che ci atterriscono. La solitudine. Il nulla. La Croce che tutto relativizza, che sembra togliere ogni speranza. La nostra esperienza di oggi, qualunque sia, il mare o il deserto, l’odore di morte che ci atterrisce. Lui è lì con noi. Dorme. E noi abbiamo paura. Perché? Perché siamo ancora schiavi, pagani preoccupati del domani, della sorte che ci attende. Non abbiamo fede perché non siamo figli. Non siamo fratelli del Figlio che dorme, come un bimbo divezzato in braccio a sua madre, l’anima placata e acquietata anche nella valle oscura. Pretendiamo e il nostro cuore si leva con superbia dinnanzi alla vita. Orgoglio nemico della fede. Superbia, madre d’ogni concupiscienza. Albergano il nostro cuore proiettato in un domani che non ci appartiene, fuggendo con disprezzo l’oggi che non sopportiamo. L’oggi dove riposa il Signore. Le onde? I tumulti? Il terremoto? Sono tutti segni del tuo amore. La totale precarietà che ci spaventa. Tutto è amore. E’ Lui che ci aiuta, come condusse il Popolo d’Israele nel deserto perché conoscesse quel che vi era nel suo cuore. Per convertirsi. Per aver fede. Come quando invece di andare da Lazzaro ammalato, Gesù s’è fermato ancora due giorni dove si trovava, quasi aspettando che l’amico morisse. E quando infatti Lazzaro si “addormenta” Gesù dice ai Suoi discepoli di godere per loro di non essere stato dall’amico, “affinchè crediate”. Scendere al fondo di se stessi, incontrare la propria morte, sino all’ultimo gradino della piscina battesimale. Annegare l’uomo vecchio nella morte di Cristo, addormentarsi con Lui per Risorgere con Lui. Questa è la fede, quella che si nutre di mortificazioni, che circoncide il cuore e la mente, che taglia le membra di scandalo: La fede nella notte oscura, dove sono crocifissi carne e mondo, dove siamo tutti per Lui. Come Lui è tutto per noi. La fede battesimale per donarci la quale il Signore s’e addormentato nel sepolcro dei nostri peccati. Entriamo allora oggi nella barca con il Signore, addormentiamoci con Lui, non temiamo, con Lui passeremo indenni tra le acque della morte. Lui solo basta. Il Suo amore è la nostra vita e noi viviamo per Lui.
 
IL SANTO DEL GIORNO

 S. Ireneo
vescovo e martire

 

Santificatore di nome e di fatto (il nome "Ireneo" in greco vuol dire pacifico e pacificatore), S. Ireneo venne presentato al papa dai cristiani della Gallia con parole di alto elogio: "Zelatore del testamento di Cristo". A Roma Ireneo fece onore al suo nome, suggerendo moderazione a papa Vittore, consigliandogli rispettosamente di non scomunicare le Chiese dell'Asia che non volevano celebrare la Pasqua nella stessa data delle altre comunità cristiane. Con gli stessi intenti pacifici quest'uomo ponderato si adoperò presso i vescovi delle altre comunità cristiane per il trionfo della concordia e dell'unità, soprattutto nel mantenersi ancorati alla tradizione apostolica per combattere il razionalismo gnostico. Dei suoi scritti ci restano intatti i cinque libri dell'Adversus haereses, in cui Ireneo appare non solo il teologo più equilibrato e penetrante dell'Incarnazione redentrice, ma anche uno dei pastori più completi, più apostolici e più cattolici che abbiano servito la Chiesa. Si sente che le sue argomentazioni contro gli eretici, pur nate dalla polemica, sono nutrite dalla preghiera e dalla carità.
Ireneo era oriundo dell'Asia minore. Tra i suoi ricordi di gioventù c'è il contatto con Policarpo di Smirne, il santo vescovo "che è stato istruito dai testimoni oculari della vita del Verbo", in particolare dall'apostolo Giovanni, che a Smirne aveva stabilito la sua sede. Ireneo, attraverso Policarpo, si ricollega quindi agli apostoli. Lasciata l'Asia Minore, Ireneo aveva trascorso qualche tempo a Roma e poi si trasferì a Lione. Non fu della schiera dei martiri della persecuzione abbattutasi sui cristiani lionesi nel 177, perché proprio allora era stato inviato a Roma dalla sua Chiesa per presentare al papa Eleuterio alcune questioni di ordine dottrinale, riguardanti in particolare l'errore montanista, propagato da un gruppo di fanatici venuti dall'Oriente, che predicavano il disgusto delle cose del mondo e annunciavano imminente il ritorno finale di Cristo. Tornato a Lione, Ireneo successe nel 178 al nonagenario vescovo martire S. Fotino, e governò la chiesa di Lione fino alla morte, avvenuta nel 200 circa. Nonostante non sia provato che egli sia morto martire, la Chiesa lo venera come tale.
Egli fu comunque un vero testimone della fede in un periodo di dura persecuzione; il suo campo d'azione fu molto vasto, se si tiene conto che probabilmente non esisteva nessun altro vescovo nelle Gallie e nelle terre di confine della vicina Germania. Greco, aveva appreso le lingue "barbare" per poter evangelizzare le popolazioni cèltiche.

 
LA NOTIZIA
 
Escluse le ONG pro-vita e pro-famiglia dall’Assemblea dell’ONU
“Non ci sono procedure trasparenti”, afferma Riccardo Cascioli, presidente del CESPAS
ROMA, lunedì, 27 giugno 2005 (ZENIT.org).- Nei giorni scorsi si è svolta a New York l'audizione delle Ong (Organizzazioni non governative) davanti all'Assemblea generale dell'ONU in occasione della revisione quinquennale degli Obiettivi del Millennio, ovvero le strategie raccolte nell'assemblea straordinaria del 2000 per sradicare la povertà.

E' la prima volta che ciò accade ed è stata salutata come una grande vittoria della società civile. Ma non sono mancate le ombre, come ad esempio l'esclusione delle Ong pro-vita e pro-famiglia da questo appuntamento.

Per conoscere le ragioni dell’esclusione, ZENIT ha intervistato Riccardo Cascioli, Presidente del CESPAS (
Centro Europeo di Studi su Popolazione, Ambiente e Sviluppo).

Come mai questa esclusione di Ong pro-life ?

Cascioli: C'è chiaramente un disegno che viene portato avanti da molti anni per escludere le Ong pro-life e pro-family dai processi decisionali in seno alle varie agenzie e commissioni dell'ONU. Il motivo è semplice: ci sono le potenti lobby anti-nataliste, abortiste, ecologiste e gay che stanno cercando di far passare i diritti riproduttivi (aborto e contraccezione) tra i diritti umani fondamentali e di distruggere la famiglia equiparando a questa le unioni gay e qualsiasi altro tipo di unione.

La strategia è quella di creare documenti internazionali che vadano in questa direzione così da diventare strumenti di pressione nei singoli Paesi che hanno legislazioni di segno diverso. In questa prospettiva le Ong pro-life e pro-family sono dei "nemici" da escludere alla fonte, per non avere intralci. E' successo anche in questa occasione, non per niente nell'audizione all'ONU si è sentito ripetere molte volte la necessità di inserire esplicitamente i diritti riproduttivi tra le strategie anti-povertà. E diversi sono stati anche gli attacchi alle religioni (ovviamente si intende soprattutto quella cattolica) che discriminerebbero gli omosessuali.

Ma come può accadere una esclusione del genere senza che nessun governo o personalità internazionale sollevi il problema?

Cascioli: Diciamo che a livello di governi c'è una colpevole indifferenza su quanto accade nelle agenzie e nelle varie commissioni dell'ONU, a fronte di una strategia molto ben organizzata delle suddette lobby, che peraltro hanno ormai imposto la retorica della "società civile", concetto alquanto fumoso che serve da copertura a operazioni politiche che con la società civile hanno poco a che fare.

Vuol dire che le Ong sono in realtà una copertura?

Cascioli: Non le Ong in sé, ma l'uso che se ne fa. Mi spiego: alle Nazioni Unite sono accreditate con diversi status oltre 13mila Ong. All'audizione della scorsa settimana ve ne erano rappresentate circa 200. Su che basi sono state selezionate? Ebbene, non ci sono procedure trasparenti: si è insediata una commissione decisa dal presidente dell'Assemblea generale, formata dai rappresentanti di una decina di gruppi di pressione, ovviamente i più potenti, tra cui movimenti femministi radicali e neo-malthusiani.

Questi hanno scelto le 200 organizzazioni - guarda caso sono state bocciate tutte le Ong pro-vita e pro-famiglia - che hanno parlato in nome della "società civile". I delegati di tutti i governi del mondo hanno potuto così sentire che la "società civile" - nel quadro della lotta alla povertà - chiede anche i diritti riproduttivi e la legalizzazione delle unioni omosessuali. E chiede una limitazione della libertà religiosa, ovviamente in mezzo a tanti altri interventi più generali e condivisibili sulla lotta alla povertà.

Ma c'è un'ampia fetta di "società civile" che pure lavora per sradicare la povertà e che non si riconosce in questa piattaforma. E dov'era? Chi l'ha ascoltata? Bisogna avere il coraggio di dire che questo tipo di iniziative sono volgari mistificazioni. La verità è che chi paga comanda: certe iniziative hanno un costo e governi e agenzie che pagano decidono anche i partecipanti. Ad esempio l'audizione della scorsa settimana è stata finanziata da Canada, Norvegia e Finlandia: può essere un caso che non ci fossero Ong non in sintonia con le politiche per lo sviluppo di questi governi?


TELEGRAFANDO
 
Da duemila anni scandalo e stoltezza
Nuovo emblema per la Croce Rossa Sara' piu' neutro rispetto alla croce
(ANSA) - ROMA, 23 GIU - Nuovo emblema per la Croce Rossa: 'cristallo' rosso su sfondo bianco, piu' neutro e condivisibile rispetto alla croce. Una conferenza diplomatica, probabilmente convocata entro il prossimo ottobre, dara' il via formale al terzo emblema del movimento. La vicenda - spiega Massimo Barra, vicepresidente della Federazione - e' al centro da anni di dibattiti e confronti diplomatici, non sempre sereni.
                Un simbolo nuovo, più neutro e condivisibile rispetto alla Croce. Neutro? Certo, un cristallo a chi dice nulla? Come un fiocco di neve, anche la Croce Rossa si farà lieve e impalpabile. Le crocerossine, simbolo di tenerezza e di aiuto sugli sterminati campi di guerra, saranno le “fiocchine”, leggiadre figure del politicamente corretto. Condivisibile? Certo che no, la croce non può essere un segno condivisibile. Non appartiene a tutti. E’ un insulto, un “cadaverino” sui muri, via….. I poveri malati alla sua vista ne inorridiscono…. Molto meglio un cristallino di neve, la malattia come un fiocco di neve. La vita, la morte, il dolore, tutto diluito, evaporato, come neve al sole… Di questo stiamo parlando, di simboli che esprimono una cultura. Vuota. Soffice. Buonista. Ipocrita. Dolce e feroce. Delicata come un fiocco di neve, Avvelenata come la morte. Nella Croce la vittoria sulla morte. Sul dolore. Sul peccato. Che sono, reali e concreti, sotto gli occhi di tutti, intrecciati alle carni e alle menti di tutti. Lo scandalo e la stoltezza di un Legno, da duemila anni ad annunciare la vita più forte della morte. Gesù patì fuori della città, la Croce respinta dal mondo. Ma da lì, dall’estremo abbandono, dall’estremo rifiuto, ha attirato tutti a sè. Tutti. Buttate fuori la Croce, cancellatela pure, essa non smetterà per questo di attirarvi, tutti, tra le braccia misericordiose del Crocifisso.
 
 
EDITORIALE

 

L'obolo in questa stagione di papi
La cesta di Pietro per la fame dei popoli
Maurizio Blondet
Dicono che a dare inizio al tutto siano stati gli anglosassoni appena convertiti, nel secolo ottavo. Per mostrare al Vescovo di Roma il loro affetto, s'impegnarono a donargli una somma annuale, raccolta tra le famiglie: Peter's Penny, il soldo di Pietro. Ma certo il loro modello erano le collette che Paolo aveva raccolto tra le sue "chiese" per farle avere al primo Pietro, l'ex-pescatore: per gli apostoli di Gerusalemme e per i loro poveri, soprattutto.
Non so se ci rendiamo conto come vivessero quei cristiani nell'Inghilterra del secolo ottavo. Recenti studi archeologici hanno esaminato scheletri di quel tempo, in cui era ormai scomparsa l'incomparabile organizzazione della Roma imperiale, con le sue splendide strade, i suoi rifornimenti di cibo, le terme e l'igiene. Sono scheletri di guerrieri denutriti e insieme schiacciati dalla fatica fisica; denti malfermi, ossa deformate dal rachitismo e dai pesi portati, e per giunta fratturate da mazze ferrate. Ma quelle vite brutali e deprivate si concedevano il lusso dell'amore, e di quel che l'amore suggerisce: il dono. Nel freddo oscuro Nord, lesinavano sulla polenta d'orzo e sull'aringa affumicata per mandare un granello d'argento al Vescovo che viveva sotto il sole mediterraneo, e che non avrebbero mai visto: un denarius, la paga del soldato romano.
E noi? Abbiamo vissuto settimane di vero entusiasmo attorno al Papa che ci ha lasciato, e a quello che gli è succeduto. Folle inimmaginabili, in calda e paziente attesa, pronte alla commozione, all'applauso e all'affetto. Foreste di videofonini innalzati per riprendere la faccia del nuovo Pietro.
Ma quanto, poi, lo amano? Il fatto è questo: forse le immense folle non sanno che il modo di voler bene al Papa è ancora quello del secolo ottavo. È sempre aperta la cesta che raccoglie il Peter's Penny, il denarius Sancti Petri, l'obolo di San Pietro. Il Pietro del secolo ventun esimo aspetta, come il Pietro del primo, quell'elemosina per i suoi poveri. Perché ciò che Pietro riceve da chi lo ama, lo dona tutto. Ci sono orfani del genocidio in Rwanda, superstiti dell'Aids in Kenia, un ospedale a Sarajevo e uno in Armenia, che vivono di quello che Pietro manda. Dai secoli bui, Pietro non ha mai dubitato di poter dare: l'amore dei suoi figli ha riempito la cesta, a cominciare dagli angli sdentati e coperti di ferro, affamati dai gran signori. Sarebbe grossa se la cesta restasse vuota oggi, quando nessuno mangia più pesce secco e a nessuno manca il videofonino. Non potersi più concedere quell'antico gesto d'amore al Padre della famiglia comune, denuncerebbe una miseria più incurabile, mai vista in venti secoli.
 
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BENEDETTO XVI
 
Il Ministero e la vita dei presbiteri
  
Testo del Card. Joseph Ratzinger pubblicato da clerus.org, come da costume di quel sito senza data ne' fonte.
 
 
Riflessioni preliminari
 
Quando i padri del Concilio Vaticano II prepararono il decreto sul ministero e la vita dei presbiteri - dopo i dibattiti intensi sul ministero episcopale e le importanti dichiarazioni sia sulla posizione dei laici nella Chiesa che sulla vita religiosa -, avevano soprattutto l'intenzione di rivolgere una parola di incoraggiamento anche ai sacerdoti, che giorno dopo giorno portano il peso del lavoro nella vigna del Signore. Certamente, per un tale proposito non potevano accontentarsi di qualche pia esortazione. Dato che i vescovi avevano illustrato il significato del loro ministero e il suo fondamento teologico, anche le parole da rivolgere ai presbiteri avrebbero dovuto distinguersi per profondità teologica. Solo in questo modo sarebbero riuscite ad essere sia un riconoscimento convincente della loro attività che un incoraggiamento per le loro fatiche.
 
Ma tali parole ai sacerdoti furono necessarie non soltanto per motivi di una certa proporzione fra gli "stati" nella Chiesa. Quando i padri evidenziarono lo specifico significato del ministero episcopale nella sua relazione con il ministero del successore di Pietro, potevano essere sicuri di un ampio consenso da parte della opinione pubblica sia nella Chiesa che nel mondo ed anche, in particolare, nell'ambito ecumenico. Il concetto cattolico di sacerdozio invece aveva perso la sua ovvia validità, anche all'interno della coscienza della Chiesa. Certamente, la crisi di questo concetto, diventata visibile subito dopo il Concilio, e che poi sarebbe divenuta la crisi della esistenza presbiterale e delle vocazioni al sacerdozio, in quel tempo non era ancora completamente sviluppata, ma era già avviata. Essa risultò, da una parte, da un mutamento del senso della vita, in cui sempre meno si comprendeva il sacro, mentre il funzionale veniva elevato a categoria esclusivamente determinante. Dall'altra parte, però, questa crisi aveva anche radici del tutto teologiche, che in quel momento, in seguito alla situazione sociale cambiata, svilupparono una vitalità inaspettata. L'interpretazione stessa del Nuovo Testamento sembrò confermare esplicitamente una visione non sacrale di tutti i ministeri nella Chiesa. Non si vedeva nessuna continuità fra gli uffici sacrali dell'Antico Testamento ed i nuovi ministeri della Chiesa nascente; meno ancora si poteva riconoscere una connessione con le idee pagane del sacerdozio. Proprio la desacralizzazione dei ministeri sembrò rappresentare la novità del cristianesimo. I ministri delle comunità cristiane non vennero chiamati sacerdotes (hiereis), ma presbiteri, cioè anziani. Evidentemente, in questo modo di considerare il Nuovo Testamento operò essenzialmente l'origine protestante delle esegesi moderne; ciò, però, non cambiava nulla riguardo alla evidenza che sembrò meritare una tale interpretazione. Al contrario diventò bruciante la questione, se non avesse ragione Lutero contro Trento.
 
Stavano e stanno, dunque, fronte a fronte due concezioni del ministero sacerdotale: da una parte, una visione socio-funzionale che definiva la natura del sacerdozio con il concetto di "servizio", cioè servizio alla comunità nel compimento di una funzione al servizio della figura sociale della Chiesa. Dall'altra parte, c'è una visione sacramentale-ontologica che, non negando certamente il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato nell'esistenza del ministro sapendo anche, nello stesso tempo, che questa sua esistenza è determinata da un dono, chiamato sacramento ed elargito a lui dal Signore per mezzo della Chiesa. Con la concezione funzionale si unisce anche una variazione terminologica. Sempre più si evita di usare l'espressione "sacerdote/sacerdozio", connotata da un senso sacrale, e la si sostituisce con la parola neutro-funzionale "ministero" che, nella teologia cattolica, fere la natura del ministero sacerdotale corrisponde, almeno in una certa misura, anche una accentuazione diversa nella definizione dei compiti del sacerdote: all'orientamento fondamentale del sacerdozio alla eucarestia (sacerdos - sacrificium), divenuto classico nel cattolicesimo, si contrappone il primato della parola, considerato finora una concezione tipicamente protestante. Certamente, non si può in nessun modo sostenere che una concezione del sacerdozio, pensata a partire dal primato della parola, sia antisacramentale. Il decreto del Vaticano II sul ministero dei presbiteri dà prova anzi del contrario. E qui sorge la domanda, fino a che punto le alternative appena descritte debbano veramente escludersi, e fino a che punto invece non possano fecondarsi reciprocamente e, di conseguenza, risolversi dall'interno. È proprio questa la questione affrontata dal Concilio Vaticano II, cioè fino a che punto si possa allargare l'immagine del sacerdote, postridentina e divenuta ormai classica, e svilupparla dando ascolto alle esigenze avanzate da parte della Riforma, della esegesi critica e del senso moderno della vita senza, però, perdere l'essenziale; e viceversa, fino a che punto anche l'idea protestante del "ministero" si lasci aprire alla tradizione viva della Chiesa cattolica, sia dell'Oriente che dell'Occidente. In realtà riguardo al sacerdozio anche dopo il Concilio Tridentino non esiste nessuna differenza essenziale tra il cattolicesimo e la ortodossia.
 
1. La natura del ministero sacerdotale
 
Il Concilio Vaticano II non è entrato in questi problemi che allora appena stavano emergendo; dopo le grandi discussioni sulla collegialità episcopale, sull'ecumenismo, sulla libertà religiosa, sulle questioni del mondo contemporaneo, non sarebbero stati più disponibili né il tempo né le energie. Perciò i Sinodi degli anni 1971 e 1990 hanno ripreso l'argomento del sacerdozio e prolungato le dichiarazioni del Concilio; lo stesso argomento venne ancora più concretizzato, anche riguardo alla vita sacerdotale d'ogni giorno, dalle Lettere del Santo Padre ai Sacerdoti in occasione del Giovedì Santo e dal Direttorio della Congregazione del Clero. Ma anche se il decreto conciliare non si riferisce esplicitamente alle controversie attuali, tuttavia fornisce l'orientamento fondamentale per tutto lo sviluppo ulteriore.
 
Quali risposte allora troviamo ai problemi appena accennati? Per dirla in breve: Non si può ridurre il Concilio ad una delle due alternative. Nella definizione introduttiva del sacerdozio si dice che i presbiteri con la consacrazione sono ordinati al servizio di Cristo maestro, sacerdote e re e partecipano al suo ministero, per mezzo del quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata quale popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo (1). Nel nr. 2 si parla della potestà di offrire il sacrificio e perdonare i peccati. Ma questo compito peculiare del sacerdote è inserito, in forma molto esplicita, in una visione storico-dinamica della Chiesa, nella quale tutti "partecipano alla missione" di tutto il corpo, però "non tutti hanno la medesima funzione" (cf. Rom 12,4). Sintetizzando quanto detto finora possiamo constatare, che nel capitolo I del decreto è sottolineato con tutta chiarezza l'aspetto ontologico dell'esistenza sacerdotale e, nello stesso tempo, viene anche messa in evidenza la potestà di offrire il sacrificio. Proprio questo troviamo descritto, un'altra volta, all'inizio del nr. 3:
 
"I presbiteri, presi tra gli uomini e costituti in favore degli uomini stessi nelle cose che si riferiscono a Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati, vivono in mezzo agli altri uomini come fratelli". La novità nei confronti del Tridentino, si può vedere nel fatto che viene fortemente sottolineata l'unità vitale e il cammino comune di tutta la Chiesa, al cui interno è inserita la visione classica. Tanto più potremmo sentirci sorpresi leggendo all'inizio del capitolo ll, che parla dei compiti concreti dei presbiteri: "I presbiteri in quanto cooperatori dei vescovi hanno come primo dovere quello di annunciare a tutti il Vangelo di Dio" (4). Qui, con tutta chiarezza, sembra essere espresso il primato della parola ovvero del ministero dell'annuncio. Sorge dunque la questione: Le due affermazioni, ossia "costituiti per offrire doni e sacrifici" e "primo dovere (primum officium) quello di annunciare il Vangelo Evangelium evangelizandi)", quale relazione hanno fra loro?
 
1.1 Il fondamento cristologico
 
Per trovare una risposta dobbiamo prima domandarci: Cosa vuol dire propriamente "evangelizzare"? Che cosa accade? Che cosa è questo Vangelo? Innanzitutto: Per fondare il primato dell'annuncio, il Concilio certamente avrebbe potuto richiamarsi ai Vangeli. Penso, ad esempio, all'episodio piccolo, ma molto significativo, raccontato all'inizio del Vangelo di Marco: ll Signore, da tutti cercato a causa della sua forza miracolosa, si ritira in un luogo deserto per pregare (Mc 1,35-39). Sollecitato da "Simone e quelli che erano con lui", il Signore dice loro: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là, "per questo infatti sono venuto!" (1,38). È l'annuncio del Regno di Dio che Gesù indica come scopo vero della sua venuta. E questo, dunque, deve essere anche la priorità determinante di tutti i suoi ministri: essi vengono per annunciare il Regno di Dio, e cioè: per rendere questo Dio vivente, potente e presente la priorità della nostra propria vita. Già da questa piccola pericope si possono raccogliere due prospettive complementari per una corretta comprensione di questa priorità: tale annuncio procede di pari passo con il ritirarsi in se stesso nel raccoglimento della preghiera personale. Anzi, sembra addirittura che tale ritiro ne sia il presupposto. Ed è inoltre unito con lo "scacciare i demoni" (1,39), ciò vuol dire: l'annuncio non è solo parlare, ma nello stesso tempo agire efficace. Non si compie in un mondo sano e bello, ma dentro un mondo dominato da demoni, e pertanto quell'annunciare significa un intervento liberatore all'interno di questo mondo.
 
Dobbiamo, però, fare un passo avanti e, oltre la piccola pericope significativa dal Vangelo di Marco, tenere presente tutto il Vangelo per poter comprendere bene la priorità di Gesù. Egli annuncia il Regno di Dio; e ciò fa innanzi tutto con parabole ed anche sotto la forma di segni, nei quali questo Regno, come potenza presente, si avvicina agli uomini. Parole e segni sono inseparabili. Ovunque i segni sono considerati solamente come prodigi, senza cogliere il loro contenuto di rivelazione, Gesù interrompe la sua attività. Nemmeno, però, permette che la sua predicazione sia considerata una faccenda solamente intellettuale o, per così dire, solo materia per discussioni. La sua parola esige una decisione, crea una realtà. In questo senso è Parola "incarnata"; la reciprocità di parola e segni manifesta una struttura "sacramentale" (1).
 
Dobbiamo fare ancora un passo avanti. Gesù non comunica contenuti che sono indipendenti dalla sua propria persona, come 0 solito fa un maestro oppure un narratore. Egli è più che un Rabbi. Col procedere della sua predicazione si fa sempre più evidente che, nelle parabole, Egli parla di se stesso, che il "Regno" e la sua persona vanno insieme, che il Regno viene nella sua persona. La decisione richiesta da Lui è una decisione sul rapporto con Lui, una decisione come la prese Pietro dicendo: "Tu sei il Cristo" (Mc 8,29). Infine, come contenuto della predicazione del Regno di Dio appare chiaramente lo stesso mistero pasquale di Gesù, ossia il suo destino di morte e risurrezione; ciò particolarmente, per esempio, nella parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-11). Parola e realtà allora si intrecciano in modo nuovo: la parabola suscita la rabbia degli avversari, i quali fanno quanto fu raccontato. Uccidono il figlio. Ciò significa: le parabole sarebbero vuote senza la persona vivente del figlio incarnato che "è venuto" (Mc 1,38), che "fu inviato" dal Padre (12,6). Esse sarebbero vuote senza la conferma della parola nella croce e nella risurrezione. Pertanto adesso capiamo che la predicazione di Gesù deve essere chiamata "sacramentale" in un senso ancora più profondo di quello che già abbiamo visto prima: la sua parola porta in sé la realtà della incarnazione ed il tema di croce e risurrezione. È, in questo senso più profondo, parola-azione. Così già indica per la Chiesa la reciprocità di predicazione ed eucarestia, ma anche di predicazione e testimonianza vissuta e sofferta.
 
A partire dalla visione pasquale, come ci si presenta nel Vangelo di Giovanni, dobbiamo ancora fare un passo avanti. Gesù è il Cristo, così ha detto Pietro. Gesù Cristo è il Logos, viene aggiunto da Giovanni. Egli stesso è il Verbo eterno del Padre, che è presso Dio e che è Dio (Gv 1,1). In Lui questo Verbo si fece carne e venn Verbo. "Pertanto, se parliamo del ministero della parola di Dio, insieme è intesa la relazione intertrinitaria"(2). Al tempo stesso è vero, "che questo ministero partecipa alla funzione della incarnazione"(3)
 
A ragione si è fatto notare che la differenza fondamentale fra la predicazione di Gesù e le lezioni dei Rabbini consiste proprio nel fatto che l'Io di Gesù, cioè Lui stesso, stia nel centro del suo messaggio(4). Nello stesso tempo, però, è da ricordare che Gesù stesso considerò caratteristico del suo parlare il fatto che non parlava "nel proprio nome" (Gv 5,43; cf. 7,16): ll Suo lo è tutto aperto verso il Tu del Padre, non si arresta in se stesso, ma ci porta dentro la dinamica della relazione trinitaria. Ciò significa, per il predicatore cristiano, che egli non parli di sé, ma si faccia voce di Cristo, per lasciare così posto allo stesso Logos e condurre, per mezzo della comunione con l'uomo Gesù, alla comunione con il Dio vivente.
 
Con questo ritorniamo al decreto del Vaticano II sul ministero presbiterale. Parlando delle diverse forme della predicazione, il documento rileva in tutte queste forme una costante: ll sacerdote non deve mai insegnare la sua propria sapienza, ma ciò che importa è sempre la parola di Dio che spinge alla verità e alla santità (4). Modellandosi sulla parola di San Paolo, il ministero della parola esige dal sacerdote, di spogliarsi profondamente di se stesso: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Qui mi viene in mente un piccolo episodio degli inizi dell'Opus Dei. Una giovane donna ebbe per la prima volta l'occasione di partecipare alle conferenze di Don Escrivá, fondatore dell'Opus. Era curiosissima di ascoltare l'oratore tanto famoso. Dopo aver però partecipato alla messa con lui - così ella raccontava più tardi -, non volle più mettersi ascolto di un oratore umano, ma soltanto ormai riconoscere la parola e la volontà di Dio. Il ministero della parola esige dal sacerdote la partecipazione alla kenosis di Cristo, il sorgere e il tramontare in Cristo. Il fatto che non parla di se stesso, ma porta il messaggio di un altro, certo non significa, in nessun modo, indifferenza personale, ma piuttosto il contrario: il perdersi in Cristo che riprende il cammino del suo mistero pasquale, e così porta a ritrovare veramente se stesso ed alla comunione con Colui, che è il Verbo di Dio in persona. la fin fine il ministero della parola, al di là di tutto ciò che è funzionale, penetra dentro 1' essere e presuppone il sacerdozio quale sacramento.
 
1.2 Sviluppo nella tradizione (Agostino)
 
Poiché siamo qui arrivati al punto centrale della nostra questione, vorrei cercare di approfondirlo con due serie di immagini prese dalle opere di San Agostino; si tratta di immagini prese dalla meditazione della parola biblica, che al tempo stesso hanno influenzato notevolmente la tradizione dogmatica della Chiesa cattolica.
 
Innanzitutto vi è la designazione del sacerdote come "servus Dei" o "servus Christi"(5). Dietro questa espressione del servo di Cristo, presa dal linguaggio ecclesiastico di allora, sta l'inno Cristologico della lettera ai Filippesi (2,5) Cristo, il Figlio uguale a Dio, assunse la condizione di servo, divenne servo per noi. Dobbiamo qui tralasciare la profonda teologia della libertà e del servizio, esposta a questo proposito da Agostino. Importante per il nostro discorso è il fatto che il concetto di "servo" è un concetto relazionale. Uno è servo in relazione ad un altro. Se il sacerdote viene definito come servo di Gesù Cristo, questo significa che la sua esistenza è determinata essenzialmente come relazionale: l'essere ordinato al servizio del Signore, costituisce l'essenza del suo ministero che, perciò, giunge fin dentro la sua stessa esistenza. Egli è servitore di Cristo per essere, a partire da Lui, per Lui e con Lui, servitore degli uomini. Il suo essere in relazione a Cristo non si oppone al suo essere ordinato al servizio della comunità (della Chiesa), ma ne è il fondamento che solo le dà tutta la sua profondità. Essere in relazione con Cristo vuol dire essere inserito nella sua esistenza di servo ed essere, con Lui, a servizio del "corpo", cioè della Chiesa. Il sacerdote, proprio perché appartiene a Cristo, appartiene in senso radicale agli uomini. Non sarebbe in grado di dedicarsi a loro con tanta profondità ed assolutezza, se non in questo modo. E questo anche significa che la concezione ontologica del sacerdozio, arrivando dentro l'essere dell'interessato, non si oppone alla serietà della funzionalità, del ministero sociale, ma crea piuttosto una radicalità del servire che non sarebbe pensabile nell'ambito puramente profano.
 
Il concetto di "servo" è collegato con l'immagine del "carattere indelebile", diventata patrimonio di fede della Chiesa. Nel linguaggio della tarda antichità, con la parola "character" si designava il marchio di proprietà che veniva impresso, in modo da non poter più essere cancellato, su un oggetto o un animale oppure anche una persona. Così la proprietà è contrassegnata in maniera irrevocabile e (clamat ad Dominum) "rinvia al suo padrone". Si potrebbe dire: "carattere" significa appartenenza, impressa nella esistenza stessa. In questo senso l'immagine del carattere esprime ancora una volta quell'essere relativo, che rinvia ad altro, di cui abbiamo appena parlato. Si tratta di una appartenenza di cui non si può disporre; l'iniziativa è venuta dal proprietario - da Cristo. Così si manifesta la natura del sacramento: io non posso dichiararmi, così semplicemente, come appartenente al Signore. Egli deve innanzitutto assumermi come Suo; solo allora io posso entrare in questo stato di assunzione, per accettarlo da parte mia e cercare di viverlo. In questo senso, dunque, la parola "character" descrive il carattere ontologico del servizio di Cristo, che troviamo nel sacerdozio e, nello stesso tempo, chiarisce che cosa si intende dire con la sua sacramentalità. Solo allora si può comprendere perché da San Agostino il carattere venga descritto funzionalmente (ed al tempo stesso ontologicamente) quale ius dandi, ossia quale condizione necessaria per l'amministrazione valida dei sacramenti(6). L'appartenenza al Signore, che si è fatto servo, è appartenenza in favore di coloro che sono i Suoi. Questo significa che ora il servitore può, sotto il segno sacro, donare ciò che mai potrebbe donare in virtù di se stesso: dona, infatti, lo Spirito Santo, assolve dai peccati, rende presente sia il sacrificio di Cristo che Cristo stesso nel suo sacro corpo e sangue - diritti tutti riservati a Dio, che nessun uomo può procurarsi da se stesso, né possono essere a lui delegati da alcuna comunità. Se, quindi, il carattere è l'espressione della comunione nel servizio, esso manifesta, da una parte, come sempre ultimamente il Signore stesso agisce e come, d'altra parte, egli agisce nella Chiesa visibile per mezzo di uomini. Così il carattere garantisce la "validità" del sacramento anche nel caso di un ministro indegno essendo però, al tempo stesso, sia un giudizio su questo ministro che stimolo a vivere il sacramento.
 
