"Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello". (San Francesco)
Il segno. Una mangiatoia ed un bimbo. Dio. Un segno nella notte, la nostra. L'oscurità di tante vite rapprese in un grumo di fatti, sensazioni, affetti, gioie, dolori, speranze confuse in un groviglio senza senso. Si fa, si disfa. Senza un perchè. E' questa la notte più profonda, la vita come una matassa senza capo né coda. E Dio sa quanto sia difficile, impossibile, sbrogliarle queste matasse. La notte di una vita senza senso, perchè senza un segno ad indicarne il Destino. La notte dei pastori, transumanti con i loro armenti sulle vie della storia, cercando un pascolo, un riposo, un segno. Noi, pastori di questo tempo, le ore sbiadite sui cammini incerti alla ricerca di gioia, di pace, di cibo. E nulla a saziarci lì dove abbiamo davvero fame, tutto scivola, e ci lascia più vuoti di prima. La notte dei nostri desideri inappagati. In questa notte brilla una Luce. Ed è un bimbo. Un segno. Il segno. Un bambino avvolto in fasce, un bambino in una mangiatoia. Un Uomo in una tomba. Dio dentro alla nostra vita, buia, agonizzante, discesa, senza accorgersene, in un sepolcro. Dio è in una grotta, a Betlemme, come la nostra vita. La Luce brilla nelle tenebre, laddove s'è spenta la nostra speranza. Nella morte è sceso il Creatore, oggi, ora. Lì dove siamo è deposto il segno. Dio con noi. E noi con Lui. Nulla gli è estraneo, tutto di noi è per Lui. E' questo il segno, il senso della nostra vita. Essere per Lui. Di Lui. Sempre. Nulla anonimo, nulla insignificante. Tutto santo, tutto ordinato. Anche quel che sembra sconclusionato, inutile, insensato, anche il peggio di noi è per Lui. Tutto di noi, passato, presente, futuro sono la greppia dove Lui desidera essere adagiato. E' Lui il segno, il senso che dà valore e consistenza eterna ad ogno nostro secondo, ad ogni nostro micron di mente, cuore e vita. Un bambino ci è dato, un segno. Siamo Suoi. Da sempre. Per sempre. Auguri, che siate quel che già siete. Con Lui deposto in una mangiatoia - la nostra vita - anche noi siamo deposti in una greppia - la nostra storia. L'augurio più vero, più santo, essere, restare in Lui nella magiatoia dei nostri giorni, crocifissi con Lui perchè sia Lui a vivere in noi, Lui il segno per ogni uomo, la nostra vita aggrappata a Lui il segno di salvezza, e di gioia e d'amore per questa generazione. Buon Natale, ovvero, buona vita perduta nel Signore Gesù, vita eterna nell'eterno Dio che s'è fatto bambino per noi. Auguri davvero, con tutto il cuore.

NATALE 2005
Inchiesta sulla nascita di Gesù: le ultime scoperte rivelano che…
di Antonio Socci
Le tracce anagrafiche di Gesù ci portano sul Campidoglio di Roma, da dove si gode una veduta mozzafiato dei Fori imperiali. Il fazzoletto di terra tra il Tabularium – che sta alle fondamenta dell’attuale municipio – e l’Aerarium del Tempio di Saturno, duemila anni fa era il centro del mondo. In quel punto erano custoditi i documenti del censimento di Augusto, secondo Tertulliano “teste fedelissimo della natività di Nostro Signore”.
Era lì dunque la registrazione anagrafica della nascita – fatta da due giovani ebrei – di un bambino chiamato Yehòshua’, Gesù, che significava “Dio salvatore”. Incendi e distruzioni hanno perduto quei documenti. Sempre lì dovette trovarsi anche la relazione a Tiberio che Ponzio Pilato scrisse verso il 35 d.C. per giustificare processo ed esecuzione dello stesso Gesù. Da cui venne la proposta di Tiberio al Senato di riconoscere quel Gesù come dio, ossia di legittimare il culto di Cristo che si stava diffondendo. Il Senato rispose di no. La notizia è contenuta in un passo dell’Apologetico (V,2) di Tertulliano ed è stata recentemente dimostrata attendibile da un’autorevole storica, Marta Sordi.
Ma torniamo a quel censimento. Negli studi della “Scuola di Madrid” – sintetizzati nel libro “La vita di Gesù” di Josè Miguel Garcia - trova soluzione anche il problema cronologico del censimento che finora non si sapeva quando collocare e pareva storicamente dubbio.
Perché Giuseppe e Maria devono andare a Betlemme il cui nome, beth-lehem, in ebraico significa “città del pane”? Perché Erode, per conto dei romani, ha imposto un giuramento-censimento. Le autorità di Betlemme pretendono che della famiglia di Davide non manchi nessuno: Giuseppe è un discendente dell’antico casato reale che è tenuto particolarmente d’occhio. Soprattutto in questi anni nei quali – a causa di alcune profezie e di alcuni segni - si è fatta fortissima l’idea che il Messia stia per arrivare. Si sa infatti che il “liberatore” che gli ebrei aspettano è di sangue reale. E dunque quelli della famiglia di Re David sono tutti “sospetti”.
E’ per queste origini che la famiglia di Gesù, pur essendo diventata modesta e umile, custodisce gelosamente le genealogie che non a caso si trovano riportate nei vangeli. Genealogie che raccontano storie terribili, su cui i vangeli non sorvolano affatto. Tanto da stupire quel poeta cattolico che fu Charles Péguy: “bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa… E’ in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, tutto il suo impeto, il suo carico di umanità. Di carnale”. Secondo uno studio recente nelle origini familiari di Gesù troviamo la stessa tribù discendente da Caino, il primo omicida della storia. In Numeri 24, 21 si dice che i Qeniti sono i discendenti di Caino, verranno assorbiti dal popolo ebraico e la loro terra è dove poi sorgerà Betlemme. In un passo successivo (34,19) con Giosuè sono raccolti, per la spartizione della terra conquistata, i capi delle dodici tribù d’Israele. A capo della tribù di Giuda sta Kaleb detto il Qenizita, a cui Giosuè assegna una porzione della terra di Giuda. I Qeniti, spiega Tommaso Federici, sono dunque “una sottotribù di Giuda, la loro terra sta nella ‘parte montagnosa’, con capitale Hebron. Essa comprendeva la Betlemme di Kaleb, attraverso la sua sposa Efrata”. Dunque “i Davididi sono i Qeniti o Cainiti”. Ecco – commenta Federici “sopra quale abisso è disceso l’Immortale Eterno per assumere la carne dei peccatori. Cristo Signore così riassume in sé ogni Caino d’ogni tempo, per salvarlo”. Gesù dunque è “il segno” che Dio aveva posto sopra Caino “per cui questi ha salva la vita”. Nel profeta Isaia leggiamo infatti: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Nello stesso ceppo familiare di Gesù sono riassunti “sia Israele, sia Giuda, sia i pagani ed i peccatori più lontani. Di fatto” spiega Federici “a Betlemme, Booz, antenato di David, sposando Rut la Moabita, dunque pagana e idolatra, l’inserisce a pieno titolo nel popolo di Dio, tanto che diventa antenata di David”.
La predilezione di Dio non è caduta sui migliori, ma su dei peccatori. Fra i figli di Giacobbe viene scelto Giuda, il quartogenito, uno dei fratelli che avevano venduto Giuseppe. Uno la cui moralità crolla platealmente nell’unione con la nuora, Tamar, unione da cui discende legalmente Gesù. Della sua genealogia fanno parte poi dei re idolatri, immorali e qualcuno criminale. Lo stesso Davide, il più grande dei re e il più amato da Dio, commette peccati e delitti spaventosi. Le donne della genealogia di Gesù scriveva il cardinale Van Thuan “colpiscono per le loro storie, sono donne che si trovano tutte in una situazione irregolare e di disordine morale: Tamar è una peccatrice, che con l’inganno ha avuto una unione incestuosa col suocero Giuda; Raab è la prostituta di Gerico che accoglie e nasconde le due spie israelite inviate da Giosuè e viene ammessa nel popolo ebraico; Rut è una straniera; della quarta donna… ‘quella che era stata moglie di Urìa’, si tratta di Betsabea, la compagna di adulterio di David”.
Sembra una storia terribile, eppure è la storia della salvezza. La storia da cui è nato Gesù che ha voluto riservarsi – totalmente puri e santi – solo gli ultimi rampolli di quei clan familiari: Maria e Giuseppe. Che dunque arrivano a Betlemme dove nasce Gesù. A lungo si è ritenuto che il 25 dicembre fosse una data convenzionale, scelta per contrastare le feste pagane del Natale Solis invicti (da identificare forse con Mitra, forse con l’imperatore romano). Ma recentemente una scoperta archeologica fatta tra i papiri di Qumran ha clamorosamente suggerito la possibile esattezza di quella data. Dal “Libro dei Giubilei” uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon ha ricostruito la successione dei 24 turni sacerdotali relativi al servizio nel Tempio di Gerusalemme e ha scoperto che “il turno di Abia” corrispondeva all’ultima settimana di settembre.
Notizia importante perché si lega a una informazione cronologica del Vangelo di Luca (1,5) secondo cui Zaccaria, il padre di Giovanni Battista e marito di Elisabetta, appartenente alla tribù sacerdotale di Abia, vide l’angelo, che annunciava il concepimento di Giovanni, proprio mentre “officiava davanti al Signore nel turno della sua classe”. Quindi a fine settembre.
Il rito bizantino che da secoli fa memoria dell’annuncio a Zaccaria il 23 settembre deriva dunque da un’antica memoria, forse una tradizione orale. La Chiesa tutta poi celebra nove mesi dopo la nascita del Battista e tutta la liturgia cristiana è impostata su questa data giacché Luca (1, 26) spiega che l’annuncio a Maria avviene quando Elisabetta era al sesto mese di gravidanza. In effetti la Chiesa celebra l’Annunciazione il 25 marzo e il Natale del Signore nove mesi dopo, il 25 dicembre (lo attesta già un calendario liturgico del 326 d.C.). Ne discende che se ha fondatezza storica l’annuncio a Zaccaria il 23 settembre, a catena – come ha dimostrato Antonio Ammassari - acquisiscono storicità anche la data dell’Annunciazione e quella del Natale.
Dal recente libro di Garcia si apprende pure la verità sul luogo della nascita di Gesù. Il contesto deve essere non una grotta, ma la grande casa paterna di Giuseppe a Betlemme. “Tali case erano costituite da un’unica grande stanza, dove le persone occupavano una specie di piattaforma rialzata, mentre in un’estremità si trovavano gli animali di cui la famiglia aveva bisogno per lavorare. E per questi animali era ovvio che ci fosse una mangiatoia”.
Probabilmente Giuseppe e la giovane partoriente, per avere un po’ di riservatezza e più caldo, furono alloggiati in questa parte della casa e il bambino fu posto in quella mangiatoia. E’ con una storia così ordinaria, così normale, che Dio – per i cristiani – è venuto nel mondo. E con lui la bellezza, la bontà e la salvezza. Incontrarlo è il senso della vita. Scrive Péguy: “Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.
* * *
Così dormiva il bambino il suo primo sonno profondo.
Stava per cominciare l’immenso evento.
Stava per cominciare l’immenso avvento.
L’avvento dell’ordine e della salvezza dell’uomo.
Assorto, il bambino dormiva un sonno profondo.
Stava per cominciare il grande comando.
Stava per cominciare il grande avvento,
l’avvento di Dio nel cuore dell’uomo.
Charles Péguy
Lo Straniero 23.12.2005
Betlemme: l'Herodion e la grotta della natività
Frédéric Manns
Jerusalem 15-12-2001
A tutti è presente l'immagine del Santo Padre che pregava in silenzio nella grotta della natività di Betlemme durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Il messaggero della pace aveva intuito che se gli uomini non danno gloria a Dio non vi sarà pace sulla terra.
A tutti è presente l'immagine della tomba di Rachele, a due passi da Betlemme, trasformata in fortezza e centro di tante lotte durante l'ultima intifada. Rachele piange i suoi figli, oggi più di ieri. A tutti è presente l'immagine del check point di Tantur dove la popolazione palestinese umiliata, ma piena di dignità, aspetta ogni giorno ore per poter portare a casa il pane quotidiano. Betlemme: la casa del pane...
In questo contesto drammatico rileggiamo la scrittura, fonte di vita e di speranza: "E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele" (Mich.5,1). Così il profeta Michea accende la speranza messianica nel dominatore, di Israele, colui che ristabilirà la giustizia e la pace. In contrasto con l'attesa trionfalistica nella Santa Gerusalemme, la modestia del piccolo villaggio giudaico è segno della predilezione di Dio per i piccoli ed i poveri. Betlemme rimane ancora oggi il caposaldo della nostra fede.
La stessa opposizione tra forza e povertà si ritrova all 'epoca di Gesù. Accanto al piccolo villaggio di David c'è il palazzo-fortezza di Erode. La forza militare e l'indigenza. Come non pensare al piccolo David che si troverà un giorno di fronte al gigante? Come non pensare ai pastori primi evangelizzati dall'angelo?
Nel Protovangelo di Giacomo vengono menzionati la grotta e la mangiatoia. Anche S.Giustino nel suo "Dialogo con Trifone" 78 cita il luogo del parto di Maria e nuovamente la mangiatoia. La memoria cristiana ricorda questo fatto: Dio si fa uomo affinché l'uomo possa diventare Dio. Il Figlio di dio viene adagiato in una mangiatoia. La vocazione dell'uomo non è l'animalità ma quella di essere divinizzato.
A Betlemme vivono le comunità cristiane, cattolica, ortodossa ed armena, in una convivenza a volte difficile e sofferta, ma sempre preziosa. Il Santo Padre nel suo incontro con gli Ordinari di Terra Santa ha ripetuto la sua preoccupazione per le pietre vive, per i cristiani di questa terra che conoscono la sorte del loro Maestro. A tutti loro viene proclamato il messaggio dell'angelo:"Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore" (Lc 2, 10-11). Israel e i Musulmani attendono il Salvatore. Rifiutano Gesù in nome della trascendenza di Dio. Un Dio non si può abbassare a questo punto. Ma chi rifiuta il messaggio di Betlemme - cioè che l'uomo è chiamato ad essere divinizzato- fa l'esperienza che l'uomo può diventare una bestia per il suo fratello. I fatti recenti lo dimostrano.
La gioia annunciata dall'angelo non è qualcosa che appartiene al passato. È una gioia di oggi, dell'oggi eterno della salvezza di Dio, che comprende tutti i tempi, passato, presente e futuro. Siamo chiamati a comprendere più chiaramente che il tempo ha un senso perché qui l'Eterno è entrato nella storia e rimane con noi per sempre. Le parole di Beda il Venerabile esprimono chiaramente questo concetto: "Ancora oggi, e ogni giorno sino alla fine dei tempi, il Signore sarà continuamente concepito a Nazareth e partorito a Betlemme" (In Ev. S. Lucae, 2; PL 92, 330). Poiché in questa città è sempre Natale, ogni giorno è Natale nel cuore dei cristiani. Ogni giorno siamo chiamati a proclamare il messaggio di Betlemme al mondo - "la buona novella di una grande gioia": il Verbo Eterno, "Dio da Dio, Luce da Luce", si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14).
Betlemme non deve essere solo meta di pellegrinaggi e di studi, non deve rimanere un "cimelio" storico, ma il segno tangibile della nostra fede e del nostro credo che testimoniamo giorno per giorno con la nostra vita e la nostra preghiera.
Giovanni Paolo II prima del grande Giubileo pregava cosi. "O Bambino di Betlemme, Figlio di Maria e Figlio di Dio, Signore di tutti i tempi e Principe della Pace, "lo stesso ieri, oggi e sempre" (Eb 13, 8): mentre avanziamo verso il nuovo millennio, guarisci le nostre ferite, rafforza i nostri passi, apri il nostro cuore e la nostra mente alla "bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge" (Lc 1, 78). Amen". La preghiera rimane sempre valida. Cosa abbiamo fatto del Giubileo?
IL FATTO
Quarta predica
“OGGI È NATO PER VOI UN SALVATORE”
L’esperienza della salvezza di Cristo oggi
P. Raniero Cantalamessa
1. Quale salvatore per l’uomo?
Apparendo ai pastori la notte di Natale, l’angelo disse loro: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 10-12). Un paradosso certamente voluto da Luca. Salvatore del mondo si faceva chiamare a quel tempo l’imperatore romano che disponeva di eserciti potenti, ed ecco che ora lo stesso titolo viene dato a quello che vi è di più debole e povero al mondo: un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia.
Il titolo di Salvatore non fu attribuito a Gesú durante la sua vita. Non ce n’era bisogno, essendo il suo contenuto espresso già, per un ebreo, dal titolo di Messia. Ma appena la fede cristiana si affaccia sul mondo pagano, il titolo acquista una importanza decisiva, in parte proprio per opporsi all’abitudine di chiamare così l’imperatore o certe divinità cosiddette salvatrici, come Asclepio.