Ancora una parola su una seconda serie d'immagini, con la quale Sant'Agostino cercò di spiegare, a se stesso ed ai suoi fedeli, la natura del servizio presbiterale. Essa gli venne dalla meditazione sulla figura di Giovanni Battista, nel quale egli trova prefigurato il ministero del presbitero(7). Egli fa notare che, nel Nuovo Testamento, Giovanni viene denominato con una espressione presa da Isaia, cioè come "la voce", mentre Cristo, nel Vangelo di Giovanni, appare come "il Verbo". La relazione fra "voce" (vox) e "verbo" (verbum), parola, aiuta a chiarire la relazione fra Cristo e sacerdote. La parola (il verbo) esiste nel cuore prima di divenire sensibilmente percettibile per mezzo della voce. Poi entra, mediante la voce, anche nella percezione dell'altro facendosi presente anche nel suo cuore, senza però con questo che chi parla venga privato di quella parola. Il suono sensibile, ossia la voce, che porta la parola dall'uno all'altro (o agli altri), passa. La parola rimane. È compito del presbitero essere semplicemente la voce per il Verbo: "Egli deve crescere e io invece diminuire" - l'unico senso della voce è trasmettere il verbo; poi si ritira. Di qui emergono con chiarezza sia la grandezza del ministero sacerdotale che la sua umiltà: Come Giovanni Battista, anche il presbitero non è che precursore, servitore del Verbo, ministro della parola. Non è di lui, che ci si deve interessare, ma dell'Altro. Ma egli è vox (voce) con tutta la sua esistenza; è sua missione farsi voce per la parola ed è proprio in questo suo radicale riferimento ad un altro che partecipa alla grandezza della missione del Battista, alla missione del Logos stesso. E'nella stessa linea che Agostino designa il sacerdote come l'amico dello sposo (Gv 3,29), che non si appropria della sposa, ma partecipa come amico alla gioia delle nozze: ll Signore ha costituito il servo amico (Gv 15,15), ed egli ora appartiene alla casa e rimane nella casa - da servo è diventato uomo libero (Gal 4, 7; 4,21 - 5,1)(8).
 
2. Cristologia ed ecclesiologia:
 
Il carattere ecclesiale del sacerdozio
 
Finora abbiamo parlato del carattere cristologico del sacerdozio, che è sempre anche un carattere trinitario, perché il Figlio, per sua natura, è originato dal Padre e ritorna a Lui. Egli si comunica nello Spirito Santo che è l'amore e, quindi, il dono in persona. Ma poi il decreto conciliare sottolinea, in un passo ulteriore, il carattere ecclesiale del ministero che non può essere separato dalla sua base cristologico-trinitaria. L'incarnazione della Parola significa che Dio non vuole semplicemente venire, per mezzo dello Spirito, direttamente allo spirito dell'uomo, ma che lo cerca per mezzo del mondo materiale, volendo toccarlo anche proprio come essere sociale e storico. Dio vuole venire agli uomini attraverso degli uomini. Dio è andato agli uomini di tal maniera, che essi si trovino l'un l'altro per mezzo di Lui e a partire da Lui. Perciò l'incarnazione implica anche la comunione e la storicità della fede. Prendere la strada del corpo significa che la realtà del tempo e la socialità umana diventano fattori delle relazioni degli uomini con Dio, le quali a loro volta si basano sulla antecedente relazione di Dio con l'uomo. Pertanto cristologia ed ecclesiologia sono inseparabili: L'azione di Dio crea il "popolo di Dio", ed il "popolo di Dio" diventa a partire da Cristo "corpo di Cristo", secondo l'interpretazione profonda che Paolo, nella lettera ai Galati, dà della promessa ad Abramo. Questa promessa - così legge Paolo nell'Antico Testamento - vale "per il seme" di Abramo, cioè non per molti, ma per uno solo. L'azione di Dio, dunque, tende a che noi, i molti, non diventiamo semplicemente "una cosa sola", ma "Uno" - nella comunione corporea con Gesù Cristo (Gal 3, 16 s. 28).
 
Proprio da questa profondità ecclesiale della cristologia, il Concilio ha derivato la dinamica storico mondana dell'evento di Cristo, al cui servizio stanno i presbiteri. Raggiungere la felicità, questo è il fine ultimo a cui noi tutti tendiamo. Ma la felicità non esiste che nell'essere insieme, e questo essere insieme si dà solo nella infinità dell'amore. La felicità non esiste che nell'aprirsi dell'Io entro il divino, ossia nella divinizzazione. In questo senso, il Concilio dice con Agostino, il fine della storia è che l'umanità divenga amore: Così l'umanità sarà adorazione, culto vivente, "civitas Dei, città di Dio". E in tal modo si avvererà il desiderio pi , 42-55; Agostino, De civitate Dei X 6). Non si può ultimamente capire che cosa sia il culto, che cosa siano i sacramenti, se non in questa grande prospettiva.
 
Proprio questa visione, che orienta alle grandi questioni ultime, ci conduce poi anche al molto concreto: poiché le cose stanno così come esposto sopra, la fede cristiana non è mai né puramente spirituale-interiore né una relazione solamente soggettiva o privata-personale a Cristo ed alla sua Parola, ma è del tutto concreta ecclesiale. Per questo motivo il Concilio, forse in un modo un po' forzato, sottolinea il vincolo dei presbiteri con il vescovo: Lo rappresentano e agiscono in nome e su missione di lui. La grande obbedienza cristologica, che capovolge la disubbidienza di Adamo, si concretizza nell'obbedienza ecclesiale, che, per il sacerdote, in pratica è l'obbedienza nei confronti del proprio vescovo. Certamente, il Concilio avrebbe potuto insistere di più sul fatto che prima deve esserci l'obbedienza comune di tutti alla Parola di Dio ed alla sua presentazione nella tradizione viva della Chiesa. Questo vincolo comune è anche la libertà comune; protegge dall'arbitrio e garantisce il carattere autenticamente cristologico dell'obbedienza ecclesiale. L'obbedienza ecclesiale non è positivistica; non è indirizzata semplicemente a una autorità formale. Ma piuttosto a colui che, obbediente egli stesso, personifica il Cristo obbediente. L'obbedienza è però chiaramente indipendente dalla virtù e dalla santità di colui che è incaricato di un ufficio, proprio perché si riferisce all'oggettività della fede donata dal Signore, che supera ogni soggettività. In questo senso, nell'obbedienza nei confronti del vescovo c'è sempre anche un andare oltre la Chiesa locale - è una obbedienza cattolica: Si obbedisce al vescovo, perché rappresenta qui sul luogo tutta quanta la Chiesa universale. Ed è una obbedienza che, oltrepassando il momento storico, è oriem, e proprio così si apre al futuro, nel quale Dio sarà tutto in tuffi e noi saremo un solo unico essere. Da questo punto di vista, l'esigenza di obbedienza è una esigenza seria per colui che rappresenta l'autorità. Questo, però, non significa che l'obbedienza sia condizionale: essa è molto concreta. Non obbedisco ad un Gesù quale io o altri abbiano inventato dalla Sacra Scrittura; in tal caso, obbedirei soltanto alle idee da me preferite e, nell'immagine di Gesù da me inventata, adorerei me stesso. No! Obbedire a Cristo significa obbedire al suo corpo, obbedire a Lui nel suo corpo. Fin dalla lettera ai Filippesi l'obbedienza di Gesù quale superamento della disubbidienza di Adamo sta nel centro della storia della salvezza. Nella vita sacerdotale, questa obbedienza deve incarnarsi come obbedienza nei confronti dell'autorità della Chiesa, cioè in concreto, nei confronti del vescovo. Solo così il rifiuto della idolatria di se stesso diviene realtà. Solo così anche dentro di noi sarà vinto Adamo e si dischiuderà la nuova umanità. In un tempo, in cui l'emancipazione è considerata il vero nucleo della redenzione e la libertà sembra essere il diritto di fare tutto e solo ciò che io voglio, il concetto di "obbedienza" è stato, per così dire, anatematizato. E' stato eliminato non soltanto dal nostro vocabolario, ma anche dal nostro pensiero. E', però, proprio questa concezione di libertà che provoca l'incapacità allo stare insieme, l'incapacità di amare. Rende l'uomo schiavo. Perciò l'obbedienza ben compresa deve essere riabilitata ed essere di nuovo valorizzata al centro della spiritualità cristiana e sacerdotale.
 
3. Applicazioni spirituali
 
Laddove la cristologia viene compresa in senso pneumatologico-trinitario e così, nello stesso tempo, ecclesiale, ne deriva quasi di per sé - come già abbiamo visto - il passaggio alla spiritualità, alla questione della fede vissuta. Il decreto conciliare - o aspetto anche con indicazioni molto concrete. Vorrei, qui, riprenderne solo un pensiero. Nel nr. 14, il decreto parla del difficile problema di come il presbitero, conteso da un gran numero di compiti spesso molto diversi, riesca a conservare l'unità interiore della sua vita - un problema che, con la crescente mancanza di sacerdoti, minaccia di diventare sempre più la vera crisi della esistenza sacerdotale. Un parroco d'oggi, a cui sono affidate tre o quattro parrocchie, è sempre in giro, da un luogo all'altro; una situazione ben conosciuta dai missionari diventa sempre più la regola anche nei paesi di antica cristianità. Il sacerdote deve cercare di garantire la celebrazione dei sacramenti nelle comunità, è tormentato da lavori amministrativi, si sente sfidato da una complessità di questioni d'ogni genere e a ciò si aggiungono le difficoltà personali di tante persone, per le quali egli a motivo di tutto questo spesso non trova nemmeno tempo.
 
Strappato qua e là tra tali attività, il prete si sente vuoto e sempre meno in condizione di trovare tempo per il raccoglimento, dal quale potrebbe attingere nuova forza ed ispirazione.
 
Esteriormente dilacerato ed interiormente svuotato, egli perde la gioia della sua vocazione, che alla fine non sente che come un peso quasi insopportabile. Non gli resta che la fuga. Per superare questa situazione il Concilio ha offerto tre indicazioni. Il fondamento è la comunione intima con Cristo, il cui cibo era il compimento della volontà del Padre (Gv 4, 34). È importante che l'unione ontologica con Cristo divenga viva nella coscienza, e così anche nell'azione: tutto ciò che faccio, lo faccio nella comunione con Lui. Proprio facendolo sono con Lui. Le mie attività, per quanto siano molteplici e spesso esteriormente addirittura contrastanti, costituiscono tuttavia una sola vocazione: Tutto è essere insieme con Cristo, un agire quale strumento nella comunione con Lui.
 
Di qui poi risulta la seconda indicazione: L'ascesi sacerdotale non deve essere collocata accanto all'azione pastorale, quasi che si trattasse d'un carico aggiunto, d'un compito ulteriore che ancora più sovraccarica la mia giornata. È proprio nell'azione che imparo a superare me stesso, a perdere e donare la mia vita; nella delusione e nel fallimento imparo a rinunciare, ad accettare il dolore, a distaccarmi da me stesso. Nella gioia della riuscita imparo la gratitudine. Nella celebrazione dei sacramenti ne sono io stesso interiormente beneficato; infatti, non compio un qualche lavoro esterno, ma parlo con Cristo e, attraverso Cristo, con il Dio trinitario, e cosi prego con gli altri e per gli altri. Questa ascesi del ministero, il ministero stesso quale vera ascesi della mia vita, è senza dubbio un elemento molto importante che esige, però, un continuo consapevole esercizio e una conformazione interiore dell'agire a partire dall'essere.
 
Perciò è indispensabile un terzo elemento. Anche se si cerca di vivere sia il servizio come ascesi che l'agire sacramentale come incontro personale con Cristo, si ha bisogno di momenti di respiro, affinché possa essere veramente realizzato questo orientamento interiore. I presbiteri - dice il decreto del Concilio - non lo raggiungeranno, se non penetrano sempre più a fondo con la loro vita nel mistero di Cristo. Molto impressionante è ciò che dice al riguardo San Carlo Borromeo a partire dalla sua esperienza: Il sacerdote, se vuole raggiungere una vera vita sacerdotale, deve usare i mezzi adatti, cioè digiunare, pregare, evitare sia la frequentazione delle cattive compagnie che familiarità dannose e pericolose. "Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento... Rimani raccolto con Dio... Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso... Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate..."(9)
 
L'espressione "meditare", ripetuta quattro volte, già di per sé dimostra quanto essenziale per questo grande pastore d'anime sia l'approfondimento spirituale rientrato alla nostra azione. E del resto sappiamo quanto radicalmente si sia donato al suo popolo Carlo Borromeo - che esaurito dalla sua dedizione nel ministero morì a quarantasei anni. Proprio quest'uomo che veramente si è consumato per Cristo e, a partire da Lui, per gli uomini, ci insegna che una tale dedizione non è possibile se non con la disciplina e il sostegno di una vera spiritualità di fede. Qui abbiamo da imparare di nuovo qualcosa. Negli ultimi decenni, la vita interiore venne spesso sospettata di intimismo e fuga nel privato. Ma ministero senza spiritualità, senza vita interiore diviene vuoto attivismo. Non pochi sacerdoti, che avevano iniziato la loro missione con grande idealismo, falliscono in definitiva a causa di questa diffidenza per la spiritualità. Aver tempo per Dio, per stare personalmente e intimamente davanti a Lui, è una priorità pastorale di grado uguale, anzi sotto certi aspetti, addirittura maggiore rispetto a tutte le altre priorità. Non si tratta di un carico aggiunto, ma del respiro dell'anima, senza di cui necessariamente restiamo senza respiro - siamo privati del soffio spirituale, del soffio dello Spirito Santo dentro di noi. Anche altre modalità per un recupero spirituale sono importanti ed appropriate, però il modo fondamentale di riprendersi dall'attività e di imparare ad amarla di nuovo rimane la ricerca interiore del volto di Dio, che sempre ci restituisce la gioia di Dio. Uno degli umili e nella loro umiltà grandi parroci del nostro secolo Don Didimo Mantiero (1912-1992) di Bassano del Grappa, ha notato nel suo diario spirituale: "I convertiti erano e sono sempre un'acquisizione della preghiera e del sacrificio di fedeli sconosciuti. Cristo guadagnava le anime non con la forza della sua meravigliosa parola, bensì con la forza della sua costan(10) Le anime, cioè gli uomini vivi, non si possono attirare a Dio semplicemente con la persuasione o con la discussione. Vogliono essere conquistati, attraverso la preghiera, da Dio per Dio. Perciò la spiritualità cristiana è anche l'azione pastorale più importante. Nella nostra progettazione pastorale questo aspetto dovrebbe essere preso molto più in considerazione. Dobbiamo finalmente imparare di nuovo che abbiamo meno bisogno di discussioni e più di preghiera.
 
Uno sguardo in avanti:
 
L'unità in Cristo di Antico e Nuovo Testamento
 
Per concludere vorrei ancora una volta tornare sulla problematica accennata nell'introduzione: Che cosa significa, a partire dal Nuovo Testamento, il sacerdozio della Chiesa? Esiste innanzitutto? Ovvero è giusto il rimprovero, fatto dai Riformatori, che la Chiesa ha tradito la novità dell'evento cristiano e, annullando la svolta di Cristo, ha fatto di nuovo del presbitero un sacerdote? Non avrebbe dovuto restare strettamente fedele alla funzione dell'anziano, senza nessuna sacralizzazione né sacramentalizzazione? Per una risposta corretta a questa domanda non bastano ricerche solamente terminologiche sui concetti di "presbitero" e "hiereus" (sacerdos), originariamente diversi e più tardi uniti. Si deve andare più in profondità; è qui in discussione l'intera problematica della relazione fra Antico e Nuovo Testamento. Il Nuovo Testamento rappresenta sostanzialmente un taglio netto col passato oppure un adempimento, nel quale tutto, anche se trasformato, è ripreso e proprio nel rinnovarsi conservato? La grazia è contro la legge, oppure esiste una relazione interiore fra le due?
 
Storicamente è innanzitutto da rilevare che, nell'anno 70, il tempio di Gerusalemme fu distrutto e con ciò è scomparso l'intero settore del sacrificio e del sacerdozio che sotto un certo aspetto era stato il cuore della "legge". Il giudaismo, da una parte, ha cercato di conservare quanto qui si era perduto applicando ora le prescrizioni di santità del tempio alla vita dell'ebreo in genere;(11) dall'altra, esso ha ancorato l'eredità perduta del tempio alla sua spiritualità, nella forma di una speranza, orante, nel ristabilimento del culto in Gerusalemme. La sinagoga, che non costituisce se non un luogo di riunione per la preghiera, per l'annuncio e l'ascolto della parola, è un frammento in attesa di ciò che è più grande. Ma una interpretazione strettamente riformatoria del ministero e del culto cristiano riduce il cristianesimo ad immagine della sinagoga, ossia a riunione, parola, preghiera. L'interpretazione storicistica della unicità del sacrificio di Cristo rinchiude sia sacrificio che culto nel passato ed esclude nel presente tanto il sacerdozio quanto il sacrificio. Nel frattempo anche nelle Chiese uscite dalla Riforma si vede sempre più che in tal modo è disconosciuta la grandezza e la profondità dell'evento del Nuovo Testamento. Così non sarebbe affatto adempiuto l'Antico Testamento. Nella risurrezione di Cristo invece il tempio è ricostruito per la potenza stessa di Dio (Gv 2, 19). Questo tempio vivente - Cristo - è egli stesso il nuovo sacrificio, che ha il suo continuato oggi nel corpo di Cristo, nella Chiesa. A partire da questo sacrificio e in riferimento ad esso abbiamo il ministero autenticamente sacerdotale del nuovo culto, nel quale tutte le "figure" trovano il loro adempimento.
 
Quindi è da respingere una concezione che, riguardo al culto e al sacerdozio, suppone un taglio netto con la storia della salvezza precristiana, negando dunque ogni rapporto tra il sacerdozio dell'Antico e quello del Nuovo Testamento. In tal caso il Nuovo Testamento non sarebbe in adempimento, ma in contrasto coll'Antica Alleanza; sarebbe distrutta l'unità interiore della storia della salvezza. Per mezzo del sacrificio di Cristo e della sua accettazione nella risurrezione l'intero patrimonio cultuale e sacerdotale dell'Antica Alleanza è consegnato alla Chiesa. È tutta questa pienezza del "sì" cristiano che deve essere messa in luce davanti ad un appiattimento della Chiesa sulla sinagoga; solo così si comprenderà l'ampiezza e la profondità del ministero della successione apostolica. In questo senso dobbiamo dire, senza vergogna né richiesta di scuse, ma con grande decisione e gioia: Si, il sacerdozio della Chiesa è continuazione e ripresa del sacerdozio dell'Antico Testamento, che tro. Una tale visione si dimostra importante anche per il rapporto del cristianesimo con le altre religioni del mondo. Per quanto il cristianesimo sia un nuovo inizio, la realtà più grande e totalmente altra che viene da Dio, nondimeno non è affatto riconducibile a pura negazione della ricerca umana. Il movimento di carattere avventizio che si esprime in queste religioni, per quanto distorto e deformato esso possa essere, non è privo di valore.
 
Tale concezione del sacerdozio non significa affatto una svalorizzazione del sacerdozio comune dei battezzati. E proprio questo, ancora una volta, Agostino ha fatto rilevare in modo bellissimo chiamando tutti i fedeli "servi di Dio", mentre i sacerdoti li chiama "i servi dei servi" e, a partire dalla prospettiva della sua missione, designa i fedeli quali suoi padroni(12). Il sacerdozio del Nuovo Testamento si colloca nella sequela del Signore che lava i piedi ai discepoli: la Sua grandezza non può sussistere se non nella sua umiltà. Grandezza e abbassamento si intrecciano, da quando Cristo, il più grande, si è fatto più piccolo, da quando Egli, che è il primo, ha preso l'ultimo posto. Essere sacerdote vuol dire entrare in questa comunità del farsi piccolo, per partecipare così alla gloria comune della redenzione.
 
 
 
Note
1. Ho illustrato questa reciprocità in modo un po' più ampio nel mio volumetto: Evangelium - Katechese - Katechismus (Munchen 1995) 35 - 43.
2. F. Genn, Trinität und Amt nach Augustinus (Einsiedeln 1986) 181.
3. ibid. 183.
4. Cfr. ad es. R. Aron, Die verborgenen Jahre Jesu (tradotto dal francese, Frankfurt 1962) 237s; J. Neusner, A Rabbi talks with Jesus (Doubleday 1993) 30.
5. Cfr. al riguardo Genn, loc. cit. 101-123; sull'uso generale della parola "Servus Dei" al tempo di Sant'Agostino: P. Brown Augustinus von Hippo (tradotto dall'inglese, Leipzig 1972) 114-118.
6. Genn, loc. cit. 34; 63s; sul concetto antico di carattere (corrispondente greco Stigma, Sphragis) cfr. H. Schlier, Der Brief an die Galater (Göttingen 1962) 284, ivi ulteriore bibliografia.
7. Sermo 293, 1 - 3 PL 38, 1327s.
8. Genn. a.a.O. 139ss.
9. Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177s: Lettura della Liturgia delle Ore del 4 Novembre.
10. L. Grygiel, La "Dieci" di Don Didimo Mantiero (Ed. San Paolo 1995) 54.
11. Cfr Neusner, loc. cit. (Nota 4), ad es. p. 114s.
12. Genn. loc. cit. 117s.
 
 
 
CHIESA
 
Cristiani sempre meno tollerati, a rischio la libertà religiosa in India    
 
 
Il sempre più frequente ripetersi di atti di intolleranza contro i cristiani allunga grosse ombre sulla realtà della democrazia in India. In particolare negli Stati ove è al potere il partito Bharatiya Janata, caratterizzato da una visione fondamentalista dell'induismo, i casi di intolleranza si moltiplicano senza che alle denunce dell'accaduto corrisponda alcun efficace impegno delle forze di polizia nella ricerca dei colpevoli. Il più grave tra i casi recenti è quello accaduto lo scorso 12 giugno nella città di Jabalpur (Madya Pradesh).  Qui, con un gesto che per gli indù ha un significato specificamente dissacratorio, un gruppo di giovani finora rimasti impuniti ha gettato uova marce e acqua colorata contro la facciata del locale santuario del Bambin Gesù, la cui devozione è molto sentita dai cattolici indiani. 
AsiaNews, agenzia sempre ricca di notizie sulla situazione dei diritti civili in Asia, ormai da tempo denuncia casi di aggressioni e vessazioni contro i cristiani in India. Si tenga conto che si tratta di eventi che non si spiegano affatto come reazioni anti-occidentali.  L'India è indipendente dalla Gran Bretagna sin dal 1947, e il cristianesimo, seppur largamente minoritario, è radicato nel Paese da secoli, e in particolare da prima dell'inizio della colonizzazione inglese. La vicenda conferma ancora una volta quando sia difficile affermare il principio di laicità in contesti che, diversamente da quello occidentale, non hanno radici cristiane. Tale principio infatti entra nella storia con Gesù Cristo e il suo «Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio». 
 
Prima di lui non ce n'era traccia: autorità politica e religiosa si confondevano, l'Imperatore era anche Sommo Pontefice. E tutt'oggi nelle aree di diversa tradizione la laicità è qualcosa che o non esiste o fatica molto ad affermarsi. Il caso del mondo musulmano è ormai noto a tutti, ma anche nel modernissimo Giappone l'imperatore è pure sacerdote supremo dello Shinto, la religione di Stato. 
Finché restò forte l'influsso del pensiero e della testimonianza di vita del Mahatma Gandhi, l'India e l'induismo erano sembrati l'unica cultura non cristiana ove il principio di laicità fosse ben radicato.  La storica sconfitta nel 1998 del Partito del Congresso, erede di Gandhi, e l'affermazione del partito Bharatya Janata, BJP, fece invece scoprire che si tratta di un radicamento molto più esile e fragile di quanto in Occidente si pensasse. Anche se oggi il Partito del Congresso è di nuovo al potere in sede nazionale, negli Stati ove governano o il BJP o talvolta anche partiti locali alleati del Congresso, organizzazioni fondamentaliste indù hanno spesso mano libera, omicidi e ferimenti a loro ascrivibili vengono perseguiti solo blandamente dalla polizia,  e i tribunali assolvono o danno pene minime ai pochi rei di tali delitti che vengono condotti in giudizio. Anche l'unica grande democrazia asiatica, dunque, ha ancora molta strada da fare sul compimento della piena libertà religiosa.
Il Giornale 27 giugno
 
 
Dal Catechismo di Pio X al Compendio di Benedetto XVI
 
Era il 2 febbraio del 2003 quando Giovanni Paolo II scriveva all'allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, incaricandolo di redigere un «compendio» del Catechismo della Chiesa cattolica. Si era svolto pochi mesi prima, nell'ottobre del 2002, un congresso catechistico internazionale per fare il punto della situazione a dieci anni dalla pubblicazione, nel 1992, del Catechismo cattolico fortemente voluto da Papa Wojtyla. E proprio in occasione di questo congresso, da più parti, emerse l'esigenza di dotare la Chiesa di uno strumento sintetico, «agile» e «chiaro», per l'opera fondamentale di educazione alla fede. Un'esigenza che Giovanni Paolo II fece subito sua. E chi, meglio del «professor» Ratzinger, poteva rispondere a questo compito? «Conoscendo la capacità e la laboriosità di Lei, signor Cardinale - scriveva Wojtyla rivolgendosi al Prefetto per la dottrina della fede - sono sicuro che l'opera verrà portata a termine in un tempo relativamente breve». E così è stato. Infatti, il 28 giugno verrà presentato ufficialmente il Compendio. Ratzinger - principale redattore del testo - che nel frattempo è stato chiamato a succedere a Giovanni Paolo II sul soglio di Pietro, ha voluto che questo evento fosse celebrato nella maniera più significativa possibile. Per questo, la presentazione del Compendio avrà luogo durante una solenne celebrazione liturgica alla presenza di Benedetto XVI.
 
 
Perché un Compendio?
 
Perché un Compendio del Catechismo? A rispondere, in un'intervista rilasciata ad Avvenire il 27 aprile del 2003, è lo stesso Ratzinger. «Il desiderio di un Catechismo breve è nato subito dopo la pubblicazione di quello grande. L'edizione del 1992 - proseguiva il porporato - è un punto di riferimento importante per sapere cosa insegna la Chiesa, ed è per questo utile anche per i non cattolici. D'altra parte però risulta troppo voluminoso soprattutto per il semplice uso catechistico». Ma oltre a questa esigenza metodologica e pastorale, riguardante la struttura e la voluminosità del Catechismo del '92, v'è anche la necessità di rispondere, in qualche modo, a un problema - per così dire - di «disciplina» teologica. Dopo la pubblicazione del testo del 1992, infatti, in diversi Paesi si è tentato in proprio un riassunto più maneggevole ai fini dell'insegnamento del catechismo nelle singole realtà parrocchiali e diocesane. Nessuno di questi tentativi, tuttavia, è riuscito in maniera particolarmente felice. E' lo stesso Ratzinger a ribadirlo nell'intervista citata. Ecco allora, di qui, la necessità - manifestata da molti tra gli stessi pastori - che proprio per iniziativa del Papa si procedesse alla stesura di un Compendio che «superasse» quelli pubblicati e rendesse magisterialmente esplicito, in maniera sintetica, il contenuto del Catechismo del 1992.
 
 
Domande e risposte
 
Da quanto si è appreso in questi giorni, il Compendio che verrà presentato il 28 giugno si struttura, come il «vecchio» Catechismo di san Pio X, in domande e risposte. Un ritorno all'indietro? - si sono chiesti in molti. Una «cancellazione» dell'insegnamento del Concilio Vaticano II! - hanno obiettato altri. Niente di tutto ciò. Anche perché trattare il cammino e la storia della Chiesa come quello di una qualsiasi altra istituzione umana coglie solo un aspetto della sua essenza e della sua natura. Nella storia della Chiesa, infatti, niente si distrugge, ma tutto matura nel cammino di autocomprensione della fede, nella coscienza ecclesiale chiamata a rispondere, a corrispondere alla missione di Cristo; chiamata a «portare» Cristo nel cammino storico dell'umanità. Sbagliano quindi coloro che ventilano un fantomatico «ritorno al passato» quanto coloro che, anni addietro, dopo la temperie post-conciliare, questo passato volevano mettere tra parentesi, come se millenovecento anni di cammino nella storia fossero cancellabili, «riformabili» e «aggiornabili» dalla prima congrega di intellettuali e teologi progressisti di turno. A questi cultori del deja vu - da una parte - o dell'utopia dall'altra, consigliamo la lettura dei testi «giovanili» del professor Ratzinger, in cui egli espone un concetto originalissimo di «tradizione» e di «rivelazione», intesi come fatti dinamici e quindi mai racchiudibili nelle vuote scatole delle categorie ideologiche di «progressismo» e «tradizionalismo» ecclesiale.
 
 
Pio X e Giovanni Paolo II
 
Proprio riguardo a san Pio X, tanto per spazzare via tutte le letture parziali e schematiche della storia della Chiesa, è interessante leggere cosa disse di lui Giovanni Paolo II - uno che nella vulgata ecclesialmente corretta è considerato agli antipodi di Papa Sarto - in occasione del 150° anniversario della sua nascita, nel 1985. «Fin da giovane sacerdote - disse Wojtyla - lottò contro l'ignoranza religiosa, si prodigò verso i poveri contribuendo alacremente per la loro promozione sociale...Soprattutto, visse in mezzo a molte lotte il suo pontificato, operando con coraggio, talvolta nell'incomprensione e nel pianto, ma con decisa volontà di salvare la Chiesa dal rischio di dottrine alienanti per l'integrità del Vangelo. Egli lavorò con grande sincerità per mettere in luce le pieghe subdole del sistema teologico del modernismo, con grande coraggio, mosso nel suo impegno solo dal desiderio di verità, affinché la rivelazione non venisse sfigurata nel suo contenuto essenziale». Un giudizio - questo - che smaschera la parzialità di coloro che leggono la storia della Chiesa e della fede con gli occhiali dell'ideologia e del proprio tornaconto ecclesiale ed intellettuale.
 
Un'ulteriore conferma del fatto che la pubblicazione del Compendio non va letta come un banale «salto all'indietro», ma come lo sforzo - da parte della Chiesa - di meglio rispondere alla missione di testimonianza ed educazione alla fede nel cammino dei secoli, ci viene ancora dalle parole di Ratzinger nell'intervista ad Avvenire del 27 aprile 2003. Alla domanda del giornalista che chiedeva al porporato se il ritorno alla formula della domanda-risposta fosse un ritorno tout court al Catechismo di san Pio X, il «custode» della dottrina della fede rispondeva: «L'uomo ha le sue domande e la fede si presenta come risposta a queste domande. Così - proseguiva - proprio in un periodo come quello odierno, in cui il dialogo è ritenuto giustamente essenziale nell'educazione alla fede e nella relazione tra i vari gruppi umani, mi sembra naturale che il metodo dialogico domanda-risposta trovi applicazione in un libro come il Compendio». E ancora, tanto per ribadire che niente, nella tradizione della Chiesa, viene per così dire «abrogato» e cancellato a colpi di bianchetto, Ratzinger sottolineava che il Catechismo di san Pio X non è da ritenersi «sorpassato» oppure da considerarsi come un pezzo d'antiquariato da venerare come memoria del bel tempo che fu. «La fede come tale - disse Ratzinger - è sempre identica. Quindi anche il Catechismo di san Pio X conserva sempre il suo valore. Può cambiare invece il modo di trasmettere i contenuti della fede. E quindi ci si può chiedere se il Catechismo di san Pio X possa in questo senso essere considerato ancora valido oggi. Credo che il Compendio che stiamo preparando possa rispondere al meglio alle esigenze di oggi. Ma questo non esclude che ci possano essere persone o gruppi di persone che si sentano più a loro agio col Catechismo di san Pio X». Più chiaro di così...
 
 
Necessità del Catechismo
 
Ma c'è - concludendo - un aspetto ancor più importante da sottolineare riguardo alle motivazioni che hanno spinto la Chiesa a dare vita al Compendio. Storicamente, i Catechismi nascono in momenti particolari, nei quali è necessario ribadire e riaffermare la Verità e le verità di fede in mezzo agli agenti - esterni od interni - che possono minarle alla base. Così fu per san Pio X, che si trovò a fronteggiare all'interno il modernismo e all'esterno la rivolta anticristiana della maggior parte della cultura di fine Ottocento e del primo Novecento. Così è stato per Giovanni Paolo II, che nel 1992 pubblicò il Catechismo della Chiesa Cattolica come risposta, all'interno, alla deriva post-conciliare che tendeva a porre il depositum fidei nelle mani dell'élite teologica; e, all'esterno, al primo emergere degli esiti relativistici ed edonistici della cultura novecentesca dopo la fine delle ideologie. Ora è la volta del Compendio al Catechismo del '92, un'opera cui Joseph Ratzinger ha lavorato intensamente come cardinale e su cui - paradossi della storia - si trova ora a dare l'imprimatur come Papa. 
 