Questo già nel Nuovo Testamento, viventi gli apostoli. Matteo si preoccupa di sottolineare che il nome “Gesú” significa, appunto, “Dio salva” (Mt 1, 21). Paolo chiama già Gesú “salvatore” (Fil 3, 20); Pietro, negli Atti, preciserà che egli è l’unico salvatore, all’infuori del quale “in nessun altro c’è salvezza” (At 4, 12) e Giovanni metterà sulla bocca dei Samaritani la solenne professione di fede: “Noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (Gv 4, 42).
Il contenuto di questa salvezza consiste soprattutto nella remissione dei peccati, ma non solo. Per Paolo essa abbraccia la redenzione finale anche del nostro corpo (Fil 3,20). La salvezza operata da Cristo ha un aspetto negativo che consiste nella liberazione dal peccato e dalle potenze del male e un aspetto positivo che consiste nel dono della vita nuova, della libertà dei figli di Dio, dello Spirito Santo e nella speranza della vita eterna.
La salvezza in Cristo non fu però, per le prime generazioni cristiane, solo una verità creduta per rivelazione; fu soprattutto una realtà sperimentata nella vita e gioiosamente proclamata nel culto. Grazie alla Parola di Dio e alla vita sacramentale, i credenti sentono di vivere nel mistero di salvezza operato in Cristo: salvezza che si configura, via via, come liberazione, come illuminazione, come riscatto, come divinizzazione ecc. È un dato primordiale e pacifico che quasi mai gli autori sentono il bisogno di dimostrare.
In questa duplice dimensione –di verità rivelata e di esperienza vissuta – l’idea della salvezza svolse un ruolo decisivo nel condurre la Chiesa alla piena verità su Gesú Cristo. La soteriologia fu il vomere che tracciò il solco alla cristologia; fu come l’elica che trascina l’aereo e spinge la nave. Alle grandi definizioni dommatiche dei concili si giunse facendo leva sull’esperienza di salvezza che i credenti facevano di Cristo. Il suo contatto, dicevano, ci divinizza; dunque deve essere lui stesso Dio. “ Noi non saremmo liberati dal peccato e dalla maledizione, scrive Atanasio, se non era per natura carne umana quella che il Verbo assunse; né l'uomo sarebbe divinizzato se il Verbo che divenne carne non fosse della stessa natura del Padre” [1].
Il rapporto tra cristologia e soteriologia è mediato, in epoca patristica, dall'antropologia, per cui si deve dire che a una diversa compren¬sione dell'uomo corrisponde sempre una diversa presentazione della salvezza di Cristo. Il processo si svolge attraverso tre grandi domande. Prima domanda: cos'è l'uomo e dove risiede il suo male? Seconda domanda: quale tipo di salvezza è necessaria per un tale uomo? Terza domanda: come deve essere fatto il Salvatore per poter rea¬lizzare tale salvezza? In base alla diversa risposta data a queste domande vediamo delinearsi una diversa comprensione della persona di Cristo e della sua salvezza.
Nella scuola alessandrina, per esempio, dove predomina una visione platonica, il male dell’uomo, la parte più bisognosa di salvezza, è la sua carne, ed ecco allora che tutto l’accento cadrà sull’incarnazione come il momento in cui, assumendo la carne, il Verbo di Dio la libera dalla corruzione e la divinizza. In questa linea uno di loro, Apollinare di Laodicea, si spingerà tanto oltre da affermare che il Verbo non ha assunto un’anima umana, perché l’anima non ha bisogno di essere salvata essendo per se stessa una scintilla del Logos eterno. In Cristo l’anima razionale è sostituita dal Logos in persona; non c’è bisogno che vi sia una scintilla di Logos dove c’è il Logos tutto intero.
Nella scuola antiochena, dove predomina piuttosto il pensiero di Aristotele, o comunque una visione meno platonica, il male dell’uomo sarà visto, al contrario, proprio nella sua anima e in particolare nella sua volontà ribelle. Ed ecco allora che si insisterà sulla piena umanità di Cristo e sul suo mistero pasquale. È in esso che, con la sua obbedienza fino alla morte, Cristo salva l’uomo. Facendo la sintesi di queste due istanze, la Chiesa, a Calcedonia, giungerà a un’idea completa di Cristo e della sua salvezza.
La fede cristiana non si limita però a rispondere alle attese di salvezza dell’ambiente in cui opera, ma le crea e le dilata ogni aspettativa. Così vediamo che al dogma platonico e gnostico della salvezza “dalla carne”, la Chiesa oppone con fermezza il dogma della salvezza “della carne”, predicando la risurrezione dei morti; a una vita oltre tomba infinitamente più debole della vita presente e divorata dalla nostalgia di essa, priva com’è di uno scopo e di un centro di attrazione, la fede cristiana oppone l’idea di una vita futura infinitamente più piena e duratura nella visione di Dio.
2. C’è ancora bisogno di un salvatore?
Dicevo nella prima meditazione che, nei confronti della fede in Cristo, per molti aspetti noi ci troviamo vicini oggi alla situazione delle origini e possiamo imparare da allora come rievangelizzare un mondo ridivenuto in gran parte pagano. Dobbiamo anche oggi porci quelle tre domande: che idea si ha oggi dell’uomo e del suo male? Quale tipo di salvezza è necessaria per un tale uomo? Come annunciare il Cristo in modo che risponda a tali attese di salvezza?
Semplificando al massimo, come si è obbligati a fare in una meditazione, possiamo individuare, al di fuori della fede cristiana, due grandi posizioni nei confronti della salvezza: quella delle religioni e quella della scienza.
Per le cosiddette nuove religioni, il cui fondo comune si ritrova nel movimento New Age, la salvezza non viene dal di fuori, ma è potenzialmente nell’uomo stesso; consiste nell’entrare in sintonia, o in vibrazione, con l’energia e la vita di tutto il cosmo. Non c’è bisogno dunque di un salvatore, ma semmai di maestri che insegnino la via dell’autorealizzazione. Non mi soffermo su questa posizione perché essa è stata confutata una volta per tutte dall’affermazione di Paolo che abbiamo commentato la volta scorsa: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la fede in Cristo”.
Riflettiamo invece sulla sfida che viene alla fede in genere e a quella cristiana in particolare dalla scienza non credente. La versione oggi più in voga dell’ateismo è quella cosiddetta scientifica che il biologo francese Jacques Monod ha reso popolare con il suo libro “Il caso e la necessità”. “L’antica alleanza è infranta - sono le conclusioni dell’autore; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. Il nostro numero è uscito dalla roulette”.
In questa visione il problema della salvezza non si pone neppure; esso è un residuo di quella mentalità “animistica”, come la chiama l’autore, che pretende vedere scopi e traguardi in un universo che avanza invece al buio, retto solo dal caso e dalla necessità. L’unica salvezza è quella offerta dalla scienza e consiste nella conoscenza di come stanno le cose, senza illusioni autoconsolatorie. “Le società moderne, scrive, sono costruite sulla scienza. Le devono la loro ricchezza, la loro potenza e la certezza che ricchezze e potenze ancora maggiori saranno in un domani accessibili all'uomo, se egli lo vorrà [...]. Provviste di ogni potere, dotate di tutte le ricchezze che la scienza offre loro, le nostre società tentano ancora di vivere e di insegnare sistemi di valori, già minati alla base da questa stessa scienza [2].
Il mio intento non è di discutere queste teorie, ma solo dare un’idea del contesto culturale in cui siamo chiamati oggi ad annunciare la salvezza di Cristo. Una osservazione però dobbiamo farla. Ammettiamo pure che “il nostro numero è uscito dalla roulette”, che la vita è il risultato di una casuale combinazione di elementi inanimati. Ma per estrarre dei numeri dalla roulette, bisogna che qualcuno ve li abbia messi. Chi ha fornito al caso gli ingredienti con cui lavorare? È una osservazione vecchia e banale, ma alla quale nessuno scienziato ha finora saputo dare una risposta, eccetto quella sbrigativa che la questione per lui non si pone.
Una cosa è certa e incontrovertibile: l’esistenza dell’universo e dell’uomo non si spiega da sola. Possiamo rinunciare a cercare una spiegazione ulteriore oltre quella che è in grado di dare la scienza, ma non dire di aver spiegato tutto senza l’ipotesi di Dio. Il caso spiega, al massimo, il come, non il che dell’universo. Spiega che sia così com’è, non il fatto stesso che c’è. La scienza non credente non elimina il mistero, solo gli cambia nome: anziché Dio, lo chiama caso.
La smentita più significativa alle tesi di Monod credo sia venuta proprio da quella scienza alla quale l’umanità, secondo lui, dovrebbe affidare ormai il proprio destino. Sono gli stessi scienziati infatti a riconoscere oggi che la scienza non è in grado di rispondere da sola a tutti gli interrogativi e i bisogni dell’uomo, e a cercare il dialogo con la filosofia e la religione, i “sistemi di valori” che Monod considera antagonisti irriducibili della scienza. Lo vediamo, del resto, con i nostri stessi occhi: ai successi straordinari della scienza e della tecnica non tiene dietro necessariamente una convivenza umana più libera e pacifica sul nostro pianeta.
Il libro di Monod dimostra, a mio parere, che quando uno scienziato vuole tirare conclusioni filosofiche dalle sue analisi scientifiche (siano esse di biologia o astrofisica) i risultati non sono migliori di quando i filosofi pretendevano tirare conclusioni scientifiche dalle loro analisi filosofiche.
3. Cristo ci salva dallo spazio
Come possiamo annunciare in modo significativo la salvezza di Cristo in questo nuovo contesto culturale? Spazio e tempo, le due coordinate dentro cui si svolge la vita dell’uomo sulla terra, hanno subìto una dilatazione e una accelerazione così brusca che anche il credente è preso da vertigine. I “sette cieli” dell’uomo antico, ognuno un poco al di sopra dell’altro, sono diventati, nel frattempo, 100 miliardi di galassie, ognuna delle quali composta di 100 miliardi di stelle, distanti l’una dall’altra svariati miliardi di anni luce; i quattro mila anni dalla creazione del mondo della Bibbia sono diventati 14 miliardi di anni...
Io credo che la fede in Cristo non solo resiste a questo urto, ma offre a chi crede in lui la possibilità di sentirsi a casa propria nelle dilatate dimensioni dell’universo, libero e gioioso “come un bimbo in braccio a sua madre”. La fede in Cristo ci salva anzitutto dalla immensità dello spazio. Viviamo in un universo la cui vastità non riusciamo più né a immaginare né a quantizzare e la cui espansione continua senza sosta, fino a perdersi all’infinito. Un universo, ci dice la scienza, sovranamente ignaro e indifferente a ciò che si svolge sulla terra. Ma non è questo che incide di più sulla coscienza della gente comune. È il fatto che sulla stessa terra, con l’avvento della comunicazione di massa, lo spazio si è di colpo dilatato intorno all’uomo, facendolo sentire ancora più piccolo e insignificante, come un attore sperduto in una scena immensa.
Cinema, televisione, internet, ci mettono davanti agli occhi ogni momento quello che potremmo essere e non siamo, quello che gli altri fanno e noi non facciamo. Ne nasce un senso di rassegnata frustrazione e accettazione passiva della propria sorte, oppure, al contrario un bisogno ossessivo di uscire dall’anonimato e imporsi all’attenzione degli altri. Nel primo caso si vive di riflesso della vita altrui e, da persone, ci si trasforma in ammiratori e fans di qualcuno; nel secondo si riduce la vita a carriera.
La fede in Cristo ci libera dalla necessità di farci largo, di evadere a qualsiasi costo dal nostro limite, per essere qualcuno; ci libera anche dall’invidia dei grandi, ci riconcilia con noi stessi e con il nostro posto nella vita, ci da la possibilità di essere felici e pienamente realizzati là dove siamo. “E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi!” (Gv 1,14). Dio, l’infinito, è venuto e viene continuamente verso di te, là dove sei. La venuta di Cristo nell’incarnazione, mantenuta viva nei secoli dall’Eucaristia, rende ogni posto il primo posto. Con Cristo nel cuore ci si sente al centro del mondo anche nel più sperduto villaggio della terra.
Questo spiega perché tanti credenti, uomini e donne, possono vivere ignorati da tutti, fare i mestieri più umili del mondo o addirittura chiudersi in clausura, e sentirsi, in questa situazione, le persone più felici e realizzate della terra, Una di queste claustrali, la Beata Maria di Gesú Crocifisso, nota con il nome di Piccola Araba per la sua origine palestinese e la statura minuta, tornando al suo posto dopo aver ricevuto la comunione, la si sentiva esclamare tra sé, sottovoce: “Ora ho tutto, ora ho tutto”.
Oggi acquista per noi un significato nuovo il fatto che Cristo non sia venuto in splendore, potenza e maestà, ma piccolo, povero; che abbia scelto per madre “un’umile ancella”, che non abbia vissuto in una metropoli del tempo, Roma, Alessandria, o anche Gerusalemme, ma in uno sperduto villaggio della Galilea, esercitando l’umile mestiere di falegname. In quel momento il centro vero del mondo non era né Roma né Gerusalemme, ma Betlemme, “la più piccola città di Giuda” e dopo di essa Nazareth, il villaggio da cui si diceva che “non poteva venire nulla di buono”.
Quello che diciamo della società in generale vale a più forte ragione per noi, persone di Chiesa. La certezza che Cristo è con noi dovunque siamo ci libera dal bisogno ossessivo di salire, fare carriera, di occupare i posti più alti. Nessuno può dire di essere del tutto esente dal provare in sé tali sentimenti e desideri naturali (meno che meno i predicatori!), ma il pensiero di Cristo ci aiuta almeno a riconoscerli e a lottare contro di essi perché non divengano mai il motivo dominante del nostro agire. Il frutto meraviglioso di ciò è la pace.
4. Cristo ci salva dal tempo
Il secondo ambito in cui si fa esperienza della salvezza di Cristo è quello del tempo. Da questo punto di vista la nostra situazione non è cambiata molto da quella degli uomini del tempo degli apostoli. Il problema è sempre lo stesso e si chiama la morte. La salvezza di Cristo è paragonata da Pietro a quella di Noè dal diluvio che “inghiottì tutti” (1 Pt 3,20 s.) ed è per questo che esso è rappresentato tra i mosaici di questa cappella, come momento della storia della salvezza. Ma c’è un diluvio sempre in atto nel mondo: quello del tempo che, come l’acqua, come tutto sommerge e ci spazza via tutti, una generazione dopo l’altra.
Un poeta spagnolo dell’800, Gustavo Bécquer, ha espresso in modo mirabile la percezione che l’uomo ha di se stesso di fronte alla morte.
“Onda gigante che il vento / solleva e spinge sul mare. / Corre, passa e non sa / su che spiaggia finirà. Luce che in cerchi tremolati / brilla, prossima a spirar, / ignorando quale di essi / per ultimo brillerà. Questo son io che a zonzo / giro nel mondo e non so / donde vengo né donde / la mia strada mi porterà [3].
Vi sono oggi psicologi di fama che vedono nel rifiuto della morte la vera molla di tutto l’agire umano, di cui anche l’istinto sessuale, messo da Freud alla base di tutto, non sarebbe che una delle manifestazioni [4]. L’uomo biblico si consolava con la certezza di sopravvivere nella prole; l’uomo pagano con quella di sopravvivere nella fama: “Non omnis moriar, non morirò del tutto, diceva Orazio. Exegi monumentum aere perennius”, ho innalzato (con la mia poesia) un monumento più duraturo del bronzo. Oggi si fa leva piuttosto alla sopravvivenza nella specie. “La sopravvivenza del singolo individuo –scrive il Monod – non ha alcuna importanza per l’affermazione di una determinata specie; questa è affidata alla capacità di dare origine ad una discendenza abbondante a sua volta in grado di sopravvivere e riprodursi” [5]. Una variante della visione marxista, basata, questa volta, sulla biologia anziché sul materialismo dialettico, ma nell’uno e nell’altro caso la speranza di sopravvivere nella specie si è rivelata insufficiente a placare l’angoscia dell’uomo di fronte alla propria morte.
Il filosofo Miguel de Unamuno (che pure era un pensatore “laico”), a un amico che gli rimproverava, quasi fosse orgoglio e presunzione, la sua ricerca di eternità, rispondeva in questi termini: “Non dico che meritiamo un aldilà, né che la logica ce lo dimostri, dico che ne abbiamo bisogno, lo meritiamo o no, e basta. Dico che ciò che passa non mi soddisfa, che ho sete d’eternità, e che senza questa tutto mi è indifferente. Senza di essa non c’è più gioia di vivere...E’ troppo facile affermare: ‘Bisogna vivere, bisogna accontentarsi di questa vita’. E quelli che non se ne accontentano?” [6]. Non è chi desidera l’eternità, diceva lo stesso pensatore, che mostra di non amare la vita, ma chi non la desidera, dal momento che si rassegna così facilmente al pensiero che essa debba finire.
Cosa ha da dire la fede cristiana su tutto ciò? Una cosa semplice e grandiosa: che la morte c’è, che è il più grande dei nostri problemi, ma che Cristo ha vinto la morte! La morte umana non è più la stessa di prima, un fatto decisivo è intervenuto. Essa ha perso il suo pungiglione, come un serpente il cui veleno ormai è capace solo di addormentare la vittima per qualche ora, ma non di ucciderla. La morte non è più un muro davanti al quale tutto si infrange; è un passaggio, cioè una Pasqua. È un “passare a ciò che non passa”, direbbe Agostino [7].
Gesù infatti – e qui sta il grande annuncio cristiano – non è morto solo per sé, non ci ha lasciato solo un esempio di morte eroica, come Socrate. Ha fatto ben altro: “Uno è morto per tutti” (2 Cor 5, 14), esclama san Paolo, e ancora: “Egli ha provato la morte a vantaggio di tutti” (Eb 2, 9). “Chi crede in me, anche se muore vivrà” (Gv 11, 25). Affermazioni straordinarie che non ci fanno gridare di gioia solo perché non le prendiamo abbastanza sul serio e abbastanza alla lettera come dovremmo.
Il cristianesimo non si fa strada nelle coscienze con la paura della morte; si fa strada con la morte di Cristo. Gesù è venuto a liberare gli uomini dalla paura della morte, non ad accrescerla. Il Figlio di Dio ha assunto carne e sangue come noi, “per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2, 14 s).
La prova che tutto questo non è “illusione autoconsolatoria”, oltre alla risurrezione di Cristo, è il fatto che il credente sperimenta già ora, nel momento in cui crede, qualcosa di questa vittoria sulla morte. L’estate scorsa ho predicato in una parrocchia anglicana di Londra. La chiesa era stipata di giovani e ragazze. Parlavo della risurrezione di Cristo e a un certo punto, dopo che avevo esposto tutti gli argomenti in suo appoggio, mi è venuta l’ispirazione di rivolgere ai presenti una domanda: “Quanti di voi sentono di poter dire come il cieco nato: ‘Io ero cieco, ma ora ci vedo’, o ‘Io ero morto ma ora vivo’”? Una selva di mani si è alzata prima ancora che finissi la domanda. Alcuni di essi provenivano da anni di droga, di carcere, di vita disperata e tentativi di suicidio, altri, al contrario, da carriere promettenti nel campo degli affari e dello spettacolo.
A degli intimi che manifestavano inquietudine per il suo futuro e le sue condizioni di salute, sollevando la testa nella sua sedia a rotelle, un giorno, verso la fine della vita, Giovanni Paolo II ripeté a sorpresa, con voce profonda, la frase di Orazio: Non omnis moriar. non morirò del tutto. Ma sulla sua bocca essa aveva ormai un altro significato.
5. Cristo “mio salvatore”
Non basta però che io riconosca Cristo come “salvatore del mondo”; occorre che lo riconosca come “mio Salvatore”. È un momento che non si dimentica più quello in cui si fa questa scoperta e si riceve questa illuminazione. Si comprende allora cosa intendeva dire l’Apostolo con le parole: “Gesú Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io” (1 Tm 1,15).
L’esperienza di salvezza che si fa con Cristo è meravigliosamente esemplificata dall’episodio di Pietro che affonda sul lago. Noi facciamo quotidianamente l’esperienza di affondare: nel peccato, nella tiepidezza, nello scoraggiamento, nell’incredulità, nel dubbio, nella routine… La fede stessa è un camminare sul ciglio di un burrone, con la sensazione costante che ad ogni istante potremmo perdere l’equilibrio e cadervi dentro.
In queste condizioni è una consolazione immensa scoprire che ogni volta c’è la mano di Cristo pronta a sollevarti, se solo tu la cerchi e l’afferri. Si può giungere perfino a una certa intima gioia nel ritrovarsi deboli e peccatori, come quella che la liturgia canta la notte di Pasqua nell’Exultet: “O felix culpa quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem”! Felici anche noi di possedere un tale Salvatore.
Termino qui, Venerabili Padri e fratelli, le mie riflessioni di Avvento sulla fede in Cristo nel mondo d’oggi. Scrivendo contro gli eretici docetisti del suo tempo che negavano l’incarnazione del Verbo e la sua vera umanità, Tertulliano esce nel grido: “Risparmia colui che è l’unica speranza di tutto il mondo”, parce unicae spei totius orbis [8].
È il grido accorato che dobbiamo ripetere agli uomini d’oggi, tentati di fare a meno di Cristo. È lui, ancora oggi, l’unica speranza del mondo. Quando l’apostolo Pietro ci esorta a “rendere ragione della speranza che è in noi”, ci esorta a parlare agli uomini di Cristo perché è lui la ragione della nostra speranza.
Dobbiamo ricreare le condizioni per una ripresa della fede in Cristo. Riprodurre lo slancio di fede da cui nacque il simbolo di Nicea. Il corpo della Chiesa ha prodotto in quella occasione uno sforzo supremo, elevandosi, nella fede, al di sopra di tutti i sistemi umani e di tutte le resistenze della ragione. In seguito è rimasto il frutto di questo sforzo, il simbolo di fede. La marea si è sollevata una volta a un livello massimo e ne è rimasto il segno sulla roccia.
Bisogna però che si ripeta la sollevazione, non basta il segno. Non basta ripetere il credo di Nicea; occorre rinnovare lo slancio di fede che si ebbe allora nella divinità di Cristo e di cui non c'è stato più l'eguale nei secoli. In attesa di proclamarlo pubblicamente, piegando il ginocchio, la notte di Natale, mi permetto di invitare tutti a recitare ora, in latino, l’articolo di fede su Gesú. È il più bel regalo che possiamo fare a Cristo che viene, quello che sempre egli cercava in vita. Anche oggi egli chiede ai suoi più intimi collaboratori: “Voi chi credete che io sia?”. E noi, alzandoci in piedi, rispondiamo:
Credo in unum Dominum Jesum Christum, Filium Dei unigenitum. Et ex Patre natum ante omnia saecula. Deum de Deo, lumen de lumine, Deum verum de Deo vero. Genitum, non factum, consubstantialem Patri: per quem omnia facta sunt. Qui propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de coelis. Et incarnatus est de spiritu sancto ex Maria Virgine: et homo factus est.
Buon Natale a tutti!
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[1] S. Atanasio, Oratio contra Arianos, I,70.
[2] J. Monod, Il caso e la necessità, Est Mondadori, Milano, 1970, pagg. 136-7.
[3] Gustavo A. Bécquer, Obras completas, p. 426: “Gigante ola que el viento / Riza y empuja en el mar, /Y rueda y pasa, y no sabe / Qué playa buscando va: Luz que en cercos temblorosos / Brilla, próxima a expirar, /Ignorándose cuál de ellos /El ultimo brillará, Eso soy yo, que al caso / Cruzo el mundo, sin pensar / De dónde vengo, ni adónde / Mis pasos me llevarán”.
[4] Cf. E. Becker, Il rifiuto della morte, Ed. Paoline, Roma 1982.
[5] J. Monod, Il caso e la necessità, Milano 1970.
[6] M. de Unamuno, Cartas a J. Ilundain; in Rev. Univ. Buenos Aires, 9, pp. 135. 150.
[7] S. Agostino, Trattati su Giovanni, 55, 1.
[8] Tertulliano, De carne Christi 5, 3 (CC 2, p. 881).
Il Natale oggi per noi
Don Divo Barsotti
24-12-1983 - Ritiro di Natale
Prima Meditazione
Vigilia di Natale - L'incontro con Dio implica una novità assoluta per l'uomo, ed è sempre un morire e un risorgere
Siamo giunti dunque al Natale. Prima dei Vespri noi dobbiamo vivere l'ultima attesa di questo grande mistero. L'imminenza della celebrazione esige in noi un aprirsi di tutta l'anima nel desiderio e nell'attesa, così come fu nel desiderio e nell'attesa che il popolo di Israele si preparò negli ultimi secoli alla venuta del Cristo. Dobbiamo domandarci quale può essere questa attesa e di che cosa può essere questo desiderio per noi, che viviamo oggi l'imminenza della celebrazione natalizia.
Evidentemente, se pensiamo alla nascita di Gesù, non c'è da attendere quello che già è avvenuto. Se pensiamo alla fine del mondo presente per la seconda venuta del Cristo, per la manifestazione della gloria, dobbiamo dire che non siamo ancora preparati a questa venuta, oggi come oggi, dovremmo temerla., perché per la massima parte degli uomini la manifestazione del Cristo si risolverebbe in una grande catastrofe, in una dannazione quasi universale. Infatti gli uomini non sono più aperti ad accogliere la grazia; non conoscono più il Signore; in gran parte lo hanno rifiutato e quelli che non lo hanno rifiutato non lo conoscono più.
Dio ci dona di celebrare il Natale non come attesa dell'ultima manifestazione del Cristo e nemmeno come semplice ricordo di un avvenimento passato, ma ci dà la grazia di vivere questo Natale per un nostro in contro con Lui, incontro nuovo che non determina nulla nel Figlio di Dio, ma determina una vera nascita, un vero rinnovamento per noi.
Si tratta dunque di vivere oggi il Natale del Signore non come un avvenimento che riguarda il Figlio di Dio; del resto la stessa manifestazione ultima della sua gloria, non riguarderà, più l'umanità di Gesù glorificata, riguarderà l'umanità, che lo vedrà, come dice l'Apocalisse. Ma noi non vorremmo la novità ultima, sentiamo di non essere preparati. È preparata la nostra umanità ad accogliere il Cristo? L'incontro vero e definitivo anche per noi, sarà la morte. Vivere il Natale vuol dire per noi vivere il "dies natalis"? vivere la nostra morte? Sembra strano di unire il Natale col nostro morire e invece sarebbe la cosa più conforme a verità unire proprio la festa di Natale alla nostra morte, perché il vero "dies natalis", per noi, non può essere la Natività di Gesù, ma il nostro nascere alla gloria nella visione di Colui che è già nato, di Colui che già ci ha redenti. Tuttavia anche questo ci sembra prematuro. Nessuno di noi si sente preparato a morire questa notte e non vorremmo moire stanotte, prima di tutto per non dare noia agli altri. Un giorno di festa così sarebbe un disastro se la nostra famiglia dovesse avere un morto in casa. Prima di tutto per la nostra famiglia, ma forse anche per noi, perché credo che nessuno si senta preparato a questo incontro supremo e definitivo col Cristo.
E allora celebrare il Natale che cosa vuol dire per noi? Se il giorno di domani ci lascia così come siamo oggi, evidentemente noi non celebriamo il Natale. Se noi domani dovessimo vivere soltanto la gioia di un incontro fra noi, il ricordo soltanto di un avvenimento passato, noi non avremmo celebrato il Natale, perché è vero che il Natale oggi riguarda noi più ancora di quanto non riguardasse noi la sua nascita temporale a Betlem: quella nascita si fa viva oggi per me, oggi però che io vivo. È vero dunque che riguarda noi, ma noi in quanto siamo toccati da Lui, noi in quanto ci incontriamo con Lui, noi in quanto, al contatto col Cristo, viviamo un nostro rinnovamento interiore. Non si tratta nemmeno di una nascita, perché la nostra vera nascita, indipendentemente dalla nostra morte, è anche il battesimo. E il battesimo per noi è già avvenuto; e la nascita vera, che è la morte, ancora è da venire.
Che cosa per noi vuol dire questo Natale? Celebrare il Natale vuol dire comprendere che cosa il Natale è, oggi, per, noi.
Si è detto che in questa imminenza della festa noi dobbiamo vivere il desiderio e l'attesa. Desiderio e attesa di che? Miei cari fratelli, l'incontro con Dio implica sempre una novità assoluta per l'uomo. Se noi crediamo di conoscere Dio e di vivere la vita che abbiamo vissuto finora, certamente queste nostre parole di volerci incontrare con Lui sono vane, sono vuote di senso. L'incontro con Dio non è un avvenimento che si scrive negli avvenimenti comuni della nostra vita, implica sempre una frattura. Vi ricordate quello, che dicono i salmi? "Tocca i monti e fumano". È impossibile che la creatura sia toccata da Dio, si incontri realmente con Lui rimanendo quella che è. Sia pur santa quanto si voglia, nessuna creatura può veramente essere visitata in un modo reale da Dio, senza che non subisca un trauma, non subisca una frattura nella sua vita interiore. Dio non lascia mai le anime così come le trova; non le può lasciare, perché Dio è tale che la creatura non regge al suo incontro. "Nessuno può vedermi e vivere". Giustamente, si deve morire, non della morte ultima, ma di una morte sì; di una morte a noi stessi, ai nostri pensieri, ai nostri programmi, alle nostre idee, a tutto quello che finora costituiva il nostro vivere, perché se Dio ci tocca, il tocco di Dio per sé determina questa frattura dell'essere creato. "Nessuno può vedermi e vivere". Rimane vero anche per noi, per tutti e sempre Questo vuol dire certamente che non si muore una volta sola; questo vuol dire che anzi vivere un contatto con Dio vuol dire morire continuamente. Sì, anche risuscitare, in un certo modo, ma prima di tutto morire.
Ci può essere una identificazione dell'essere umano coll'Essere divino? del vivere umano, sia pure in san Francesco, con la vita divina? Non c' e, non ci può essere una equivalenza. Allora se Dio ti tocca, anche se sei san Francesco, muori e risorgi: muori a. te stesso, al tuo pensiero, alle tue idee, ai tuoi propositi, alle tue virtù e ti apri ad accogliere Dio che è sempre assoluta novità.
Siamo disposti a vivere questo Natale in un desiderio vivo di una vita nuova, in una attesa viva di qualche cosa che veramente trasformi fino nelle radici la nostra vita e l'essere nostro? C'è in tutti noi certo, un desiderio di essere migliori, ma attenti, questo essere migliori non mi soddisfa. Essere migliori vuol dire che c'è una continuità di cammino in un certo processo etico della vita per il quale cerchiamo pian piano di modificare il nostro carattere, di modificare il nostro modo di sentire e di vivere, ma tutto questo è proprio dell'uomo, il quale vive secondo una norma che è quella di vivere come si deve vivere, di essere quello che deve essere. Ma qui non si tratta di essere quello che dobbiamo, si tratta di divenire, in qualche modo, compagni di Dio, in qualche modo amici di Dio, cioè di trascendere infinitamente l'umano. Attendere a Dio non si può che in quanto noi viviamo un salto qualitativo, non in quanto camminiamo. Camminare non ci porta mai lontano, non ci porta mai più vicini a Dio, perché non c'è una vicinanza di Dio: o sei in Dio o non sei.
Infatti, voi lo sapete benissimo, uno che abbia ammazzato cinquecento persone, se si converte e si pente, è subito in Dio perché la vita divina non si raggiunge attraverso un cammino, ma attraverso una rottura. È quello che si diceva: l'incontro con Dio opera una frattura nell'uomo, è sempre un morire e risorgere. Noi dobbiamo capire questo. Molto spesso abbiamo concepito la vita cristiana come un cammino continuo. Non è un cammino continuo; anche se c'è un processo nella vita cristiana, questo processo però avviene attraverso un continuo morire e un continuo risorgere.
Come tante altre volte si è detto anche in Comunità, la vita cristiana implica. per sé una conversione perenne. Cos'è la conversione perenne? È uno strapparci alle proprie radici, è un tendere verso Dio, è un essere presi da Lui. Tutto questo vuol dire continuamente morire a noi stessi per risorgere in Lui, in un modo sempre nuovo, perché Dio rimane sempre l'eterna Novità, ma è sempre un morire e risorgere.
Ora, per vivere il Natale, bisogna dunque sentire prima di tutto il bisogno di morire a noi stessi, bisogna sentire e vivere questa volontà di morire a noi stessi per essere presi da Lui, posseduti da Lui. Sentiamo tutto questo? Sentiamo, come sentivano i primitivi anche nella religione cosmica, che ogni anno la creazione precipita come nel vuoto, come nel nulla, come nella morte e Dio la riprende sempre all'ultimo tuffo per farla rivivere? Noi qualche cosa di simile dobbiamo vivere nel nostro rapporto con Dio. La continuità è soltanto apparente; perché di fatto, se tu non muori a te stesso, le tue virtù di oggi divengano, invece che virtù, impedimento all'unione con Dio.
Anche questo si è detto più volte, ora lo esprimo con altre parole e in un'altra luce, ma rimane sempre la stessa verità. Che cosa si è detto? Si è detto che se uno si ferma, precipita; che se uno si ferma non vive più nessuna perfezione ed è più perfetto colui che comincia il cammino verso Dio. Ma quando si parla di cammino il nostro linguaggio è un linguaggio non proprio, perché non vi può essere cammino che porti l'anima a Dio, se Dio è l'Infinito, se fra la creatura e Dio rimane questa distanza infinita; sempre s'impone il salto qualitativo, sempre, e il salto qualitativo implica per sé, necessariamente che ogni atto dell'uomo che voglia incontrarsi con Dio sia un atto di conversione interiore, sia un atto in cui l'uomo vive la sua "abneget semetipsum". È quello che il Signore vi chiede stasera, prima di celebrare il Natale; che chiede a tutti noi stasera, prima che noi celebriamo il Natale. "Abneget semetipsum"; questo rinnegamento di sé questo morire a noi stessi, per aprirci ad accogliere Dio, secondo quella misura che noi gli offriamo, offriamo alla grazia, perché Egli si doni. È certo che c'è un processo, dicevo, ma attraverso dei salti, non attraverso un cammino continuo; attraverso una conversione perenne. E davvero non c'è processo senza questa conversione, appunto perché non c'è continuità tra la creatura e Dio. Tu lo accogli nella misura che ora la tua morte rende possibile a Dio di donarsi, o meglio, rende possibile a te di riceverlo, perché Egli si dona sempre. Siamo noi che rimaniamo incapaci di accoglierlo nella sua infinità.