Nell'attesa di poter accedere, il 29 giugno, al testo del Compendio, vale la pena riportare ancora un'osservazione ratzingeriana del 2003. «C'è un certo antidogmatismo - rilevava il cardinale - che è vivo in molti cuori; e soprattutto il movimento catechistico postconciliare ha accentuato l'aspetto antropologico della questione e ha creduto che un catechismo, essendo troppo dottrinale, sarebbe di impedimento al necessario dialogo con l'uomo di oggi. Noi siamo convinti del contrario. Per dialogare bene è necessario sapere di cosa dobbiamo parlare. È necessario conoscere la sostanza della nostra fede. Per questo - concludeva - un catechismo oggi è più che mai necessario». Se pensiamo, oltre a ciò, che ad ottobre Benedetto XVI, per una «lezione» di catechismo, accoglierà in Vaticano molti bambini che hanno ricevuto quest'anno la prima comunione, ecco che davanti a noi si staglia la figura singolare di un Papa «catechista». Nel tempo dell'«esito catastrofico della catechesi moderna» (parole di Ratzinger) all'interno, e della «dittatura del relativismo» all'esterno, un catechista singolare per tempi bisognosi di verità e di identità.
 
 Gianteo Bordero Ragionpolitica 25 giugno
 
IL CONFRONTO
Il filosofo:«Anche sul tema dei diritti dobbiamo cercare di non fermarci al semplice elemento naturale» Il teologo: «Per il pensiero dell’Occidente la razionalità è aperta alla verità e si lascia sempre misurare dalla realtà»
Una rivoluzione per l’etica
Di Maurizio Cecchetti
Bodei: «L'embrione? Iniziamo a considerarlo un progetto»

«Non si possono accettare definizioni
come "ricciolodi materia" Occorre ricordare
che noi tutti siamo ospiti della vita»


Il dialogo fra credenti e non credenti sulla difesa della vita e le tecniche di procreazione assistita, coinvolgendo lo statuto dell'embrione, ha un fondamento condiviso da tutti i partecipanti alla discussione oppure no? Auspicando il dialogo, la prima cosa da stabilire dovrebbe essere l'accordo sulla definizione di vita umana. Si può parlare di persona fin dal primo istante in cui l'individuo viene concepito? Domande che sono state alla base del confronto sul referendum. Domande cui oggi non tutti danno risposte univoche, anzi. Il giudizio sul referendum del filosofo Remo Bodei è chiaro: «È stato un errore, perché ha toccato punti di polemica accesa su qualcosa che andrebbe esaminato con pacatezza. C'è da dire poi che questo referendum era sbagliato, rispetto a quelli sul divorzio e sull'aborto, anche perché riguardava una piccolissima minoranza di persone. Ci vorrà molto tempo per decantare i toni, oggi siamo molto confusi sulle risposte da dare a quelle domande fondamentali e per di più ci troviamo eredi di tradizioni vecchie che pretendono schieramenti preventivi su questioni più generali che riguardano tutti, come quella appunto dell'inizio della vita».
Che cos'è l'embrione? È vita in senso generale, è persona, è, come qualcuno ha detto durante il referendum, «materiale umano»?
«La risposta non sta nel dire che cosa sia l'embrione, ma come venga valutato. Penso che stabilire se l'embrione sia un essere umano subito o 14 giorni dopo il concepimento, è questione di lana caprina. D'altra parte attribuire istantaneamente al concepito la qualifica di persona mi pare eccessivo».
Sergio Givone in un'intervista pubblicata da «Avvenire» domenica parla dell'embrione come di «qualcosa di umano». Lei che ne pensa?
«Penso che sia un progett o di vita, ma ripeto parlare di persona per me è prematuro, anche perché immediatamente questa definizione rimanda a una tradizione di pensiero che è molto connotata dal cristianesimo. Penso a Mounier, per esempio. Credo invece che la posta in gioco sia un altra: si tratta di stabilire che cosa sia oggi la difesa della vita. C'è molto disorientamento in giro, e si sente la necessità di tornare a certe categorie metafisiche».
La difesa della vita, secondo la Chiesa e anche secondo alcuni laici, mette in gioco il riferimento al diritto naturale. Bisogna ripartire da lì?
«La faccenda del diritto naturale si presta facilmente a quella che chiamerei la "lotteria naturale". Non penso che si possa accettare tutto ciò che accade come eticamente positivo. Ho dei dubbi sulla positività di impiantare un embrione che sia a rischio di malformazioni soltanto perché questo è quanto la natura ha stabilito in quel caso. La grandezza del diritto non risiede nelle norme stabilite dalla natura, ma proprio nella nostra capacità di assegnare dei diritti. Oggi la Chiesa si candida a sopperire dall'interno quei valori che la democrazia ha smarrito. Per questo c'è bisogno di persone di buon senso, che ragionino senza steccati, su una rivoluzione che sta producendo molti choc, come appunto quella della bioingegneria».
Resta la domanda di prima: l'embrione è da tutelare in quanto «progetto di vita» oppure vi sono altri soggetti in gioco che hanno più diritti di lui?
«Credo che sia banalizzante ridurre un momento tragico come quello dell'infertilità e delle tecniche per risolverlo a una questione di procedura. La vita certo non va ridotta a supermercato, ma bisogna capire anche l'angoscia di certe coppie. Direi che in un mondo perfetto l'embrione andrebbe tutelato in quanto potenzialmente può diventare persona. Ma nel mondo imperfetto in cui viviamo questo confligge con altre esigenze che non vanno sottovalutate. Si deve tener conto di situazioni dove la perfezione n on è data. Non si può considerare l'embrione un "ricciolo di materia", direi che questo però va posto in una dimensione più ampia che ci vede come "ospiti della vita". La vita è più grande di noi, funziona e progredisce anche senza coscienza. Ecco, questo stupore verso la vita va tutelato, non bisogna farlo cadere nella mercificazione».


Coda: «Credenti e laici insieme
per ripartire dalla ragione»

«La riflessione sull’esistenza umana
non è un’esclusiva cristiana E può applicarsi
davvero solo in rapporto all’altro»


Su che cosa si può convergere volendo dare alla difesa della vita quella priorità che le spetta? C’è un punto che unisce fin da ora laici e credenti? A queste domande il teologo Piero Coda risponde che vi sono due prospettive di cui occorre tener conto: quella soggettiva e quella oggettiva. Nel primo caso, laici e credenti possono ritrovarsi attorno a un tavolo muniti del «riferimento aperto alla forza della razionalità, non soltanto come capacità tecnica, ma anzitutto come rischiaramento dell’esistenza umana e dei suoi valori. Parlerei di fede nella razionalità umana, perché è vero che sia il laico che il credente hanno fiducia in essa, e sia Giovanni Paolo II con la Fides et ratio, sia Benedetto XVI nella propria riflessione di teologo, hanno valorizzato questo incontro tra fede e ragione».
Il piano oggettivo, invece, che cosa implica?
«Il riferimento alla dignità umana nella sua integrità».
Qualcuno obietta che esistono molte razionalità, e molte visioni culturali. Come metterle d’accordo su una materia così delicata come quella della difesa della vita sin dal concepimento?
«La razionalità è soggetta a più interpretazioni, questo è vero. Ma può, per questa ragione, essere anche soggetta a visioni di carattere ideologico. La prospettiva principale del pensiero occidentale vede la razionalità come apertura alla verità, ma soprattutto come ciò che si lascia misurare dalla realtà oggettiva. Non dunque come qualcosa che vuole imporre alla realtà una certa inclinazione».
Si è discusso se riconoscere al concepito fin dal primo istante la qualità di persona. Alcuni laici, pur disposti a ragionare sulla difesa della vita, faticano ad accettare che si possa parlare di persona per l’embrione fin dai suoi primissimi giorni. Che cosa si intende dunque per persona?
«Ciò che si intende per persona umana va riconosciuto nelle sue condizioni oggettive di possibilità fino dal momento in cui si manifesta come singolarità. La persona non si esaurisce nella sua capacità di coscienza e di autonomia, e perciò non va escluso da questa categoria umana chi si trova per esempio in uno stato vegetativo».
In ragione di cosa un individuo in coma vegetativo è ancora persona?
«Nel suo appartenere alla specie umana anche se non può esercitare certe facoltà. Vale a dire, è persona in quanto ontologicamente capace di esercitare tali facoltà anche se ora è impossibilitato a farlo».
È una prospettiva a suo modo vertiginosa. Se non altro perché il concetto di persona non appartiene a tutte le culture sulla scena planetaria. Anzi, qualcuno ritiene che sia molto condizionato dalla tradizione del cristianesimo.
«Certamente il concetto di persona è stato forgiato nella tradizione della rivelazione cristiana. Ma sarebbe sbagliato considerarlo un ferrovecchio dei credenti, inadeguato alle sfide che oggi ci pone il progresso delle scienze umane. Al contrario, credo che sia ancora lo strumento più ricco di possibilità, che va sviluppato proprio nel confronto con le scienze umane. Anche per chi non crede, la persona indica che l’esistenza umana è in se stessa un valore non negoziabile, in un contesto di relazionalità. L’esistenza umana si dischiude nella relazione con l’altro, è anche un prendersi cura dell’altro. Provate a chiedere a una madre che abbia un figlio handicappato se non lo vede ugualmente come sua creatura e se non darebbe la vita per proteggerlo...»
Supponiamo che la scienza ci dimostri un giorno che l’em brione non ha quella individualità che consente di definirlo una vita umana o una persona. Che cosa cambierebbe nella difesa della vita fin dal primo concepimento?
«Nulla, credo. Anche perché mi pare difficilmente sostenibile e persino contraddittoria come probabilità. Scientificamente e filosoficamente noi intendiamo come vita umana ciò che ha una identità singolare. La difesa della vita dal primo giorno non cambierebbe perché è vita ciò viene a costituirsi come entità umana ontologicamente distinta, anche se ancora non si manifesta come singolarità».
 
 
 
 
 
VERITATIS SPLENDOR
 
 
 
 
Las familias se echarán de nuevo a la calle el jueves para protestar contra las bodas gays
 
El Foro de la Familia presentará mañana un millón de firmas antes de que el Congreso apruebe la ley
F. Martínez
Manifestación convocada por el Foro de la Familia el pasado 18 de junio
 
 
Madrid- Ni por activa –una manifestación de más de un millón de personas– ni por pasiva –declaraciones en todos los medios exigiendo una reunión con el Gobierno–. Zapatero no se ha dado por aludido y ha hecho oídos sordos ante todas las solicitudes de reunión del Foro Español de la Familia. La respuesta de esta organización será la anunciada: el jueves se concentrarán en la Puerta del Sol a las 14:00 de la tarde para volver a mostrar su rechazo contra una ley, la de matrimonios homosexuales, que se aprueba ese mismo día en el Congreso y que, a su juicio, los perjudica gravemente.
   Las cosas no quedan ahí. Un día antes, es decir mañana, entregarán un millón de firmas ante la junta electoral central contra esta iniciativa legislativa y a favor de una del Partido Popular que rechaza que las uniones entre homosexuales se denominen «matrimonio».
  
Cambio en la actitud. Los argumentos para la nueva concentración no han variado sustancialmente desde la manifestación del pasado 18-J. Lo que sí que ha cambiado es la actitud ya que, después de la respuesta social que se logró en la manifestación, los organizadores pensaban que el presidente del Gobierno se iba a sentar con ellos e iba a escuchar todas sus propuestas.
   «Como no ha dado señales de vida y como sólo se ha reunido con un sector minoritario, seguiremos adelante». La única arma que le queda al Foro Español de la Familia y a todas las organizaciones afines a él es la protesta y por ello el jueves han llamado a las familias a que salgan a la calle para decir «no» a la regulación jurídica del matrimonio entre personas del mismo sexo.
   «Lo que no es posible –dicen integrantes del Foro– es que este presidente hable de diálogo y sólo dialogue con unos. Si se sienta a hablar, que hable con todos».
   Esta marcha, en la que no se espera una afluencia como la del 18 J, convoca a las familias –«las grandes perjudicadas por esta iniciativa», dicen desde la organización– a que se reúnan nuevamente para mostrar su más rotundo rechazo a que las parejas de gays tengan la misma denominación que las compuestas por un hombre y una mujer.
   El Partido Popular, que ya envió una nutrida delegación a la marcha del 18-J, decidirá entre hoy y mañana si acude a esta nueva convocatoria. A última hora de la tarde de ayer, fuentes del Partido Popular aseguraron que todavía no se ha decidido qué dirigentes populares acudirán a la movilización promovida por el Foro de la Familia, sino que la dirección nacional determinará en los próximos días su delegación.
   El Foro, que ha encabezado desde el principio la batalla contra esta iniciativa, presentará mañana un millón de firmas en la Junta Electoral Central en la que muestran su apoyo a la Iniciativa Legislativa Popular contra el matrimonio de homosexuales. Esta Iniciativa Legislativa busca modificar los artículos 44 y 175 del Código Civil, para establecer explícitamente que «el matrimonio esta compuesto legalmente sólo por la unión entre un hombre y una mujer», y que la adopción de menores sólo pueda ser posible «cuando los adoptantes son el hombre y la mujer unidos en matrimonio».
 
Este jueves a las 14 h. en Sol: ¡volvemos a salir a la calle!
 
Sábado 25 de junio | Familia
 
 
 
El 30 de junio (este jueves) el Congreso votará y (si Dios no lo remedia) aprobará la Ley anti-familia de Zapatero. ¡Todavía podemos hacer algo para parar la Ley! HazteOir.org y el Foro Español de la Familia convocan a todas las familias españolas a una concentración legal y pacífica en la Puerta del Sol (Madrid). Será este jueves a las 14 h. 
 
· La convocatoria irá precedida el miércoles a las 21 h. por concentraciones en otras ciudades
 
· Consigue aquí tu pancarta para ir a la concentración
 
· Bájate el cartel de la convocatoria de Madrid (1.812 KB, formato JPG)
 
· Encuesta: ¿Por qué crees que Zapatero se empeña en no recibir y no dialogar con las asociaciones familiares?
 
 
De esta forma, las familias volveremos a compartir la calle en defensa de nuestros derechos. En la concentración podremos disfrutar de la representación teatral: “El entierro de la familia”.
 
Ante la negativa de Zapatero de dedicar unos minutos a escuchar a las familias, digámosle desde la calle: ¡Escúchenos! ¡Pare la Ley anti-familia!. Un gobernante que no es capaz de escuchar al pueblo, debería dimitir. ¡Proclámalo en la calle!
 
 
Nos vemos este jueves (30J), a las 14 h., en la madrileña Puerta del Sol, muy cerca del Congreso.
Ahora más que nunca, tu participación es esencial.
¡Todavía podemos tumbar la Ley anti-familia!
¡La familia te necesita!
¡Contamos contigo!
Los datos de la concentración por la familia:
Concentración por la familia, el matrimonio y la infancia
¿Qué pedimos? La retirada inmediata del proyecto de Ley anti-familia y 5 nimutos de la apretada agenda de Zapatero
¿Cuándo? El jueves 30 de junio, a las 14 h.
¿Dónde? En Madrid, en la Plaza del Sol, punto kilométrico cero, muy cerca del Congreso
¿Es legal? Sí, el Delgado del Gobierno ya ha autorizado esta concentración
¿Qué hay que llevar? Tu entusiasmo, ganas de gritar, y al menos un cartel.
Otros recursos:
 
Bájate tus pancartas desde aquí, o coge los que llevaste el 18J, y no te olvides traértelos a la concentración
¿Cómo llegar? Pincha aquí para ver el mapa.
Reenvía esta alerta a todos tus contactos.
Envía un SMS a tus amigos:
Jueves 30J a las 14:00: votación final Ley gays en el Congreso. ¡Concentración por la familia en Sol! Acude con tu familia. Más info: www.hazteoir.org. ¡Pásalo!
 
Más información en los foros de HazteOir.org. Pulsa aquí
 
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Normas contra ley natural desautorizan a legisladores, advierte Navarro-Valls
MADRID, 27 Jun. 05 (ACI).- El Director de la Oficina de Prensa de la Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, aseguró en Madrid que cuando los legisladores aprueban normas “contra el derecho natural y el sentido común”, se desautorizan a sí mismos.
A pocos días de la eventual aprobación en la Cámara de Diputados del proyecto de ley que equipararía las uniones homosexuales al matrimonio, el vocero vaticano consideró que en estos casos, “la primera víctima es el legislador, porque pierde autoridad y abre la puerta” a protestas lícitas como la objeción de conciencia.
Navarro Valls visitó España para recibir un doctorado honoris causa por la Universidad Cardenal Herrera-CEU, junto al Premio Nobel de Medicina 1997, Stanley B.Prusiner.
Aunque aclaró que no habla en nombre del Vaticano, el director indicó que “si la más alta instancia sobre la conducta de una persona es su conciencia, ésta es inviolable y no puede ser violada por otra de rango inferior como es el Derecho positivo”.
Al respecto indicó que "quien actúa en contra de su conciencia, abdica de sí mismo" y es ahí donde radica el "problema de la conciencia formal", que se constituye "sobre la verdad, no sobre opiniones". De no ser así, "se produce una confusión entre los derechos, que van con la naturaleza del ser humano, y los deseos o caprichos".
Benedicto XVI: Uno de los mejores pensadores de la actualidad
En diálogo con la prensa local, reiteró que decidió seguir al frente de la Oficina de Prensa del Vaticano, a pesar de haber presentado su renuncia a Benedicto XVI luego de 20 años de trabajo, porque “es muy difícil decir que no a un Papa”.
Según Navarro-Valls, el Pontífice es “uno de los mejores pensadores de la Humanidad del momento actual” y su producción filosófico-teológica es de “una calidad intelectual extraordinaria”.
Evocó que este Pontífice trabajó junto a Juan Pablo II “durante muchos años, sobre todo en los temas más importantes de la Iglesia”. “Prácticamente todo lo que Juan Pablo II escribía –encíclicas, discursos o libros– todo era enviado antes al Cardenal (Ratzinger) para que le diera su aprobación”, recordó.
 
 
Zapatero dice que el "matrimonio" homosexual consolidará a España "como símbolo de paz, derechos y tolerancias"
 
Redacción - 28/06/2005 Una fotografía del presidente del Gobierno, José Luis Rodríguez Zapatero, sobre un titular que reza "Zapatero. Un país mejor", constituye la portada del mes de julio, a modo de número honorífico, de la revista emblemática para el colectivo homosexual, Zero. En un artículo en el interior, el jefe del Ejecutivo afirma que la ley del "matrimonio" homosexual consolidará a España en el mundo "como símbolo de paz, derechos y tolerancias".
 
El presidente del Gobierno, José Luis Rodríguez Zapatero, protagonista del número de julio de la revista por excelencia del colectivo homosexual, Zero , asegura en un artículo dedicado a la ley del "matrimonio" homosexual que esta norma consolidará a España en el mundo "como símbolo de paz, derechos y tolerancias". "No lo hemos sido siempre, pero podemos y debemos serlo ahora; así nos hacemos cada día un país mejor", subraya el jefe del Ejecutivo.
 
Para Rodríguez Zapatero, está en juego mucho más que el derecho a casarse, por lo que la aprobación de la ley marcará "un antes y un después, una fecha que pasará a la historia como el día en que lesbianas y gays se vieron reconocidos y alcanzaron la igualdad formal".
 
El presidente del Gobierno destaca que la ley, que dice estar respaldada "por la mayoría ciudadana, política y parlamentaria", es símbolo de lo que debe ser una democracia moderna, y recuerda que "trabajar por la igualdad nunca ha sido fácil", porque "siempre han existido resistencias a que mujeres y hombres, con independencia de cualquiera de sus diferencias, fuéramos libres e iguales".
 
A su juicio, la reivindicación del derecho al matrimonio entre personas del mismo sexo "emana del espíritu mismo" de la Constitución y "no sólo no va contra nadie, sino que va a beneficiar a toda la sociedad, porque suma sin restar".
 
Zapatero, convencido de que la ley "nos hace mejores como país", porque "dignifica a quienes no han sido justamente tratados durante muchos años", destaca que el objetivo es ampliar el derecho que tiene "cada ser humano a elegir libremente el camino de su vida y de su búsqueda de la felicidad".
 
Por otra parte, el presidente del Gobierno asegura que, como ciudadano, se siente orgulloso de que el país "sea referencia de igualdad y respeto"; como hombre, aspira a que España sea un ejemplo de convivencia con igualdad plena de derechos; y, como presidente, considera que debe asumir "el desafío de hacer de España un símbolo de paz y tolerancia".
 
En su artículo, rinde además homenaje a los colectivos de lesbianas, gays y transexuales por trabajar "con grandes dosis de valentía, responsabilidad e imaginación en pos del sueño de un país donde nadie fuese discriminado".
La razon 27 giugno
 
 
La Asociación de Médicos Cristianos denuncia que la investigación con células madre responde a intereses políticos
 
Redacción - 28/06/2005 El presidente de la Asociación de Médicos Cristianos de Cataluña, Josep María Simón, explicaba ayer en declaraciones a la agencia Veritas, que la autorización de proyectos de investigación con células madre responde a intereses políticos y aboga por una investigación centrada en células madre adultas.
 
Según informa la agencia católica Véritas, el presidente de la Asociación de Médicos Cristianos de Cataluña, Josep María Simón, declaró, tras conocerse que Sanidad ha aprobado el quinto proyecto de investigación con células madre embrionarias en España, que "una bioinvestigación organizada en España requiere muchos recursos que no se pueden repartir, así como apostar por una sola línea de investigación segura como la de las células madre adultas".
 
Simón ha denunciado que la autorización de estos proyectos responde a intereses políticos y también mediáticos. “Las autonomías luchan para obtener la financiación para sus proyectos y muchas protestan acaban con subvenciones que hacen que la inversión en este tipo de investigación, que no da para que cada comunidad autónoma tenga una investigación, se vaya fragmentando”, asegura el presidente de los médicos católicos catalanes.
 
Hasta ahora, el ministerio ha autorizado tres proyectos a la Junta de Andalucía (dirigidos por Bernat Soria, José López Barneo y Ángel Concha López), uno a la Generalitat Valenciana (dirigido por el investigador Carlos Simón) y el último a la Generalitat de Cataluña (dirigido por Anna Veiga y Juan Carlos Izpisúa), explica Veritas.
 
Por otra parte, Josep María Simón también se muestra convencido de que en la investigación con células madre en España intervienen también intereses ideológicos, ya que "algunos piensan que investigar con embriones humanos es progresista, aunque esta investigación no dé resultados”, apuntó.
 
De esta manera, la Asociación de Médicos Cristianos de Cataluña, aboga por una investigación centrada en células madre adultas, no sólo por razones morales, sino incluso únicamente por criterios de rentabilidad “porque ya ha dado resultados”.
 
Además, Simón lamentó que este tipo de investigación científica “se salte el procedimiento habitual de experimentar con primates superiores antes de hacerlo con personas”.
 
http://www.analisisdigital.com/Noticias/Noticia.asp?id=4298&idNodo=-3
 
 
 
SOCIETA’
 
 
ONU, 60 anni portati male
 
Il 26 giugno del 1945 nasceva a San Francisco l'Organizzazione delle Nazioni Unite per iniziativa di Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Gran Bretagna. Il successivo 24 ottobre, data della ratifica del trattato di fondazione da parte dell'Unione Sovietica, l'organismo diventava operativo accogliendo quindi altri 47 stati fondatori. Oggi compie 60 anni e i suoi membri sono 191. L'anniversario non è esattamente una lieta ricorrenza, soprattutto per i milioni di esseri umani sparsi per tutto il pianeta, sopravvissuti a carneficine e massacri che l'ONU non ha saputo evitare e che portano nell'anima e nel corpo ferite di cui il più potente degli organismi internazionali è corresponsabile per aver trascurato la sua fondamentale missione di difendere libertà, giustizia, diritti umani e pace.
 
I fallimenti ONU si susseguono a un ritmo tale da far dimenticare quelli più lontani nel tempo. Il più recente riguarda il Sudan. Migliaia di caschi blu vanno a vigilare su una pace che non dovrebbe aver bisogno di interposizione perché è frutto di trattative durate anni tra il governo di Khartum e il movimento indipendentista Spla di John Garang. In compenso, secondo il Consiglio di sicurezza, nelle regioni occidentali del Darfur sudanese (centinaia di migliaia di morti, condizioni di vita disperate per i vivi, due milioni tra profughi e sfollati: a detta di tutti la peggior crisi del momento) non si configurano le condizioni di un intervento d'interposizione non trattandosi né di genocidio né di crimini contro l'umanità.
 
All'inizio dell'anno è stato lo tsunami dell'Oceano Indiano a mostrare l'inefficienza organizzativa del Palazzo di Vetro e per fortuna il soccorso è arrivato ugualmente nel volgere di poche ore grazie ai Paesi donatori guidati dagli Stati Uniti. Andando a ritroso ci si imbatte nel caso iracheno e nel programma Oil for Food: 17 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza contro Saddam Hussein, nessuna delle quali è stata rispettata, mentre il dittatore incamerava denaro con la complicità interessata dei vertici ONU. Lo scandalo coinvolge lo stesso Segretario Generale, ma che dire allora del suo predecessore, l'austriaco Kurt Waldheim, eletto nel 1971 malgrado i suoi trascorsi di nazista?
 
Forse l'omissione più tragica della storia delle Nazioni Unite è quella che ha permesso all'etnia Hutu di tentare lo sterminio dell'etnia rivale Tutsi. È accaduto in Rwanda nel 1994. In 100 giorni, secondo le stime ufficiali, furono massacrate 938.000 persone, alle quali vanno aggiunte quelle, numerosissime, uccise negli anni successivi. Informato del pericolo dal generale che guidava un piccolo contingente ONU nel Paese, Kofi Annan, allora responsabile delle operazioni di peacekeeping, si appellò al principio di imparzialità per rifiutare un intervento che definì incompatibile con il mandato ONU. Nel vicino Burundi, la stessa rivalità etnica ha provocato almeno 300.000 morti e, per rimanere in Africa, a milioni si contano le vittime dei conflitti in Congo RD, Somalia, Sierra Leone, Liberia, Angola, Mozambico... che le Nazioni Unite con le loro risoluzioni e le loro missioni non hanno salvato. Cipro, Bosnia, Srebenica, Timor Est: questi e altri nomi evocano altrettanti fallimenti dalle dolorosissime conseguenze per le popolazioni coinvolte.
 
Un capitolo a parte, poi, va riservato ai tribunali speciali delle Nazioni Unite. Il più celebre e dispendioso è quello istituito per giudicare gli oltre 120.000 rwandesi accusati di genocidio. Ha sede ad Arusha, Tanzania, e a distanza di dieci anni ha emesso meno di 30 sentenze condannando a sofferenze indicibili i reclusi in attesa di giudizio nelle carceri rwandesi che definire sovraffollate è un eufemismo. La resa è venuta lo scorso anno con l'istituzione di centinaia di tribunali locali, sul modello di quelli tradizionali: sono gestiti dalla popolazione stessa e hanno già provocato la fuga nei Paesi vicini di migliaia di persone convinte - e chi può dar loro torto - che serviranno solo a istituzionalizzare delle vendette private.
Il tribunale speciale ONU meno noto è invece quello istituito per giudicare i responsabili del genocidio cambogiano. Se ne parla pochissimo per la buona ragione che, 25 anni dopo la fine del regime dei khmer rossi, non ha ancora neanche incominciato i lavori: e intanto nel 1998 Pol Pot è morto per cause naturali.
 
Anna Bono (Ragionpolitica)
 
 
 
La storia segreta delle Nazioni Unite  
 
Pubblicato su L’Italia settimanale del 7 luglio 1993
di Maurizio Blondet
 
 
L’Onu spara in Somalia, e i benintenzionati credenti nella "solidarietà internazionale" si scandalizzano. I Caschi Blu non sono angeli? Lo stupore è fuori luogo: l’Onu sta semplicemente tornando alla sua vocazione originaria, ai motivi profondi che la fecero nascere.
 
League to Enforce Peace, ossia "Lega per imporre la pace" doveva chiamarsi, per le due eminenze grigie che la inventarono, la Società delle Nazioni, alla fine della Grande Guerra. Che sia stato il presidente americano Woodrow Wilson a proporla è un’idea tenacemente e falsamente accreditata dai libri di storia. A Wilson l’idea fu suggerita da uomini a cui non poteva dire di no.
 
 
 
 
«Non pare che Wilson abbia studiato seriamente il programma della Lega per imporre la Pace» scriveva il "colonnello" E. Mandell House nelle sue Private Papres (diari privati) nel 1916. Grande manipolatore delle campagne elettorali democratiche, Mandell House era uno dei due "suggeritori" di Woodrow Wilson dietro le quinte. Ma anch’egli obbediva a qualcuno più in alto di lui: Bernard Baruch, il superfinanziere. Mai eletto da nessuno, ma compratore primario del debito americano, Baruch ha condizionato ("consigliato", dicono i biografi servili) una mezza dozzina di presidenti, da Wilson in poi; nel 1952 "consigliava" ancora Eisenhower. Durante la guerra, Baruch s’era fatto mettere dal debole, utopistico Woodrw Wilson alla testa del War Industries Board, l’ente di pianificazione dello sforzo bellico, da lui stesso proposto. Un potere immenso su tutta l’industria americana, come ammise Baruch stesso davanti ad una Commissione del Congresso: «Era mia la decisione finale se i materiali dovessero arrivare all’Armata o alla Marina, all’amministrazione ferroviaria o agli alleati… se le locomotive dovessero essere usate in Russia o in Francia». Il War Industries Board funzionò, come accusò il senatore William J. Graham, capo dell’apposita commissione d’indagine che il Congresso allestì nel 1919, «come un governo segreto degli Stati Uniti (…) e lo fece dietro porte chiuse, mesi prima che il Congresso dichiarasse guerra alla Germania». Un governo degli Stati Uniti? Un governo di fatto mondiale fu quello che Baruch provò l’ebbrezza di guidare allora: la pianificazione centralizzata dell’economia della superpotenza, dunque planetaria. Una pianificazione efficace, perché guidata da un finanziere. Levin la invidiava apertamente: «Avessimo qui Bernard Baruch!» gli capitò di esclamare nella Mosca delle carestie bolsceviche.
 
Quel potere totale Baruch tentò di perpetuarlo anche dopo la guerra: di qui la sua idea della "Lega per imporre la Pace", intesa come «resa effettiva della disponibilità della forza armata», in difesa di «un nuovo ordine internazionale». A questo progetto lavorarono, durante la Conferenza di pace di Parigi, li uomini di Baruch: Sidney Mezes, cognato di Mendell House, Isaiah Bowman, direttore della American Geographical Society, il giornalista Walter Lippman e altri del cosiddetto gruppo Inquiry, i futuri fondatori del Council for Foreign Relation.
 
Il progetto dovette essere sospeso, per la fortissima opposizione che incontrò anche in Usa. Nessuna delle potenze vincitrici volle mettere truppe a disposizione della Lega; lo stesso Woodrow Wilson (in uno scatto di indipendenza dai suoi suggeritori, che dovette poi amaramente pagare) dichiarò che, come presidente americano, solo lui, non un altro potere soprannazionale, poteva ordinare di morire a soldati americani. Si dovette rinunciare al nome programmaticamente orwelliano: La Lega per imporre la Pace divenne la Società delle Nazioni.
 
 
Ma dopo la seconda guerra mondiale, eccolo ormai decrepito Baruch rilanciare il suo progetto dal podio della commissione per l’Energia Nucleare dell’Onu il 14 giugno 1946. Nessuno osò domandare quale diritto avesse il vecchio finanziere, privato cittadino, di parlare da quel podio. Lo ascoltarono servili mentre descriveva il suo piano, ampliato secondo i tempi: fare delle Nazioni Unite una «autorità con il monopolio dell’atomica» a scopo «punitivo». «Dobbiamo infliggere un castigo immediato, spiccio e sicuro a chi violerà i patti raggiunti tra le nazioni - scandì Baruch - la penalizzazione è essenziale se la pace ha da essere qualcosa di più che un intervallo fra due guerre. E le nazioni Unite debbono prescrivere la responsabilità personale e il castigo secondo i principi applicati a Norimberga … I popoli delle democrazie non hanno nulla da temere da un internazionalismo protettivo, mentre non vogliono essere ingannate da vociferazioni attorno a ristrette sovranità, che è la parola d’oggi per isolazionismo». Nel ’52, il candidato presidenziale democratico senatore Taft si dichiarò contro il governo mondiale dell’Onu: «la pace va perseguita non distruggendo e fondendo gli Stati-nazione, ma sviluppando rapporti legali tra gli Stati-nazione». Bernard Baruch, che si era sempre dichiarato un «fanatico democratico», sostenne il repubblicano generale Eisenhower. Vinse Eisenhower, ovviamente.
 