Se dunque noi ora viviamo l'attesa ultima della celebrazione natalizia, dobbiamo vivere questa attesa in un bisogno di venir veramente meno a noi stessi, nel sentimento della povertà dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti, nel sentimento vivo della mediocrità di tutta la nostra vita; nel bisogno di un rinnovamento interiore che ci strappi alle nostre consuetudini, alle nostre abitudini, a tutto quello che siamo, a quello che viviamo, perché un Altro viva in noi. Quando l'uomo risorge non è mai quello di prima. Nella religione cosmica, sì. Infatti quello che chiede l'uomo nella religione cosmica è precisamente la continuità di una vita che si esprime attraverso le stagioni, e le stagioni riportano sempre, con la primavera, la vita di prima. Ma nel cristianesimo, nella vita religiosa non è così. La risurrezione dona all'uomo veramente, una vita diversa.
Dobbiamo dunque vivere questa attesa di Dio, questo bisogno di una risurrezione, vivendo già ora questa volontà di venir meno a noi stessi per far posto nella nostra anima a Lui.
Importa poco, diceva, il Silesio - quasi quattrocento anni fa - che Gesù sia nato a Betlem; se Egli non nasce in te nulla vale la sua nascita temporale. La nascita a Betlem di Gesù è in ordine precisamente a noi. Per noi infatti Egli è nato, ma Egli è nato per noi solo nella misura in cui la sua nascita opera in noi questo rinnovamento, realizza per noi questa frattura, compie in noi questa conversione, questa morte e questa risurrezione in Lui. C'è in noi - ecco la prima cosa che dobbiamo domandarci - questo desiderio di essere nuovi? C'è in noi questa volontà di aprirci a Lui che viene, anche se questo aprirci a Lui che viene implica per noi un morire, una rinunzia, cioè una abnegazione di tutto quello che siamo e viviamo? Troppo spesso noi identifichiamo vita morale e vita religiosa. La vita religiosa non è una vita morale, non è che sia immorale, evidentemente, ma non è una vita morale. La morale è propria dell'uomo, la vita religiosa è la vita di. Dio, non è l'adempimento di una norma che fa parte della nostra natura, ma piuttosto un essere presi da Dio e sollevati a Lui; strappati a noi stessi per essere in Lui.
Ed ecco uno dei fondamenti della vita cristiana: questo bisogno che l'anima prova di una conversione che non finisce mai. Quanto più anzi, tu risorgi in Cristo, tanto più nasce in te vivo e doloroso il bisogno di una conversione più profonda, perché fra l'uomo e Dio l'abisso rimane infinito, e l'anima, quanto più veramente è trasformata, tanto più realizza e vive questa discontinuità infinita, questa sproporzione infinita fra sé e Dio stesso. È nella misura che Dio vive in noi che l'anima scopre questa infinita distanza. Perché è proprio la presenza di Dio in te, che dona a te la conoscenza di questa abisso che da Lui in qualche modo ti separa. E sembra paradossale il nostro linguaggio. Com'è che Dio, venendo in noi, ci fa sentire la nostra lontananza? Ma è proprio questo, perché è precisamente venendo in noi che Dio si fa conoscere. Tu non potresti conoscere né te stesso né Lui se non nella misura che Egli si dona. Di qui ne deriva quello che si diceva: la vita cristiana implica questa conversione perenne. Non abbiamo mai realizzato una nostra conversione. Si tratta di vivere giorno per giorno una conversione che diviene ogni giorno più esigente, nella misura che diviene sempre più grande la conoscenza che hai in te stesso e di quel Dio che vuol vivere in te.
Se noi non proviamo questo bisogno di conversione, la prima cosa che si impone in questa attesa del Natale è la preghiera che il Signore ci faccia capire e ci doni la grazia di desiderare davvero questo morire a noi stessi perché Lui solo viva in noi, almeno, Lui viva di più. Possiamo accettarci così come siamo? Possiamo essere soddisfatti di noi? Possiamo credere che così come siamo, abbiamo già realizzato il vero incontro, il definitivo incontro con Lui?
Vedete, se noi lo avessimo già realizzato dovremmo morire, e se anche noi pensiamo di essere giunti a tal punto che soltanto attraverso la nostra conversione di stasera possiamo raggiungere davvero una definitiva unione col Cristo, allora noi non desidereremmo tanto una conversione nel tempo, quanto il nostro morire. Non ha infatti senso la vita, non ha significato se non in quanto ci è stata donata proprio per vivere questo aprirsi continuo dell'essere creato alla grazia che in questo essere si vuole effondere per riempirla di sé.
Si tratta dunque di chiedere a Dio la grazia di capire, prima di tutto, il bisogno di una nostra conversione; la grazia poi di chiedere a Dio di convertirci a Sé; la grazia poi di chiedere a Dio che in questa conversione noi viviamo sempre più reale e vera una nostra abnegazione dei nostri sentimenti, dei nostri pensieri, del nostro vivere, perché non più siamo noi a vivere, ma sia il Cristo a vivere in noi. Questo dobbiamo chiedere stasera a Gesù che viene. La venuta di Gesù non può essere la sua nascita temporale e non è ancora la manifestazione ultima della sua gloria, che potrà venire soltanto con la nostra morte, né tanto meno noi chiediamo a Dio la manifestazione ultima della sua gloria per tutta l'umanità, che sarebbe la fine del mondo; noi sentiamo che l'umanità e noi stessi siamo ancora troppo lontani dall'aver realizzato il piano divino, per poter pensare di dover morire stanotte: si tratta invece per noi di vivere questo morire a noi stessi oggi perché Egli viva in noi, perché Egli cominci a vivere in noi in un modo più perfetto e più pieno.
Del resto che cos'è la vita religiosa? Impegno di perfezione. Ma che impegno di perfezione può essere la nostra vita religiosa, se non è l'impegno costante, sempre ripetuto, di convertirci al Signore? Se si è detto che un'anima che si ferma nel cammino precipita, vuol dire che non è possibile per noi vivere un impegno di vita religiosa che in questo incessante convertirsi dell'anima a Dio, in un incessante strapparci alle proprie radici, in un costante strapparci al nostro amor proprio, alla nostra vanità, alla nostra sensibilità, per offrirci a Dio in un morire a noi stessi perché Egli viva in noi.
Questo dunque dobbiamo chiedere, questo dobbiamo implorare stasera, prima di entrare proprio nella festa del Natale. Coi Vespri entreremo nella festa del Natale, perciò in questo momento dobbiamo chiedere questo e prima di tutto questo. Che cosa? È certo che noi potremo vivere una vera preghiera che implori questa nostra conversione interiore, solo nella misura che ci conosciamo e conosciamo Lui.
E allora, non vi sembra che la prima cosa che si impone dopo aver pregato il Signore che Egli ci converta a Sé, è quella di realizzare la nostra mediocrità, della meschinità della nostra vita. Guardiamoci un poco nella luce del Cristo che viene; guardiamoci un poco nella luce di questa santità di amore, per la quale santità un Dio si fa uomo per noi, per donarsi interamente a noi. Guardiamoci un po' in questa luce dell'amore infinito del Cristo per renderci conto del nostro egoismo, di quanto siamo indisponibili a Dio e ai fratelli, di quanto siamo ancora legati a noi stessi, di quanto siamo ancora chiusi in noi stessi, di quanto siamo ancora fermi nel nostro pensiero, nei nostri giudizi, nei nostri sentimenti, di quanto siamo meschini. Si tratta per noi di fare un esame di coscienza. Voi sapete che non sono molto amante dell'esame di coscienza, ma dovete anche sapere che non si può certamente chiedere a Dio di convertirci a Sé se noi non siamo veramente stomacati di quello che siamo. Non dico un'altra parola, è questa la vera parola. Era stomacata perfino santa Teresa quando era già santa, figuriamoci se non posso e non debbo essere stomacato io di me stesso. Ma non per essere amari contro noi stessi, perché anche questo è orgoglio, è amor proprio che non vuol riconoscere il proprio nulla e non sopporta la visione della propria povertà; si tratta si di conoscere quanto siamo meschini e mediocri così da essere rivomitati da Dio e rivomitati dagli uomini, ma per volgerci a Dio e implorare da Lui la conversione. La conoscenza che noi abbiamo di noi stessi è ordinata soltanto a rinnegare quello che siamo, a chiedere al Signore che Egli ci strappi alle nostre radici perché noi siamo impotenti. Possiamo vederci così come siamo, ma il vederci non opererebbe nulla se in noi immediatamente non nascesse poi la speranza, l'attesa di questa venuta del Cristo che fa succedere al morir nostro, a noi stessi, la sua vita divina. Nel cristianesimo non c'è morte senza risurrezione.
Ecco quello che noi dovremmo chiedere a Dio. E io penso che prima di iniziare veramente questo giorno di ritiro, si imponga per noi un po' di silenzio interiore, per metterci tutti davanti al Signore; e nel conoscimento di quello che siamo possiamo implorare la sua grazia che ci rinnovi; perché altrimenti il Natale passa proprio come olio sull'acqua, senza toccarci nemmeno. Sappiamo bene che Gesù è nato, ma si ripete quello che dicevo prima: nulla varrebbe che il Cristo fosse nato se non nascesse oggi in noi, e oggi in noi può nascere solo nella misura che noi, consapevoli della nostra povertà, ci apriamo ad accogliere il suo domo di amore, ci apriamo ad accogliere la sua grazia divina che ci rinnovi e ci trasformi. E allora vi chiedo che in silenzio noi meditiamo un poco sulla nostra vita, vediamo un poco quanto misera e povera sia la nostra esistenza, quanto indegna di anime che Dio ha voluto scegliere e fino dalla nascita ha chiamato, nell'adozione divina, a vivere la sua medesima vita.
Seconda Meditazione
Riflessione penitenziale alla luce di Dt 10,11
Noi sappiamo che ogni incontro con Dio implica e insieme realizza una conversione del cuore; e noi non possiamo vivere questo Natale come ricordo soltanto di un avvenimento passato, né come un'attesa della fine o del mondo o anche di noi stessi nella morte. Sentiamo tutti di non essere ancora preparati a questo incontro definitivo con Dio. Vogliamo piuttosto vivere una nostra conversione profonda dall'incontro che noi vogliamo realizzare in questa notte, con Colui che è venuto. Ma la conversione può avvenire finché noi non avremo preso coscienza della nostra povertà? del nostro peccato? In questo tempo di silenzio che ci è stato concesso, ci siamo veduti nella luce di Dio? Così come siamo, poveri, indegni? Così come siamo, legati ancora a noi stessi, pieni di sentimenti meschini, di sentimenti di vanità, di amor proprio, di sensibilità non mortificata, di mancanza di amore verso i fratelli, di incapacità di accoglierli e di accettarli così come sono, sentendoci impegnati unicamente a loro servizio per loro amore. Ci siamo liberati da tutti gli ostacoli che ci impedivano di rispondere a Dio, oppure anche noi come Adamo, ci siamo nascosti pensando così di sfuggire alla sua parola che ci chiamava?
Dio ci ha posto dinanzi la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Egli ci ha detto che unico suo comando è l'amore per Lui, perché è dall'amore per Lui che nasce anche l'amore per i nostri fratelli, che deriva per noi la liberazione da tutto quello che ci impedisce questa vita di amore in cui in fondo consiste tutta la nostra risposta all'amore infinito di Dio. Dall'amore di Dio tutto deriva, ma in che modo Dio è stato vivo per noi? in che modo davvero il nostro rapporto con Lui è stato un rapporto reale? Com'è stata la nostra fede? come noi abbiamo vissuto nella divina Presenza? e come nella sua Presenza noi abbiamo eliminato dalla nostra vita tutti gli idoli, i pensieri vani, le nostre piccole ambizioni, i nostri egoisti? Sono tutti idoli che ci impediscono di essere totalmente di Dio, di volgerci a Lui con quell'amore puro e totale che Egli ci ha chiesto. Sì è vero, l'unico peccato rimane l'idolatria e tutti noi ne sismo colpevoli. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze è davvero l'unico comandamento che Dio ha dato a Israele e che ha dato anche a noi, ma chi di noi veramente lo vive? Certo si impone, se vogliamo vivere questo comando, che noi ci strappiamo alle nostre radici di egoismo, di orgoglio e di sensualità per offrirci, nella nostra povertà, a Dio solo.
È questo che dobbiamo chiedere stasera a Gesù. Prima di celebrare coi Vespri l'ingresso nella festa del Natale, dobbiamo dunque metterci dinanzi al suo volto per vederci nella luce della sua santità e, senza sgomento col desiderio e con l'amore della Maddalena, gettarci ai suoi piedi e implorare il perdono. Dobbiamo chiedere davvero che questa notte sia per noi una nascita nuova, sia un rinnovamento di tutta la nostra vita. Non possiamo contentarci di noi stessi. Se domani siamo come oggi il Natale è passato invano. Che non sia invano: "Ti ho messo davanti la morte e la vita, la maledizione e la benedizione"; non c'è neutralità nella vita divina. Se l'incontro con Dio non rinnova il nostro spirito in una conversione vera e reale, evidentemente l'incontro con Dio ci fa maggiormente responsabili, ci chiude ancora di più alla sua grazia, ci allontana da Lui.
Come dobbiamo stasera implorare questo perdono! Come dobbiamo desiderare davvero col suo perdona quella conversione che volgendo tutta la nostra anima a Lui, la illumina della sua luce di grazia e di amore. Forse più grave di ogni nostro peccato particolare è proprio questa nostra tiepidezza, questa nostra vita così mediocre, povera di amore, superficiale, distratta. È evidente che non viviamo nella divina Presenza. E come dal vivere nella presenza di Dio nasce per noi davvero ogni vita santa, così è dall'oblio di Dio - dicevano i Padri della Chiesa - che nascono tutti peccati. Chiediamo al Signore che Egli davvero si faccia vivo per noi. Egli è presente, ma questo Natale deve farcelo vedere, deve farci incontrare con Lui e poi, una volta incontrato, non farcelo perdere più.
Gettiamoci ora ai piedi del Signore in umiltà profonda e in fiducia assoluta della sua misericordia, perché Egli ci sollevi a Sé nel suo amore.
Terza Meditazione: Tt 3, 4-7
"Quando piacque mostrarsi a noi la bontà e la benignità del Signore"
San Paolo ci dice stasera, che cosa è il Natale. Noi l'abbiamo udito:è la manifestazione della benignità e della bontà del Salvatore nostro Dio. Prima di tutto il Natale è rivelazione. Mai l'uomo avrebbe potuto conoscere Dio, se Dio non avesse voluto rivelarsi. La rivelazione di Dio trascende ogni nostra attesa, ogni nostro pensiero. L'umanità l'aveva atteso per migliaia di anni; ma quando Egli è venuto, l'umanità, non poté riconoscerlo, talmente la rivelazione che Egli dava di Sé trascendeva ogni pensiero e ogni attesa dell'uomo. Potevano pensare e attendere un Dio che era potenza, un Dio che era sapienza, ma non attendevano un Dio che era amore, soltanto amore, amore infinito. L'amore ci ordina all'amato. Tanto più grande, tanto più vero è l'amore, quanto più l'amante, ordinandosi all'amato, scompare perché non vive per sé, perché non vive in sé, ma vive nell'amato e per l'amato soltanto. E Dio nella sua infinita potenza, e Dio nella infinita sua sapienza rivelò Se stesso precisamente in questa povertà, in questa umiltà senza fondo: in un bambino che aveva bisogno dell'uomo, che chiedeva all'uomo di essere protetto e difeso.
Chi mai avrebbe potuto immaginare che Dio si rivelasse così e quale trasformazione e conversione dell'uomo suppone questa conoscenza di Dio! Non è soltanto Dio che trascendendo il nostro pensiero si manifesta diverso, totalmente diverso da come noi potevamo pensarlo, ma in questa sua rivelazione ci chiama Lui stesso a una conversione dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti, perché anche noi possiamo comprendere che solo nell'amore è la verità e solo nell'amore è la vita; in un amore che non è un amore centripeto per il quale noi vogliamo tutto possedere, tutto attrarre a noi, ma in un amore che totalmente ci ordina a Lui nella semplicità e nell'umiltà della nostra vita.
Come mirabile è Dio che continua il mistero del suo Natale nel mistero della nostra povertà umana, della nostra debolezza, della nostra umiltà! Voi lo vedete, anche i cristiani chiedono sempre a Dio nuovi segni; anche i Vescovi chiedono a Dio una nuova Pentecoste per la Chiesa, i nuovi trionfi. In un modo o in un altro si vuole sfuggire sempre a questa rivelazione dell'amore divino nell'umiltà e nella debolezza di un bimbo. Si vorrebbe che la Chiesa ora anticipasse la gloria futura. Ma la Chiesa, e ogni cristiano, vive solo nella misura che discende nel proprio nulla e scompare. Tanto più siamo grandi quanto più moriamo a noi stessi, quanto più scompariamo nella luce di Dio. Vivere per Iddio vuol dire vivere per noi il nostro morire, vuol dire cioè non vivere più per noi, non cercar più nulla per noi, non pretendere più nulla per noi, non volere più nulla, nemmeno la santità, perché il valore la santità è rifugiarsi ugualmente in una nostra pretesa di essere qualcuno, qualcosa. Sparire, che Dio solo sia, che Lui sia l'Unico amato. Come per Lui siamo noi che si conta, come per Lui siamo noi il suo volere, la sua ricchezza la sua gioia, così per noi non può essere altra gioia, altra ricchezza che Lui. E noi dobbiamo e vogliamo scomparire nella luce divina.
L'insegnamento del Natale è un'umiltà senza fondo. Se Dio che è l'Infinito, rivelandosi a noi ha manifestato - dice san Paolo - la sua benignità; rivelandosi a noi è disceso fino nel fondo della povertà umana e della umana debolezza; se ha voluto non essere quasi nulla, noi, noi che siamo già nulla che cosa pretendiamo di essere? Come mai non accettiamo almeno quello che siamo, la nostra povertà, e la nostra indigenza? Perché non troviamo la nostra gioia nell'essere nulla? Perché cerchiamo un compenso alla nostra povertà nel potere della cultura, nel potere politico, nel potere economico, nella stima degli altri, nell'affetto delle creature? Tutto pretendiamo per noi e nulla dovremmo chiedere tranne il potere di amare e di spogliarci sempre più di noi stessi, di ogni pensiero di noi stessi, di ogni volontà di affermazione di noi stessi, per essere totalmente amore.
Si è manifestata la bontà e benignità di Nostro Signore, del nostro Dio e Salvatore, del nostro Dio - ci dice san Paolo. Non è la manifestazione semplicemente di un grande Dio, è la manifestazione suprema di Dio, un bambino che vagisce, un bimbo che non parla, un bimbo che deve essere - dicevo prima - difeso e protetto. Ecco l'onnipotenza divina! Davvero l'onnipotenza è soltanto in ordine ad una sua morte, a un suo annientamento. Quando ci darà una prova ancora maggiore del suo amore, lo vedremo sopra urna croce, oltraggiato, vilipeso, abbandonato da tutti, tradito da coloro che Egli aveva amato di più.
È questo l'amore! E noi che cosa pretendiamo? Come noi dovremmo essere affamati di umiltà; come dovremmo cercare non di essere qualcosa, ma di non essere e non per volontà di morte, ma per volontà di amore, perché chi ama, noi lo sappiamo, si dimentica di sé, non può ricordarsi di sé, non può pensare a sé.
Questo noi dobbiamo chiedere stasera al Signore in questo Natale: Il cammino della santità, se vi è un cammino, è soltanto un cammino in discesa. Il cammino a cui ci chiama il Signore è un cammino soltanto di spogliamento e di morte. Di morte, ma la morte da sola non vale, la morte in quanto è precisamente il frutto dell'amore, come la morte di Cristo. Se la morte del Cristo non fosse stata volontaria, se Egli stesso non l'avesse scelta liberamente per amore di noi, per la nostra salvezza, Egli sarebbe morto come qualunque altro mortale. Aveva assunto una natura passibile, doveva morire. Ma no, nessuno poteva rapirgli la vita - Egli dice nel IV Vangelo - Lui liberamente la dà e la dà per amore nostro. Nulla riserba per Sé.
Che cosa noi vogliamo? Che cosa noi chiediamo a Dio? Non è forse vero che ancora noi siamo attaccati a noi stessi e a tante altre cose, quasi che ci mancasse la vita, se ci mancassero la stima degli uomini, l'affetto delle creature e la possibilità di un certo lavoro. Bisogna sapere amare sino in fondo, ecco l'insegnamento del Natale. Amare sino in fondo vuol dire sapere scomparire non chiedere nulla per noi, ma esser contenti piuttosto che Dio ci spogli e lasciarci spogliare da Lui per non vivere più che questo nostro venir meno a nei stessi perché Lui solo per noi rimanga, Dio solo. Proprio per questo sarà bella la morte, perché non ci rimarrà più nulla e Lui solo apparirà, e Lui solo, noi vedremo e nella sua visione saremo beati. Beati perché allora potremo dimenticarci totalmente di noi stessi, beati perché finalmente il nostro io potrà scomparire del tutto, questo io che esclude Dio perché se noi siamo, Dio non è, se Dio è, noi non siamo.
Certo sul piano metafisico la creatura rimane, ma non sul piano psicologico, non su quel piano per il quale l'uomo è ancora legato a se stesso e vive un ricordo di sé e vive la propria vita. Siamo pura condizione a un moltiplicarsi di Dio. Ecco che cos'è la creazione divina nel disegno di Dio: condizione a un suo moltiplicarsi perché Egli ci ha creati soltanto per potersi donare e per vivere in ciascuno di noi. Ma Egli non può donarsi, non può vivere in noi che in quanto è l'Unico ed è l'Assoluto. E la sua Presenza precisamente in ciascuno di noi suppone questa sparizione totale di ogni riferimento a noi stessi, di ogni coscienza di noi stessi, per non avere più altra coscienza che di Dio. L'Unico, l'Amato.
Ma prima di poter vivere questa suprema umiltà che è la perfezione dell'amore, noi dobbiamo già cercare in questa vita di vivere un'umiltà sempre più grande, perché noi non togliamo nulla a Dio, perché Dio sia davvero già ora, nella nostra vita, tutto per noi. Tutta la gioia, tutta la ricchezza, tutta la vita, tutta la santità, tutto. La manifestazione della bontà di Dio! È perfino inconcepibile anche dopo duemila anni di cristianesimo, questa rivelazione di Dio nell'umiltà di un bambino.
Vedete, sotto certi aspetti possiamo capire anche di più la morte di croce, perché nella morte di croce c'è, se non altro proprio l'espressione di una volontà. Nel bambino si è liberato anche di questo, è nulla. Egli si è ridotto proprio all'impotenza più grande, alla povertà più estrema ed è questo l'amore.
E noi viviamo stasera questa manifestazione dell'amore di Dio, ma come possiamo viverla se noi non sappiamo amare, se non amiamo il nostro scomparire, il nostro discendere, il nostro spogliarci di ogni pretesa, di ogni ambizione, di ogni volontà, di ogni stima di noi stessi, di ogni ricordo di noi stessi? Vorrei chiedere stasera, per me e per voi, che la sua Presenza divina come luce ci cancelli e rimanga per noi davvero soltanto questo amore immenso, infinito, inconcepibile di un Dio per noi. Noi dovremmo vivere sempre dinanzi a Dio, ma non al Dio dei filosofi, e nemmeno al Dio dei mistici, ma dinanzi al Dio dei cristiani, a quel Dio che si è fatto conoscere alla Vergine santa, che si è fatto conoscere ai pastori, quando lo hanno veduto. Il cielo tripudiava di gioia, ma quando l'hanno veduto, hanno veduto un bambino in una mangiatoia, deposto in una mangiatoia in una povera grotta. Tutto il cielo poteva tripudiare, ma tripudiava proprio per questa umiltà senza fondo di un Dio che si era spogliato di tutto per donare tutto agli uomini che Egli amava.
Rimanere dinanzi al Bambino Gesù ecco quello che io credo sarebbe opportuno per noi, per imparare come si vive, per imparare come si ama. Che il Signore ci doni una umiltà vera, che ci doni l'amore all'umiltà, che il Signore ci faccia comprendere che non c'è altro cammino per giungere a Lui che quello di spogliarci sempre di più di tutto perché Lui solo rimanga per noi. Dovremmo temere tutto quello che in qualche modo ci arricchisce: temere la stima, temere ogni onore, temere ogni ricchezza, temere ogni potere, temere anche l'affetto che gli altri ci portano. Usurpiamo tutto a Dio tutto quello che a noi è donato. A Lui solo deve essere donato quello che a noi viene offerto e che noi pretendiamo. Che cosa a noi è dovuto? Non siamo forse un nulla in noi e per noi stessi? Perché vogliamo una volta creati, pretendere qualche cosa? Si diceva già prima: Dio ci ha creati unicamente per essere la condizione di una sua Presenza, null'altro. Noi dobbiamo volere questo e null'altro.
Come si capisce il cammino di tante anime che le porta proprio alla solitudine estrema, al silenzio perpetuo, a voler essere dimenticate da tutti. Ma com'è difficile! Volere anche essere dimenticati da tutti e dimenticarci noi stessi. Ora il cammino vero dell'umiltà è meno di essere spogliati di quelle cose che ci vengono dal di fuori, che essere spogliati del ricordo di noi stessi, della coscienza che noi abbiamo di un nostro valore o di quello che siamo.
Che la luce di-Dio ci cancelli, ecco la nostra preghiera, stasera. Dinanzi al bambino Gesù possiamo noi pretendere di essere qualchecosa più di Lui? Non ci vergogniamo dunque di essere quello che siamo. La nostra gioia è soltanto sparire, morire totalmente a noi stessi, per far posto nella nostra anima a Dio. Sia davvero la nostra anima quella grotta che lo accoglie, meglio ancora della grotta, il seno della Vergine che lo portò per nove mesi, e che noi siamo questo e null'altro, un ostensorio del Cristo, null'altro; che gli uomini non vedano in noi null'altro, e non abbiamo più nome, ma Lui; essere davvero condizione perché Egli si faccia presente; ed Egli non si potrà mai far presente nel nostro potere dei miracoli, o nella nostra efficienza sul piano anche pastorale o apostolico, ma si farà presente nell'umiltà più vera, nella povertà più grande; in questa debolezza dell'uomo che pur nella sua debolezza crede e si affida, che nella debolezza si apre alla visione di Dio e sa amare come Egli ha amato.
"Quando piacque manifestarsi a noi la bontà e benignità del Signore". Quale religione ha mai potuto dare una rivelazione di Dio così? e quale religione ha potuto chiedere all'uomo un amore così vero che si esprima anche per l'uomo nella più fonda umiltà, nella semplicità più pura? No, i santi non sono degli eroi, sono dei poveri che si aprono a ricevere il dono dell'amore, sono dei poveri che non sanno altro che amare e vivono questo donarsi senza ricordo di sé, senza voler nulla per sé.
Miei cari fratelli, non è soltanto il Signore, è anche la Vergine santa che ci insegna. È Lei che, prima di ogni altra creatura, ha avuto la manifestazione della divinità di Dio e l'ha compresa così da, vivere nell'umiltà più vera e profonda per tutta la sua vita. Ella scompare; appare soltanto ai piedi della croce. Non partecipa alla gloria del Cristo quando Egli fa i miracoli; non è chiamata dal Cristo alla visione della sua trasfigurazione sul Tabor; non è invitata dal Cristo a seguirlo nel suo apostolato. Ella rimane dimenticata da tutti, sembra perfino dimenticata dal suo Figlio divino; Egli non la ricorda, sembra respingerla, vuole che viva nel silenzio, vuole che affondi come nel nulla; ed Ella rimane pura, semplice, Ella sa amare, nulla chiede per sé. Si ritrova soltanto ai piedi della croce. Questo è il suo posto. Se noi dobbiamo volere qualcosa è soltanto di partecipare agli obbrobri del Cristo, alla Sua Passione, alla sua morte; l'unica cosa che possiamo chiedere, se partecipare alla sua morte vuol dire - come per Maria - saper amare fino in fondo, come fino in fondo ha amato Gesù.
Proprio nel mistero dell'Incarnazione che noi stasera vogliamo contemplare, noi vediamo non solo la rivelazione suprema dell'amore di Dio nel bambino, ma possiamo anche contemplare la risposta dell'uomo all'amore di Dio nella semplicità, nella povertà, nell'umiltà di Marria. Non e forse Lei, più di ogni altro santo la causa esemplare di ogni santità? E come ci insegna! Chi di Lei potrebbe dire qualcosa? Nemmeno oggi, dopo duemila anni, si può dire qualche cosa della Vergine. Si sa della sua Annunciazione, la vediamo ai piedi della croce; poi la sua vita è il silenzio, il nulla. Nell'Annunciazione di Gesù Ella è sola, e nella nascita di Gesù Ella è sola: sola a contemplare la manifestazione della bontà di Dio, ed è sola ai piedi della croce. Tutti hanno abbandonato il suo Figlio. L'anima più santa la si riconosce qui, non nel partecipare - dicevo prima - alla grandezza, ai miracoli, all'amore che la folla portava a Gesù, ma nella partecipazione alla sua passione dolorosa, ma il vivere il silenzio stesso del Bambino, sola nella grotta, insieme con Lui.
Sia questa la nostra vita. Impariamo da Maria come si ama, in risposta all'amore di un Dio che di tutto si è voluto spogliare per noi, che ha manifestato Sé soltanto nella perfezione di un amore senza limiti.
Quarta Meditazione: At 13, 16-17; 22-25
Vivere il Natale non vuol dire che Gesù rinasce, ma che Egli assume la nostra natura per vivere in noi
Dobbiamo ora raccoglierci per iniziare l'ultima parte della Veglia di questa solennità natalizia.
Il raccoglimento che dobbiamo vivere per entrare nel Mistero sarà aiutato in noi da alcune brevi riflessioni sul Mistero stesso che celebriamo. Non abbiamo celebrato la Messa vespertina, ma abbiamo letto la seconda lettura e l'abbiamo ascoltata ora. Alla fine del Mattutino poi, ascolteremo il Vangelo di questa Messa, che è il Vangelo della vigilia. E leggendo la lettura degli Atti noi possiamo ritrovare il motivo fondamentale della liturgia anche nella Messa di stamani: Gesù che nasce dalla famiglia di David. Dio trasse dalla famiglia, di David, dice, un Salvatore, trasse. Dice il salmo 85 che la giustizia scende dal cielo e la salvezza sboccia dalla terra. Gesù è il frutto insieme della generazione del Padre e anche è il frutto della Madre, della terra. Ora è molto importante capire che sì, Gesù è Figlio di Dio, ma è importante ancora che noi insistiamo e vediamo come Egli è Figlio anche di Maria, è il Figlio dell'uomo, perché comprendiamo che veramente tutta la vita spirituale consiste nel dare al Verbo di Dio la nostra stessa natura perché Egli viva attraverso di noi. Vivere il Natale non vuol dire che Gesù rinasce, ma vuol dire che Egli assume la nostra natura per vivere in noi. Una volta Egli è nato in una natura umana che aveva tratto dal seno della Vergine, oggi si può far presente nel mondo solo se noi prestiamo a Lui la nostra umanità, se noi doniamo a Lui la nostra umanità perché Egli viva in noi.
Vivere la vita cristiana vuol dire non vivere la nostra vita, ma lasciarci possedere dal Verbo perché il Cristo viva in noi. Certo che come persone noi siamo e rimaniamo distinti dal Verbo di Dio; ma per vivere in unione col Verbo la sua medesima vita.
Si è detto altre volte che il mistero cristiano è analogo al mistero della Trinità. Per questa analogia rimane vera la distinzione delle persone, della persona creata di ciascuno di noi dalla Persona eterna del Verbo di Dio, rimane vera questa distinzione ed eterna, ma rimane vera nella distinzione delle persone anche l'unità di un corpo. Il cristianesimo non è altro, diceva Bossouet, che il Cristo dilatato nello spazio e prolungato nel tempo. Tutto il cristianesimo non è altro che un mistero di incarnazione che si prolunga. La Chiesa non sarebbe nulla, il cristianesimo non sussisterebbe, perché sarebbe soltanto una dottrina teologica, ma una dottrina non sarebbe un mistero. Se il cristianesimo è un mistero è perché continua il mistero d'una incarnazione. Non come se il Cristo avesse bisogno ancora di farsi uomo, ma nel senso che, attraverso il tempo e attraverso tutta la terra, Egli trae a Sé - trasse dalla famiglia di David un Salvatore - trae a Sé la nostra umanità per vivere in essa. E oggi Gesù non vive nel mondo, non può vivere nel mondo se noi non prestiamo a Lui la nostra umanità, perché Egli vive nel cielo - Egli ascese ai cieli - vive alla destra di Dio, non vive nella storia, non è visibile agli uomini, deve vivere in me.
Che cos'è questo Natale che noi celebriamo? Il Signore ci chiede quello che ha chiesto a Maria, e noi stasera dobbiamo ripetere a Dio quello che ha detto la Vergine quando si è abbandonata alla forza dello Spirito perché in Lei fosse concepito il Figlio di Dio, perché da Lei nascesse Gesù. Dobbiamo dare a Dio la nostra umanità perché Egli viva attraverso di noi e non sia più che Lui a vivere in noi. Voi lo sapete che il difetto, anzi più che il difetto, l'opposizione alla vita, cristiana in noi è la "voluntas propria", è la proprietà, il senso di voler vivere una nostra vita invece che la sua vita; è il fatto di voler avere una nostra volontà, invece che la sua, è il fatto di voler avere una nostra vita, i nostri pensieri, le nostre ambizioni, i nostri desideri, i nostri programmi, invece che viva in noi unicamente il Signore.