Se l’applicazione del Nuovo ordine Mondiale è stata ritardata per mezzo secolo, è per un solo motivo: l’Urss ha rifiutato di mettere a disposizione dell’Onu il "monopolio punitivo", la giustizia "spiccia e sicura" secondo "i principi di Norimberga", come voleva Baruch. Oggi, caduta l’Urss, il progetto di Baruch torna ad avanzare. A passi da gigante. Il 31 gennaio 1992, gli occidentali nel Consiglio di Sicurezza Onu fanno firmare a Eltsin e a Li Peng, primo Ministro cinese, una dichiarazione già preparata dai britannici in cui si prospetta il diritto dello stesso Consiglio di Sicurezza di decidere interventi armati, a dispetto di qualunque sovranità nazionale, sotto qualunque pretesto di "sicurezza collettiva". Anche in caso di crisi non militari: «L’assenza di guerra e conflitti tra stati non assicura in sé la pace e sicurezza internazionale» recita la dichiarazione. Che elenca altre "fonti di insicurezza non militari", in cui l’Onu si arroga di intervenire: «instabilità nel campo economico, sociale, umanitario ed ecologico, quando diventino minacce alla pace e alla sicurezza». Le bombe sull’Irak e la minaccia di bombardare la Libia (gennaio ’92, risoluzione del Consiglio di Sicurezza) sono le prove generali della nuova Onu "punitiva". «E’ un ritorno alle origini», ha ragione di dichiarare il segretario generale Boutros Ghali. Il quale, nel luglio 1992, emana una sua "Agenda per la Pace", nella quale delinea il piano di una Onu ritrovata, effettivamente capace di mantenere il nuovo ordine mondiale.
 
L’Agenda per la Pace parla soprattutto di guerra: esige l’applicazione integrale del capitolo VII della Carta dell’Onu, e specie dell’art. 43: dove dirama l’ordine, per le nazioni del mondo, di "mettere a disposizione" del Consiglio di Sicurezza "forze armate permanenti", "unità d’imposizione della pace" con armamento pesante. Per intanto, Ghali costituisce in seno all’Onu un "servizio di intelligence" indipendente. Il New York Times applaude, a nome dei circoli internazionalisti: «Se deve esserci, sarà assicurata da una forza multinazionale». Non ancora. Bill Clinton come Woodrow Wilson preferisce essere lui a mandare a morire i ragazzi americani. Lo si è visto in Somalia: gli Usa, lungi dal mettere le forze a disposizione dell’Onu, agiscono in proprio: con il beneplacito di Boutros Ghali, ma senza l’elmetto blu. Ma queste sono questioni formali. Il fatto formale è che si sta formando la polizia internazionale capace di "imporre la pace", e - senza dirlo - gli interessi dei manovratori. Non a caso, in Somalia dietro "Restore Hope" si sono presentate la Conoco, la Chevron, la Amoco, la Philips (e, buon ultimo, l’Agip) allo scopo di strappare concessioni petrolifere.
 
 
 
Supreme Court split decision on 10 Commandments
 
Washington, DC, Jun. 27 (CWNews.com) - The US Supreme Court split two decisions today on the contentious issue of the display of the Ten Commandments on public property, allowing the display in one case, but ruling that the other is not constitutional.
 
In a 5-4 ruling, the high court ruled that the display of framed copies of the Ten Commandments in two Kentucky courthouses is a violation of the separation of church and state, but then they also ruled 5-4 that the display of the Decalogue on the grounds of the Texas capital is a legitimate tribute to the legal and religious history of the US.
 
The two decisions were the first major ruling on the place of the Ten Commandments in public life since a 1980 decision that banned the display of the Decalogue from public school classrooms.
 
"Of course, the Ten Commandments are religious-- they were so viewed at their inception and so remain. The monument therefore has religious significance," Chief Justice William H. Rehnquist wrote for the majority in the Texas case. "Simply having religious content or promoting a message consistent with a religious doctrine does not run afoul of the Establishment clause," he said.
 
Justice John Paul Stevens, who voted in the minority, argued it was an improper government endorsement of religion. "The monument is not a work of art and does not refer to any event in the history of the state," Stevens wrote. "The message transmitted by Texas' chosen display is quite plain: This state endorses the divine code of the Judeo-Christian God."
 
Christian groups had mixed reactions to the mixed decisions. The Family Research Council called the rulings “bittersweet.” Tony Perkins, president of the group, said of the Texas decision: “The Founders never intended the Establishment Clause to be used to remove monuments and displays which educate people about the basis of our system of laws.” He also warned that banning the Ten Commandments from public display “opens the door to hostility toward religion.”
 
Dr. James Dobson of Focus on the Family said the rulings send a “mixed message” to America. “The court has failed to decide whether it will stand up for religious freedom of expression, or if it will allow liberal special interests to banish God from the public square,” he said. “Those who care deeply about the religious heritage of this country have cause to be concerned by the apparent lack of commitment to the founders' intent shown by our nation's highest court.”
 
Dobson was joined by Concerned Women for America in saying that the so-called Lemon test for religion in the public square has proven to be inadequate for defending First Amendment rights.
 
The ruling in the 1971 case Lemon v. Kurtzman proposed a three-part test for government violation of the separation of church and state: The government's action must have a legitimate secular purpose; it must not have the primary effect of either advancing or inhibiting religion; and it must not result in an "excessive entanglement" of the government and religion.
 
Dobson said, "One point has been clearly made by these decisions: the infamous 'Lemon Test,' used by the court in deciding these cases, is too restrictive of freedom of speech, allows for inequitable rulings and should be replaced.”
 
Jan La Rue, chief counsel of CWA, concurred: “The Court's use of the Lemon v. Kurtzman test is based on the fallacy of the so-called ‘wall of separation between church and state.'" She added, “How the majority tries to reconcile these two rulings and the ruling in the Kentucky courthouse case with its prior rulings upholding religious displays on public property is no doubt a stretch beyond reason… We had expected that ‘benevolent neutrality' by government toward religion in the public square would eradicate the insufferable ‘malevolent hostility' that has reigned for too long.”
 
Justice David Souter wrote the majority opinion in the Kentucky cases ruling the display of the Ten Commandments unconstitutional and was joined by Justices John Stevens, Sandra Day O’Connor, Ruth Ginsburg, and Stephen Breyer.
 
In the Texas case, Van Orden v. Perry , Chief Justice Rehnquist wrote for the majority and was joined by Justices Antonin Scalia, Anthony Kennedy, Clarence Thomas, and Stephen Breyer.
 
Breyer, who was the sole justice casting a different vote in the separate cases, characterized the Texas case as borderline and difficult. The difference was that the Texas monument was donated by a fraternal organization and has been displayed for more than 40 years without challenge, leading to the conclusion that there was little perception among the public of a government establishment of religion.
 
However, the majority in the Kentucky cases concluded that since the displays were relatively recent-- and government officials did not add any supporting historical documents until after the first legal challenges—“An observer would probably suspect the counties of reaching for any way to keep a religious document on the walls," they wrote.
 
 
CULTURA
 
 
E Hollywood scrive la storia d’Europa 
Solo negli Stati Uniti si cerca ( con tutti i limiti del caso) di rappresentare identitariamente l'Occidente
 
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
 
Corriere della sera 21 giugno 2005
 
 Da poche settimane, le Crociate . Immediatamente prima Troia , Alessandro e il Gladiatore . Come tutti sanno, sono i titoli di altrettanti film apparsi negli ultimi anni: l’ordine in cui li ho citati non è quello della loro uscita effettiva, bensì quello cronologico degli eventi in essi narrati, il che serve a dare un’idea dell’ampiezza dell’arco storico coperto. Si va dal paradigma omerico di tutte le guerre alla dimensione dell’impero, a quella dello scontro tra grandi civiltà (le crociate, appunto) passando per la luminosa figura del giovane capo vittorioso, figlio dell’Ellade, Alessandro, cui toccò in sorte di unire simbolicamente sotto il suo genio l’Asia e l’Europa.
 
Come si vede, ciò a cui ci troviamo davanti è né più né meno che il primo tratto degli snodi fondamentali di quello che potremmo chiamare il canone occidentale. La narrazione, cioè, degli eventi, dei personaggi e delle situazioni chiave che hanno definito l’identità storico-culturale di questa parte del mondo. Naturalmente di film sull’antica Roma o sulla cavalleria medioevale ne sono stati sempre fatti, la novità sta nella rapida successione con la quale questi film di cui sto parlando sono usciti e nel fatto che raccontano sì storie, ma fin dal titolo ambiscono a prendere (e prendono effettivamente) di petto gli archetipi codificati della memoria storica dell’Occidente.
 
Credo che non sia affatto un caso che questi film siano tutti di produzione americana. Essi, infatti, sono l’indizio di cose profonde che si muovono oggi al fondo della società americana, dell’immagine di sé degli Usa e che modellano il ruolo anche culturale dell’America in rapporto al resto del mondo. Ciò che si muove è soprattutto l’idea che nella nuova temperie storica apertasi l’11 settembre - ma i cui segni premonitori si addensavano già da tempo - gli Usa sono qualche cosa di assai più grande di una sia pur gigantesca superpotenza. Sono i campioni di un’intera civiltà. Come già avvenne nel 1945, quando dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica, l’impressione che l’opinione pubblica americana percepisce è non solo che si tratta di una sfida mortale, ma che essa proviene da un totalmente «altro», intrinsecamente ostile; ed è ciò che, proprio come allora, provoca nell’animo americano una sorta di autorappresentazione superidentitaria, in cui vocazione nazionale e universalismo si intrecciano strettamente. L’Occidente è per l’appunto questa superidentità, puntualmente riscoperta e riproposta. Ed è la condizione degli Stati Uniti come Impero d’Occidente e dunque come eredi attuali in prima persona di un’intera lunghissima parabola storico-culturale, che i film come Il gladiatore , Alexander o Le crociate più o meno apertamente rivendicano e illustrano.
 
Certo, l’analogia tra l’America attuale e una o l’altra delle vicende narrate non è esplicita, ma basta e avanza, mi pare, il fatto che quelle vicende con tutta la loro ovvia carica identitaria, percepibilissima da qualunque spettatore dell’emisfero Nord del pianeta, tornino oggi a circolare per iniziativa di quel massimo organo della cultura americana che è Hollywood, e dunque con la sua inconfondibile «aura», con il plot , le tipizzazioni umane, i modi emotivi, che da sempre sono nel tipico registro di quella grande macchina ideativo-produttiva.
 
Con in più qualcosa d’altro, assolutamente decisivo: l’afflato etico, la proposizione, per così dire, dell’esemplarietà morale della trama e dei personaggi, l’intento consapevolmente pedagogico tipico di ogni autentica prospettiva nazionalpopolare, com’è appunto quella di Hollywood. Non per nulla al centro della produzione cinematografica americana post 11 settembre c’è un film come The Passion di Mel Gibson. In The Passion la riproposizione del canone occidentale tocca un apice, vuoi per l’ovvio carattere fondante di quel canone medesimo che ha la narrazione cristiana, ma vuoi anche perché ne illustra il valore ultimo, che non può che essere un valore religioso. Tra l’altro il cristianesimo gibsoniano, intriso di fisicità e di dolore, tutto ridotto quasi al sanguinoso sacrificio di sé del Dio-uomo e al martirio inflittogli dai suoi carnefici, si presta bene a essere sentito come il più congruo ai tempi di ferro verso i quali forse siamo avviati. Non solo: di certo è anche quello che meglio è in grado di rappresentare una linea divisoria netta tra «noi e loro», tra i cristiani e gli altri.
 
Dopo l’11 settembre, insomma, gli Usa avvertono il bisogno e si assumono il compito di raccontare l’identità occidentale, di percorrerne le tappe con ovvio orgoglio identitario. C’è bisogno di aggiungere che si tratta di un’identità democratica, attenta agli obblighi del politicamente corretto? No, naturalmente: si pensi per esempio a certe ridicolaggini «multiculturali» delle Crociate , ovvero alla trattazione del tema omosessuale in Alexander o a certe autocensure presenti pure in Gibson.
 
La portata ideologico-culturale dell’impresa si manifesta in pieno se si pensa alla situazione che c’è da quest’altra parte dell’Atlantico. Da quanto tempo gli europei non fanno non già un grande film «in costume», ma un grande film storico? Cioè un film che affronti complessivamente una pagina decisiva della nostra storia, dandocene altresì un’interpretazione «forte»? Se si sta alla produzione cinematografica, si direbbe che l’unico uso della storia che è ormai possibile alla cultura di massa del Vecchio Continente è quello che consiste o nella rivisitazione del passato generazionale (tipo La meglio gioventù ), ovvero nel ricordo delle catastrofi belliche e dei connessi nazismi e fascismi. La nostalgia e la deprecatio , insomma, sembrano essere le uniche due dimensioni memoriali consentite al discorso pubblico europeo, gli unici usi possibili del passato.
 
In America, invece, il passato è ancora pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva, da grande ispirazione identitaria. È decisivo, naturalmente, il fatto di non avere alle spalle i crimini e gli abbagli che invece ha avuto l’Europa e che ne hanno determinato la sconfitta epocale riassunta simbolicamente nelle due date del 1945 e del 1989. A differenza dell’Europa, l’immagine positiva della storia americana significa, invece, la possibilità di una lettura altrettanto positiva dell’intero, lungo processo che ha portato fino all’oggi: lettura che si estende all’intero percorso storico dell’Occidente, con relativa appropriazione-identificazione nel medesimo.
 
È precisamente ciò che consente agli Usa di fare i film storici di cui si sta dicendo, perché è precisamente l’insieme della positività e della possibile appropriazione-identificazione che ne consegue, è questo insieme dei due fatti che consente di esperire adeguatamente il registro epico, connaturato a quei film stessi e che a sua volta produce nuova costruzione di identità.
 
Hollywood si riconferma così ciò che essa è da oltre mezzo secolo: la sola, incontrastata, depositaria dell’immaginario complessivo dei popoli dell’emisfero settentrionale del pianeta. Non solo per ciò che riguarda il presente, ma pure per il passato: anzi, si direbbe, sempre di più proprio per quel che riguarda il passato. Anche in questo ambito, infatti, l’Europa, la sua anima, la sua cultura e la sua arte, non sembrano capaci di dire più nulla. Mortificata dalla storia e privata di ogni autentico ruolo sulla scena del mondo, essa non sa neppure se possiede o no un’identità, e semmai quale sia, né di conseguenza sa più cosa fare del proprio passato. Se proprio vuole averne un’idea, non le resta che andare al cinema a vedere un film americano.
 
 
 
 
Oltre gli effetti limitati: il modello della “spirale del silenzio” elaborato da Elisabeth Noelle Neumann
 
Il modello della spirale del silenzio elaborato da Elisabeth Noelle Neumann (fondatrice nel 1947 dell’Institut fur Demoskopie Allensbach a Mainz) ha avuto molta risonanza in quanto ha segnato, nella “storia ufficiale” della ricerca mediologica, l’inizio della reazione al predominio del paradigma degli effetti limitati.
Gli elementi portanti del modello sono due: l’assunto che la televisione ha rappresentato un punto di svolta fondamentale nella concettualizzazione degli effetti; un’accezione specifica del concetto di opinione pubblica. Secondo Noelle Neumann la necessità di abbandonare il paradigma di effetti deboli è legata al fatto che la televisione (con la sua diffusione capillare ed ubiquitaria) introduce un mutamento radicale ed irreversibile nel funzionamento dei media perché sormonta la legge della percezione selettiva implicita nel modello degli effetti limitati.
L’assunto della percezione selettiva
 
“ha per lungo tempo, quasi fino alla fine degli anni Sessanta, supportato il dogma dell’inefficacia dei media (...) ma questo solo perché la regola era rimasta incompleta. Mancava un’aggiunta di questo tipo: più un mezzo (...) rende difficile la percezione selettiva, maggiore sarà il suo effetto, in entrambe le direzioni: esso rafforza quando supporta gli atteggiamenti preesistenti; modifica quando li contraddice (...) Riconsideriamo il potere dei media nel cambiare gli atteggiamenti. Esso è connesso soprattutto con l’innovazione della televisione la quale rende la percezione selettiva, che sostiene l’opinione preesistente, più difficile di quanto non facciano i media a stampa (...). Completata cosi la regola della percezione selettiva, due fattori vengono in primo piano: la cumulazione risultante dall’apparizione periodica dei media e la consonanza, cioè l’argomentazione unanime rispetto ad eventi, persone, problemi. (...) Consonanza e cumulatività sono considerate insieme perché la loro caratteristica comune è di prevenire la percezione selettiva. (...) La tesi che i media non modificano gli atteggiamenti ma solo li rinforzano non ‘può essere sostenuta nelle condizioni di consonanza e cumulazione” (Noelle Neumann 1981, 139).
 
In aggiunta a ciò — secondo l’autrice — la ricerca non ha considerato adeguatamente le condizioni necessarie perché il destinatario possa esercitare la propria selettività: 1) il destinatario deve avere già un’opinione sul tema o sulla persona oggetto dell’informazione; 2) il mezzo specifico o i media in generale devono fornire una varietà di informazioni ed argomenti, così che una scelta possa essere fatta.
Il presupposto della “neutralizzazione della selettività” è fondamentale in quanto giustifica l’abbandono dell’ipotesi degli effetti limitati, inadeguata al nuovo scenario del sistema dei media configurato dalla diffusione massiccia della televisione.
A questo primo elemento si aggiunge una seconda condizione cruciale, relativa allo specifico concetto di opinione pubblica cui l’autrice fa riferimento. Il processo di formazione dell’opinione pubblica è principalmente l’interazione tra il monitoraggio che l’individuo compie sull’ambiente sociale circostante e gli atteggiamenti ed i comportamenti dell’individuo stesso. Secondo Noelle Neumann, invece di dare per scontata la coesione nei gruppi sociali e quindi il consenso tra i loro membri, occorre evidenziare come tale coesione è di fatto il risultato di un continuo lavoro sociale, di costanti processi di allineamento. Ne deriva una concezione “integrativa” di opinione pubblica (che l’autrice oppone alla concezione “normativa”) nella quale l’accento è posto sulla pressione a conformarsi, sulla componente della natura sociale dell’individuo che lo spinge ad evitare l’isolamento. Ciascuno è coinvolto, che lo voglia o no, nel processo di formazione dell’opinione pubblica, dato che ognuno è minacciato dall’isolamento sociale se va contro le regole ed i processi di integrazione. L’opinione pubblica è quindi “l’opinione dominante che costringe alla conformità di atteggiamento e comportamento nella misura in cui minaccia di isolamento l’individuo che dissente o di perdita del sostegno popolare l’uomo politico” (Noelle Neumann). Tale definizione dà rilievo al fatto che “le persone osservano il proprio ambiente sociale circostante, che esse sono attente al modo di pensare di quelli che sono loro vicini, che sono consapevoli delle direzioni di cambiamento delle .opinioni; gli individui, cioè, registrano quali opinioni stanno guadagnando terreno e divengono dominanti” (Noelle Neumann). Qualcosa di analogo a quanto accadeva in ”Anna Karenina” a Stephàn Arkàdjevic’ che “si atteneva rigidamente alle opinioni che (nelle scienze, nell’arte e nella politica) seguivano la maggioranza e il suo giornale, e le mutava solo quando la maggioranza le mutava, o, per meglio dire, non le mutava ma esse stesse mutavano insensibilmente in lui”.
In questo sistema collettivo di orientamento dell’azione, il percepire come si distribuisce l’opinione pubblica è una parte importante del processo di formazione dell’opinione pubblica stessa, in una dinamica a spirale nella quale i media svolgono un ruolo specifico.
Questo fattore di allineamento talvolta viene trascurato o sottovalutato: è probabile che dovendo decidere dove situarsi a proposito di un problema di rilevanza pubblica, molti individui non mettano a fuoco tanto la propria opinione quanto piuttosto decidano a proposito delle proprie lealtà sociali. Non scelgano, cioè, dove “posizionarsi” ma con chi stare. Un punto d’attenzione importante è quindi il modo con il quale le persone trattano l’informazione alla luce della loro percezione sui rapporti di gruppo.
Un esempio di “spirale del silenzio” è descritto da A. Tocqueville (1856) nel saggio sulle origini della Rivoluzione francese: nel capitolo intitolato “In che modo l’irreligione poté divenire passione generale e dominante tra i francesi del diciottesimo secolo e che genere d’influenza ebbe sul carattere della Rivoluzione”, Tocqueville scrive:
“La Chiesa di Francia, fin allora feconda di grandi oratori, sentendosi disertata da tutti quelli che un interesse comune doveva legare alla sua causa, ammutolì. Per un momento si poté credere che, se le avessero lasciato le ricchezze e il rango, sarebbe stata pronta a condannare la propria fede. Quelli che negavano il cristianesimo alzavano la voce e quelli che vi credevano ancora tacevano: accadde quanto abbiamo visto accadere spesso da allora, e non soltanto in fatto di religione, ma in ogni altra materia. Gli uomini che serbavano l’antica fede temettero di essere soli e, temendo più l’isolamento che l’errore, si unirono alla folla pur senza pensare come essa. Per tal modo quello che non era ancora se non il sentimento di’ una parte della nazione, parve l’opinione di tutti; da allora apparve irresistibile anche agli occhi di coloro che le davano falsa apparenza”.
Soprattutto in circostanze di conflitto o di tensione tra posizioni contrastanti su issues definite, l’individuo “può scoprire di essere d’accordo con il punto di vista prevalente (o che sta guadagnando posizione) e ciò accentua la fiducia in se stesso e gli facilita l’espressione delle proprie opinioni senza alcun pericolo di isolamento, nelle sue interazioni. (...) Oppure può accorgersi che le sue opinioni stanno perdendo terreno; più questo appare evidente, più diventerà insicuro di se stesso e meno sarà disposto ad esprimere i propri punti di vista. (...) Più le persone percepiscono tali tendenze e vi adattano le proprie opinioni, più una corrente appare guadagnare terreno e l’altra perderlo. Così, la tendenza, degli uni a parlare più forte e degli altri a zittirsi, avvia un processo a spirale che progressivamente stabilisce un punto di vista come quello che riesce a dominare” (Noelle Neumann).
Nel generarsi di un processo di spirale del silenzio si viene a credere ciò che si pensa che gli altri credano: il ruolo dei media in tale dinamica riguarda un effetto di amplificazione legato alla visibilità (vs. un effetto di riduzione legato alla attenuata presenza) delle diverse tendenze di opinione a confronto sulla scena sociale. La spirale del silenzio indica, cioè, uno spostamento di opinione nato dal fatto che un gruppo “appare più forte di quanto non sia in realtà, mentre coloro che hanno l’opinione diversa appaiono più deboli di quanto non siano effettivamente. Il risultato è un’illusione ottica o acustica riguardante la situazione effettiva della maggioranza, la bilancia dei potere” (Noelle Neumann).
Se questa dinamica non sembra essere legata soltanto all’epoca dei media (lo dimostra la citazione da Tocqueville), il loro ruolo nel processo di spirale del silenzio è invece peculiare. I casi non infrequenti nella cronaca, di “improvvisa scoperta” di orientamenti collettivi “imprevisti” (in Italia un esempio potrebbe essere quello della forte presenza della Lega) non sono legati alla persuasione o conversione generate dai media ma al fatto, invece, di rompere una spirale del silenzio. Le opinioni condivise dalla maggior parte delle persone ma percepite come minoritarie, vengono, improvvisamente riconosciute nel loro essere diffuse nella maggioranza. Improvvisamente emergono e vengono espresse.
Rispetto alla questione se i media sono o no lo specchio dell’opinione pubblica, la posizione di Noelle Neumann sposta risolutamente i termini del problema: i media creano l’opinione pubblica in quanto “forniscono la pressione ambientale alla quale le persone rispondono sollecitamente, con acquiescenza o con il silenzio” (Noelle Neumann).
La formulazione iniziale della spirale del silenzio si è basata sull’analisi delle campagne elettorali tedesche del 1965 e 1972, nelle quali venne riscontrato un significativo margine di differenza tra le intenzioni di voto (quasi equamente suddivise fino alla vigilia della consultazione) e le previsioni sul partito che avrebbe vinto. L’analisi dei dati ha evidenziato che in entrambi i casi si era verificato alla fine della campagna elettorale uno spostamento decisivo, nella direzione indicata dal clima d’opinione e dalla pressione provocata dal rendere manifeste le sue tendenze. I media operano proprio su questa connessione: rendono visibile, significativo (ed alla fine effettivamente dominante) il punto di riferimento costituito dai trends che sono presentati come in via d’espansione nel clima d’opinione.
I media sono una delle fonti dì osservazione di cui le persone dispongono per cogliere l’andamento del clima d’opinione. Al di là della sfera di ciò che è immediatamente e direttamente osservabile, percepibile, conoscibile, ciascuno di noi è quasi totalmente dipendente dai media sia per la conoscenza dei fatti, della realtà sociale, sia per costruirsi una valutazione degli orienta-. menti prevalenti. Insostituibili in questo loro ruolo, i media forniscono la pressione ambientale, stabiliscono le coordinate dell’ambiente sociale, del clima d’opinione, in cui gli individui si orientano, a cui reagiscono allineandosi, accentuando o attenuando la propria disponibilità ad esprimersi.
Oltre alla loro funzione di resoconto dei fatti i media ne svolgono un’altra, di ‘polltakers’, cioè forniscono rappresentazioni indirette della risposta del pubblico alle issues. Questa funzione talvolta è esercitata formalmente dando notizia dei sondaggi d’opinione, ma più generalmente è svolta attraverso caratterizzazioni non quantitative dei grandi trend nelle reazioni pubbliche.
E’ in questo senso che il modello della spirale del silenzio è classificato dagli studiosi tra le spiegazioni ecologiche dell’influenza dei media: essi creano cioè la cultura e l’ambiente simbolico e conoscitivo nei quali l’individuo vive e costituiscono una risorsa che egli usa nelle interazioni sociali per situare e rendere significativo il proprio agire. Si potrebbe avanzare l’interpretazione secondo la quale la presenza crescente di sondaggi nei media, è una manifestazione della maggior rilevanza assunta dalla visibilità del clima d’opinione, essendo quest’ultimo divenuto un elemento costitutivo della cultura attuale.
Tenendo presenti i presupposti della consonanza e della cumulatività (indispensabili per comprendere il funzionamento del modello della spirale del silenzio), si può osservare che i media intervengono in due modi distinti nel creare gli spostamenti di opinione pubblica:
in primo luogo, coloro che hanno un punto di vista ritenuto e percepito minoritario sono maggiormente disposti ad esprimersi (pur consapevoli del loro essere minoranza) se sono supportati dai media. Se questi ultimi danno risonanza e sostegno ad una determinata posizione, è probabile che la aiuteranno non solo ad acquisire visibilità ma anche a spostare quote di opinione pubblica verso la posizione che essi rendono visibile e “montante”. Il secondo modo riguarda la cvosiddetta funzione di articolazione: la presenza intensa e l’esplicitazione di un determinato punto di vista nei media, fornisce a coloro che “sposano” tale punto di vista il vantaggio di essere meglio “equipaggiati” nell’esprimerlo e difenderlo nelle interazioni sociali. Usando termini ed argomenti presenti nei media, le persone ampliano la diffusione e visibilità del punto di vista, non solo riducendo il proprio rischio di isolamento sociale ma anche rendendo quella prospettiva più distribuita e percepibile (Noelle Neumann).
Implicitamente contenuta nel modello della spirale del silenzio, c’è l’attribuzione ai media di un ruolo importante nella dinamica del mutamento sociale. Per chiarire questo punto conviene riferirsi al concetto di “pluralistic ignorance” coniato dallo psicologo sociale T. Newcomb nel 1950, che designa la situazione sociale in cui ognuno crede di essere l’unico a pensare qualcosa in un certo modo e non esprime la propria opinione per timore di violare un tabù morale o una regola autoritativa o per paura di essere impopolare. Quando nessuno concorda con una norma ma ciascuno pensa che tutti gli altri invece vi concordino, il risultato finale è simile a quello che si avrebbe se tutti concordassero con la norma stessa. Se accade che in un gruppo sociale passi una rapida ondata di conoscenza pubblicamente osservabile, attraverso la quale le persone percepiscono che molti altri la pensano come loro, ciò che sembra accadere è un subitaneo mutamento, un rovesciamento imprevedibile del clima d’opinione, un improvviso spostamento di atteggiamenti. In realtà la situazione finale può non essere il risultato di un cambiamento di base negli atteggiamenti e nelle convinzioni, quanto invece il risultato di una mutata percezione del modo in cui si distribuisce l’opinione pubblica. In questo tipo di dinamica (simile a quella della spirale del silenzio) i media posseggono la “capacità” di accelerare il mutamento sociale rappresentandolo. Lo rendono possibile, o meglio, contribuiscono a renderlo possibile per il fatto di costruire le condizioni mediante le quali il mutamento stesso diventa visibile, diventa un punto di riferimento pubblicamente noto, una meta socialmente legittima. Ciò non significa, ovviamente, che i media siano le uniche cause del mutamento o che tale processo possa avvenire in modo sconnesso da altri tipi di trasformazione su livelli sociali differenti.
Il punto cruciale della spirale del silenzio è l’osservazione che i media non si limitano a rappresentare le tendenze dell’opinione pubblica ma che, invece, vi danno concretamente forma e sviluppo. Si può dire che i media creano l’opinione pubblica in quanto gli spostamenti di tenenze non avvengono autonomamente dall’azione dei media ma sono invece strettamente legati ad essa. Il processo può assumere valenze ed esiti molto diversi, legati a fattori quali la conflittualità che si coagula sui temi (se sono implicati temi rispetto ai quali non c’è timore di isolamento da parte delle persone, difficilmente si verifica la spirale del silenzio), la presenza di una dimensione valoriale e non solo cognitiva nelle issues coinvolte, ritmo ed andamenti temporali diversi (i processi di spirale possono essere molto rapidi ma ve ne sono anche di graduali e lenti, relativamente al tipo di tema, al grado di confronto che vi si innesta, e così via).
Mentre da un lato il modello della spirale del silenzio pone all’attenzione un modo assai significativo di influenza dei media, da un altro lato alcune sue articolazioni interne richiedono qualche commento.
Un problema essenziale riguarda il presupposto su cui si fonda il discorso di Noelle Neumann, cioè la capacità della televisione di “abbattere” la percezione selettiva. Questo prerequisito tanto è forte quanto discutibile. Più che il grado reale di capacità selettiva delle audiences, appare debole l’idea stessa della televisione che intrinsecamente supera mediazioni, filtri, ostacoli culturali. Indubbiamente il processo di percezione selettiva si è dimostrato meno lineare di quanto talvolta asserito; inoltre “non c’è rapporto ‘umano’ con le comunicazioni di massa senza una rigorosa selezione” (Bettetini 1987, 4).
L’idea che il “potere” dei media coincida con la neutralizzazione della selettività appare un elemento più legato alla polemica del tempo ed alla reazione contro il paradigma degli effetti limitati, che non un dato empiricamente supportato e sostenibile. Anzi, se c’è un tratto di unificazione nella ricerca degli anni Ottanta, esso è proprio l’esplicitazione della non-linearità dei processi fruitivi e della loro stretta integrazione con le condizioni contestuali che li incorniciano. Si parla di “lavoro della ricezione”, nel quale il ricettore opera un severo e continuo ritaglio, lasciando fuori tutto ciò che non lo interessa e che può minacciarlo, e d’altra parte selezionando e ritenendo ciò che gli riesce gradito” (Silj 1988 41). E nel caso delle news si parla addirittura di “poor reception” o “ricezione povera”, dato che la ricerca sul ricordo dell’informazione televisiva ha chiaramente mostrato una frequente assenza di comprensione ed una considerevole dimenticanza dei contenuti dei notiziari.
A fronte di un’immagine della selettività come barriera ormai incapace di “contenere” l’influenza televisiva, la ricerca offre invece varie tracce di una ricezione sfrangiata, imprecisa, debole perché molto selettiva. Da questo contrasto deriva una questione interessante: il modo in cui storicamente si sono posti i concetti di “effetto” e di “selettività” nella successione dei vari modelli di ricerca, rivela una loro interpretazione dicotomica e la posizione di Noelle Neumann ne è l’ultima riprova: gli effetti dei media sono forti in quanto la selettività è neutralizzata. Ma l’interpretazione in chiave oppositiva dei due concetti non è l’unica possibile; occorre elaborare una cornice teoreticamente adeguata a rendere conto sia dell’agire selettivo nella fruizione dei media (empiricamente attestato), sia dell’influenza che essi esercitano a vari livelli, annullando così la possibilità di individuare degli effetti significativi soltanto a partire da rappresentazioni irrealistiche dei concreti processi di fruizione.
In altri termini, il modello della spirale del silenzio ha una sua rilevanza in quanto descrive come i media possono contribuire a rendere possibile il mutamento sociale (soprattutto nella sua componente di mutamento dei modelli culturali) e ciò a prescindere dall’enfasi sul potere dei media. Non c’è bisognò, cioè, di mantenere il presupposto che la televisione “abbatta” la selettiyità, per individuare nel funzionamento dei media un effetto descrivibile in termini di spirale del silenzio.
Un altro punto discutibile nella formulazione di questo modello, riguarda il presupposto della consonanza tra i mezzi di informazione.
L’accusa di “leftism” che l’autrice rivolge ai media tedeschi nei casi da essa analizzati, può avere forse un senso in relazione al particolare contesto nazionale ed al momento storico specifico al quale si riferisce l’analisi della studiosa tedesca. Ma rimane tutto da vedere se è davvero legittimo e plausibile sostenere che l’insieme dei media informativi può essere inglobato, dal punto di vista degli argomenti che essi esplicitano su determinate issues, in un’unità consonante ed omogenea. Gli studi di newsmaking e l’approccio di sociologia degli emittenti hanno evidenziato l’esistenza di distorsioni oggettivamente connaturate al processo di produzione delle news, ma tali distorsioni si riflettono sull’estensione degli ambiti di notiziabilità, sulla omogeneità di formati, più che sui contenuti o sull’impostazione editoriale, sulla molteplicità dei punti di vista. L’idea della cumulatività ed omogeneità tra i media può indicare una tendenza strutturale del sistema, ma se viene irrigidita senza margini di flessibilità non lascia spazio per rendere conto delle occasioni in cui i media possono prendere loro l’iniziativa nel processo di definizione della realtà sociale, sfidando le istituzioni che definiscono primariamente la realtà sociale e sfidandole a replicare, come avviene per esempio nel giornalismo investigativo.
Più che centrare il potere dei media su una valenza assoluta ed irrealistica di omogeneità ideologica, occorrerebbe individuare le condizioni nelle quali può realizzarsi una dinamica di spirale del silenzio, anche in presenza di differenziazione tra i media.
 