Che cosa dunque ci chiede stasera questo nostro entrare nella celebrazione del santo Natale? Ci chiede di abbandonarci a Lui totalmente, di strapparci alle radici del nostro egoismo per appartenere unicamente al Signore, perché il Signore viva in noi. E noi dobbiamo credere che in forza del nostro abbandono non saremo più noi a vivere, ma sarà Gesù che vive in noi, secondo le parole di Paolo: "Vivo io, ma non son più io che vivo, è il Cristo che vive in me". Notate la sapienza di queste parole: se il Cristo vive in me, la persona rimane distinta, io non sono Gesù, però è Lui che vive, cioè è l'unico Cristo che vive pur nella distinzione delle persone, l'unico Cristo. Ma non può vivere l'unico Cristo in me se io non mi lascio possedere da Lui. È la sua presenza in noi che implica il Natale. La festa di Natale vuol essere un farsi presente Gesù nella nostra umanità. Si fece presente allora nel tempo, si fece presente allora a Betlem nella grotta, si deve far presente oggi per me, in questo luogo, a Settignano, nel luogo dove voi siete e nella vita che voi vivete oggi, non domani; oggi, non ieri, perché oggi voi dovete prestare a Lui questa vostra umanità, perché Egli viva.
Che cosa ci insegna dunque la lettura che abbiamo ascoltato? Che Dio ha voluto avere bisogno di noi. Vi ricordate la grande, la bellissima lettura del giorno 21 dicembre? Si chiama il giorno aureo per eccellenza dell'Avvento, non so se lo sapete, è il giorno in cui viene letto il Vangelo dell'Annunciazione e il giorno in cui nella lettura che è di san Bernardo, si rivolge alla Madonna e le dice: "tutto il mondo attende, che aspetti tu a dire il tuo "fiat"?" È una delle letture più belle di tutto l'anno liturgico. Bene, quello che allora avvenne, ora avviene, perché Dio allora ha voluto aver bisogno di Maria, oggi vuol avere bisogno di me, vuol aver bisogno di noi tutti, perché senza di noi Egli non si fa presente agli uomini quaggiù. Senza di noi Egli non opera per gli uomini quaggiù. È Lui che opera, intendiamoci. bene, è Lui che battezza, non sono io che battezzo; è Lui, che assolve, non sono io che assolvo, è Lui che vive anche in voi, non siete voi che dovete vivere. Ecco, donare a Lui la vostra umanità come l'ha donata Maria; il "fiat" di Maria, l'atto di abbandono di Maria deve continuare nell'atto di abbandono di ogni persona creata alla potenza dello Spirito del Cristo, perché il Cristo vive in ciascuno.
È questa la spiritualità cristiana. Di questa vita cristiana la causa esemplare è Maria, è Maria soprattutto in questo atto di abbandono alla potenza dello Spirito, perché si incarni in lei il Figlio di Dio.
Ora è questo atto di abbandono che il Signore ci chiede. Voi avete fatto questo atto di abbandono, di donazione di voi stessi a Lui col santo Battesimo, ma avete dovuto rinnovarlo quest'atto, farlo vostro quest'atto, quando siete giunti all'uso di ragione. Ma si può dire di aver mai compreso sino in fondo l'esigenza di Dio. Non è forse vero che ci siamo donati; ma soltanto con grandi riserve, con grandi condizioni e mai pienamente ci siamo abbandonati a Lui così da perdere una nostra vita, così da non voler vivere più una nostra vita, non è forse vero?
Non è forse vero che è difficile per noi dimenticare totalmente noi stessi e lasciarci possedere da un Altro che è Dio? Non è forse vero che noi tutti vogliamo programmare la nostra vita, che vogliamo tutti sapere dove andiamo e essere noi piuttosto a voler insegnare a Gesù, insegnare a Dio per quale via dobbiamo tendere alla nostra salvezza? Non è forse vero che in noi troviamo sempre delle resistenze a questa divina volontà? Vorremmo che il Signore ci chiamasse per una via di gusti interiori piuttosto che di aridità, in un luogo piuttosto che in un altro, una certa forma di vita piuttosto che un'altra? Non è forse vero che noi vorremmo imporre a Dio un nostro modo di pensare e di vedere, piuttosto che abbandonarci totalmente a Lui, eliminando da noi ogni nostra volontà propria? Ora è precisamente questo che la Vergine ci insegna. Il nostro abbandono a Dio non è stato mai pieno, non è stato mai perfetto. Perché l'abbandono di Maria fu pieno e perfetto, nacque da Lei Gesù. Ella lo concepì nel suo seno, lo partorì per la salvezza del mondo.
Se dunque Gesù deve vivere oggi nel mondo e operare, o almeno applicare la salvezza che Egli ha ottenuto con la sua morte di croce, Egli ci chiede questo abbandono, che fu l'abbandono della Vergine, alla potenza dello Spirito. Il "Fiati mihi", quella parola che era attesa da tutto l'universo, dagli angeli e dagli uomini, che eran precipitati nel peccato, dalla creazione intera, quel "Fiat" da cui è dipesa la salvezza del mondo, è il "fiat" che noi dobbiamo ripetere stasera: fa' di me ciò che vuoi. E anche la parola che Gesù medesimo ha detto, noi la dobbiamo dire nei riguardi dello Spirito del Cristo, perché Cristo stesso viva in noi le parole che Egli, secondo la lettera agli Ebrei, ha detto e pronunciato quando si è fatto uomo! Tu non hai voluto sacrifici ed olocausti, mi hai dato un corpo, ecco, o Dio, io vengo a compiere la tua volontà. Ecco, sono qui. Anche Maria: "Ecce", ecco la serva del Signore. È la prontezza dell'anima che finalmente si scioglie da tutto, è la prontezza dell'anima che finalmente si strappa a tutti i suoi legami, per abbandonarsi alla potenza dì Dio che deve trasformare l'anima nostra e far sì che noi viviamo la sua medesima vita.
Miei cari fratelli, consapevoli di aver sciupato tanto tempo perché avevamo cercato di contrattare con Dio, scegliendo noi il cammino che doveva condurci a Lui, consapevoli di aver sciupato tanto tempo perché non abbiamo mai creduto fino in fondo al suo amore e alla sapienza di Dio, che intesse il nostro cammino, che guida il nostro cammino, noi stasera vogliamo abbandonarci interamente a Dio. Che cosa il Signore ci donerà, che cosa il Signore vorrà da noi? Non lo sappiamo, non vogliamo saperlo, perché già saperlo ci mette nella condizione di riprendere noi il timone della nave, perché crediamo, se dobbiamo andare in un certo posto, di dovere portare subito la nave in quella direzione. Voi lo sapete che Dio è solito scrivere diritto con linee storte. Ti vuol chiamare al sacerdozio e intanto ti fa perdere un mucchio di tempo facendoti fare l'avvocato o il perito industriale; ti vuol chiamare a una vita di solitudine e intanto invece, sembra che Egli ti immetta, ti inserisca in un cammino, in un lavoro apostolico dal quale non riesci a liberarti. Ma è proprio nell'abbandono a Dio con semplicità, senza volere giudicare l'azione divina, che Dio compirà il suo disegno. Perché se tu non ti abbandoni con fede pura all'azione di Dio, la tua intelligenza prende il posto della Sapienza stessa divina. E tu credi quasi di raggiungere più facilmente una méta che non sai nemmeno se e quella cui Dio ti vuol portare e che comunque, anche se fosse quella alla quale Dio ti vuol portare, tu non raggiungerai mai coi tuoi mezzi, anche se ti sembrava di seguire la via più breve e più diritta.
Abbandono a Dio; abbandono nell'umiltà e nella fede, abbandono nella fede e nell'umiltà. È tutta qui la vita cristiana, miei cari fratelli il fiore più alto della vita cristiana, secondo tutti i grandi dottori della spiritualità cattolica, ha una sola parola e questa parola si esprime così: abbandono a Dio nella fede e nell'umiltà, abbandono a Dio nell'umiltà e nella fede. Parola di umiltà, perché dice la nostra esperienza psicologica, che si esige una liberazione da noi stessi; parlo di fede, perché questa liberazione può avvenire soltanto nella misura che veramente ci doniamo a un altro che prende le redini della nostra vita, che prende il timone della nostra nave e Lui stesso ci conduce.
Ecco, miei cari fratelli quello che vuole da noi questa festa del santo Natale. Noi non celebriamo ora la nascita, di un bimbo, celebriamo la nostra nascita in Cristo. Celebriamo la nascita del Cristo in noi, celebriamo il rinnovamento profondo del nostro essere che finalmente preso da Cristo, posseduto da Cristo, diviene come una umanità nuova nella quale il Cristo vive ora il suo mistero.
Non è dunque la nascita di un bimbo, avvenuta duemila anni fa, è quello stesso mistero fatto presente in me, vissuto da me. La celebrazione del Natale non è la celebrazione di un evento lontano, è la celebrazione di un evento che è l'evento della mia vita, il mio inserimento nel mistero. Non c'è divisione fra me e Cristo; la distinzione delle persone è in ordine all'unità, come diceva Maritain: distinguere per unire. La distinzione delle persone è in ordine all'unità della vita, all'unità del mistero, Cristo Gesù.
Miei cari fratelli, che cosa meravigliosa sarebbe se da oggi in avanti noi sapessimo rinunziare alla nostra volontà, ai nostri, progetti, alle nostre ambizioni, al nostro attaccamento alle cose, al nostro attaccamento alle persone, al nostro attaccamento a noi stessi, alla nostra medesima vita e ci lasciassimo possedere da Dio. Che cosa grande sarebbe se veramente da oggi in avanti non vivesse più in noi che Lui solo.
Ma è questo che dobbiamo volere, cioè volere la nostra morte, come si diceva nella prima meditazione che abbiamo fatto stasera. Volere la nostra morte perché si possa vivere una partecipazione alla risurrezione; la quale risurrezione non è il ritornare alla vita di prima, ma far sì che la nostra umanità, investita dalla potenza dello Spirito, non viva più ora che la vita di Cristo Signore.
E tutto questo è vero; è vero per chi vive la vita contemplativa, è vero per chi vive la vita dei voti, è vero per chi vive nel terzo grado, è vero per chi vive nel quarto grado: Non c'è differenza soggettivamente, perché soggettivamente ciascuno deve vivere ugualmente questo abbandono al Signore, non si appartiene più. Proprio perché non si appartiene Dio può chiamare uno nel matrimonio e invece chiamare l'altro a una vita di castità perfetta, o a una vita di preghiera perpetua. Non ti appartieni, lascia che Dio viva in te e non prescrivere tu il cammino; lascia che Egli abbia ogni diritto su di te e non ti sottrarre alla sua potenza di amore. Abbandonarsi al Signore come la Vergine. Io vi chiedo precisamente solo questo, soltanto questo, "Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum". Ecco la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua parola. E anche le altre parole sono le parole di Gesù: "Ecce, veni ut faciam voluntatem tuam". Ecco, vengo; questo è il nostro Natale. E tanto più sarà vero e tanto più lo celebreremo con verità, quanto più questo abbandono sarà pieno, perfetto. quanto più questo abbandono sarà puro, totale, senza ritorni su di noi sapendo che all'atto dell'abbandono di noi stessi al suo amore, segue soltanto il possesso di Dio; e Lui solo avrà diritto su di noi, sulla nostra vita e sulla nostra morte, sul nostro lavoro e sui nostri sentimenti, su tutto quello che noi dovremmo fare e su tutto quello che dovremmo patire, Lui solo ha questo diritto. Non abbiamo più nulla da chiedergli tranne che in noi venga meno ogni ricerca di noi stessi, venga meno ogni nostra volontà, ogni nostro desiderio, e rimanga vivo Lui solo. Sapendo che se rimane vivo Lui solo non abbiamo nulla da perdere, ma vivendo Egli in noi, vivrà in noi l'amore infinito, vivrà in noi l'amore perfetto, vivrà in noi l'amore eterno.
Omelia 1a Messa - 24 dicembre 1983: Lc 2, 1-14
"Oggi vi è nato un Salvatore"
Miei cari fratelli, l'annuncio dell'angelo è stato ripetuto per noi in questa notte e l'annuncio è incredibile, è impossibile credere quello che gli angeli anche stasera ci hanno ripetuto: un Dio è nato per noi.
Chi siamo noi perché Dio ci conosca e ci ami? Chi siamo noi perché un Dio si debba fare uomo, bambino, nella povertà della sua nascita, per me? È possibile credere, è possibile davvero pensare che la nostra umile vita debba essere non solo conosciuta da Dio, ma il termine di questo amore infinito? Dagli abissi del cielo Egli è disceso fino a me e mi ha donato Se stesso.
Troppo grande è quello che la Chiesa ci insegna, perché noi riusciamo anche soltanto a pensarlo. È giusto che il mondo di oggi veda nel cristianesimo un mito. Si esige davvero qualche cosa di eroico nella fede, per credere all'annuncio che ci è stato fatto stanotte. Sono amato da un Dio, un Dio mi ama, un Dio che vuol vivere per me, un Dio che si fa bambino perché io lo porti sopra le braccia, un Dio che aspetta da me di esser nutrito, difeso, protetto. Già incomprensibile il fatto che abbia voluto che io nascessi, che Egli abbia voluto che io fossi; quale ragione vi era perché dal nulla io comparissi all'esistenza e mi fosse donata una vita che non conosce più fine? Già incomprensibile il fatto che Dio fin dall'eternità abbia voluto pensarmi, ma è veramente impossibile anche a pensare che questo Dio non mi abbia voluto creare che per darmi Se stesso infinito.
Che cosa dunque ha attirato a me il suo amore immenso? Quale ragione al suo amore? Io che mi sento così indegno di avere anche altri che mi pensi e mi ami, debbo credere che Dio stesso, l'Infinito, l'Eterno, voglia vivere per me, voglia morire per me, voglia farsi mio cibo, voglia divenire il compagno di tutta la mia esistenza, voglia essere Lui la mia ricchezza e la mia gioia, la mia vita.
Miei cari fratelli, è difficile crederei e penso che nessuno veramente creda, perché, se credessimo, la nostra vita quaggiù sarebbe già paradiso. Che cosa importano tutte le malattie, tutte le disgrazie, tutte le rovine? Che cosa importano se ci sentiamo amati da un Dio? Come potrebbero mai tutte le sofferenze, tutte le umiliazioni, togliere qualche cosa alla nostra gioia, alla pienezza di questa gioia che ci dovrebbe riempire e colmare? Ma noi non possiamo avere questa, gioia perché non sappiamo credere di esser; amati così.
Il Natale non è una festa soltanto di tenerezza perché è nato un bambino, ma perché nel bambino che è nato è Dio stesso che ci ha rivelato il suo amore, e il suo amore è immenso, e il suo amore è infinito. Tanto ci ama che non è Lui che sembra volerci donare ogni cosa, è Lui, piuttosto che aspetta da noi la sua vita. Sì, perché proprio questo è l'amore; chi ama non è consapevole di donare, ma trova in quello che riceve la sua gioia. Così Dio non ha la sua gioia e la sua vita che in questo: nell'esser portato sulle braccia dalla sua Vergine Madre, nell'essere stretto al suo seno, nel sentirsi protetto e difeso dalle braccia materne, da noi, che pure siamo sue creature. Questo è l'amore che Egli non ci dona, ma accetta e vuole in quello che noi gli doniamo, vuole trovar la sua vita, vuol avere la sua gioia e la sua ricchezza.
Possibile che Egli aspetti qualche cosa da me? Eppure facendosi bambino, Egli deve aspettar tutto da me. L'amore veramente ha trasformato veramente i ruoli, Dio che è l'Immenso, ecco, si fa più piccolo di me, per essere, dicevo, da me difeso e protetto. Lui che è l'infinito, si fa debole perché io debba essere la sua forza; si fa impotente perché io debba essere la sua difesa e la sua protezione.
No, non e possibile credere, troppo grande, ci ha amato troppo, perché noi potessimo veramente accettare di essere amati così, finché ci amava per darci il suo paradiso, l'avremmo accettato, ma è troppo quello che Egli ci dà e non so che farmene nemmeno del paradiso, dal momento che mi ha dato Se stesso e che ha voluto, oltre che a darmi Se stesso, ricevere qualche cosa da me, come se io fossi la sua vita e la sua gioia.
"Oggi vi è nato un Salvatore", diceva il testo liturgico, ma Dio non dice questo quando nasce. Quando nasce Egli piange, vagisce perché vuole il latte della Madre, perché vuole che la Madre lo stringa al suo petto perché non senta più il freddo della notte. È Lui che chiede qualcosa, Lui che ci dà tutto. Eppure, finirà la Messa e noi andremo a dormire. Finirà la Messa e noi continueremo a vivere come se nulla fosse avvenuto: possiamo dire di credere? Possiamo dire davvero che il messaggio cristiano veramente è stato accolto da noi? Com'è possibile che possa dire di credere, quando io posso ancora mangiare e bere e vivere come sempre e non morire di amore dinanzi a tanto amore che Egli ha avuto per me? No, non so che farmene di una vita buona, di una vita santa, l'unica cosa che voglio è morire davvero di amore come Egli è morto, morto per me così. Che me ne faccio della santità e del paradiso? Ho ricevuto ben di più della santità e del paradiso se Egli si è dato a me, se veramente Egli ha voluto essere tutto per me?