 
PER UNA FEDE ADULTA
 
UNA MISTERIOSA "COINCIDENZA" DI DATE
(Ancona, 25 giugno 1796 - Medjugorje, 25 giugno 1981)
MARIA, RIVOLGI A NOI QUEGLI OCCHI TUOI MISERICORDIOSI
 
Nel 24° anniversario delle "apparizioni" di Maria a Medjugorje - (25 giugno 1981-25 giugno 2005)
Messaggio del 25 maggio 2005:
Cari figli, di nuovo vi invito a vivere nell’umiltà i miei messaggi. Particolarmente testimoniateli adesso che ci avviciniamo all’anniversario delle mie apparizioni. Figlioli, siate segno per coloro che sono lontani da Dio e dal suo amore. Io sono con voi e vi benedico tutti con la mia benedizione materna. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
 
http://www.lavoce.an.it/indice%20main/loreto.htm
"Giovani del mondo, rispondete al Signore con un cuore aperto e volenteroso! Volenteroso e aperto come il cuore della figlia più grande di Galilea, Maria, la Madre di Gesù. Come rispose? Disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc.1,38). O Signore Gesù Cristo, ascolta questi giovani cuori generosi! Continua a insegnare a questi giovani la verità dei Comandamenti e delle Beatitudini! Rendili gioiosi testimoni della tua verità e apostoli convinti del tuo Regno! Sii con loro sempre, in particolare quando seguire te e il Vangelo diviene difficile e arduo! Sarai tu la loro forza, sarai tu la loro vittoria!
(Giovanni Paolo II - Korazim, Monte delle Beatitudini, 24 marzo 2000)
 
Ancona, 25 giugno 1796 - Un anniversario da ricordare
209 anni fa avvenne il miracolo dell'apertura degli occhi del quadro della Madonna venerata nella Cattedrale di San Ciriaco ad Ancona (con il titolo di "Regina di tutti i Santi") (si può vedere la foto nella Prima Pagina del Portale)
E’ uscito, al riguardo, anche un libro di Vittorio Messori, scritto con Rino Cammilleri, dal titolo "Gli occhi di Maria"
In queste nuove pagine, i due notissimi Autori cattolici riportano all’attenzione i singolari eventi che hanno la Madre di Gesù per protagonista. Presentiamo l’interessante volume.
Il 1796 è un anno tragico per l’Italia: le armate napoleoniche hanno invaso tutto il Nord della penisola e stanno minacciando gli Stati del Papa. Con una serie di fulminee vittorie il ventisettenne Bonaparte ha sbaragliato i Piemontesi e gli Austriaci, occupando tutto l’occupabile. I saccheggi, le ruberie, le repressioni sanguinose si susseguono a ritmo impressionante. In Francia il giacobinismo ha eseguito una vera e propria mattanza di sacerdoti, suore e religiosi; il re e la regina sono stati decapitati e la scristianizzazione procede al tonfo lugubre della ghigliottina. Anche nella nostra penisola gli invasori sventrano chiese e profanano altari; chi si ribella viene selvaggiamente massacrato. Sembra che nessuno possa fermare quei diavoli che hanno già sconvolto il regno «cristianissimo» e non fanno mistero di voler sradicare per sempre la religione puntando sul suo cuore, Roma. Nei luoghi a rischio la gente è sgomenta, il popolo moltiplica le processioni e le invocazioni al Cielo per averne protezione.
 
In Ancona, che è il porto pontificio principale dell’Adriatico e fa gola ai Francesi, la cattedrale si riempie, si supplica la Madre di Dio con l’antica preghiera "Salve Regina", affinché si degni di rivolgere a chi la prega «quegli occhi suoi misericordiosi». E il 25 giugno, proprio mentre gli invasori sono alle porte della città, il quadro della Madonna del Duomo comincia a muovere gli occhi, portandoli sulla gente inginocchiata. La voce si diffonde immediatamente. Tutti accorrono da ogni parte. Il miracolo perdura per mesi, ininterrotto.
Le Autorità sono costrette a promuovere un’inchiesta ufficiale, con tanto di notai verbalizzanti, perizie di scienziati e interrogatori di testimoni (che sono migliaia). Questa mole di documenti si trova ancora oggi negli archivi. I giacobini locali avvertono Napoleone che il clero anconitano sta truffando il popolo per farlo insorgere contro gli invasori. Appena entrato in città il Generale ordina che gli si porti il quadro, lo prende minacciando di distruggerlo. È alla presenza dell’intera municipalità, di canonici e del suo Stato maggiore: tutti lo guardano tenere il dipinto tra le mani. D’improvviso il suo volto sbianca, Napoleone esita, resta senza parole. Poi si scuote e riconsegna l’immagine, comandando di tenerla coperta. C’è chi giura che Napoleone ha visto il prodigio e ne è rimasto scosso. Il fatto è che ha cambiato idea senza motivo apparente, e non è da lui.
Occupata Ancona e sbaragliati i pontifìci, i Francesi dilagano: Roma non ha più speranze. Il papa Pio VI ordina preghiere, digiuni, cerimonie propiziatrici; si invoca soprattutto la Madonna, venerata nella capitale della cristianità in modo speciale attraverso le migliaia di «madonnelle stradarole» che fanno della città intera un vero e proprio Santuario mariano a cielo aperto. E il 9 luglio anche qui la Regina «rivolge quegli occhi suoi misericordiosi» su chi la supplica. La Madonna detta dell’Archetto è la prima: sta nel rione Trevi, uno dei più popolari. Quasi nello stesso momento altre immagini mariane seguono. In breve, se ne contano a decine. La gente corre di qua e di là a vedere i miracolosi movimenti di occhi; occorre far intervenire la forza pubblica per disciplinare gli accessi.
Frattanto, anche in provincia accadono cose simili. Si hanno come due epicentri, Ancona e Roma. Roma soprattutto. A un certo punto si contano ben centoventidue immagini miracolose in tutti gli Stati del Papa.
Anche a Roma si apre l’inchiesta ufficiale, i cui resoconti sono tuttora conservati. Poiché i fenomeni continuano a svolgersi sotto gli occhi dei giudici e dei cancellieri verbalizzanti e durano in qualche caso più di un anno, il processo viene ristretto a sole ventisei immagini miracolose, giudicate sufficienti per accertare la verità dei prodigi. Il Cardinale Vicario Giulio Della Somaglia (egli stesso testimone oculare) deve emettere un decreto che attesta ufficialmente quanto avvenuto; il Papa indice una serie di missioni da predicarsi nelle piazze principali (uno dei predicatori incaricati è San Vincenzo Maria Strambi); viene autorizzata una festa liturgica in ricordo degli avvenimenti.
I prodigi avvengono in chiese, in case private, in conventi. Ma soprattutto all’aperto, dove la gente è quasi costretta a vederli. I testimoni sono unanimi: le immagini (dipinti, disegni, statue, bassorilievi) portano gli occhi sulla folla, avvolgono con uno sguardo materno gli astanti, poi si alzano verso il cielo. Come se raccogliessero le preghiere e le offrissero al Signore. A volte si tratta di Cristo o di Santi, ma è la Madre di Dio la vera protagonista. Le testimonianze, conservateci negli archivi, provengono da tutti i ceti: Cardinali, popolani, artigiani, nobili, stranieri, perfino atei e infedeli. Impressionante il resoconto giurato di Giuseppe Valadier, il maggiore architetto dell’epoca (poi diventato filonapoleonico), che con la competenza dell’esperto descrive commosso i miracoli in ben sei immagini.
La Madonna di Settembre all'Arco dei Pantani, Roma.
In quei giorni la vita cittadina cambia, non si sentono più alterchi, bestemmie, risse, litigi; ai piedi delle icone miracolose si formano mucchi di refurtiva restituita, i confessionali traboccano, si devono tenere le chiese aperte anche la notte. Una simile «ondata di miracoli» non ha uguali in tutta la storia del Cristianesimo; eppure la storiografia non li ricorda. Uno storico insospettabile, il laicissimo Renzo De Felice, è stato l’unico a occuparsene in uno studio del 1965. Non ci credeva, naturalmente, ma non poteva non manifestare il suo stupore per il silenzio che, anche da parte cattolica, ha avvolto questo importantissimo pezzo di storia. La provocazione lanciata da De Felice è stata raccolta solo in tempi recentissimi da uno studioso, anch’egli laico, delle insorgenze antinapoleoniche (altro fenomeno storico rimosso, sebbene abbia coinvolto tutta l’Italia, con ben trecentomila uomini sollevatisi in armi contro gli invasori, in nome della religione). Si tratta di Massimo Cattaneo, che in un suo studio ha portato avanti l’indagine di De Felice, ammettendo che non può essere sbrigativamente classificato come truffa un fenomeno così esteso e duraturo: far produrre in miracoli centinaia di immagini in un territorio amplissimo, per mesi e mesi davanti a miriadi di testimoni (molti dei quali scienziati munitisi degli strumenti più sofisticati del tempo), senza che nessuno si accorgesse del trucco (e parecchie delle testimonianze provengono da notori miscredenti) è cosa impossibile.
Il significato di questi eventi.
Ma perché questo è avvenuto? Perché proprio lì (Ancona e Roma)? Perché non prima e non dopo? È quanto si sono chiesti Vittorio Messori e Rino Cammilleri in questo libro: Gli occhi di Maria (Rizzoli); in esso i due Autori, dopo una dettagliata ricostruzione degli avvenimenti, si interrogano sul loro significato in chiave cattolica. Sappiamo che quanto di peggio poteva accadere accadde: Roma fu invasa e depredata dei suoi tesori; perfino l’Archivio Vaticano, la memoria storica dell’Occidente, fu portato via; il centro del Cristianesimo fu trasformato in Repubblica giacobina e ben due Papi vennero deportati; uno, Pio VI, morì in carcere in Francia.
Molto probabilmente, la Madre di Dio volle rassicurare i suoi figli: non si preoccupassero, perché quanto stava accadendo era stato supernamente previsto e doveva accadere, ma la protezione di Maria non sarebbe venuta meno. Scavando nel passato si scopre che fin dal XV secolo gli astrologi avevano predetto un colossale rivolgimento sociale e politico a partire dalla Francia e dal 1789. Impressionanti profezie, anche di santi come Benedetto Giuseppe Labre (la cui ricognizione canonica in vista della beatificazione non a caso avvenne il giorno precedente il primo miracolo romano), avevano avvisato.
Perché Dio ha permesso che la sua Chiesa entrasse, proprio in quel tempo, nel suo Calvario? È da lì, infatti, che comincia la modernità che siamo abituati a conoscere; è lì che inizia la lotta, e a mano armata, dell’Occidente contro la sua religione.
Qui si entra nella teologia della storia e si possono fare solo supposizioni. Il paragone che viene in mente è quello del Getsemani, con Cristo che supplica il Padre di scamparlo da quel che sta per succedergli. Ma succede lo stesso, perché è necessario che succeda. Gli uomini non hanno la consapevolezza dell’Uomo-Dio, né la sua totale fiducia in quel che ha decretato il Padre. Forse per questo è intervenuta in prima persona la Madre a consolare e rassicurare.
Non a caso, sia ad Ancona che a Roma, i prodigi del 1796 cominciano di sabato, giorno tradizionalmente consacrato al culto di Maria. Ella rivolge ai suoi figli, che glielo chiedono, «quegli occhi suoi misericordiosi», ed è un gesto che tutti i testimoni comprendono perfettamente: ne fanno fede gli atti ufficiali.
Ancora oggi, in Roma e in Ancona (ma anche altrove), lapidi e iscrizioni ricordano i miracoli di quell’anno straordinario.
A Roma, una delle più visibili la si trova in via delle Botteghe Oscure, vicino a quella che un tempo fu la sede storica del Partito Comunista italiano. La «madonnella» c’è ancora, circondata, ora come allora, di "ex-voto" per grazia ricevuta.
articolo di Simone Moreno
http://unavocecheurlaneldeserto.splinder.com/
 
 
 

Risposte alla scristianità  

 

Articolo pubblicato su Il Sabato del 1-7 giugno 1985

Dopo Loreto Augusto del Noce legge il processo di secolarizzazione alla luce del discorso del Papa

 

di Augusto del Noce

 

Il processo di cristianizzazione che caratterizza il momento presente ha inizio, in parte, immediatamente dopo il 1948 e, in forma più decisa, fino a giungere a una vera e propria intolleranza laicista, dopo il 1960.

 

Se noi consideriamo il nostro secolo, ci accorgiamo dell’esistenza di fasi alterne, dal punto di vista religioso. Non credo si debba pensare perciò a una continuità di processo di scristianizzazione, che proseguirebbe in ininterrotta e irreversibile catena dal Rinascimento o dall’Illuminismo ad oggi. Abbiamo piuttosto in questo processo delle fasi delle fasi alterne. Per esempio, nell’immediato dopoguerra ci fu un risveglio cattolico che ebbe una delle manifestazioni più sensibili nelle elezioni del 18 aprile del 1948, come se da una rinnovata cristianità ci si potesse attendere l’unica via di salvezza, e questo rinnovamento della cristianità fosse possibile. Ci fu un momento non troppo lontano nel tempo in cui l’Italia e l’Europa si rivolgevano al cattolicesimo per trovare salvezza rispetto a quella che era l’espansione sovietico-comunista e per trovare un’identità, così italiana come europea.

 

Che esistesse un risveglio religioso, o anzi un risveglio esplicitamente cattolico, nel ’48, è provato dall’esame della pubblicistica dell’epoca. Come la Francia aveva con la rivoluzione iniziato una civiltà laico-borghese, come la Russia aveva con la rivoluzione affermato una società ateo-comunista, così dal successo cattolico del ’48 in Italia si pensava dovesse aver inizio una civiltà cristiana. dall’Italia sarebbe, dunque, partita una riconquista cattolica del mondo.

 

Subito dopo il ’48, però, abbiamo avuto due controffensive: quella della cultura marxista e quella del laicismo propriamente detto. Tuttavia queste due offensive non avrebbero potuto portare ai risultati così rilevanti a cui hanno condotto senza far leva su una certa parte della cultura cattolica.

 

Occorre qui sfatare un luogo comune. Va messo in chiaro che il processo di cristianizzazione non è legato all’industrializzazione. certamente si può dire che l’industrializzazione con tutte le sue conseguenze sulla vita sociale indubbiamente crea certe condizioni che facilitano un processo scristianizzante, ma non ne è la causa essenziale.

 

La causa essenziale è, invece, culturale. Cioè sono state proprio quelle forze culturali e borghesi anticattoliche che già preesistevano al ’48, che hanno scatenato una sorta di rivoluzione culturale contro il cattolicesimo. Il termine rivoluzione culturale potrebbe far pensare a un fenomeno unitario, cosa che non è stata. Si è verificata, invece, la confluenza da due versanti diversi della cultura marxista con quella borghese. Esse procedono in qualche modo separate, ma ognuna tenta di servirsi dell’altra.

 

 

Dalla critica all’indifferenza

 

Fra il 1950 e il 1960 si sviluppa l’attacco della rivoluzione marxista. il marxismo italiano, attraverso Gramsci, si presenta come l’erede della cultura crociata (così come il marxismo dei fondatori si presentava come l’erede della filosofia classica tedesca). Il comunismo italiano si presenta, cioè, come l’erede di quanto di meglio ci sia stato nella cultura italiana dal Risorgimento in poi.

 

Questa prima offensiva, però, non è stata sufficiente. verso il 1960, anzi, essa è già da un punto di vista culturale in relativo declino. però lascia delle tracce. Il marxismo si presenta, in quanto materialismo storico, come critica radicale di ogni assolutezza ed eternità dei valori. Quindi come critica dell’idea stessa di una verità assoluta.

 

In certo modo la cultura laico-borghese successiva accetta questa critica dei valori permanenti compiuta dal marxismo e quindi sostituisce al vecchio tipo laico-borghese un altri tipo. Il "tipo" a cui particolarmente si era arrivati era quello del "cristiano-borghese". Si affermava, cioè, un cristianesimo senza trascendenza religiosa, che però salvava la morale cattolica. Era proposta come una specie di purificazione dell’idea del divino nell’immanente. La figura più rappresentativa di questa posizione è Benedetto Croce.

 

Dopo il 1960, invece, abbiamo un laicismo post-marxista. Un laicismo che abbandona del marxismo gli aspetti messianici ma conserva gli aspetti non cristiani: non tanto nella forma di persecuzione, quanto in quella di indifferenza. L’idea di Dio avrebbe avuto una funzione nella storia, oggi però esaurita; in ragione di questo esaurimento risulta inutile occuparsi della sua corrispondenza alla realtà. In questa prospettiva il cristianesimo è morto, almeno nella forma che ha assunto nella tradizione cattolica. da qui si passa alla rivoluzione sessuale, che per sé è estranea o molto limitata, nel marxismo. Si avvia, dunque, in questo modo lo scardinamento della morale cattolica. ma tale scardinamento, ripeto, non sarebbe stato possibile se il cattolicesimo non avesse un nemico interno. Questo avversario interno è il risvegliato modernismo.

 

 

Il risveglio del modernismo cattolico

 

Il carattere generale del modernismo è l’anticoncilio di Trento e l’anti-Controriforma. ma esso viene risvegliato a proposito di una certa utilizzazione dell’antifascismo. nell’epoca del fascismo vi sarebbe stata un’alleanza necessaria tra la Chiesa cattolica e il fascismo, dovuta alla comune concezione gerarchica. da questa pretesa necessità dell’incontro derivava l’idea che le scelte politiche compiute in quel periodo dalla Chiesa non dovevano essere spiegate come contingenti errori o come illusioni, ma come conseguenza di una concezione della vita religiosa e della funzione della Chiesa nella società che risalivano ben oltre al periodo fascista e ai problemi che esso poneva al mondo cattolico. Si aggiungeva a questo l’idea, errata, e oggi abbandonata dalla maggior parte degli storici, del fascismo come «fascio delle forze reazionarie», a cui la Chiesa avrebbe dato il suo consenso per l’obbligazione di essere - sempre in ragione della concezione di cui si è detto - "a destra". Ma da quando questa concezione reazionaria sarebbe prevalsa nella Chiesa? dal Concilio di Trento e dalla Controriforma per non risalire, quanto ai germi, più oltre sino all’epoca costantiniana.

 

In sintesi: non si deve parlare di un processo di scristianizzazione legato soltanto all’industrializzazione. ma si deve parlare di un’offensiva sul piano culturale e sul piano politico contro il cattolicesimo. Questa offensiva cercava di realizzare una divisione all’interno del mondo cattolico: tendeva a dividere i cattolici fra antiquati o integralisti e progressisti. nell’ottica anticattolica si poteva pensare a buon diritto che questo progressismo legato al mito della modernità non fosse che la tappa di un processo che portava alla fine del cattolicesimo. Questo effettivamente è vero. Attraverso il modernismo si deve necessariamente passare al secolarismo, come negazione della trascendenza religiosa e del soprannaturale. Cosa di cui si ha esperienza, per esempio, nei cattolici-comunisti. Quel movimento non è riuscito certamente a convertire nessun comunista al cattolicesimo, ma dei cattolici comunisti originari ben pochi sono rimasti cattolici. tutti i movimenti di apertura al "moderno" hanno condotto in ultima analisi al secolarismo.

 

 

L’unità dei cattolici

 

Il processo di cristianizzazione, che deriva da cause culturali e non tecniche, avviene dunque grazie alla divisione dei cattolici.Si spiega quindi, in questo contesto, l’insistenza del Papa sull’unità dei cattolici.

 

Il punto del discorso di Giovanni Paolo II che è stato oggetto di varie contestazioni è proprio quello del riflesso politico dell’unità dei cattolici. Il riflesso politico dell’unità dei cattolici è, in qualche modo, ovvio. Non già che si voglia confondere, come pensano alcuni, fede religiosa e politica. Piuttosto vi è la necessità di un impegno politico dei cattolici perché le forze politiche oggi esistenti si fanno portatrici di una cultura non solo non cattolica, ma decisamente anticattolica dal punto di vista morale. Mentre nel vecchio laicismo si poteva pensare ad una conciliazione da attuare sul campo dei valori morali essenziali, oggi invece appare chiaro che non c’è principio della morale cattolica che non venga combattuto da certe parti politiche.

 

E’ chiaro che se ci fosse un accordo sul piano morale fra le varie forze politiche non ci sarebbe alcun bisogno di un partito di cattolici e la fede religiosa in queste condizioni sarebbe rigorosamente distinta dalla politica. il rapporto fede-politica non può essere visto in astratto secondo un modello assoluto (unità-divisione), deve essere visto in relazione a certe particolari situazioni.

 

Nella situazione presente e date le forme che l’anticattolicesimo assume oggi, l’impegno politico dei cattolici diventa necessario.

 

Ci si accorda generalmente nel riconoscere che il cattolicesimo non è una dottrina di spiritualità separata dalla vita ma che esso piuttosto cammina insieme con l’umanità, come ha ricordato a Loreto il Papa. E quindi è essenziale l’inculturazione. Non si può pensare a una laicità assoluta dei cattolici in politica. Laicità significa che essi si occupano di questioni temporali, ma sempre mantenendo il senso della connessione del temporale con l’eterno. Quindi il cristianesimo non è soltanto una fede in una realtà soprasensibile, ma determina anche il senso e dà orientamento all’esistenza. Tutto questo non significa affatto aconfessionalità della politica.

 

 

L’unità nella verità

 

Nel discorso tenuto a Loreto il Papa ha affermato che l’unità va costruita nella verità. la verità a cui si riferisce il pontefice è quella assolutamente oggettiva ed eterna del cristianesimo. Il papa insiste su questo carattere di verità eterna assoluta del cristianesimo e insiste anche sul pericolo di penetrazione di idee non cattoliche che in qualche modo offuschino questo primato della verità, questa eternità oggettiva della verità, non soggetta alla storia.

 

I temi della verità, dell’unità dei cattolici, del riflesso politico di questa unità, sono punti strettamente legati fra loro, inscindibili. L’indebolimento dell’unità, pertanto, consegue a un offuscamento dell’idea di eternità della verità.

 

 

Gli esiti dell’umanesimo ateo.

 

Il mondo di oggi assiste a un processo di autoconfutazione di coloro che combattevano il cristianesimo in nome della modernità. Il caso più rilevante è quello della rivoluzione marxista.

 

Non dobbiamo dimenticare la frase di Gramsci del 1916: «Il socialismo è la religione che deve ammazzare il cristianesimo», il socialismo, cioè la religione che deve succedere al cristianesimo. Il marxismo, però, per via di un processo necessario si è realizzato nel socialismo reale, come ha messo bene in chiaro anche Vittorio Strada. Secondo questo processo di necessità dall’ateismo iniziale di Marx (che voleva essere una liberazione dell’uomo da qualsiasi dipendenza) si è arrivati al socialismo reale. per questo assistiamo oggi ad un’autoconfutazione del marxismo.

 

D’altra parte nel mondo occidentale che cosa avviene? Si è verificato l’approdo a un libertarismo, cioè a una perdita dell’idea stessa di verità. Un puro pluralismo senza unità morale: quello che si manifesta nel materialismo pratico e nell’edonismo contemporanei.

 

Oggi la modernità che doveva succedere al cristianesimo si manifesta come fallimentare. Da una parte abbiamo nel socialismo reale l’unità fondata non sulla verità ma sull’errore riconosciuto come tale. nessuno più può credere alla verità del materialismo dialettico. Questa dottrina viene imposta come vera, quando nessuno può più credere che lo sia.

 

Dall’altra parte, nell’Occidente, abbiamo l’anarchismo fondato sulla perdita dell’idea di verità. Mentre nell’Ottocento si parlava di una verità che si sostituisse alla verità cristiana, adesso abbiamo la perdita dell’idea stessa di verità. Perdita che porta a due estremi. Al totalitarismo, che è una sostituzione del mito alla verità (non il mito destinato a prolungarsi, a essere superato dalla verità, ma il mito sostituito per ragioni pratiche alla verità), e al libertarismo come anarchismo borghese. Non più l’anarchismo terroristico che, in qualche modo, pensava ancora a una nuova umanità, ma il puro relativismo morale.

 

In ragione di tutto ciò il tema della "restaurazione" cattolica, nel senso che alla parola dà il cardinale Ratzinger, si presenta come tema rigorosamente attuale. E qui si mostra l’errore completo di quei modernisti o progressisti cattolici che vogliono aprire il cattolicesimo a una modernità che oggi è massimamente in crisi. L’idea del superamento del cristianesimo nella modernità attraversa oggi la maggiore crisi che abbia conosciuto nei secoli. In questo senso vale la pena rileggere le parole del Papa sui pericoli di «una "espropriazione" effettiva di ciò che è sostanzialmente cristiano sotto l’apparenza di una "appropriazione" che in realtà resta soltanto verbale, con la conseguenza della "assimilazione" al mondo invece che della sua cristianizzazione».

 

 

I modernisti pensano di cristianizzare il mondo e in realtà il loro tentativo si rovescia. Essi ignorano la crisi della modernità e finiscono col coinvolgere il cristianesimo in essa.

 

 

Il cristianesimo come possibilità di salvezza

 

La prospettiva del progresso legata all’idea di modernità sia sta rovesciando in quella di una catastrofe del mondo. Il cristianesimo si presenta oggi come possibilità di salvezza della civiltà. ma per poter salvare la civiltà non deve lasciarsi coinvolgere in questa crisi.

 

Noi viviamo nella situazione delle rovine di una rivoluzione, quella marxista. Nelle rovine di quel socialismo che doveva sostituirsi al cristianesimo. Quindi il discorso del Papa a Loreto è perfettamente coerente. Lo si può rifiutare dal punto di vista laicistico, ma non si può non accettarlo e non esprimere il completo consenso da un punto di vista cattolico.

 

Certo i cattolici hanno un vizio maledetto: pensare alla forza della modernità e ignorare come questa modernità, nei limiti in cui pensa di voler negare la trascendenza religiosa, attraversi oggi la sua massima crisi, riconosciuta anche da certi scrittori laici.

 

In questo contesto si può capire anche il senso di un movimento come Comunione e Liberazione: esso parte dal riconoscimento pieno della crisi a cui la modernità è soggetta e dunque riconosce attualità alla "restaurazione" (nel senso usato da Ratzinger) del cattolicesimo. Al contrario una parte notevole del mondo cattolico è nella posizione di volersi combinare in qualche modo con la "modernità". Ma la combinazione diviene subordinazione.

 
postato da: nanto alle ore 15:45 | link | commenti
categorie: il vangelo e il commento
lunedì, 27 giugno 2005

I SEGNI DEI TEMPI
27 giugno 2005
Se non si aprono i link vai al sito de “I segni dei tempi”
 
IL VANGELO DEL GIORNO
IL COMMENTO AL VANGELO
IL SANTO DEL GIORNO
San Cirillo di Alessandria
vescovo e dottore della Chiesa
LA NOTIZIA
Sì alle adozioni internazionali per le coppie gay in Olanda
TELEGRAFANDO
Da duemila anni scandalo e stoltezza
EDITORIALE
Bernardo Cervellera
L' "oppio dei popoli continua a sedurre"
BENEDETTO XVI
PRETI UMILI E CASTI SERVITORI DEL VANGELO:
LO HA DETTO IL PAPA AI VESCOVI DELLA PAPUA NUOVA GUINEA.
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS
CHIESA
CINA. Da militante comunista a sacerdote della Chiesa sotterranea
VERITATIS SPLENDOR
Matrimoni e famiglia: attenti al golpe delle minoranze gay, di M. Introvigne
Admiten pérdidas y poco éxito en investigación con células estaminales embrionarias
Experta: Debate sobre homosexuales no debe desviar atención sobre adopción
Canadian Parliament clears way for vote on same-sex bill, passes budget
SOCIETA’
Chi l’ha detto che i laici non hanno valori? di Giampiero Mughini
ASIA: tra sviluppo e venti di guerra
La Cina esporta anche mafia di Massimo Introvigne-
CULTURA
Basta Croce rossa, meglio un cristallo rosso
Retorica della ricerca di Stefano Zecchi
 PER UNA FEDE ADULTA
IL CRISTIANO E LE SFIDE ATTUALI, Mons. Carlo Caffarra
 
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IL VANGELO DEL GIORNO
 
Mt 8, 18-22
 In quel tempo, Gesù vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare
all'altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti
seguirò dovunque tu andrai». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e
gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il
capo».
E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a
seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Séguimi e lascia i morti seppellire
i loro morti».
 
 
IL COMMENTO AL VANGELO
 
              In tutti noi alberga un desiderio. Profondo. Poter passare indenni le giornate, le prove, la vita. Apriamo gli occhi e si srotola dinnanzi ai nostri occhi un futuro incerto, impegni, lavoro, rapporti, soldi, famiglia, studio. Sorge il sole e con esso la pesantezza delle ore che incontreremo. Passarvi dentro senza lasciarci la vita, ecco il desiderio che ci brucia dentro. Non restare invischiati tra le maglie dei problemi, delle preoccupazioni, delle angosce. Scapparne è pura illusione. Abbiamo provato tante droghe nella nostra vita. Ci hanno reso più fragili e meno felici. Il desiderio insaziabile di libertà, e di felicità. Ad esso risponde il Vangelo di oggi. L’ordine perentorio di Gesù di passare all’altra riva. Entrare nella Pasqua, il seno da cui è stato tratto Israele. Il Passaggio dalla schiavitù alla libertà. E’ dunque molto più che un desiderio, è un ordine del Signore. Da questa chiamata siamo nati. In questa chiamata viviamo, esistiamo, siamo. Passare all’altra riva, ogni giorno. Una vita che non passa, un’esistenza atrofizzata e installata nelle sicurezze schierate come reggimenti a difesa di una pace che neanche possediamo, una vita seduta è già preda dei vermi. La corruzione ha preso il sopravvento, e tutto marcisce tra le mani, nulla soddisfa, nulla rallegra. Passare all’altra riva è l’unico modo di seguire il Signore. Lui non ha dove reclinare il capo, lo farà sulla Croce, nel sepolcro, a anche lì per lo spazio d’un breve tempo. Non sono la Croce né il sepolcro il riposo del Signore. Croce e sepolcro sono la via, non sono la meta. Seguire il Signore è prendere la Croce d’ogni giorno, entrare con Lui nei tanti sepolcri che si aprono dinnanzi ai nostri passi. E passare all’altra riva. Verso il Cielo. Il riposo, l’unico. Anticipato qui ed ora nell’amore Suo, nel perdono, nella Sua presenza dentro la nostra vita. A volte consolante, a volte oscura e impalpabile. Seguirlo sulle orme di Pasqua. La nostra chiamata ad essere vivi passati nella morte. Con la caparra del riposo nel cuore, e lo sguardo fisso sul Cielo. Come Giacobbe che posò il capo su di una pietra, nel luogo di Dio, alle porte del Cielo. “ Rabbì Berekhiah dice in nome di Rabbì Levi: Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo furono trasformate in un letto e un cuscino. Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse” (GenR 68,43). Così il Midrash. Così per la nostra vita, freschezza e asprezza, il passaggio dalla morte alla vita. Non è stato possibile che la morte tenesse in potere il Signore, per questo non è possibile riposare nella morte. Nei fallimenti. Nei dolori. Non è quello il nostro Luogo. E’ un momento. Un passo nel passaggio. Colui che è di Cristo non è un rassegnato, un cultore macabro della sofferenza e della morte. Chi è di Cristo lo segue. Ovunque. Era il desiderio dello Scriba, come è il nostro desiderio, il frutto dell’esser passati all’altra riva. L’esperienza della Pasqua. Il seno da cui è stato tratto Israele, le viscere battesimali della nostra nuova vita sempre protesa verso un’altra riva, sino a che non giunga l’ultima, la sponda del Cielo. Seguire il Signore ci rende come il vento, che non sai di dove venga o dove vada, solo se ne apprezza la presenza. Nessuna sicurezza se non Lui. La precarietà che denuda e svuota d’ogni appoggio e schiavitù. Sul mare passa il cammino del Signore e le orme ne restano invisibili. Lui. E in Lui tutto. Lo sguardo nel Suo sguardo, senza fughe all’indietro a cercare di seppellire il passato, le cose lasciate in sospeso, che sembra sempre di non aver risolto, sistemato, spiegato, compreso. Seguirlo è lasciare che il passato seppellisca il passato, per non diventare come la moglie di Lot, una statua di sale fissata in uno sguardo di rimpianto. Seguirlo all’altra riva, la vita rinnovata istante dopo istante, libera, bella, vera.
 
IL SANTO DEL GIORNO

 

San Cirillo di Alessandria
vescovo e dottore della Chiesa
 
S. Cirillo, nato nel 370, dal 412 al 444, anno della morte, tenne fermamente in
mano le redini della Chiesa d'Egitto, impegnandosi al tempo stesso in una delle
epoche più difficili nella storia della Chiesa d'Oriente, nella lotta per
l'ortodossia, in nome del papa S. Celestino. In questa fermezza al servizio
della dottrina e nel coraggio dimostrato nella difesa della verità cattolica sta
la santità del battagliero vescovo di Alessandria, anche se tardivamente
riconosciuta, almeno in Occidente. Infatti, soltanto sotto il pontificato di
Leone XIII il suo culto venne esteso a tutta la Chiesa latina, ed egli ebbe il
titolo di "dottore".
Per la difesa dell'ortodossia, contro l'errore di Nestorio, vescovo di
Costantinopoli, egli rischiò di essere mandato in esilio e per qualche mese
sperimentò l'umiliazione del carcere: "Noi, - scrisse - per la fede di Cristo,
siamo pronti a subire tutto: le catene, il carcere, tutti gli incomodi della
vita e la stessa morte". Al concilio di Efeso, di cui Cirillo fu un
protagonista, venne sconfitto il suo avversario Nestorio, che aveva sollevato
una vera tempesta in seno alla Chiesa, mettendo in discussione la divina
maternità di Maria.
Titolo di gloria per il vescovo di Alessandria fu di avere elaborato in questa
occasione una autentica e limpida teologia dell'Incarnazione. "L'Emmanuele
consta con certezza di due nature: di quella divina e di quella umana. Tuttavia
il Signore Gesù è uno, unico vero figlio naturale di Dio, insieme Dio e uomo;
non un uomo deificato, simile a quelli che per grazia sono resi partecipi della
divina natura, ma Dio vero che per la nostra salvezza apparve nella forma
umana". Di particolare interesse è la quarta delle sette omelie pronunciate
durante il concilio di Efeso, il celebre Sermo in laudem Deiparae. In questo
importante esempio di predicazione mariana, che dà l'avvio a una ricca fioritura
di letteratura in lode della Vergine, Cirillo celebra le grandezze divine della
missione della Madonna, che è veramente Madre di Dio, per la parte che Ella ha
avuto nella concezione e nel parto dell'umanità del Verbo fatto carne.
Controversista di classe, Cirillo riversò i fiumi della sua faconda oratoria.
Teologo dallo sguardo acuto, egli fu al tempo stesso un vigile pastore d'anime.
Infatti accanto alle trattazioni esclusivamente dottrinali abbiamo di lui 156
Omelie su S. Luca a carattere pastorale e pratico e le più note Lettere
pastorali, espresse in 29 omelie pasquali.
LA NOTIZIA
 
Sì alle adozioni internazionali per le coppie gay in Olanda
  Le coppie gay in Olanda potranno adottare bambini stranieri. E’ il governo del

premier Balkenende, di centrodestra, a rompere un altro tabù e a mettere i Paesi

Bassi di nuovo in prima linea, nella ricerca dell’eguaglianza e pari diritti tra

le coppie eterosessuali e quelle omosessuali. Il progetto (il cui testo è

tuttora segreto) è stato adottato ieri dal Consiglio dei ministri dell’Aja. Per

diventare legge dovrà ora ottenere l’approvazione (scontata) di una commissione

di saggi e poi il via libero definitivo del Parlamento. Ma anche quest’ultimo

pare ormai assicurato.

E’ stata proprio l’Olanda, primo Paese al mondo, a legalizzare i matrimoni

omosessuali. Succedeva quattro anni fa. Poi vennero il Belgio, parte del Canada,

il Massachusetts negli Stati Uniti (un tema che influenzò non poco la campagna

elettorale, e che fu fortemente osteggiato dal presidente Bush). Infine, dal 30

settembre, si è aggiunta la Spagna di Zapatero.

La nuova legge sulle adozioni dall’estero nasce proprio per correggere ed

emendare le norme create nel 2001. L’attuale legislazione olandese, infatti,

consente il matrimonio ma prevede restrizioni per quanto riguarda i figli delle

coppie omosessuali. Potevano essere adottati bambini olandesi, ma non

all’estero; le lesbiche dovevano dimostrare di vivere insieme da tre anni prima

di poter diventare «legittimi genitori» dei figli delle partner.

Proprio per questo, un bambino straniero veniva spesso adottato da uno solo dei

partner (l’adozione ai single in Olanda è consentita) e andava poi a vivere con

entrambi. Sotterfugi, che i fautori della nuova legge sostengono di aver voluto

eliminare. Così come dicono d’aver voluto sciogliere tutte le intricate

questioni legali (per esempio l’eredità) che la normativa ancora in vigore

lasciava in una sorta di limbo.

La nuova legge, tuttavia, ha trovato forti resistenze all’interno del governo.

Ostile, per esempio, il ministro della Giustizia, Piete Hein Donner. «Nessun

Paese del mondo - ha detto - accetterà più di concederci il suo consenso alle

adozioni di bambini. E non solo per le coppie omosessuali, ma neppure per quelle

eterosessuali che non possono avere figli». Contrario anche il ministro delle

Finanze, nonché presidente dei liberali francofoni, Didier Reynders. «Il

dibattito non è ancora maturo», ha sostenuto, argomentando che occorre un

confronto più ampio con la società civile. Non sono mancati tentativi di

ritardare l’iniziativa. La commissione Giustizia della Camera, riunitasi

all’inizio di giugno per dare il via libera al provvedimento, ha avviato

consultazioni supplementari, allungando inevitabilmente i tempi.

Il premier Balkenende si è tuttavia deciso ad andare avanti, dopo aver

riscontrato una chiara maggioranza parlamentare. A votare sì è il blocco

dell’opposizione: socialisti, liberali fiamminghi, verdi. A favore anche i

cristiano sociali fiamminghi, anch’essi all’opposizione, mentre i liberali

francofoni hanno lasciato libertà di voto. I numeri per far passare la legge non

dovrebbero mancare.

E sulla stessa strada dei Paesi Bassi sembra volersi avviare ancora una volta il

confinante Belgio, che ha legalizzato nel 2003 il matrimonio tra omosessuali, ma

ha escluso finora l’adozione.

 

Corriere della Sera 25 giugno 2005 
 
 
 
TELEGRAFANDO
 
Da duemila anni scandalo e stoltezza
Nuovo emblema per la Croce Rossa Sara' piu' neutro rispetto alla croce
(ANSA) - ROMA, 23 GIU - Nuovo emblema per la Croce Rossa: 'cristallo' rosso su sfondo bianco, piu' neutro e condivisibile rispetto alla croce. Una conferenza diplomatica, probabilmente convocata entro il prossimo ottobre, dara' il via formale al terzo emblema del movimento. La vicenda - spiega Massimo Barra, vicepresidente della Federazione - e' al centro da anni di dibattiti e confronti diplomatici, non sempre sereni.
                Un simbolo nuovo, più neutro e condivisibile rispetto alla Croce. Neutro? Certo, un cristallo a chi dice nulla? Come un fiocco di neve, anche la Croce Rossa si farà lieve e impalpabile. Le crocerossine, simbolo di tenerezza e di aiuto sugli sterminati campi di guerra, saranno le “fiocchine”, leggiadre figure del politicamente corretto. Condivisibile? Certo che no, la croce non può essere un segno condivisibile. Non appartiene a tutti. E’ un insulto, un “cadaverino” sui muri, via….. I poveri malati alla sua vista ne inorridiscono…. Molto meglio un cristallino di neve, la malattia come un fiocco di neve. La vita, la morte, il dolore, tutto diluito, evaporato, come neve al sole… Di questo stiamo parlando, di simboli che esprimono una cultura. Vuota. Soffice. Buonista. Ipocrita. Dolce e feroce. Delicata come un fiocco di neve, Avvelenata come la morte. Nella Croce la vittoria sulla morte. Sul dolore. Sul peccato. Che sono, reali e concreti, sotto gli occhi di tutti, intrecciati alle carni e alle menti di tutti. Lo scandalo e la stoltezza di un Legno, da duemila anni ad annunciare la vita più forte della morte. Gesù patì fuori della città, la Croce respinta dal mondo. Ma da lì, dall’estremo abbandono, dall’estremo rifiuto, ha attirato tutti a sè. Tutti. Buttate fuori la Croce, cancellatela pure, essa non smetterà per questo di attirarvi, tutti, tra le braccia misericordiose del Crocifisso. (A.I.)
 
 
EDITORIALE

 

 

Bernardo Cervellera
L' "oppio dei popoli continua a sedurre"
  

La Cina moderna sta passando dal materialismo marxista al consumismo sfrenato.

 

Con una costante: Dio non c'entra. Ma sempre più gente, s'interroga sul senso

 

della vita. Manager compresi.

 

 

 

 

 

La nuova, scintillante zona di Shanghai, Pudong, brilla nella sua superba

 

bellezza sul fiume Huangpu. Fino a pochi anni fa era un'area agricola, dove i

 

contadini coltivavano riso e allevavano maiali. Oggi è uno dei cuori pulsanti

 

dell'economia cinese. Non c'è compagnia straniera al mondo che non abbia a

 

Pudong il suo ufficio. In questa specie di New York del mercato mondiale made in

 

China, strade immense e alberate fanno da pendant alla linea verticale dei

 

grattacieli, disegnati dai migliori architetti europei, americani, giapponesi.

 

Fra tutti, spicca l'enorme torre della TV (468 metri) che ha la strana forma di

 

un tripode, un braciere o un vaso per le libagioni agli dei Shang. A poche

 

centinaia di metre la torre del Jinmao, 88 piani di uffici e alberghi, leggera e

 

flessuosa come una pagoda. Ma sono gli unici segni che richiamano vagamente alla

 

religione: nella nuova città, modello della Cina del futuro, non vi è neppure un

 

angolino per una chiesa o un tempio. E se in qualche altra città i fedeli di una

 

o dell'altra religione riescono ad arrangiarsi con una statuetta dove bruciare

 

incenso, un capanno di legno per la Messa, qui, nel bagliore di vetri, acciaio,

 

alluminio, non c'è posto per gli dei polverosi del passato, ma solo per il dio

 

del "socialismo con caratteristiche cinesi". La nuova Shanghai, come la nuova

 

Cina, sembra essersi adattata perfettamente dal materialismo storico-dialettico

 

di Marx al materialismo del commercio e del consumo. Con una costante: Dio non

 

c'entra. Eppure, secondo statistiche di Chiese protestanti, proprio a Shanghai e

 

in altre città costiere, nella zona più sviluppata del Paese, vi è un incremento

 

del 10-13 per cento annuo di membri cristiani. Fra loro vi è un gran numero di

 

professionisti e manager che si domandano se il senso della vita sia solo

 

carriera e soldi. Anche la nuova Cina dovrà fare i conti con il ritorno di Dio.

 

Del resto, analizzando gli oltre 50 anni di comunismo in Cina, bisogna ammettere

 

che il fallimento più grande della politica cinese è stato non il grande balzo

 

in avanti (coi suoi 30 milioni di morti per fame), non la Rivoluzione culturale

 

(e il suo caos sociale), ma la politica religiosa. Da 52 anni il Partito

 

comunista cinese (Pcc) ha decretato la fine imminente dei culti religiosi e

 

invece il numero degli affiliati a qualche religione cresce sempre di più: se,

 

oltre ai fedeli "organizzati", calcoliamo anche la schiera di buddisti e taoisti

 

senza alcuna affiliazione che si recano ai templi almeno una o due volte l'anno,

 

si può dire che oltre metà della popolazione cinese rimane legata a una qualche

 

forma religiosa. Tra questi figurano aderenti nascosti tra i membri del Partito,

 

dell'esercito e della burocrazia.

 

 

 

II fatto è spettacolare se si pensa che da oltre mezzo secolo si assiste in Cina

 

a un bombardamento ideologico fatto di ateismo, indottrinamento, emarginazione

 

sociale, campagne antireligiose, persecuzione, torture, condanne a morte. La

 

sopravvivenza delle religioni in questi 50 anni va attribuita anzitutto alla

 

forza della famiglia cinese, che comprende il rispetto degli anziani e il legame

 

spirituale con gli antenati, vero grimaldello contro il materialismo militante.

 

Ma la rinascita delle religioni va attribuita anche all'inevitabile scivolare

 

degli ideali comunisti verso la corruzione, la violenza gratuita, i privilegi.

 

La delusione per il marxismo e l'aridità del materialismo è fra i catalizzatori

 

di questo ritorno della religione in Cina. Ormai è molto comunecthe ex Guardie

 

rosse, deluse dai capi attuali, inquieti per le violenze passate di cui si

 

sentono responsabili, si avvicinino alle religioni tradizionali o al

 

cristianesimo per trovare "pace e armonia" (i grandi ideali del taoismo). Specie

 

il cristianesimo, con la sua capacità di perdonare il male, di dare una ragione

 

al dolore, è una via affascinante e unica, preferibile alle reincarnazioni

 

buddhiste e al relativismo ottimista del taoismo. Huang Zheyou, nato nell'Henan

 

nel 1932, iscritto al partito per 30 anni, ha potuto vedere la parabola

 

discendente degli ideali di Mao. Fino alla fine — è morto di cancro nell'88 — ha

 

sperato in qualche riforma, mentre egli si dedicava anima e corpo a "servire il

 

popolo". Per decine di anni è stato scelto come "operaio modello", assistendo

 

nello stesso tempo al dilagare della corruzione fra i membri del suo partito.

 

Negli ultimi giorni in ospedale era visitato da un gruppo di cattolici. A chi

 

gli faceva notare che per i comunisti le religioni sono "oppio del popolo",

 

diceva: "Io ho bisogno di quest'oppio". Anche i venti del libero mercato

 

schiudono opportunità alle religioni: l'apertura di un negozio o di una

 

joint-venture prevede anche la visita al tempio taoista, per ricevere la

 

benedizione del dio della ricchezza. Al tempio taoista della Nuvola bianca, a

 

Pechino, non passa giorno senza che vi siano giovani, soci di una compagnia

 

privata, madri con i figli, a chiedere aiuto per un affare, per la buona

 

riuscita di un esame, per trovare salute e ricchezza.

 

 

 

I problemi irrisolti dell'economia di mercato (disoccupazione, miseria,

 

emigrazione) rappresentano un' altra "occasione" per le religioni: gruppi

 

buddhisti o cristiani sono lanciati in opere caritative verso poveri,

 

handicappati, anziani, creando stima, se non adesione, alle diverse fedi. II

 

punto è che sia il marxismo, come il capitalismo, sono attenti alle strutture,

 

ai progetti, ma non all'individuo. La ricerca di un fondamento al valore della

 

persona, che non sia solo garantita dall'ideologia o dal potere economico,

 

spinge intellettuali e studenti a ricerche filosofiche e a paragoni con

 

l'Occidente. Così, vengono a scoprire che al fondo anche degli ideali

 

illuministi della Rivoluzione francese c'è un' eredità cristiana. Questo è il

 

motivo per cui studenti universitari scelgono di dedicarsi allo studio delle

 

religioni, senza magari nessuno sbocco professionale. È pure la ragione che

 

spiega come mai a Natale e a Pasqua le chiese in Cina siano piene di giovani per

 

nulla cristiani. La curiosità li spinge in chiesa. Dopo le funzioni cominciano

 

le domande: "Che differenza c'è fra la nascita di Gesù e quella di Budda?".

 

Qualcuno, non sazio comincia a frequentare il catechismo. Il fenomeno delle

 

visite alle chiese è così imponente che il presidente Jiang Zemin alcuni anni fa

 

ha messo in guardia contro "l'inquinamento spirituale" dell'Occidente e ha

 

obbligato le associazioni patriottiche a emettere biglietti per fare entrare in

 

chiesa solo cristiani registrati come tali. La fiumana inarrestabile delle

 

religioni lascia ormai sgomenta la dirigenza comunista cinese. Jiang Zemin, per

 

legare di più il Partito alla società in cambiamento, ha suggerito che non solo

 

i capitalisti, ma anche i credenti potrebbero diventare membri del Partito. In

 

una sua prolusione a un convegno delle religioni, lo scorso dicembre 2001, ha

 

confessato che "le religioni esisteranno nel socialismo [ancora] per lungo

 

tempo". E pur ricordando i principi ateisti del partito, egli ha aggiunto:

 

"Chiedere alle religioni di adattarsi al socialismo non significa che chiediamo

 

al personale religioso e ai credenti di abbandonare la loro fede". Nello stesso

 

periodo, Pan Yue, vice-direttore dell'ufficio statale per le Riforme

 

strutturali, ha chiesto, con energia, che il Partito abbandoni la visione

 

marxista della religione come "oppio dei popoli". Ma che ci sia confusione e

 

opposizione nel partito è evidente: nei giorni seguenti Pan Yue è cthe ha

 

confessato di aver letto Bibbia e Corano, è giunto a sottolineare l'importanza

 

della religione per l'arte, la cultura, la morale e l'altruismo socíale. Eppure

 

nello stesso tempo continuano gli arresti e le torture per membri delle sètte

 

evangeliche, Falun Gong, musulmani, tibetani, cattolici sotterranei, rei di non

 

sottomettersi al controllo del Partito, l'unico vero dio pubblico della Cina.

 

Pur di non salvare l'autonomia delle religioni, il Partito, rischiando il

 

ridicolo, continua a proporsi come strumento di "ortodossia", entrando nelle

 

diatribe religiose, dando regolamenti sull'insegnamento coranico; sul rito da

 

usare per eleggere lama tibetani e così via. E tutto questo da una leadership

 

che si definisce "atea"!

 

 

 

 

 

 

 

Ref.: Mondo e Missione, Gennaio 2003, n. 1, anno 132, pp. 42-44.

 

 

 

.
BENEDETTO XVI
 
PRETI UMILI E CASTI SERVITORI DEL VANGELO:
LO HA DETTO IL PAPA AI VESCOVI DELLA PAPUA NUOVA GUINEA. 

PRETI UMILI E CASTI SERVITORI DEL VANGELO:

 

LO HA DETTO IL PAPA AI VESCOVI DELLA PAPUA NUOVA GUINEA.

 

 

 

Una Chiesa in crescita, che ha bisogno di una piena unità tra vescovi e

 

sacerdoti e di un’adeguata formazione dei fedeli laici, affinché il Vangelo sia

 

ulteriormente radicato. Benedetto XVI si è soffermato questa mattina su alcuni

 

aspetti pastorali e sociali della Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone,

 

ricevendone in udienza i presuli in visita ad Limina. Il servizio di Alessandro

 

De Carolis.

 

 

 

 

 

Gesù Cristo continua ad attirare persone delle vostre due isole nazionali a una

 

più profonda fede e vita in Lui”, ha esordito Benedetto XVI, che ha “scattato”

 

questa mattina un’istantanea d’insieme di quell’area del Pacifico. Un primo

 

dato, ha constatato il Pontefice, riguarda i giovani che, secondo quanto

 

rilevato dalla recente Assemblea generale tenutasi nella Papua Nuova Guinea,

 

mostrano una “entusiastica partecipazione alla vita della Chiesa”. Ma anche

 

l’“eccezionale generosità dei missionari” e la “fioritura delle vocazioni” sono,

 

per Benedetto XVI, altrettanti “segni di speranza” per la Chiesa locale. Accanto

 

a ciò, vi sono anche delle difficoltà e delle priorità pastorali – tra cui il

 

matrimonio e la stabilità della vita familiare – che sollecitano l’episcopato

 

delle due isole. Per fronteggiarle con efficacia, il Papa ha anzitutto invitato

 

i vescovi ad essere quei “coraggiosi testimoni di Cristo” cui guardano i fedeli

 

locali. Quindi, ha insistito a lungo sull’importanza della cura sacerdotale.

 

 

 

Il particolare significato della communio tra un vescovo e i suoi presbiteri –

 

ha detto il Pontefice ai presuli – chiede che il vostro interesse per il loro

 

benessere sia di estrema importanza per voi”. In gioco c’è soprattutto

 

l’identità del sacerdote: essa, ha affermato Benedetto XVI, “non deve mai essere

 

paragonata ad alcun titolo secolare oppure confusa con un incarico civile o

 

politico”. Al contrario, il sacerdote è chiamato ad una vita di “semplicità,

 

carità e umile servizio che ispiri gli altri attraverso l’esempio”. L’Anno

 

dell’Eucaristia in corso, ha proseguito il Papa, mette in risalto il “cuore”

 

della vita quotidiana sacerdotale: la celebrazione della Santa Messa. “Io – ha

 

soggiunto Benedetto XVI - mi appello ai vostri preti: siano fedeli al loro

 

impegno che costituisce il centro e la missione della vita di ciascuno di voi”.

 

 

 

E passando all’elemento della formazione del clero e dei religiosi – definita

 

dal Pontefice “assolutamente integrale al successo dell’evangelizzazione – il

 

Papa ha speso parole anche per la cura dei seminaristi, nei suoi aspetti

 

spirituali, intellettuali e pastorali. Assicurate “un’attenta selezione dei

 

candidati” e supervisionate “di persona” i seminari, è stato l’incoraggiamento

 

di Benedetto XVI ai presuli della Papua Nuova Guinea. Così come, ha concluso,

 

abbiate a cuore la formazione di quei laici che in “numero crescente” stanno

 

mostrando una “più profonda” disponibilità “a partecipare alla missione

 

evangelizzatrice della Chiesa”. 
 
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS
Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:
PRIMA DELL’ANGELUS
Cari fratelli e sorelle!
Ci prepariamo a celebrare con grande solennità la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo, che a Roma sigillarono nel sangue l’annunzio del Vangelo. Il 29 giugno presiederò alle 9 e 30 la Santa Messa nella Basilica Vaticana: sarà questa un’occasione significativa per sottolineare l’unità e la cattolicità della Chiesa. Alla celebrazione assisterà, come in passato, una speciale Delegazione inviata dal Patriarca Ecumenico di Costantinopoli. Invito i fedeli di Roma, che venerano i santi Apostoli Pietro e Paolo come loro speciali patroni, i pellegrini e l’intero Popolo di Dio a invocarne la celeste protezione sulla Chiesa e sui suoi Pastori.
La fine di giugno segna per i Paesi dell’emisfero nord del pianeta l’inizio della stagione estiva e per tanta gente comincia il tempo delle ferie. Mentre auguro a tutti di poter vivere serenamente qualche giorno di meritato riposo e di distensione, vorrei rivolgere un appello alla prudenza a coloro che si mettono in cammino per raggiungere i vari luoghi di villeggiatura. Ogni giorno, purtroppo, specialmente nei fine settimana, si registrano sulle strade incidenti con tante vite umane tragicamente stroncate, e più di metà delle vittime sono in età giovanile. Negli ultimi anni molto si è fatto per prevenire tali tragici eventi, ma si può e si deve fare di più con il contributo e l’impegno di tutti. Occorre combattere la distrazione e la superficialità, che in un attimo possono rovinare il futuro proprio e altrui. La vita è preziosa ed unica: va rispettata e protetta sempre, anche con un corretto e prudente comportamento sulle strade.
La Vergine Maria, che ci accompagna nel quotidiano cammino della vita, vegli su chi viaggia e ottenga misericordia per le vittime della strada. A Lei, celeste Regina degli Apostoli, nell’imminenza della festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo affidiamo la Chiesa e la sua azione missionaria nel mondo intero.
 
 
CHIESA
 
CINA. Da militante comunista a sacerdote della Chiesa sotterranea
di Bao Yuanjin
 

Pechino (AsiaNews) - In Cina crescono le conversioni al cristianesimo e nascono

 

anche vocazioni consacrate. Pur nella mancanza di libertà religiosa e nella

 

propaganda ateista martellante, vi sono molti giovani che si avvicinano al

 

cristianesimo per curiosità e a volte diventano cattolici. Un’inchiesta

 

dell’Accademia delle scienze sociali di Pechino ha scoperto che nelle università

 

di Pechino e Shanghai oltre il 60% degli studenti sono interessati al

 

cristianesimo.

 

 

 

La storia che presentiamo è significativa perché è la storia della conversione

 

di un militante del Partito comunista in un’università del nord del Paese. In

 

Cina è in atto una crisi di identità del Partito e in pochi ormai credono ancora

 

agli ideali maoisti o comunisti. Ma quello che pochi mettono in luce è che molti

 

membri del Partito – anche segretamente – si avvicinano alla religione e alla

 

fede cristiana. Non è per nulla infrequente che nei weekend membri e alti

 

funzionari vadano a trovare il loro direttore spirituale, a fare silenzio in un

 

monastero buddista; a partecipare a qualche celebrazione in una chiesa o in un

 

tempio. A dimostrazione, come dice il nostro sacerdote, che il sangue dei

 

martiri è seme di nuovi cristiani. (N.B.: nella testimonianza abbiamo lasciato

 

indicazione generiche di nomi e luoghi geografici, per motivi di sicurezza)

 

 

 

 

 

 

 

Mi chiamo Bao e sono un sacerdote della Cina del nord. Sono divenuto prete

 

alcuni anni fa. E ho ricevuto il battesimo solo 11 anni fa. Prima ero ateo, anzi

 

un militante del Partito comunista cinese. All’università ero il capo dei

 

giovani comunisti nella mia facoltà. Nel mio cuore avevo tanti progetti e

 

programmi per il futuro, ma tutti distanti da Dio, che per me non esisteva

 

nemmeno. Nella mia famiglia, solo mia nonna era protestante. Quando ero piccolo

 

una volta l’ho sentita parlare di Gesù: diceva che Gesù era Dio. Ma a me non ha

 

mai interessato nessuna religione. In Cina, dalla scuola elementare fino

 

all’università è obbligatoria l’educazione all’ateismo. La mia mente era piena

 

di teorie atee e pensavo che credere in Dio è una cosa fanciullesca, forse un

 

po’ stupida.

 

 

 

Militante del Partito comunista cinese

 

 

 

Al quarto anno di università ho preso la tessera del Partito. In Cina ci si

 

iscrive al Partito un po’ per convinzione, ma soprattutto perché ci si fa degli

 

amici” che poi ti aiutano a trovare lavoro, ti sostengono se hai dei guai.

 

 

 

La mia vita nella cellula comunista non era né buona, né cattiva. Eravamo

 

studenti buoni con tutti, bravi nello studio, nell’organizzare tante attività.

 

Ma quello che mi colpiva è che nel Partito tutte queste cose, anche buone, erano

 

fatte non per il bene degli altri, ma per sé, per far carriera. E poi fra noi

 

dominava la menzogna: tutti raccontavano bugie e tutti sapevano che erano bugie,

 

ma si andava avanti lo stesso.

 

 

 

Un esempio: ad ogni incontro della cellula c’è sempre il momento della

 

confessione e dell’autocritica (il nome preciso è: “criticare gli altri e

 

criticare se stesso”. In realtà, nessuno davvero critica se stesso e nessuno

 

davvero critica gli altri. Si instaura una comunicazione formale, che può

 

perfino diventare lusinga o adulazione. Ad esempio uno dice al rettore:

 

Rettore, io devo criticare una cosa che non hai fatto bene. Tu hai lavorato

 

troppo per noi. Sì, il lavoro è importante, ma la salute è anche importante.

 

Devi averne cura perchè tu possa lavorare ancora meglio per la comunità…”. In

 

momenti come questi una voce dal cuore mi diceva: È una bugia, è una bugia!”. Ma

 

anch’io dovevo fare così.

 

 

 

Dopo un po’ di tempo mi sono ammalato. Avevo spesso degli incubi che mi

 

svegliavo perfino di notte. Una notte ho sognato di aver trovato un pacco; l’ho

 

aperto e dentro vi era un libro. Era una Bibbia, tutta luminosa e splendente. Mi

 

sono svegliato e ho pensato che solo mia nonna mi aveva parlato della Bibbia. Mi

 

sono ricordato che lei diceva che Gesù è onnipotente. Allora ho concluso: forse,

 

se Gesù è onnipotente, mi potrà guarire da questa malattia! E così ho cercato

 

una chiesa lì attorno e ho trovato una chiesa protestante. Ma per un comunista,

 

credere in una religione è proibito. Per questo andavo all’incontro coi

 

protestanti di nascosto e in segreto.

 

 

 

La paura e i miracoli

 

 

 

Appena finiti gli studi, dopo la laurea, grazie agli appoggi nel Partito, ho

 

trovato subito un buon lavoro in una grande città. Prima di iniziare a lavorare,

 

la ditta mi ha dato il permesso di andare per un mese a salutare i miei che

 

vivono in un’altra regione. Quasi alla fine del mio mese di vacanza, un mio

 

amico – che ho scoperto poi essere cattolico  - mi ha regalato 10 cassette su

 

cui erano registrate delle prediche di un sacerdote cinese. Dopo aver ascoltato

 

quelle cassette, è cominciata una grande battaglia nel mio cuore: pensavo che

 

forse Dio esiste veramente; forse davvero la religione cattolica è quella vera…

 

Ma nello stesso tempo mi venivano in mente tutte le teorie sull’ateismo studiate

 

a scuola e all’università. Sono caduto nell’angoscia, anche perché avevo paura

 

che accettando la fede cattolica, rischiavo di perdere il mio lavoro.

 

 

 

Non sapevo cosa fare. Quel giorno dovevo ritornare in città a iniziare il mio

 

impiego. Avevo già il biglietto del pullman. Per la prima volta nella mia vita

 

mi sono rivolto alla Madonna: “Santa Maria – le ho detto – se tu veramente

 

esisti, se la fede cattolica è vera, se vuoi che io diventi cattolico, dammi un

 

segno: domani, durante il viaggio fa’ succedere qualcosa di importante, magari

 

un incidente, in cui io sopravviva, e così crederò”. Adesso penso che sono stato

 

molto stupido sfidare o tentare Dio. Ma a quel tempo è stata l’unica preghiera

 

che mi è venuta in mente.

 

 

 

Il giorno dopo è successo davvero un incidente: il pullman su cui viaggiavo,

 

mentre percorreva la strada ad alta velocità, ha bucato la ruota anteriore

 

destra. Il pullman è uscito fuori strada e si è capovolto. Tutti ci siamo

 

salvati, ma abbiamo dovuto faticare a uscire dai finestrini e dai rottami. Io

 

sono rimasto scosso, ma non ho dato molto retta a questo segno.

 

 

 

Dopo ore ed ore di attesa, la società dei pullman ne ha mandato un altro in

 

sostituzione e abbiamo continuato il viaggio. Ma l’incidente ci aveva fatto

 

perdere tempo. Quando siamo arrivati alla stazione ferroviaria – dovevo ancora

 

prendere il treno – era molto tardi e i biglietti per il mio treno erano

 

esauriti. Allo sportello vi era una lunga coda e tutti ci dicevano che avremmo

 

trovato biglietti solo per un treno dopo 3 giorni. Ero sfinito e in angoscia: mi

 

sarei dovuto presentare con enorme ritardo al mio primo impiego e al mio primo

 

giorno di lavoro. Mi è venuto in mente di pregare ancora la Madonna: “Aiutami a

 

comprare un biglietto del treno. Se questa volta mi aiuti, ti giuro che ti

 

seguirò!”.

 

 

 

Stando in coda nella lunga fila, avevo perso la speranza. A un tratto, un uomo

 

arriva gridando: “Questo biglietto è per la città di….. . È per oggi. Chi lo

 

vuol comprare?”. Era la mia destinazione. L’ho comprato subito. L’uomo mi ha

 

detto che aveva preso il biglietto per un suo amico, il quale gli aveva

 

telefonato in quel momento per dirgli che non riusciva ad arrivare in tempo. Gli

 

ha chiesto di restituire il biglietto, ma siccome mancavano 40 minuti alla

 

partenza del treno, il biglietto non si poteva rimborsare, e allora ha domandato

 

in giro, cercando di venderlo a qualcuno.

 

 

 

Era un segno piccolissimo, ma è stato l’inizio, il primo passo della mia

 

conversione.

 

 

 

Dopo aver cominciato a lavorare, sono andato in cerca di una chiesa cattolica e

 

lì frequentavo la messa, ma sempre in segreto. Pian piano ho compreso di più

 

cos’è la fede cattolica e alla fine mi sono deciso a chiedere il battesimo.

 

 

 

Diventare cattolico e trovare la pace

 

 

 

Trovando la fede cattolica, ho scoperto una comunità piena di gente semplice e

 

buona, dove non ci si raccontava più bugie. Avevo trovato degli amici veri. Per

 

me è stata una liberazione: non avevo più bisogno di mentire. Nella comunità si

 

criticava davvero se stessi e si criticava perfino il sacerdote. Incominciavo a

 

vedere la luce e a capire che avevo trovato il senso della vita.

 

 

 

Ma per ricevere il battesimo dovevo superare un grande ostacolo: la mia

 

appartenenza al Partito comunista.

 

 

 

Un comunista è ateo; il cristiano crede in Dio: non è possibile essere cattolici

 

e comunisti nello stesso tempo. Anche il sacerdote che mi istruiva mi ha detto

 

che dovevo uscire dal Partito. Ma io non avevo questo coraggio: temevo che

 

lasciando il Partito avrei subito brutte conseguenze: forse avrei perduto il mio

 

lavoro; sarei andato incontro magari alla persecuzione…Il Partito in Cina

 

governa tutto; mettersi fuori da esso significa in qualche modo togliersi ogni

 

possibilità di tranquillità nella vita, sentirsi come stranieri.