Miei cari fratelli, una cosa chiedo per me e la chiedo anche per voi, che riusciamo a credere un poco di essere amati così, ma crederlo veramente. Allora la nostra vita non potrà non cambiare, allora la nostra vita non potrà non essere nuova, una festa, una gioia immensa, pur nella debolezza di questi giorni di vita, pur nella povertà della nostra esistenza terrena. Pensa forse, un innamorato, uno che sposa, alle difficoltà della vita, al lavoro che lo attende, alla pazienza che dovrà avere coi datori di lavoro, alla salute che può mancare? A nulla può pensare, l'amore è sufficiente a se stesso, l'amore può coprire ogni cosa, farci dimenticare di tutto, l'anima che ama già vive fuori di sé. E noi, noi che siamo amati da un Dio e che dobbiamo amarlo, perché Egli ci chiede questo amore - e non so che se ne faccia - noi che dobbiamo amarlo, noi non riusciremo ancora a vivere senza essere ebbri, senza uscire fuori di noi stessi, senza far della nostra vita un solo volo di amore, un solo canto di amore? No, credo che veramente non crediamo, credo che sia tutta una menzogna quello che noi diciamo di credere.
Ma stasera noi vogliamo accogliere l'annuncio dell'angelo; Egli è nato per me "Vi è nato" - dicevano gli angeli ai pastori e ce l'ha ripetuto la Chiesa - è nato per me, è nato per voi. Non è un fatto lontano, non è un avvenimento che non ci riguarda, è l'unica cosa che ci riguarda, perché nessuno vive per noi, nessuno è per noi come lo è il figlio di Dio, nella sua umiltà, nella sua morte di croce; Egli non ha per termine che me, non vede che me, non vuole che me, a me totalmente si dona. Questo è l'annuncio. E io chiedo, per me e per voi, che sappiamo accettare l'annuncio, accogliere questo dono di amore, credere a questo amore infinito, abbandonarci a questo amore infinito, lasciarci possedere da questo amore infinito, lasciarci colmare da questa pienezza di amore per trasformarci anche noi davvero, in una risposta sia pure di amore povero, ma trasformati in amore anche noi, per vivere nella gioia di essere amati e di amare Colui che tanto ci ha amato.
In questa notte del mondo, finché non sorga la luce del giorno ultimo e noi lo possiamo vedere faccia a faccia, che prosegua il nostro cammino verso di Lui nell'umiltà e nella pace, nella fede e nell'amore e sia domani una festa, la festa che non termina più nel possesso eterno di quel Dio che così tanto ci ha amato e ha voluto essere per noi la gioia eterna del cielo.
Omelia 2a Messa: Lc 2, 15-20
L'annuncio traboccante di gioia dei pastori: l'interiorità e il silenzio di Maria
Due sono gli atteggiamenti che il Vangelo riferisce, a proposito dell'incontro degli uomini col mistero di Dio. I pastori ascoltano, vedono e poi riferiscono a tutti. Ritornano, dopo aver veduto il Signore lodando e glorificando Dio. È uno degli atteggiamenti propri dell'uomo davanti al mistero divino. L'altro è l'atteggiamento di Maria. "Ella serbava tutte queste cose - dice il Vangelo - meditandole nel suo cuore". Sono due atteggiamenti non solo legittimi, ma sotto certi aspetti anche necessari, e non voglio nemmeno dire quale sia il migliore, voglio sapere soltanto da me che cosa vivo, perché l'avvenimento è sempre presente. L'evento del Cristo per un cristiano, per uno che ha fede, è il contenuto stesso della sua vita. Vivere al di fuori di un rapporto con tale evento, vuol dire non essere più cristiano.
Che cosa vivo? Rendo veramente testimonianza di quello che ho veduto? "Riferirono tutto quello che avevano udito e visto", i pastori. Io parlo: la mia parola è veramente testimonianza di quello che ho veduto, di quello che io stesso ho udito? D'altra parte, il ritornare in mezzo agli uomini, come fanno i pastori, non può avere altra ragione, altro contenuto che quello di rendere testimonianza del Cristo.
Se vivo ed ho rapporto con gli uomini - sacerdoti, suore, giovani, anziani - se debbo vivere un rapporto con gli uomini di questo tempo, tale rapporto non deve, non può avere altro contenuto che quello di rendere testimonianza, e non si rende testimonianza se non di quello che abbiamo veduto.
Possiamo dire noi di essere testimoni veraci? Che cosa abbiamo visto: Settignano, il cupolone o Gesù? Che cosa abbiamo visto? quello che c'è in dispensa o Gesù? Che cosa abbiamo visto? Il ciclostile o Gesù? Qual è il contenuto della nostra vita? Si sogna soltanto l'evento cristiano o veramente si ha un impatto con questo evento? o veramente questo evento costituisce il contenuto della nostra vita interiore, della nostra vita umana? Che cosa vivo? Vivo il mio contatto col Cristo, un contatto reale? Veramente il Cristo è reale per me? Questo è fondamentale perché se Egli non è reale, se non lo vedo, se non ho veramente un'esperienza di questa Presenza, che cosa posso dire al mondo, che cosa posso portare agli uomini? Ed ecco perciò quello che il Signore mi chiede: una fede così viva che la realtà d'una Presenza si imponga al mio spirito più di quanto non si imponga la realtà di questo mondo. Se per me è più reale il mondo nel quale vivo dell'evento salvifico, io ancora devo essere evangelizzato; non posso essere il testimone, devo piuttosto ricevere la testimonianza di chi ha veduto.
"I Pastori riferirono tutto quello che avevano udito e veduto". Ecco che cosa diviene la vita dei pastori, una volta che hanno veduto Gesù. Non possono far altro, e riferire tutto quello che hanno udito e veduto, vuol dire lodare e glorificare Iddio. Certamente avranno continuato anche a pascolare il gregge, ma in fondo, tutto quello che avevano vissuto finora, ora aveva un altro contenuto per loro. Dovevano pascolare, ma in fondo essi sentivano che qualche cosa di nuovo era entrato nella loro vita; erano stati testimoni di un evento che li superava, che non soltanto non potevano dimenticare, ma era il contenuto unico della loro esperienza, perché questo solo ricordavano e di questo solo essi parlavano. Ed ecco noi viviamo qui, in questa casa e in questa casa è presente il Signore. In che misura la presenza del Signore è veramente la realtà più grande della nostra vita? In che misura la presenza reale del Cristo in tal modo ci prende da non lasciare a noi la possibilità di distrarci, di pensare ad altro, di vivere altra cosa? È uno degli atteggiamenti propri di chi ha veduto. L'altro atteggiamento è quello di non entrare più in rapporto con gli uomini, ma di affondare nell'intimo. Tutta la vita diviene puro silenzio, un affondare nel cuore.
"Serbava questi avvenimenti meditandoli in cuor suo". È la Vergine. La vita allora non è più il rapporto con gli uomini, non è più quello che si fa, non e più dove si vive, è un affondare sempre più in questa Presenza del Cristo. L'incontro col Cristo non diviene per noi l'occasione di un ministero, di una testimonianza che dobbiamo rendere, diviene piuttosto l'inizio di una vita che sempre più ci seppellisce nel silenzio di Dio, che sempre più ci fa affondare in questo silenzio. Quale vita è più importante? Non si può nemmeno porre questa domanda, perché i pastori dovevano lodare e glorificare Dio, dovevano riferire quello che avevano visto e udito; gli angeli li avevano chiamati alla grotta proprio perché essi dovessero essere i primi testimoni del Cristo, e non potevano rifiutarsi di rendere questa testimonianza, mentre questo non era chiesto a Maria. Maria doveva invece sempre più affondare nel silenzio. Tutta la vita di Maria è all'inizio del Vangelo, poi Sparisce. Come si diceva ieri, Ella non è associata alla vita pubblica di Gesù, non partecipa al potere dei suoi miracoli, non partecipa alla sequela del Cristo, come discepola che ascolta. Rimane nella sua casa per meditare nel cuore un avvenimento solo, l'avvenimento di questa nascita; l'annunciazione dell'angelo, ma soprattutto la nascita del Figlio di Dio da Lei, furono l'unica sua vita. Poteva vivere arche molto di più di quello che ha vissuto, Ella non poteva uscire da questa meditazione, da questo affondare nel cuore meditando questo avvenimento che l'aveva coinvolta, perché Lei non vede soltanto, non ascolta soltanto. Nel vedere e nell'ascoltare sì rimane passivi; l'Evento si fa manifesto a noi, ma noi non lo compiamo, invece Maria e Gesù, lo vivono in modo quasi uguale. Lui in quanto nasce. Lei in quanto né è la Madre. L'evento del Cristo è il suo medesimo atto, ed Ella, non ne esce più, questo atto diviene sempre più interiore ed Ella vi rimane meditandolo. È certo che in questa meditazione Ella sempre più sfugge al tempo che passa, si sottrae alla differenza dei luoghi. Prima che Egli nascesse era andata in montagna a trovare la sua parente lontana Elisabetta, che doveva partorire, poi il Vangelo non ci dice più nulla. Dove è stata? che cosa ha fatto? Non ha fatto nulla, non è stata in nessun luogo, perché se anche è potuta andare negli altri luoghi, queste cose non la riguardavano; quello che ha vissuto non la riguardava, Ella ha vissuto soltanto l'Evento, e giustamente. L'Evento era talmente grande che poteva benissimo sempre più meditarlo e non trovarne fine.
E se io debbo parlare agli altri rendendo testimonianza di quello che ho veduto e udito, e debbo anche nella misura che veramente questo evento si è fatto presente per me, debbo vivere questo evento, devo sempre più rendermi conto che la molteplicità dei luoghi e delle azioni non costituiscono la mia vita. La mia vita diviene sempre più la Presenza, la presenza del Cristo. Essere qui o altrove, fare una cosa o l'altra dev'essere così relativo per me che non deve nemmeno toccarmi questa molteplicità delle azioni, questa molteplicità, dei luoghi, questo passare del tempo. La sua Presenza è talmente grande che veramente relativizza ogni cosa; Egli rimane per me l'unica vita.
Ecco, sono questi i due aspetti d'una vita cristiana e non vi è altra vita cristiana che in questi due elementi. Uno dice il nostro rapporto con gli altri, come contenuto di questo rapporto abbiamo il rendere testimonianza di quello che abbiamo visto e udito. Ma vi è una vita più fonda ed è la nostra vita intima, è il nostro vivere non in quanto siamo in rapporto con gli altri, ma in quanto noi siamo rapporto con Dio. Se l'abbiamo incontrato, in questo evento noi dobbiamo sempre più inserirci e vivere questo: la presenza del Cristo; solo la presenza del Cristo, la presenza del Cristo che è nato per me.
Questo, miei cari fratelli, dev'essere tutta la vita, questo. Certo, Dio mi chiede anche di rendere testimonianza, ma tuttavia questo elemento, pur essendo necessario, non è il principale. L'evento principale della vita cristiana è espresso chiaramente in quello che dice il Vangelo di Maria Santissima: serbare nel cuore, meditando, affondare nell'Evento, vivere l'Evento, l'evento del Cristo: Viviamo questo? Che cosa è per noi veramente vivo? Le notizie che ci dà il giornale, la radio, che cos'è per noi veramente reale e vivo? Sono gli avvenimenti che intessono la nostra vita o la presenza di Lui, del Signore? Certo, è un po' diverso per noi il vivere nella fede e il vivere nella visione, è un po' diverso, e tuttavia non è così diverso che non vi sia una continuità: La presenza del Cristo già ora - dicevo prima - relativizza ogni luogo e ogni tempo. Quando saremo nella vita futura, liberi da questo legame col mondo, davvero la presenza di Dio sarà tutta la nostra eternità; non vivremo un altro atto, vivremo in Cristo la visione di. Dio. Ma ancora qui noi dovremo sempre più raccogliere, riassumere tutta la nostra vita interiore in questo vivere la Presenza. A questo ci chiama proprio la Comunità dei Figli di Dio, se veramente noi dobbiamo rendere testimonianza del primato delle virtù teologali. La fede ce lo fa vedere, la speranza ce lo fa in qualche modo possedere, e la carità in Lui ci trasforma sempre più, ci fa una sola cosa con Lui.
Vivere la fede, la speranza e la carità come la fede, la speranza e la carità l'ha vissuta Maria, la Vergine santa.
Che il. Signore ci aiuti a vivere questi due elementi della vita cristiana, così ben caratterizzati, nel Vangelo di questa Messa.
Omelia 3a Messa: Gio 1, 1-18
"Il Verbo che era presso Dio si è fatto carne"
Poco tempo fa mi telefonava una persona. Ho interrotto la telefonata perché al telefono non faccio conversazione, ma la mia risposta era anche una reazione, piuttosto secca, a un suo discorso, che vanificava per sé il cristianesimo ed era questo: non capiva che cos'era la nascita del Cristo se in fondo questa nascita lasciava il mondo nel dolore, nella pena. "Vengo dall'ospedale diceva - c'era una mamma che assisteva il bambino morente". E io dico che la morte è nel conto, morirà anche lei, morirò anch'io, morirà questo figliolo e morirà poi anche la mamma. Non si può distruggere il cristianesimo in questo modo. Se il cristianesimo dovesse oggi essere soltanto una panacea per i mali di quaggiù, non saprei di che farmene. Ma è tutto qui invece il cristianesimo - l'avete ascoltato - lo splendore della Sua gloria, "il Verbo che era presso Dio si è fatto carne", è l'incontro dell'uomo con Dio. Di fronte a questo incontro tutti i mali del mondo spariscono, non hanno più nessun senso e nessun peso.
È evidente che per dare una garanzia che questo è avvenuto, Dio potrà dare dei segni. Ci sono i miracoli anche nel Vangelo, ma anche i miracoli hanno lasciato il mondo come l'hanno trovato. E questi segni ci saranno, ma non sono quelli che determinano la grandezza del cristianesimo. O noi accettiamo che veramente Dio si è fatto uomo, che Dio veramente ci ama o altrimenti lasciamo il cristianesimo, perché il cristianesimo diventa una pura menzogna. I segni non sono ciò che distingue la natura del cristianesimo, ma il cristianesimo è questo: un Dio che ti ama, un Dio che si è fatto uomo per te. Se tu accetti questo tutto è accettato, è accettato il miracolo ed è accettata anche la lebbra. Bisogna capire che cos'è il cristianesimo e smettiamo di strumentalizzare Dio per i beni di quelli due giorni che vivremo ancora quaggiù. Bisogna renderci conto che il cristianesimo è tutto qui: l'Infinità, l'Eterno che si è fatto uomo per me; l'Infinito e l'Eterno che mi ama. Tutto qui è il cristianesimo. Ed è naturale che in questa vita presente l'amore stesso di Dio non può darmi prova di Sé, perché io non sono capace di accogliere l'immensità del suo amore. Direi che l'immensità del suo amore mi schiaccia, mi distrugge proprio perché che cosa sono io, povera creatura, per reggere all'immensità di questo amore, per reggere al peso di questa gloria, per poter anche avere un'esperienza dell'amore di Dio?
Certo, se veramente Egli si dona a me, non posso che morire. La morte è nel conto, precisamente nel conto, guai se non fosse nel conto. Non so che farmene di questa vita se questa vita non è per me l'attesa beata del mio incontro con Lui, quando nella mia natura, potrò sostenere questo peso, quando nella mia natura potrò vivere veramente l'esperienza di questo amore ineffabile.
Oggi è bella anche la lebbra, oggi è bella qualunque cosa, perché, in fondo, nessuna cosa quaggiù potrà essere per me la misura di questo mistero immenso. Di fatto noi crediamo che Dio si è fatto uomo e lo vediamo fatto uomo in una grotta, e lo vediamo bambino che non sa nemmeno parlare; lo vediamo in un bambino che non sa nemmeno difendere se stesso. Ma è questo l'amore di Dio. Se noi volessimo riconoscere Dio dalla grandezza che può manifestare nella vita presente, questo Dio sarebbe un giocattolo qualunque. Che cosa sarebbe se Egli trasportasse anche i monti? Oggi la scienza può fare questo e anche altro. Che Dio sarebbe? un Dio da baraccone, un Dio da fiera. Dio è Dio e se Egli è Dio, Egli vince infinitamente ogni mio pensiero, Egli vince infinitamente ogni mia attesa umana. Noi dobbiamo saper accettare Dio proprio nella nudità di una vita spoglia, proprio nell'umiltà di una vita che non ha alcun splendore; proprio perché non dobbiamo mai identificare Dio ai suoi doni. Il dono di Dio supera tutti i suoi doni, e per riceverlo bisogna che Egli ci spogli di tutto. Non chiediamo al cristianesimo nessun rimedio ai mali di quaggiù. Anche se qualche cosa il cristianesimo fa, è semplicemente per dare garanzia di quello che farà o meglio sarà con la manifestazione ultima del Cristo. Dio è l'Infinito, miei cari fratelli. Proprio per questo dobbiamo credere a Lui nello spogliamento di tutto; Egli ci ha lasciato quello che siamo, ci ha lasciato nella nostra povertà umana, ci ha lasciato ancora a risolvere tutti i nostri problemi, per i quali si tratta di mangiare, di vivere, di vestirsi. Ha lasciato a noi di far tutto questo e ci sembra davvero che il cristianesimo abbia veramente lasciato il mondo come l'ha trovato. È la fede soltanto che ci fa catapultare nel mondo di Dio. Dio, che è l'Amore, mi ama, Dio.