 

 

 

Nel Partito comunista cinese vi è una regola: ogni membro deve dare una certa

 

somma mensile al Partito. Se uno non la consegna per 6 mesi consecutivi, viene

 

punito e talvolta estromesso dal Partito. Siccome non avevo il coraggio di

 

uscire dal Partito in modo pubblico, ho pensato di uscirne in questo modo e così

 

per 6 mesi non ho consegnato la mia quota. Ma non è successo niente: a mia

 

insaputa, il responsabile della cellula, vedendo che io non pagavo, aveva pagato

 

per me!

 

 

 

Non so perché lo abbia fatto. Era un tipo normale, né buono, né cattivo. Forse

 

ha pensato a una mia dimenticanza e ha anticipato i soldi aspettando che io

 

glieli restituissi in seguito; forse non voleva che i suoi superiori scoprissero

 

che nella sua cellula c’erano dei tipi “lassi”, perché avrebbe subito delle

 

critiche.

 

 

 

Alla fine mi restava solo la via ufficiale e ho scritto la mia lettera con la

 

richiesta di uscire dal Partito. Ma non avevo il coraggio di consegnarla. Ho

 

deciso tante volte di  presentarla, ma poi alla fine mi ritiravo. A un certo

 

punto, ho preso grande coraggio e sono andato dritto dal responsabile del

 

Partito e gli ho consegnato la lettera. Lui è rimasto senza parole: era la prima

 

volta che gli capitava di vedere che uno rifiuta di rimanere nel Pcc. Era in

 

totale confusione.

 

 

 

Finalmente potevo ricevere il battesimo. E con esso ho cominciato a gustare una

 

pace profonda.

 

 

 

Dopo un po’ di tempo, una volta incontro un mio vecchio amico della cellula.

 

Eravamo amici anche prima di entrare insieme nel Partito. Aveva saputo che ero

 

uscito dal partito per diventare cristiano. Mi ha detto  che ero molto

 

coraggioso e ha aggiunto che lui non avrebbe mai avuto il mio stesso coraggio.

 

 

 

La vita in un seminario sotterraneo

 

 

 

Dopo essere divenuto cattolico ho continuato a frequentare la messa ogni

 

domenica, ma dentro una comunità sotterranea, non riconosciuta dal governo.

 

 

 

Una volta una suora mi dice: perché non segui Gesù totalmente e diventi prete?

 

Io ho detto subito di no.  Nella mia famiglia sono tutti non credenti e

 

diventare prete sarebbe stato difficile. Nella tradizione cinese il figlio

 

primogenito, come sono io, deve sostenere i genitori quando sono vecchi.

 

Entrando in seminario i miei primi nemici sarebbero stati i miei genitori.

 

 

 

Sei mesi dopo ero a pregare nella mia stanza e  sento una voce che mi chiama:

 

Seguimi”. Nella stanza non c’era nessun altro. Nel cuore ho compreso che era

 

Gesù che mi chiamava, ma io ero troppo spaventato: fare il prete – della Chiesa

 

sotterranea – voleva dire abbandonare tutto, lasciare la famiglia, il lavoro,

 

mettersi in una situazione di rischio e di pericoli, abbracciare la croce, la

 

sofferenza, la prigionia. Ho detto di no. Ma con il mio rifiuto, è finita la mia

 

pace perché sono divenuto inquieto e senza gioia. Non volevo seguire Gesù perché

 

avevo un buon lavoro, una vita tranquilla. Ma non potevo resistere alla chiamata

 

del Signore. Così l’ho pregato di poter trovare un altro lavoro, in una città

 

più lontana. In questo modo avrei potuto lasciare l’impiego senza dare troppo

 

nell’occhio e sarei potuto entrare in seminario. Ho lavorato in quest’altra

 

città per quasi due anni, guadagnando e risparmiando su tutto per lasciare dei

 

soldi ai miei genitori e alla fine ho seguito la chiamata di Gesù. Sapevo che

 

ero debole e allora ho pregato: “Gesù, se tu vuoi, puoi rendermi fedele fino in

 

fondo, tuo discepolo per sempre. Questo sarà un grandissimo miracolo”.

 

 

 

Ho passato 5 anni in un seminario della Chiesa sotterranea. La vita era molto

 

faticosa e piena di rischi. La sveglia era alle 5. Dopo mezz’ora di meditazione,

 

celebravamo la messa e poi le lodi. Dopo la colazione facevamo le pulizie e poi

 

cominciava la giornata di studio. Si andava a letto alle 10 di sera. La vita nei

 

seminari sotterranei è un po’ dura: vivevamo in una casa di campagna messa a

 

disposizione da un fedele. Ma quando avevamo il sentore che la polizia ci aveva

 

scoperto, dovevamo fuggire e trasferirci in un altro luogo. In 5 anni abbiamo

 

cambiato casa 3 volte.

 

 

 

Noi seminaristi ci dovevamo occupare della pulizia, ma anche della cucina,

 

preparando da mangiare per tutti. Dal punto di vista materiale, la vita era

 

davvero dura: poco cibo, poca verdura, quasi mai carne; stanze affollate e senza

 

spazio… Ma nel mio cuore sentivo la pace e anche una gioia tutta nuova, diversa

 

da quella che sentivo prima. Fra i seminaristi vi era una forte amicizia e

 

fratellanza. Le difficoltà si superavano in un attimo perché ognuno era pronto

 

ad amare l’altro.

 

 

 

Dopo 5 anni di studio, è venuto il giorno della mia ordinazione sacerdotale. In

 

quel momento nella mia diocesi vi era grande tensione e c’era il rischio che la

 

polizia ci imprigionasse. Così abbiamo celebrato la messa di ordinazione alle 4

 

del mattino: a quell’ora in Cina dormono tutti, anche i poliziotti.

 

 

 

Anche se la vita di noi cattolici è difficile, la fede ci sta davvero

 

rafforzando. E questo anche grazie alla testimonianza dei sacerdoti che sono in

 

prigione. Un piccolo esempio: nel mio paese natale, nell’83, quando la Cina ha

 

cominciato le grandi riforme economiche, vi erano solo 3 famiglie cattoliche.

 

Adesso, dopo quasi 20 anni, i cattolici sono più di 4 mila. È proprio vero che

 

il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani.

 

 

 

Anche per me, la mia forza è Gesù stesso. Lui ha detto: “Non voi avete scelto

 

me, ma io ho scelto voi” (Giov. 15,16). Su questa strada io trovo la croce, ma

 

anche la gioia e la pace. Con il suo aiuto, lo seguirò sempre, superando tutte

 

le difficoltà.
 
 
 
 
VERITATIS SPLENDOR
 
 
Matrimoni e famiglia: attenti al golpe delle minoranze gay

Farneticazioni che stanno diventando tragica realtà.
"La minoranza illuminata che ha «preso coscienza» della falsità dell'opinione maggioritaria deve dunque conquistare il potere e imporre il «progresso» alla maggioranza non sufficientemente consapevole… Una minoranza illuminata ha dunque il diritto e il dovere di prendere il potere e di imporre alla maggioranza - per il suo stesso bene, di cui però la maggioranza non è consapevole - il rovesciamento dei principi del «senso comune»…"
di Massimo Introvigne
 
Matrimonio omosessuale e diritto delle coppie gay di adottare figli nonché, nel caso delle lesbiche, di «produrli» con l'inseminazione artificiale: contro Zapatero è sceso in campo anche il cardinale Ruini, convinto che ai politici italiani si debba chiedere di prendere posizione subito, così che gli elettori che voteranno nel 2006 ne conoscano le posizioni.
Lo stesso dibattito è in corso in Francia, e nelle ultime settimane si è concentrato sul matrimonio gay, un duro pamphlet del filosofo Thibaud Collin, ascoltato consigliere di Sarkozy, che ne ha subito preso le difese. Per Collin una società può sfuggire alla sua auto-distruzione soltanto se riposa su alcuni principi del «senso comune», accettati da tutti. Tra questi ci sono l'idea che uccidere l'innocente e rubare siano comportamenti criminali, il divieto della pedofilia e dell'incesto, e anche la nozione che un figlio sia tale in quanto ha un padre e una madre e che il matrimonio sia l'unione fra un uomo e una donna. Una democrazia è veramente tale in quanto rispetta questi principi, che sono condivisi dalla grande maggioranza dei cittadini ma nello stesso tempo costituiscono il retroterra etico su cui la stessa democrazia si fonda, così che il fatto che un governo sia stato eletto dalla maggioranza non gli consente di per sé di modificarli.
Il marxismo, prosegue Collin, ha sostenuto che alcuni di questi principi, come la tutela della proprietà privata e l'idea che l'oppositore politico non può essere incarcerato o ucciso in quanto ostacola il progresso, ancorché condivisi dalla maggioranza, derivano da una «falsa coscienza» indotta dal capitalismo. Una minoranza illuminata ha dunque il diritto e il dovere di prendere il potere e di imporre alla maggioranza - per il suo stesso bene, di cui però la maggioranza non è consapevole - il loro rovesciamento.
Oggi una rivoluzione ulteriore al marxismo, secondo il filosofo francese, ragiona nello stesso modo. Sa bene che la maggioranza è contraria al matrimonio degli omosessuali, e al fatto che due persone dello stesso sesso possano «avere» (per adozione o fecondazione artificiale) dei figli.  Ma sostiene che questa opposizione deriva da una «falsa coscienza» indotta dall'«eterosessismo» (la convinzione della «normalità» dei soli eterosessuali) e dalla «omofobia», patologie psicologiche e sociali che vanno studiate come tali. La minoranza illuminata che ha «preso coscienza» della falsità dell'opinione maggioritaria deve dunque conquistare il potere e imporre il «progresso» alla maggioranza non sufficientemente consapevole. Con il che, conclude Collin, si scardinano sia la democrazia sia il retroterra etico che la fonda.  E si apre la strada alle utopie di filosofi come Derrida, Foucault e i loro emuli americani secondo cui, dopo la trasformazione del semplice omosessuale in attivista «gay», quest'ultimo evolve nel «queer», per cui l'identità sessuale, l'età, la parentela non sono importanti ma conta solo il desiderio. Tutto quanto può essere oggetto di desiderio è lecito: così alcuni teorici «queer» chiedono la legalizzazione di tutte le droghe, dell'incesto e almeno di alcune forme di pedofilia. Naturalmente, non è questa la posizione della maggioranza dei sostenitori del matrimonio gay.
Ma la lezione di Collin è che «fare esplodere» (l'espressione è di Foucault) i fondamenti della società scoperchia un vaso di Pandora da cui può uscire una «dittatura queer» che non è meno pericolosa della «dittatura del proletariato» marxista.

Il Giornale n. 154 del 24-06-05
 
 
 
Admiten pérdidas y poco éxito en investigación con células estaminales embrionarias
WASHINGTON D.C., 25 Jun. 05 (ACI).- Cientos de científicos que respaldan la investigación de células estaminales embrionarias se reúnen en estos días en California para discutir el estado actual del controvertido campo de estudio. En la cita admiten que no han progresado mucho y están perdiendo millones al tratar de perfeccionar sus polémicos experimentos. Según informa LifeNews.com, el Presidente de Celgene, Alan Lewis, declaró a Associated Press (AP) que “muchas de las tecnologías que hemos mostrado al público aún no dan resultado”.
Por su parte, James Thomson, el biólogo de Wisconsin que fue el primero en aislar células estaminales embrionarias, también admite que sus méritos han sido exagerados.
Thomson señaló también que la tecnología tiene aún un largo camino por recorrer y admitió que las células estaminales embrionarias aún no se utilizan en pruebas clínicas con seres humanos.
"Espero que existan algunas aplicaciones para esta tecnología en los trasplantes, pero van a ser muy complicadas. Esto ha sido tan publicitado por la prensa que la gente cree que el éxito se alcanzara pasado mañana”. Según Thomson, las curas que puedan provenir de este tipo de células, sólo ocurrirían dentro de “diez o 20 años contando desde ahora”. Agregó que "algunas empresas comenzaron a dedicarse a esto de las células estaminales pero ninguna ha hecho dinero”.
Mientras tanto, Lewis también afirmó que muchos de los inversionistas que sostienen las investigaciones “están siendo muy cuidadosos” en cuanto al dinero debido al poco éxito de los estudios y a la falta de proyectos a futuro.
Según William Haseltine, de Human Genome Sciences, una corporación dedicada a la investigación de células estaminales embrionarias, los resultados se verán en 20 o 30 años” y su empresa no está gastando dinero en células embrionarias que no han sido probadas. Agregó que “el tiempo para comercializarlas es tan largo que yo no invertiría”. Como resultado, las empresas líderes en investigación de células estaminales embrionarias están perdiendo dinero.
Geron, empresa de biotecnología con sede en California, ha invertido 100 millones de dólares y debido al poco éxito de las investigaciones ha perdido 80 millones el año pasado.
Advanced Cell Technology, empresa de Massachusetts que fue la primera en alegar que había clonado un embrión humano, tiene problemas financieros y, de acuerdo a AP, tiene más problemas para obtener óvulos para su investigación.
 
 
Experta: Debate sobre homosexuales no debe desviar atención sobre adopción
MADRID, 24 Jun. 05 (ACI).- La especialista en temas de familia de la Universidad de Arkansas (Estados Unidos), Hillary Wilson, recordó a los españoles que deben preocuparse por respetar el derecho de los niños a tener padre y madre, antes que buscar el consenso social sobre la conducta homosexual.
En medio de los ataques contra el catedrático Aquilino Polaino, que osó presentar ante el Senado el “perfil psicopatológico” de los homosexuales, Wilson explicó que la reacción de asociaciones “profesionales” contra su postura era de esperarse.”¿Cuándo fue la última vez que no ‘le fue en feria’ a alguien que sugirió que la homosexualidad fuera algo más que un ‘estilo de vida sano y laudable’ de individuos maduros, libres y autónomos?”, ironizó la experta y consideró que “Polaino mismo sabía que sus palabras ante el Senado equivaldrían a una ‘ejecución pública de su persona y su reputación profesional”.
Según Wilson la patología de la homosexualidad o su eventual transmisión por educación, “son cuestiones de mucho peso en este debate, pero no son, ni deben ser los únicos temas que lo deciden”.
“Entre tanto apuro por disculpar, retractar, y reafirmar el buen carácter de la homosexualidad, parece ser que se ha perdido de vista el tema que originó toda esta polémica: ¿se debe o no otorgar el derecho de adoptar a parejas compuestas por personas del mismo sexo?”, agregó.
Para Wilson, “negarle la posibilidad de adoptar a una pareja de personas del mismo sexo no es una discriminación contra las personas con tendencias homosexuales. El problema, pues, no es el de la orientación sexual, sino la identidad y el objetivo de la adopción en sí: la adopción no es dar un niño a una pareja que lo quiere, sino buscar una familia para un niño que la necesita”.
“Un niño en necesidad de ser adoptado es un niño que se encuentra en una situación extraordinaria y anormal: es un niño que no tiene padres. Lo que busca la adopción es ‘creardesde el punto de vista jurídico y social una relación familiar semejante a la natural: un padre, una madre, y un hijo. No, por ejemplo, dos padres y una madre, o tres amigos, o una persona soltera porque eso no existe en la filiación biológica natural”, precisó.
Wilson explicó que “no es suficiente la simple atención y afecto de una o dos o cinco personas. Para que un niño se desarrolle equilibradamente y llegue a su madurez plena como persona humana, necesita la presencia de un padre y de una madre. Si se va a hablar de la adopción como un derecho, los derechos del niño están por encima de otros derechos por ser él el más inocente e indefenso. El beneficio que se busca es para el niño, no para la pareja que le adopta”.
La Confederación Nacional Católica de Padres de Familia y Padres de Alumnos (CONCAPA) emitió un comunicado en el que llama a la comunidad científica y los responsables de medios de comunicación para que respeten cualquier línea de investigación seria o pensamiento, con independencia de que pueda agradar o no a los “creadores de opinión”, porque de otra forma, se está condenando a la sociedad española a que tenga pensadores o investigadores que sean “políticamente correctos”, "restringiendo la libertad de opinión que permite a la sociedad avanzar, al disponer de más opciones para afrontar el conocimiento de estas cuestiones".
 
 
Canadian Parliament clears way for vote on same-sex bill, passes budget
Ottawa, Jun. 24, 2005 (CNA) - In a surprise midnight vote yesterday that caught the Conservatives off-guard, Canada’s minority Liberal government quickly cleared the way for a vote on the hotly debated same-sex marriage legislation.
The Liberals struck a major victory last night after it forced a vote on the controversial budget bill, with a number of Conservative MPs missing.
The budget was passed by a vote of 152-147. Losing the vote would have automatically toppled the Liberal government and triggered a federal election.
By the time it became evident that the Liberals were going to force a midnight vote, many Conservative MPs had reportedly already left the House, including Conservative leader Stephen Harper, who rushed back.
The budget vote was the Conservatives’ last opportunity to topple the Liberal minority government before the fall session. Political reporters had said the Conservatives had plans to try to bring down the government Monday.
The Liberals forced the budget vote by pulling out a rarely used and obscure procedural motion that cuts off all debate. This win secures their political leadership at least until the fall.
Earlier yesterday, the Liberals won a vote to extend the parliamentary session into the summer — the first such extension in 17 years — in order to pass the two controversial bills.
In order to extend the session, the Liberals needed the support of Canada’s separatist party, the Bloc Québécois. It got this support after the Liberals struck a deal with the Bloc and gave them a written guarantee that the same-sex marriage legislation — bill C-38 — will come to a vote before the session ends.
"The Liberal party is now cutting deals with the separatists, to appease the socialists, to prop up their corrupt government," Conservative deputy leader Peter MacKay had remarked.
With the budget bill passed, that leaves bill C-38 as the big issue on the table. It is expected to pass easily as it has the support of the Bloc, the NDP and most Liberals.
Conservative deputy leader Peter MacKay expressed outrage over the Liberals’ political scheming.
"It's a very sour end to an acrimonious and bitter session and does not bode well for the future workings of Parliament,” he reportedly said.
He described the Liberals’ tactics as well as the deals that they struck with the socialist NDP and the separatist Bloc parties as “diabolical, sneaky, treacherous, [and] behind-the-scenes.”
MacKay even compared the Liberals to one of Hollywood's most notorious killers: “We have to start thinking that Hannibal Lecter is running the government and they'll do anything they have to do to win.”
Prime Minister Paul Martin commented on yesterday’s events, saying: “Well, I'm very glad we got the budget passed. I think it's very important budget for child care and for cities.”
 
SOCIETA’
 
 
Chi l’ha detto che i laici non hanno valori? di Giampiero Mughini - da Corriere della Sera Magazine del 23 giugno 2005, pag. 53
 
Caro Direttore, e adesso che le furie pro o contro i NO e i SI ai quattro referendum vanno placandosi – dopo un risultato che è schiacciante quanto alle quantità espresse,ma niente affatto univoco quanto alle interpretazioni possibili del voto referendario – da “relativista” accanito quale sono vorrei dirti due o tre cose. Non a suonare tamburi che autorizzano lo schieramento laico, uno schieramento che dal voto del 12 giugno sembra uscire con le ossa rotte, quanto a commentare quella che in questi ultimi mesi è divenuta una tonalità dell’opinione pubblica italiana. Innanzitutto in occasione dell’agonia e della morte di papa Giovanni Paolo II, formidabile protagonista della vita pubblica europea di questi ultimi venti anni. Poi in morte della povera Terry Schiavo, una morte decisa in ragione di un criterio da eutanasia e che ha suscitato qualche schiamazzo da lavandaia. Poi in occasione dell’elezione del nuovo papa, quando è apparso che il “non possiamo non dirci cristiani” caro a Benedetto Croce si era trasformato in un “non possiamo non dirci ratzingeriani”, e a me sembrano due enunciazioni diversissime tra loro. Poi nell’occasione di questo sciagurato referendum – un referendum che probabilmente non si doveva fare, esattamente come non si deve fare un referendum pro o contro la teoria della relatività – quando s’è alzata più di una voce dello stesso schieramento laico a ricordarci che senza Valori non si può vivere e dunque che non possiamo fare a meno dei Valori cattolici, anche qui due affermazioni diversissime l’una dall’altra e non che la seconda scorra giù dalla prima. Posizione, quest’ultima, quella del non potere fare a meno dei Valori cattolici, che è stata ragionata, interpretata e spettacolarizzata dal direttore del “Foglio” (o forse dovrei chiamaro “Figlio”, oppure “Soglio”), il mio amico Giulianone Ferrara. Risoluto, sistematico e massmediaticamente brillantissimo è stato il suo fuoco d’artiglieria contro l’Io laico, inteso come la sentina di tutte le nefandezze, come una fonte etica da cui non può non promanare l’Egoismo il più sordido, la sciatteria morale la più euforica, l’apologia dell’attimo fuggente e solo di quello perché di tutto il resto non c’è certezza. I “relativisti”, ossia delle bestie che se vedono una vecchietta attraversare la strada la sgambettano e la buttano giù. Era questo l’Io laico su cui facevano perno Giuseppe Prezzolini e Norberto Bobbio, per non dire ovviamente Benedetto Croce? Il quesito è troppo stupido per meritare una risposta. E a meno che non passino per rappresentanti dell’Io laico quel certo numero di soubrettes e sciacquette che schiamazzavano a favore del Sì referendario come di una certezza assoluta e tracotante.
 
Ci siamo dunque arrivati. Ossia che il “relativismo” laico è tutto fuorché un’assenza di etica. Vi sta parlando uno che reputa il laicismo come una pezza con cui lustrarsi le scarpe. Uno che è orgoglioso di essere stato 25 anni fa nella casa ai Parioli di Augusto Del Noce, ad ascoltare questo filosofo cattolico suggestivo e stimolantissimo. Uno che è stato fra i primissimi giornalisti laici a trattare con rispetto e interesse la passione cattolica integrale dei giovani di “Comunione e Liberazione”, quelli che erano in tanti ad aggredire e insultare. Solo che tutto questo non era altra cosa dal mio “relativismo”, era l’essenza del mio “relativismo”. Così come ne erano l’essenza i turbamenti innanzi alla legittimazione dell’aborto, purtroppo fin troppo spesso degenerata nella legittimazione dell’aborto facile. Come Pasolini, come Bobbio, quella disputa e quel dramma non li ho mai mandati giù. Altro che inviolabilità dell’embrione, lì siamo a un assassinio bello e buono. E difatti mi aspetterei da alcuni dei laici che sono stati in prima fila nell’assumere in toto i Valori cattolici, che facessero partire la loro guerra contro la legittimazione dell’aborto. E sarebbe una tragedia che si aggiungerebbe alla tragedia, perché altro non si otterrebbe, nella realtà dei fatti e delle decisioni individuali, che un ritorno alle mammane. E io di una mammana che stava in una piccola via del centro storico di Catania ho un ricordo nitido e che non la finisce di squassarmi.
 
E allora non resta che tornare a una lealtà reciproca, fra noi “relativisti” e loro cattolici. Lì dov’è una linea distintiva e separante, una linea dolorosa la sua parte che separa i confini tra i nostri Valori e i loro Valori. La linea che separa quelli che ritengono che ci sia un Prima e un Sopra che predetermina la storia degli uomini (“la misericordia divina”, quella che i musulmani chiamano la “misericordia di Allah”), e quelli come noi che ritengono che i fatti sono tutti umani, umane le riuscite e i fallimenti, umano il dolore e la gioia, umana la misericordia e l’odio. Quelli come noi che ritengono che uno Stato non debba entrare nelle camere da letto dei cittadini, lì dove gli uomini e le donne vogliono costruire un pezzo del loro destino e un pezzo della loro felicità. Né lo Stato e le sue leggi devono entrare oltremodo nei laboratori scientifici, esattamente come al tempo di Galileo.
 
 
ASIA: tra sviluppo e venti di guerra
 
di Alessandro Stazi - http://www.equilibri.net/
 
L’Estremo Oriente, con il suo dirompente sviluppo, è ormai uno dei baricentri del potere economico mondiale. Per alcuni è la nuova terra delle opportunità, per altri un nuova minaccia al benessere del mondo occidentale. Ma l’Estremo Oriente è anche altro: un complesso insieme di rivalità politiche, economiche, culturali e storiche sta generando una conflittualità che potrebbe accendere - negli scenari più pessimistici ma non per questo completamente irrealistici - la scintilla di una nuova guerra.
Dal 3 al 5 giugno si è svolta a Singapore la quarta Conferenza asiatica sulla sicurezza che ha riunito i Ministri della Difesa di 22 paesi. I lavori sono stati dominati dallo scontro tra Cina e Stati Uniti sulla base delle polemiche dichiarazioni di Rumsfeld il quale ha accusato Pechino di spendere troppo in armamenti. Gli altri paesi partecipanti hanno aspramente criticato l’approccio americano che, a loro avviso, potrebbe finire per peggiorare il clima politico in Estremo Oriente. Intanto, a margine della Conferenza, Stati Uniti e Giappone hanno raggiunto un accordo per la riduzione delle truppe americana sul suolo nipponico: la Forza di Autodifesa giapponese si appresta dunque ad accrescere le proprie responsabilità tra i timori malcelati degli altri paesi dall’area.
 
I rapporti antagonistici e conflittuali, sotto il profilo economico e politico, tra gli attori locali ed internazionali presenti nella regione, costituiscono la cifra della realtà geopolitica dell’Estremo Oriente. È stato il politologo americano Paul Bracken, pochi anni fa, uno dei primi a mettere in guardia dai pericoli insiti nel dirompente, ma spesso caotico ed incontrollato, sviluppo economico dell’Estremo Oriente. Le rivalità regionali (alimentate negli ultimi anni dal risorgere di antagonismi nazionalistici e da processi di riarmo), il peso degli interessi degli attori internazionali, le eredità di un passato drammatico ed ancora troppo recente rappresentano un miscela esplosiva che solo una forte volontà di cooperazione da parte degli attori coinvolti può evitare si trasformi in un conflitto armato. Tale realtà ricorda solo da lontano quella della Guerra Fredda in Europa. In primo luogo, in Estremo Oriente, non esistono due blocchi compatti e ben definiti che si contrappongono ma uno scenario in cui agiscono singoli attori le cui relazioni sono caratterizzate da un complesso intreccio di interessi a volte comuni, a volte totalmente contrastanti. In secondo luogo, in Estremo Oriente manca quella rete di accordi e di strutture istituzionali regionali, nel campo della cooperazione ed integrazione economica e soprattutto politica, che permise in Europa di gestire le varie crisi.
L’attuale conflittualità asiatica ruota sostanzialmente intorno a tre centri di potere: Pechino, Tokyo e Washington. Le relazioni sino-americane e quelle sino-giapponesi sono decisive per la stabilità dell’Estremo Oriente. Lo dimostra la considerazione che le due principali crisi della regione, quella Coreana e quella di Taiwan, finirebbero probabilmente con l’essere risolte se le tre potenze della regione trovassero un modus vivendi stabile e definitivo.
 
Le relazioni sino-americane
Non è un mistero che l’ascesa della Cina – prima sul piano economico, ora inevitabilmente anche su quello politico – preoccupi gli Stati Uniti che, dai tempi della “politica della porta aperta” considerano l’Estremo Oriente un’area d’influenza fondamentale per la propria potenza economica e politica. La Cina, ora, come neanche l’URSS ai tempi della Guerra Fredda, minaccia gli interessi americani. Sul piano economico, la concorrenza cinese minaccia di sottrarre agli USA milioni di consumatori e di causare la crisi di migliaia di imprese americane: nessun settore può dirsi davvero al sicuro. Come si traduce sul piano politico la nuova potenza economica cinese? Negli ultimi anni la spesa militare di Pechino è cresciuta a ritmi notevoli: la Cina, dopo USA e Russia, è il terzo paese al mondo per spesa in armi. Può dunque la Cina rappresentare un pericolo per la sicurezza asiatica e mondiale? Molti ritengono di no. La dirigenza cinese punterebbe a realizzare una “hueping juequi”, un’ascesa pacifica che dovrebbe portare la Cina ad ottenere la status di superpotenza mondiale, in campo economico come politico. Tale strategia trova le sue ragioni in diverse esigenze. Pechino si rende conto che, nonostante la crescita degli ultimi anni, il paese è ancora lontano dall’aver raggiunto le condizioni dei più avanzati paesi occidentali in termini di reddito, standard di vita e sviluppo tecnologico. La grande corsa della Cina non è ancora finita. È necessario ancora del tempo ma soprattutto stabilità: una politica aggressiva mal si concilierebbe con tale obiettivo. Non è un caso che la Cina, sul proscenio internazionale, finisca spesso con assumere atteggiamenti cauti, addirittura distaccati, laddove non sono in gioco direttamente i suoi interessi. Le vicende della guerra irachena lo stanno a dimostrare.
La pragmatica dirigenza cinese ha inoltre capito che il divario militare con gli USA, quantomeno in termini qualitativi, è troppo elevato per essere colmato nel breve periodo: una corsa al riarmo si rivelerebbe una gioco a somma zero. I cinesi si rendono probabilmente conto che, nel XXI, secolo i rapporti di forza solo in “piccola” misura si giocheranno nelle caserme. All’aggressività i cinesi preferiscono una politica di irraggiamento (rayonnement) che attragga nell’orbita cinese tutti i paesi dell’area: un modo alternativo per ridurre l’influenza americana non solo nella regione ma nel mondo intero (come dimostra la penetrazione economica cinese in Africa e America Latina). Del resto, i cinesi non hanno mai nascosto il loro fastidio per un ordine mondiale che, a loro avviso, è dominato dall’unilateralismo americano: non è un caso che una delle parole d’ordine più ricorrenti nella dirigenza cinese è multilateralismo. Piuttosto che agire nelle organizzazioni internazionali già esistenti – che per i cinesi sono di fatto in mano americana – Pechino preferisce promuovere nuove iniziative, anche se per il momento limitate solo al campo economico: è del 2001 la proposta cinese di realizzare un’area di libero scambio tra la Cina e l’ASEAN che rappresenterebbe un incredibile strumento di contenimento dell’influenza americana e giapponese nell’area. L’ascesa di Pechino si realizzerebbe dunque, per riprendere la felice espressione di Nye, attraverso la forza del “soft power” e a differenza del Giappone tra le due guerre mondiali, la potenza cinese utilizzerà le sole armi dell’economia. Dal canto loro, gli Stati Uniti, complici gli sforzi in Iraq e nella lotta al terrorismo, sembrano ancora incerti su come reagire all’ascesa cinese. In realtà, negli USA sembrano per il momento prevalere atteggiamenti negativi. Per alcuni la Cina è vista come una minaccia all’egemonia americana nel mondo, un pericolo per la sicurezza internazionale e per la diffusione dei principi democratici nel pianeta ed è questa la base di partenza per richiedere provvedimenti “punitivi” nei confronti di Pechino, sia sul piano economico (misure protezionistiche) sia su quello politico (politica più aggressiva sulla questione di Taiwan). Per altri, la Cina è destinata al collasso politico e sociale sotto il peso di uno sviluppo economico incontrollato e caotico che sta generando squilibri sociali e demografici che finiranno presto con l’essere incontrollabili. Gli USA dunque dovrebbero prepararsi piuttosto a gestire gli effetti destabilizzanti che si produrrebbero in Asia a causa di un simile catastrofico avvenimento. Per i cinesi entrambe queste visioni sono il frutto di un pregiudizio anticinese: il confronto con gli americani, sembrano dire, deve avvenire su basi diverse. Ma, allo stato attuale, l’approccio americano sembra oscillare tra l’aggressività – come quella di Rumsfeld a Singapore – e il riconoscimento del ruolo che la Cina può giocare per la stabilità e la pace internazionali, uno dei presupposti dei negoziati 4+2 per la soluzione della crisi coreana.
 
Le relazioni sino-giapponesi
L’Estremo Oriente del XXI secolo vedrà per la prima volta confrontarsi Cina e Giappone sullo stesso piano. Si tratterà di un confronto a 360 gradi: economico, politico e militare. Non era mai accaduto prima. I due paesi sono sempre stati legati: per secoli, la Cina imperiale vide nel piccolo Giappone nient’altro che una sua povera provincia ma, dalla fine del XIX secolo, il Giappone Meiji iniziò un processo di modernizzazione che portò ad umiliare la civiltà cinese (per secoli considerata una sorta di punto di riferimento), sul piano economico come su quello militare. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la Cina ha dovuto faticosamente trovare la propria via allo sviluppo economico mentre il ricco Giappone è stato costretto in una dimensione politica di secondo piano. Ora, la Cina si presenta come una potenza economica con ambizioni politiche planetarie mentre il Giappone rivendica la propria normalità: la stabilità dell’Estremo Oriente nel XXI secolo si giocherà anche sulla capacità dei giapponesi di accettare la Cina quale grande potenza economico-politica (che significa per Tokyo perdere la sua leadership in Asia orientale) e, a loro volta, dei cinesi di accettare un Giappone “normale”. Mentre gli uomini d’affari cinesi concludono contratti in tutto il mondo e il governo aumenta le spese militari, Tokyo reclama un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza e progetta di riscrivere la propria Costituzione laddove essa proibisce la creazione di un vero esercito. Quale di questi due fenomeni – l’ascesa cinese e il “revisionismo” giapponese – minaccia maggiormente la stabilità asiatica? Forse più corretto chiedersi qual’è la percezione che di essi hanno gli altri paesi della regione. Alla Conferenza di Singapore, numerose delegazioni hanno chiaramente indicato nel Giappone, e non nella Cina, il maggiore pericolo per la sicurezza asiatica. Il peso della storia, i rapporti privilegiati di Tokyo con gli Stati Uniti e probabilmente la maggiore abilità politica di Pechino – molto astuta nell’evitare quegli atteggiamenti aggressivi che forse penalizzano Tokyo – determinano tale percezione.
Gli attuali rapporti sino-giapponesi non sembrano dei più cordiali, al momento. Alle rivalità economiche si accompagnano toni nazionalistici che non si ricordavano da tempo. La vicenda dei libri di storia giapponesi è solo l’ultima in ordine di tempo. In realtà, gli opposti risorgenti nazionalismi appaiono solo degli strumenti che le rispettive classi dirigenti utilizzano per i propri fini interni e dietro ai quali non si nasconderebbe nessun reale proposito bellicoso. Pechino deve trovare, per far fronte al tramonto dell’ideologia maoista, un nuovo collante per tenere insieme una popolazione numerosa ed eterogenea; Tokyo, dal canto suo, ha bisogno invece di “giustificare” agli occhi di una popolazione ancora incerta la sua politica “revisionistica”.
 
Conclusioni
Lo sviluppo economico non ha sinora garantito la stabilità politica dell’Estremo Oriente. L’esperienza dell’Europa, dall’alba dello sviluppo industriale fino ai giorni nostri, sembra suggerire che lo sviluppo economico solo laddove accompagnato da processi di integrazione economica e politica può garantire anche la stabilità e la pace. La fine della Guerra Fredda ha accentuato la conflittualità asiatica con il venir meno dell’elemento “frenante” rappresentato dal confronto bipolare. Sta ora alla volontà politica degli attori presenti nella regione comprendere come la crescita economica e il benessere che ne è seguito potrebbero essere seriamente compromessi con il perpetuarsi dell’attuale situazione di tensione e, soprattutto, comprendere gli enormi vantaggi che potrebbero derivare dall’integrazione.
http://www.equilibri.net/
 
 
La Cina esporta anche mafia di Massimo Introvigne-
 
Singapore: uno scambio di idee con i colleghi del Centro studi sulle società segrete cinesi del museo Storico di Singapore, con cui sono in rapporto da qualche anno, è occasione per fare il punto sull'evoluzione mondiale di questo fenomeno, che interessa in misura crescente l'Italia. Le società segrete cinesi sono da sempre studiate dagli storici e sociologi della religione, perché - ben più della mafia o della camorra in Italia - queste organizzazioni criminali hanno un ricchissimo rituale religioso.  Il governo cinese scopre la società segreta per eccellenza, intorno a cui ruotano tutte le altre - la Tiandihui (Società del Cielo e della Terra) o «le Triadi» (con riferimento all'unione di tre elementi: il Cielo, la Terra e l'uomo) - in occasione della rivolta separatista che scoppia a Taiwan negli anni 1787-1788. Le indagini rivelano che la società esiste da decenni, e mescola rivendicazioni politiche - con l'aspirazione alla restaurazione della dinastia etnicamente cinese Ming e il rovesciamento degli «usurpatori» Qing venuti dalla Manciuria - con attività criminali.
 
Emerge anche il rituale, che guida l'iniziato a entrare in una mitica città celeste attraverso una serie di tappe che rievocano la mitologia imperiale Ming. Sulle origini delle Triadi si discute da anni. I nazionalisti che oggi governano Taiwan e i comunisti di Mao hanno visto nelle Triadi rispettivamente una forma embrionale di protesta nazionalista o di rivendicazione sociale. A suo tempo, sia il padre del nazionalismo Sun Yat-Sen sia Mao hanno chiesto pubblicamente l'aiuto delle Triadi per le loro rivoluzioni, giunti al potere. Oggi le interpretazioni nazionaliste o marxiste sono considerate anacronistiche, e gli storici si dividono nell'interpretare le Triadi come evoluzione di gruppi di auto-protezione di villaggio nati in epoche contrassegnate da anarchia e insicurezza, ovvero di movimenti religiosi di tipo apocalittico e messianico.
 
Resta il fatto che fin dall'origine le Triadi hanno avuto una componente criminale: si sono occupate di racket, di fumerie di oppio e di bordelli clandestini,  tanto più nell'emigrazione cinese in Asia (soprattutto a Singapore e in Indonesia), poi negli Stati Uniti e in Europa. Dopo la Seconda guerra mondiale e la fine di una certa tacita tolleranza che in diversi Paesi «delegava» alle Triadi la gestione delle comunità cinesi immigrate, l'aspetto criminale ha soppiantato quasi totalmente gli elementi culturali e religiosi. Anche dove rimane, il rituale non è più compreso dalla maggioranza dei giovani affiliati, che trovano nelle Triadi una forma di criminalità organizzata potente e globale.  Ramificate in tutto il mondo, le Triadi sono state già oggetto anche in Italia dei primi processi che hanno loro applicato lo schema dell'associazione mafiosa.
 
La pericolosità delle Triadi non va sottovalutata. Ai tradizionali interessi che coinvolgono racket, droga e prostituzione, aggiungono oggi una gestione del contrabbando che, eludendo qualsiasi discorso di dazi o quote, attraverso i corrotti Paesi dell'Asia Centrale ex-sovietica porta prodotti cinesi verso la Russia e la Polonia. Una volta in Polonia, questi beni sono ormai nell'Unione Europea. Rimane il dubbio che - oggi come ieri - questo tipo di attività delle Triadi, che consente di aggirare i limiti all'esportazione, goda di qualche connivenza presso autorità cinesi che ufficialmente delle società segrete negano perfino l'esistenza. 
 
da www.ilgiornale.it
 
 
CULTURA
 
Basta Croce rossa, meglio un cristallo rosso
 
All'interno il commento di Deborah Fait
di  Matteo Durante (Panorama)
 
Nuovo emblema per la Croce Rossa: un "cristallo" rosso su sfondo bianco, più neutro e condivisibile rispetto alla croce. Una conferenza diplomatica, probabilmente convocata entro il prossimo ottobre, darà il via formale al terzo emblema del movimento. La vicenda - spiega Massimo Barra, vicepresidente della Federazione - è al centro da anni di dibattiti e confronti diplomatici, non sempre sereni
Ha operato in mezzo a guerre mondiali e conflitti locali, catastrofi e sciagure, facendosi largo, e scudo, proprio grazie a quella bandiera, rossa su sfondo bianco.
E' successo fin dal 1864: anno della fondazione, ad opera del filantropo svizzero Henry Dunant, del movimento internazionale dei volontari del soccorso.
Però a breve, vittima della globalizzazione dei simboli, sembra destinata a sparire: la storica croce rossa dovrebbe "andare in pensione", per ragioni politiche e/o ideologiche.
 
La CRI adotterà, al suo posto - almeno in tempo e in zone di guerra, una nuova bandiera: un rombo rosso su fondo bianco (nome più gettonato: "cristallo rosso"), ritenuto più neutro e meno schierato, rispetto alla croce.
Benché anche quest'ultima non sia carica di alcun significato religioso - essendo solo il rovescio della bandiera svizzera - i responsabili internzionali della CRI hanno pensato di adottare il cristallo perché maggiormente condivisibile da tutte le 181 società che compongono la Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa.
 
CROCE, MEZZALUNA E STELLA DI DAVIDE
Una conferenza diplomatica, da tenersi a Ginevra il prossimo ottobre, darà il via formale al terzo emblema del movimento.
La vicenda - spiega Massimo Barra, vicepresidente della Federazione, reduce da una serie di incontri all'estero sulla vicenda - è al centro da anni di dibattiti e confronti diplomatici, non sempre sereni.
Fatta eccezione per Israele, che attualmente impiega come proprio simbolo la stella di Davide rossa, in tutto il mondo, le società di Croce Rossa utilizzano l'emblema della croce o della mezzaluna rossa.
Tre anni fa, la Croce Rossa Americana ha posto fortemente la questione-Israele, decisa a trovare una soluzione. Tanto decisa che da allora, per protesta, non paga la quota associativa alla Federazione.
 
EMBLEMA PROTETTIVO ED EMBLEMA INDICATIVO
L'escamotage, sul quale per ora c'è un'intesa di massima, introduce una distinzione fra emblema protettivo (quello che si utilizza nelle ostilità e che impone il divieto dell'attacco per gli operatori che lavorano sotto il simbolo) ed emblema indicativo, ossia quello a cui le società ricorrono in occasione di iniziative di promozione nazionali.
L'ipotesi risolutiva sarebbe quindi che in situazioni di conflitto armato si utilizzerà il nuovo simbolo col "cristallo rosso", mentre nelle proprie iniziative, in tempo di pace, ognuno continuerà ad utilizzare la croce rossa o la mezzaluna rossa.
"Ora che il processo di pace in Medioriente sta andando avanti, ci sono le condizioni per una soluzione definitiva anche per questa vicenda - commenta il vicepresidente della Federazione - il Comitato internazionale ha cercato più volte in questi anni di giungere ad un'intesa sul nuovo emblema perché non vuole dedicare più di tanto tempo al simbolo quanto alle vittime".
Per formalizzare il nuovo emblema serve l'avvallo dell'assemblea degli stati che aderiscono alle convenzioni di Ginevra, che giunga a un protocollo aggiuntivo di modifica delle stesse convenzioni in cui si accetta il terzo simbolo.
Vista la spinosità della questione - come detto: simbolica e diplomatica al tempo stesso - probabilmente per riuscire a far passare l'idea di un terzo simbolo, ci vorrà del tempo.
A temerlo è lo stesso Barra: "Stiamo lavorando - conclude Barra - perché questo processo vada in porto e si affrontino con più determinazione i problemi concreti".
 
 
E cosi' la Croce Rossa cambia simbolo di Deborah Fait
 
La croce si trasformera' in  un rombo e sara' chiamato "cristallo rosso".
Indovinate un po' di chi e' la colpa? Avete indovinato? Nooo? 
Avete veramente poca fantasia, signori miei. La colpa e' naturalmente di Israele.
Potevamo dubitarne? No, ne eravamo certi e aspettavamo soltanto il lancio ANSA per farci le nostre amare risate.
Il lancio e' avvenuto e dice testualmente "In tutto il mondo le societa' di Croce Rossa utilizzano l'emblema della croce e della mezza luna rossa. Unica eccezione e' appunto Israele che impiega come proprio simbolo la Stella di Davide rossa. Scelta individuale che, venendo meno al principio di universalita' del movimento , non ha consentito finora l'ammissione di questo paese all'interno della Federazione."
Domanda che i geni dell'Ansa non si pongono: perche' allora la mezzaluna e' stata ammessa?
Se  cristiani e musulmani hanno il loro simbolo come si puo' avere  la sfacciataggine di affermare che "solo " Israele, non riconoscendosi giustamente sotto la croce ne' sotto la mezzaluna, e' colpevole di voler fare una scelta "individuale"?
No, non si puo' ridere amaro, qui e' obbligatorio piangere e strapparsi i capelli perche' tanta palese e infame  ipocrisia e' addirittura extraterrestre.
In tutto il mondo la Croce Rossa usa il simbolo elvetico della croce che mette in pace tutti i popoli cristiani,  usa altresi' il simbolo della mezza luna rossa che mette in pace tutti i popoli islamici e abbiamo coperto gia' qualche miliardo di persone.  Quindi tutti felici e contenti se non ci fosse quel rompiscatole prepotente di Israele, con 5 miseri milioni di persone rompiscatole e arroganti,  che vorrebbe  anche il suo simbolo , cioe' la Stella di Davide rossa, nel logo della CRI International.
Lasciamo stare per un momento la solita disinformazione italica  e parliamo di storia e di discriminazioni.
Il MDA (maghen david adom=stella di davide rossa) nasce nel 1930, diciotto anni prima della ricostituzione dello Stato di Israele, e, nonostante il grande valore del suo personale medico e paramedico non e' mai stato riconosciuto dalla CRI.
Riuscite a indovinarne il motivo?
No anche questa volta?
Gia', siete delle brave persone quindi non puo' sfiorarvi il pensiero che l'esclusione di Israele sia sempre stata razzista e discriminatoria.
Il MDA ha piu' di 1000 ambulanze, migliaia di persone specializzate, altamente specializzate, ospedali da campo ultramoderni, decine di migliaia di volontari, cani da salvataggio, tecnologia ad altissimo livello.
Il MDA e' stato il primo fra le organizzioni di salvataggio ad aprire un ospedale da campo in Bosnia.
Vedrete il simbolo della Stella di Israele sulle divise di chi va a salvare la gente in tutto il mondo, terremoti, tsunami,  guerre, vulcani .
Dovunque e insieme alla CRI ma mai riconosciuto come membro.
Pochine invece le mezzelunerosse....
In verita' il simbolo della mezzaluna rossa io la vedo soprattutto  nei territori palestinesi dove, durante questi anni di guerra, i suoi volontari hanno dato asilo ai terroristi, hanno trasportato armi e kamikaze sulle ambulanze e hanno impedito a Zahal di arrestare degli assassini che si nascondevano nei loro uffici.
E' importante dire che la croce della Federazione non e' un simbolo religioso ma riporta, a colori invertiti, la bandiera elvetica. Nonostante cio', nel 1929, gli stati arabo-islamici pretesero che nel logo internazionale fosse aggiunta la mezzalunarossa.
Detto....fatto...chi osa mandare gli arabo/islamici a quel paese?
La cosa tragica e' che da quel momento i due simboli presero un significato religioso e politico col risultato che Israele ebbe il veto arabo, ormai quasi secolare,  di entrare a far parte della Federazione.
Non e' servito protestare, non e' servito andare in tutto il mondo a salvare la gente, non sono servite lettere e petizioni.
Il NO  arabo e' sempre stato assoluto.
Piccola parentesi: a capo della CRI svizzera sedeva fino a qualche tempo fa  il fratellino di Arafat... vi suggerisce  qualcosa questo insignificante particolare?
Spero che questa volta il vostro sia un si forte e chiaro!
Chiusa parentesi.
Un paio d'anni fa la CRI americana in segno di protesta per questa vergognosa discriminazione  nei confronti di Israele cesso' di pagare le quote e allora la dirigenza europea  ebbe una bella pensata: proporre a Israele di trasformare la stella in una specie di rosa dei venti, simbolo che avrebbe dato meno fastidio ai padroncini arabi cosi' sensibili e delicati.
Israele non accetto' il compromesso e tutto resto' come prima.
Questa storia di odio e discriminazione  e' sconosciuta ai piu' quindi  chi legge i giornali si beve inevitabilmente la  versione ANSA.
D'ora in poi , guardando il nuovo simbolo del cristallo rosso,  la gente pensera' con rabbia
" Tutta colpa di Israele".
Naturalmente.
Deborah Fait
www.informazionecorretta.com
 
 
Retorica della ricerca di Stefano Zecchi
 
C'è una polemica al giorno sulle ricerche scientifiche in Italia, sul fatto che si investe poco, sul fatto che le imprese private sono troppo assenti dal mondo della ricerca scientifica e non cooperano a sufficienza con le università. C'è ormai anche una retorica della comunicazione che ad ogni occasione non si stanca di sottolineare che lo sviluppo di una società nasce dalla ricerca. Una verità che, in realtà, è vecchia quanto la storia del mondo, ma che, ripetuta oggi con tanta insistenza, diventa il sintomo di un malessere e non di un proposito virtuoso.  E al leit motiv sulla ricerca scientifica si aggiunge il coro sul bisogno di competizione, come se la nostra vita non sia stata da sempre segnata da una ideale gara intellettuale per lo sviluppo delle conoscenze. Così, quando si parla di ricerca, di competitività e di sviluppo l'attenzione non può che essere rivolta alle università, e ciò non da ora, ma fin da quando, nel Medio Evo, si pensò di organizzare e proteggere le intelligenze in quelle strutture che, appunto, si chiamano università degli studi.  Dunque, di nuovo non c'è proprio un bel niente, se non la decadenza della cultura di eccellenza che si forma nelle università con la progressiva massificazione degli studi. Studio di massa che è la giustissima conseguenza dello sviluppo democratico della società, che tuttavia deve prevedere continui correttivi al modello di studio e di ricerca affinché esso non perda di qualità.
In Italia è accaduto invece che il processo di massificazione dell'istruzione universitaria è stato sorvegliato e garantito da un potente apparato burocratico-sindacale, mentre tutto ciò che riguarda la difesa dell'eccellenza degli studi e della ricerca è stato abbandonato a se stesso. E questo perché si tratta di una questione meritocratica, come la definisce l'apparato burocratico-sindacale, che non solo non merita attenzione, ma va apertamente osteggiata, rappresentando una reale minaccia alla massificazione dell'istruzione. Si ricorderà come la parola «meritocrazia» è da decenni ritenuta dalla politica di sinistra e sindacale un vero e proprio insulto alla democrazia.  Ma non è finita qui. I grandi alleati di questo blocco politico-sindacale, che ha osteggiato l'eccellenza e la meritocrazia, sono diventati proprio coloro che avrebbero dovuto sostenere la qualità scientifica della ricerca: cioè i professori universitari e le loro lobby, che hanno costruito proprie posizioni di potere all'interno degli atenei attraverso uno spregiudicato sistema di cooptazione dei nuovi docenti, che se ne infischia della loro preparazione per premiare la loro devozione e servilismo.  È evidente che quando un ministro intelligente è entrato nel palazzo del ministero della Pubblica istruzione, senza passare per le stanze della politica né per quelle della scuola e dell'università, si sia trovato non pochi problemi che il suo semplice buonsenso gli sottoponeva. È evidente che quando il ministro Moratti ha cercato di disarticolare il sistema che univa al potere sindacale le lobby accademiche, abbia trovato fuochi di sbarramento politici trasversali che hanno reso difficile, lento il suo cammino riformatore e, talvolta, necessariamente compromissorio.
Ritorniamo ora a considerare il mondo dell'impresa privata. Come si fa a rimproverarlo del fatto che investe poco nella ricerca universitaria? Perché si pretende che esso butti i soldi dalla finestra? Gli investimenti vanno dove c'è competitività ed eccellenza. E, infatti, se si analizzano i dati, si può facilmente osservare che il governo italiano contribuisce alla ricerca come gli altri Paesi europei: la caduta del finanziamento è nei privati, perché la ricerca in cui essi dovrebbero investire non è competitiva.  E allora, invece di tanti proclami e di tanti lamenti, sia il mondo dell'impresa sia la parte sana del mondo universitario (che esiste, ed è degnamente rappresentata) non devono lasciare solo il ministro a fronteggiare il blocco conservatore sindacale e lobbistico degli atenei. Devono sostenerlo quando introduce nella legislazione universitaria principi meritocratici, elementi di concorrenza tra le università, criteri di reclutamento dei docenti in base al merito e non in base alle parentele,  alle amicizie e al servilismo.
 
Il Giornale 26 giugno
 
 
PER UNA FEDE ADULTA
 
IL CRISTIANO E LE SFIDE ATTUALI, Mons. Carlo Caffarra
Incontro del Comitato Scientifico dell'Istituto Veritatis Splendor
22 giugno 2005
 
Vi ringrazio di aver accolto il mio invito a questo momento di riflessione. Il vostro apporto è importante per l’attività dell’Istituto Veritatis Splendor [IVS]. Esso infatti consiste nell’indicare le linee di ricerca.
Il mio intervento si propone solamente di introdurre la vostra riflessione. Lo faccio dal punto di vista del pastore attento alla condizione del popolo cristiano e alla sua vocazione missionaria.
L’esperienza più profonda e coinvolgente vissuta dalla Chiesa in questo momento è stata certamente la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI. È stata la successione petrina.
È compito della Chiesa ricevere ora nella profondità della sua vita quotidiana l’eredità spirituale di Giovanni Paolo II, nella docile disponibilità alla guida di Benedetto XVI. La mia riflessione si inserisce anche in questo contesto.
1. Ho letto attentamente e meditato il discorso di Sua Santità Benedetto XVI all’Assemblea generale della CEI: è una sorta di Lettera Enciclica alla Chiesa in Italia. È da esso che prendo spunto ed ispirazione.
Nella mia prima Nota Pastorale ho individuato nella rigenerazione del soggetto cristiano il compito fondamentale della nostra Chiesa. Nel citato discorso del S. Padre, si sottolinea la necessità che "in Cristo sia individuata la misura del vero umanesimo, per la coscienza delle persone come per gli assetti della vita sociale". Ogni giorno più vedo che questo è la questione centrale: quale misura l’uomo, intendo l’uomo concreto in carne ed ossa, assume nell’interpretazione di se stesso, nell’elaborazione delle risposte alle sue domande, nelle scelte della sua libertà? Fin dalla sua prima enciclica, Giovanni Paolo II aveva affermato: "L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve … avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in lui con tutto se stesso" [Lett. Enc. Redemptor hominis 10,1; EE 8/28]. Ed ora Benedetto XVI parla di "individuare in Cristo la misura del vero umanesimo", indicando anche i due luoghi fondamentali in cui questa individuazione deve avvenire: la coscienza delle persone e gli assetti della vita sociale.
Penso che la debolezza di cui non raramente soffre oggi il soggetto cristiano, la fragilità spirituale soprattutto dei giovani, siano dovute in primo luogo ad una grave incapacità di giudizio, e quindi di conoscere la realtà alla luce della fede. È riferendosi ai giovani che Benedetto XVI ricorre ancora una volta al testo paolino: "sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina" [Ef. 4,14].
La ricostruzione di una vera capacità di giudizio nel soggetto cristiano esige anche un grande impegno di riflessione nella Chiesa. A quest’opera di ricostruzione che compete in primo luogo ai pastori della Chiesa, è necessaria la riflessione condotta da coloro che si dedicano quotidianamente alla … "fatica del concetto". È in questa luce che comprendete il senso profondo di quella subalternanza della ricerca alla formazione nell’IVS, di cui parlo frequentemente.
2. Vorrei ora sottoporre alla vostra attenzione un tentativo di diagnosi di quell’infermità di giudizio di cui parlavo poc’anzi: per essere aiutati a capire – noi Chiesa di Bologna – e a svolgere il nostro servizio pastorale.
L’ipotesi diagnostica che propongo è, brevemente, la seguente: la debolezza o (perfino) l’incapacità di giudizio del soggetto cristiano è dovuta alla debolezza o (perfino) all’incapacità dello stesso soggetto a rispondere alle sfide culturali fondamentali che gli sono rivolte.
Prima di passare alla breve esposizione del contenuto di questa ipotesi, basta solo premettere che l’aggettivo "culturale", o meglio che il termine "cultura" in questo contesto denota l’assetto che si intende dare alla propria esistenza, il modo con cui la persona si colloca nella realtà ed in rapporto con essa.
Ciò premesso, a me sembra che nel momento in cui il credente cerca di assestarsi alla luce della fede dentro alla realtà, appunto di "inculturare" la sua fede, si trova a dover rispondere a tre fondamentali sfide: la sfida del relativismo, la sfida dell’amoralismo, la sfida dell’individualismo. Le prime due riguardano più direttamente il primo luogo in cui secondo Benedetto XVI deve avvenire l’individuazione di Cristo come misura del vero umanesimo, la coscienza delle persone; la terza riguarda più direttamente il secondo luogo, gli assetti della vita sociale.
Non è necessario che entri molto dettagliatamente nella descrizione di quella triplice sfida; voi ne conoscete bene i contenuti. Mi limito semplicemente a dire che cosa essenzialmente intendo.
La sfida del relativismo è la proposta di esistere rinunciando a quella ricerca della verità, che genera tutta la vita dello spirito; è la proposta di esistere, meglio di verificare l’ipotesi di una possibilità di vivere "etsi veritas non daretur". Mi permetto di ricordarvi un testo di Tommaso, che potrebbe essere una chiave profondamente interpretativa della sfida di cui stiamo parlando: "res naturales, ex quibus intellectus noster scientiam accipit, mensurant intellectum nostrum, ut dicitur x Metaph [com 9], sed sunt mensuratae ab intellectu divino, in quo sunt omnia creata, sicut omnia articificialia in intellectu artificis. Sic ergo intellectus divinus est mensurans non mensuratus; res autem naturalis, mensurans et mensurata; sed intellectus noster est mensuratus, non mensurans quidem res naturales, sed artificiales tantum" [Qq. Dd. de Veritate q.1, a.2]. Le due regioni della realtà che Tommaso denota come "res naturales" – "res artificiales", e nei confronti delle quali in relazione diversa si pone la ragione umana – mensurata/mensurans – , sono ridotte ad una sola; anche la "regione umana": l’uomo prodotto dell’uomo e quindi l’uomo misura dell’uomo.
La portata di questa visione la si coglie interamente quando portiamo la nostra attenzione sulla verità circa la quale l’uomo nutre non interessi penultimi, ma un interesse ultimo: la verità circa il bene della sua persona, la verità morale. È la seconda sfida con cui oggi il credente è confrontato: la sfida dell'amoralità. È la sfida di una proposta di vita, costruita da una libertà compresa e vissuta come autodipendenza pura, ossia come potere di determinare la verità circa il bene della persona e dunque come potere di costituire la sua [della persona] propria natura. Ho parlato di amoralità in un senso preciso. Nel senso che l’affermazione secondo la quale "esistono atti che, per se stessi ed in se stessi indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti" [Es. Ap. Reconciliatio et penitentia 17; EV 9/1123], non è fondata, dal momento che la condizione sufficiente per determinare tutte le regole dell’agire in un dato gruppo o società è esclusivamente il patto delle parti interessate. Consensus facit veritatem de bono/malo. La seconda sfida cui oggi il credente è confrontato è la proposta di vivere "tamquam si bonum non daretur".
L’ultima riflessione ci ha condotto dentro alla terza sfida fondamentale con cui il credente oggi è confrontato, quella che ho chiamato "sfida dell’individualismo". È possibile, è cioè pensabile un sociale umano originario, che preceda cioè ogni contrattazione sociale, se non esiste un bene comune e quindi una verità circa il bene comune? Non credo. Ora quale sociale umano è praticabile se non esistono relazioni originarie fra le persone umane? Un sociale esclusivamente contrattato e quindi frutto di opposte esigenze, nessuna delle quali ha la possibilità di richiamarsi ad una verità circa il bene superiore ad ogni individuo coinvolto nella contrattazione ed inscritta nella mente di ogni individuo; superior superiori meo et intimior intimo meo, come direbbe Agostino. È in questo contesto che si pone oggi il problema più grave a riguardo del diritto: come esso nasce e come deve essere pensato e prodotto perché esso sia veicolo di giustizia e non privilegio di coloro che hanno il potere di stabilirlo?
Non procedo oltre nella determinazione di queste tre sfide perché sono a voi ben note. Concludo questo punto dicendo che la registrazione più urgente oggi delle tre suddette sfide, e delle domande che esse implicano, è la registrazione biopolitica. Gli esempi che mostrano questa urgenza non mancano
3. Ritorniamo all’ipotesi diagnostica da cui sono partito, secondo la quale la debolezza o perfino l’incapacità di giudizio del soggetto cristiano è dovuta alla debolezza o perfino all’incapacità di rispondere alle tre sfide culturali che ho cercato sommariamente di descrivere.
Vorrei ora proseguire facendomi la domanda seguente e per me pastore più urgente: come aiutare il soggetto cristiano ad uscire da questa condizione e quindi quale è l’apporto che la ricerca scientifica dell’IVS può darci per venire in aiuto alla Chiesa di Bologna?
Penso che ci siano delle pseudo-soluzioni a questo problema, che hanno spesso il volto [mascherato!] di vere e proprie fughe dalla realtà ardua in cui viviamo. Mi limito solo ad accennarle, poiché non è questo il luogo in cui parlare di questo argomento, che ha un carattere più spiccatamente pastorale.
Una prima pseudo-soluzione è l’evasione dal confronto vero e serio con queste sfide. Un’evasione che assume genericamente il volto del fideismo, del rifiuto della dimensione veritativa della fede cristiana. È una vera e propria indisponibilità, non necessariamente intenzionale, al confronto serio e rigoroso sul piano propriamente culturale. È l’evasione in una fede solamente esclamata e non interrogata, solamente affermata e non pensata.
La seconda pseudo-soluzione, specularmente contraria alla precedente, è la soluzione prassistica. Essa consiste nel pensare e praticare un (o pseudo-) confronto consistente solo nell’impegno sociale e/o politico. È questa una delle insidie più presenti nelle proposte formative fatte oggi alle giovani generazioni, pensare che la loro formazione consista principalmente ed esclusivamente nell’impegnarli a fare qualche esperienza di volontariato.
La mia proposta parte da un presupposto sul quale vado da tempo meditando. È il seguente: nei momenti di più grave crisi spirituale che un popolo attraversa, la scelta prioritaria è la scelta educativa. S. Benedetto in un momento di grave crisi, cioè di transizione culturale, ha inventato una schola divini servitii, che corrisponde al monastero benedettino. Ha cioè inventato un luogo, una dimora dove potesse nascere un uomo nuovo ed una nuova umanità. Novità che consiste nella capacità di compiere l’opus Dei, nel duplice senso: la divina liturgia e l’umano lavoro, che costituiscono il contenuto del servizio che l’uomo rende a Dio. Ma non voglio continuare con riflessioni storiche, per le quali non ho una preparazione adeguata; vorrei piuttosto brevemente esplicitare il contenuto della mia proposta.
Forse ci può aiutare nell’evitare generici appelli, tenere presente che la proposta suddetta si attua, si deve attuare nel campo del [rapporto] privato e nel campo del pubblico. Sono cosciente io per primo che la formulazione della distinzione non è delle più felici.
Secondo una certezza di fede esiste impressa nell’uomo l’immagine di Dio che niente e nessuno potrà mai cancellare; l’idea tommasiana – in larga misura persa nella sua stessa scuola – di una partecipazione della nostra ragione alla stessa sapienza divina è centrale nella proposta che vado sostenendo. Ambedue le affermazioni, di fede e di ragione, ci suggeriscono che l’educazione di un soggetto cristiano robusto non può non consistere in una pedagogia del "maestro interiore" che vedo formulata stupendamente in un verso di K. Woitila: "Ma se c’è in me la verità – deve esplodere/ non posso rifiutarla, rifiuterei me stesso". È qui fondamentale quell’"in me". Voglio dire che esiste nell’uomo una presenza, a modo di indicazioni originarie, che è compito di ogni vera paternità rendere consapevole, per rendere capace ogni uomo di interpretare quelle inclinazioni. L’analisi che Agostino fa del desiderio di beatitudine che è nel cuore umano, è al riguardo esemplare ed insuperabile.
In questo contesto il vostro apporto ci è assolutamente necessario, da un duplice punto di vista. Positivamente aiutandoci in questa lettura dell’humanum attraverso la costruzione teoreticamente consistente di un antropologia adeguata. Negativamente, dimostrando l’inconsistenza, alla luce della ragione, di ogni forma di riduzionismo antropologico, di ogni forma del "nient’altro che…" [l’uomo = non è nient’altro che …]. Non è necessario che io vi mostri quali sono oggi le principali forme di riduzionismo.
Ma questo non è tutto. Questa proposta non può non avere anche una dimensione pubblica.
Nel discorso già citato rivolto da Benedetto XVI all’Assemblea generale della CEI si individua una certa forma di razionalità come la principale insidia alla presenza dell’avvenimento cristiano nella nostra vita, nella vita del nostro popolo. Forse lo scontro a livello pubblico è in questi termini. È necessario generare uomini capaci di giudizio, come ho detto prima. Ma questa generazione non basterebbe se non fosse accompagnata da un confronto pubblico fra le due forze fondamentali che hanno plasmato la modernità occidentale: la fede cristiana e la ragione funzionale di cui parla il S. Padre. È questo il vostro compito fondamentale, o comunque uno dei vostri compiti fondamentali. È dal confronto di quelle due forze che in larga misura dipende il destino dell’Occidente. È necessario che questo confronto non sia più rimandato.
Lo vedo necessario soprattutto in due ambiti che sono strettamente connessi: nell’ambito della bioetica e biopolitica; nell’ambito della progettazione propriamente sociale.
La sintesi di questa duplice attenzione la trovo espressa mirabilmente in una riflessione di R. Guardini: "Cosa accadrà quando prenderemo bruscamente coscienza delle formule razionali, quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? La vita ormai è inquadrata in un sistema di macchine. Essa si difende, aspira all’aria libera e cerca un rifugio al sicuro. Ma che giovamento trae da questa lotta? In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?".
Forse la preoccupazione che oggi ci preme più urgentemente è proprio quella che la vita rimanga vivente, e che l’uomo sia affermato nella sua verità intera.
Nella relazione tenuta al VI Forum del Progetto Culturale della CEI dello scorso 3 dicembre 2004, il filosofo R. Brague affermava che il XXI secolo sarà il secolo di un’aspra contesa tra l’essere e il nulla: "il problema centrale non è altro che l’esistenza dell’uomo sulla terra". Lo scontro fondamentale non è fra civiltà e ancor meno fra le religioni o fra popoli diversi che coabitino: è sull’uomo e sul suo futuro.
 
 
 
 
postato da: nanto alle ore 12:48 | link | commenti
categorie: il vangelo e il commento