Ecco quello che devo credere. Per questo posso rinunziare, voglio rinunziare, chiedo a Dio di saper rinunziare ad ogni dono di orazione, che voglia pretendere di darmi una certa esperienza di Lui. Come più grande è l'aridità dei santi! Come più grande è lo spogliamento totale a cui Egli riduce le anime che Egli maggiormente ama. La semplicità, la povertà della vita di Maria, che è la Madre di Dio! La semplicità, la povertà, l'umiltà della vita di Giuseppe che è stato scelto per essere "l'ombra del Padre".
Miei cari fratelli, sappiamo vivere questo Natale, perché il Natale è questo: la contemplazione del Figlio di Dio, la visione del Figlio di Dio e l'umiltà di un bimbo che vagisce. Questo è il Natale.
Ci sono tanti bambini che nascono. Il Natale non e il fatto del bambino che nasce, e il fatto che in questo bambino Dio si fa a me presente, Dio è tutto per me. Questo è il Natale. Saper vedere nel l'umiltà di questo segno, che è il sacramento primario della Divinità: "Nessuno ha visto Dio, l'Unigenito Figlio che è nel seno del Padre, Egli ce l'ha rivelato" - saper riconoscere in questo segno di umiltà, di povertà estrema, l'immensità dell'amore. Ecco che cos'è il Natale, ma in questa umiltà, ma in questa povertà. Quando faceva i miracoli - per questo nostro Signore non voleva farne - gli uomini erano portati a strumentalizzare Dio, facendolo servire ai loro bisogni umani. Invece Maria non ha chiesto alcun miracolo, è vissuta nell'ombra, nel silenzio, nell'umiltà. E nell'umiltà e nel silenzio ha contemplato il mistero che si era compiuto per Lei ed in Lei, la divina Maternità.
È questa la vita dei santi: riconoscere nell'umiltà di una semplice vita, la presenza immensa di Dio, la presenza ineffabile dell'Amore. È questa la vita dei santi, saper riconoscere nel fallimento umano, la Presenza ineffabile di un Dio che ci ama.
Com'è più bello il fallimento di ogni successo, com'è più bello, perché altrimenti troppo spesso potremmo identificare il successo con Dio; si vedrebbe l'amore di Dio solo in quello che Egli ci fa, per venire incontro ai nostri miserabili desideri, alle nostre miserabili ambizioni; giustamente, se Dio si dona, deve spogliarci di tutto, per colmarci di Sé, ed Egli è il nulla di tutto.
Oh, saper vivere come Maria l'incontro con Dio, il possesso di Dio nella povertà più totale, nell'umiltà più profonda, nel silenzio più puro. Ecco, miei cari fratelli, il cristianesimo. Il cristianesimo è Dio, non è la pace della nazione; il cristianesimo è Dio, non è la concordia dei cuori; il cristianesimo è Dio; non è nemmeno la nostra gloria, la nostra santità futura. Non so che cosa farmene, perché non so che cosa farmene di me, perché voglio Lui. Che Egli sia, ed Egli è e si fa presente a me precisamente nello spogliarne di ogni mio pensiero, di ogni mio sentimento; si fa presente Lui, Lui nel segno più povero.
Miei cari fratelli, è questo il Natale. Lo possiamo celebrare stasera come lo celebrò la Vergine Maria nella grotta di Betlem. Siamo qui poche persone, non c'è nessuno di fuori, e qui tuttavia non è nulla di meno grande di quello che si compì allora: Dio è qui presente per te, Dio è qui presente per noi. "Ecco ci è nato un pargolo, ci fu largito un Figlio"; proprio questo era l'Introito della Messa che noi celebriamo oggi. "Puer natus est nobis, et Filius datus est nobis", un Figlio ci è stato donato, un pargolo è nato per noi, per noi, ed è Dio. Vederlo, vivere con Lui, come viveva Maria, nella semplicità, della più umile vita.
Quando si scende in refettorio a mangiar le patate lesse, quando si scende in biblioteca per scartabellare i libri, sapere che Dio è presente ed è tutto per me. Che cosa cerco? che cosa posso volere di più grande? C'è qualche cosa di più grande che Dio mi può dare, più di Se stesso? Ed Egli si dona a me in questa umile vita. Non ho bisogno di successi, non ho bisogno nemmeno della salute, non ho bisogno di nulla; ho bisogno soltanto di una fede che mi apra gli occhi, per poterlo contemplare, "Quello che i nostri occhi hanno contemplato...". L'abbiamo noi contemplato, Gesù vivente in mezzo a noi, presente qui con noi, ecco la vita, miei cari fratelli. E questa vita è più grande del Paradiso, perché se il Paradiso non fosse questo, veramente ci potrei rinunziare e ci rinunzierei volentieri, subito e qui. Il Paradiso è Dio che si dona; Egli si dona a me ora, sotto questo segno, domani si donerà invece nella visione pura. Se il segno lo nasconde, anche realmente lo dà e non c'è differenza fra me che vivo qui nell'ombra della fede e i santi che vivono nella visione, perché Dio rimane lo stesso. Dio, ed è l'infinito Amore, Dio, ed è l'immensità dell'Amore.
Come si diceva ieri, questo è il Natale. Dio ha manifestato la benignità - dice il greco la filantropia - l'amore di Dio per gli uomini nel bambino che nasce. Che noi sappiamo contemplare questa immensità dell'Amore per vivere nella gioia sia pure in una vita che agli occhi del mondo può sembrar la più stupida e la più vuota. Ma questo vuoto è pieno di una divina Presenza. Io lo vedo, io lo accolgo, io lo porto sulle mie braccia, io lo posso stringere al cuore. Egli è mio.
"Ci è nato un pargolo, ci fu elargito un figlio".
© Divo Barsotti
Noël, une invitation à «monter en enfance»
La joie ! A l'approche de Noël, mon coeur est surtout envahi par la joie. «Un enfant nous est né !» ; j'ai le sentiment que la famille humaine tout entière est réjouie par l'accueil de cet enfant, venu pour réveiller notre espérance et nous apprendre l'art d'aimer.
Par Philippe Barbarin
[24 décembre 2005]
Le seul mot de Noël fait remonter une foule de souvenirs. Pour moi, c'est d'abord celui des cloches nous appelant à la messe dans la nuit, à Rabat, la ville de mon enfance. Mon premier Noël de jeune prêtre, je l'ai passé dans le quartier de Pigalle, à «Siloé», appelé aujourd'hui «le bistrot du curé».
Nous y avons célébré le baptême d'une personne qui changeait de vie, à cause du Christ. Puis, au fil des années, tant de Noëls paroissiaux fervents, préparés dans tous les détails, et tellement joyeux.
Les Noëls de mes années à Madagascar m'ont également marqué. Après des journées dévorées par les confessions, je voyais des colonnes de fidèles marcher à travers les rizières jusqu'à l'église. La messe ne manquait ni de chants ni de danses, puis venait un vrai repas de Noël : un morceau de viande dans une assiette de riz, et même une banane !
L'essentiel était dans la joie fraternelle : Dieu s'est fait pauvre au milieu de nous. Marie, la jeune maman que l'on fête en ce jour, a raison de chanter que «le Seigneur comble de biens les affamés». Mes Noëls aujourd'hui se partagent entre les communautés de campagne, de banlieue, et en ville, la cathédrale ou la maison des «sans-abri», les enfants malades et leurs familles à l'hôpital ou les personnes détenues.
Noël, c'est un émerveillement devant l'audace de cet amour que rien n'arrête. Claudel le faisait dire par Dieu au roi Achaz : «J'ai chargé mon héraut de t'annoncer [...] ce bris des lois de la nature ! Sache-le bien, mon petit, qu'on ne M'empêche pas de passer ! C'est ce fils dans un moment qui sera Mon oeuvre et son nom sera appelé Emmanuel, c'est-à-dire DIEU AVEC NOUS.» Le poète nous met devant une sorte de «jubilation divine», et nous la communique.
La source de cette joie passe par un retour à la vérité du mystère de Noël. Ecartons une compréhension moralisante de la figure du Christ pour contempler dans la chair de cet enfant «l'image du Dieu invisible». Tant de peintres le montrent posé, nu, sur la terre ; en lui le ciel a touché la terre.
C'est un point que saint Irénée de Lyon sait mettre en valeur : la chair du Sauveur est la nôtre. Il cite longuement un passage où saint Paul atteste que c'est par la chair de notre Seigneur et par son sang que nous avons été sauvés.
Nous savons que, dans la dureté de bien des vies, ce jour peut devenir une parenthèse nostalgique, la recherche des émotions de jadis. On retrouve son enfance... mais parfois on risque de retomber en enfance. Je préfère inviter plutôt à «monter en enfance». Il y a montée en enfance quand on éprouve l'humilité de l'enfant, cette incapacité à se suffire.
L'esprit d'enfance est l'accueil d'une vie qui nous est donnée en toute gratuité. Il y a montée en enfance quand on se simplifie. L'enfant est sans filtres, sans raisonnement obturant ; il saisit intuitivement l'essentiel.
Il y a montée en enfance quand on trouve l'audace et la limpidité du témoignage. Le martyre de Blandine à Lyon témoigne d'une incroyable confiance en Celui qui est maître de l'impossible.
Cette histoire continue ! J'ai l'impression que les otages d'Irak, l'an dernier, sont remontés d'un seul coup jusqu'à leur enfance quand on leur a proposé de renier leur baptême. Ils ont dit non sans hésiter. Et, lors des Journées mondiales de la jeunesse de Cologne, j'ai vu de belles foules de jeunes décidés à répondre à l'appel du Christ : «Vous serez mes témoins».
Il y a montée en enfance quand on suit Jésus qui «croissait en sagesse, en taille et en grâce devant Dieu et devant les hommes», une croissance pour le service des hommes et pour la gloire de Dieu, inséparablement.
Je bénis le Seigneur pour les familles qui gardent le cap de la prière, au quotidien. Quand la mémoire des enfants s'enrichit des prières et des textes de la Bible qui seront une force intérieure pour toute la vie, quand parents et enfants s'adressent ensemble à un même Père, l'Eglise se fortifie.
Prier, dit-on, n'est rien d'autre que devenir «désir de Dieu». Mystérieuse formule... qui me fait d'abord penser à la Vierge Marie. Elle est, pour ainsi dire, la coupe ouverte du désir, dans laquelle la vie devient prière et la prière devient vie. Le quatrième évangile ne nomme jamais Marie par son nom, il l'appelle «la Mère de Jésus».
Elle a abandonné, écrivait le cardinal Ratzinger, ce qui est personnel pour n'être plus qu'à la disposition de Jésus, et c'est justement par là qu'elle est devenue une personne. Qui ne voit la fécondité sociale et même politique d'une telle attitude ?
La prière dispose le coeur à l'oubli de soi et à l'amour fraternel. Un amour offert à tous les enfants d'un même Père, sans distinction de race et de culture.
Certes, mon propos ne va pas dans le sens des vents dominants qui visent à présenter Noël comme une fête des enfants. Je trouve qu'il y a là un double glissement de sens. D'une part, on voudrait occulter la singularité chrétienne de cette fête : Noël n'est pas la célébration de la naissance d'un enfant de plus, mais la manifestation dans la chair du Fils éternel de Dieu.
Ici la rigueur des traditions liturgiques, d'Orient comme d'Occident, les «deux poumons» avec lesquels doit respirer l'Eglise, comme le demandait Jean-Paul II, nous prémunit contre la sensiblerie.
D'autre part, j'ose me demander si cette fête des enfants ne camoufle pas le fait que nos vieux pays d'Europe n'aiment pas trop les enfants. On peut en indiquer quelques signes.
Il est devenu sacrilège de rappeler le drame de l'avortement. Notre démographie est si pauvre qu'à l'évidence, l'enfant est pour beaucoup un risque, un problème, voire une menace. Nous nous habituons à voir presque la moitié d'une classe d'âge grandir sans la présence et l'appui d'un père et d'une mère.
Nous n'aimons pas sérieusement les enfants puisque, trop souvent, nous ne les conduisons pas à la pleine liberté de l'adulte, capable de prendre des responsabilités. L'idéalisation adolescente de l'enfance est... une gaminerie !
Il faudrait que les adultes soient des adultes, heureux de faire découvrir à la génération montante le patrimoine spirituel, moral et intellectuel qui lui revient. Dans la nuit de Bethléem, les anges annoncent aux bergers que leur est né un Sauveur. Petits et grands, tous ont à être sauvés.
J'aime entendre Benoît XVI répéter, depuis avril, que l'Eglise est en ce monde «la servante de la joie». La nôtre peut trouver son inspiration dans la joie de Marie devant l'Enfant. Marie, la femme forte au coeur d'enfant, le coeur limpide d'une fille d'Israël, capable d'un oui réfléchi et sans réserve, un coeur intrépide qui ira jusqu'à l'extrême de l'amour.
* Archevêque de Lyon.
http://www.lefigaro.fr/cgi/edition/genimprime?cle=20051224.FIG0034

EDITORIALI
Dio si è nascosto in un bambino per essere cercato
Riflessione sul Natale dell’allora Cardinal Joseph Ratzinger
ROMA, venerdì, 23 dicembre 2005 (ZENIT.org).- Dio si è nascosto in un bambino affinchè ci incamminassimo verso di lui e scoprissimo nella gioia della ricerca “il mistero dell’amore, che presuppone la libertà”, ha detto una volta il Cardinal Joseph Ratzinger.
Questo in breve il messaggio dell’omelia contenuta nel volume “Sul Natale” (Lindau, 2005, pp. 130, Euro 12), che il Cardinal Ratzinger ha pronunciato nel duomo di Monaco di Baviera durante la Messa di mezzanotte del Natale del 1980.
“Dio si naconde. Non ci abbaglia con lo splendore della sua grandezza. Non ci costringe con la sua potenza a inginocchiarci davanti a lui. Vuole che tra lui e noi ci sia il mistero dell’amore, che presuppone la libertà”, affermava.
“Vuole che vi sia l’attendere, il cercare, l’andare e il trovare, dai quali sorge di nuovo da ogni creatura quel sì all’amore che in essa rappresenta il mistero peculiare ed eterno”, aggiungeva il porporato.
“Dio aspetta che ogni creatura si metta in cammino, che esprima un nuovo e libero sì alla sua proposta, che a partire dal creato si realizzi di nuovo l’evento dell’amore”.
“Dio aspetta l’uomo – sosteneva il Cardinale Ratzinger –. E per noi vuole che possiamo fare questa esperienza realmente divina: l’esperienza della libertà, del cercare, dello scoprire e del gioioso sì a un amore che è il cuore del mondo e grazie al quale il mondo è buono e noi siamo buoni”.
“Dio è Emanuele. Dio si nasconde affinche noi siamo la sua immagine, affincè in noi ci possano essere libertà e amore – ripeteva –. E che nascondiglio ha trovato!”.
“Si nasconde in un bambino, in una stalla. Sembra essere la massima contraddizione immaginabile rispetto all’onnipotenza e al cielo – osservava –. Ed è per questo che i dotti esegeti della Bibbia non sono riusciti a trovarlo”.
“Sapevano bene che il Messia sarebbe nato a Betlemme, nella città di Davide, pastore nello splendore della grandezza del nome di Dio, e che avrebbe mandato dei pastori, come sta scritto nel libro del profeta Michea in riferimento al mistero della Notte Santa”.
“I grandi teologi sono rimasti attaccati alla parola e non hanno trovato al di là delle parole la strada che li conducesse alla realta”, spiegava.
Secondo il Cardinal Ratzinger, Dio si nasconde “perchè vuole che gli assomigliamo, vuole che la verità e l’amore nascano in noi, tuttavia egli non è soltanto nascondimento”.
“Il Natale è il nascondiglio di Dio, se vogliamo esprimerci in questo modo, ma insieme alla Pasqua è anche la sua più grande manifestazione”, osservava.
“Dio non ci lascia soli in questo gioco che è la verità: è lui che l’ha progettato e gli ha dato inizio. Egli ci segue sempre”, spiegava.
“Nella storia di Abramo Dio ci ha dato le regole, ci ha rivelato gli indizi grazie ai quali lo possiamo trovare – continuava –. Egli ci cerca affinchè noi riusciamo a cercarlo”.
“Nel bambino egli diventa visibile così com’è, vale a dire come amore che può fare cose straordinarie”.
Nel corso dell’omelia il porporato spiegava inoltre che “chi comincia a capire questo modo di amare e questo modo di esssere onnipotente cade in ginocchio ed è colmato dalla grande gioia che l’angelo ha annunciato nella Notte Santa”.
“Transeamus usque Bethlehem: andiamo a Betlemme, si sono detti l’un l’altro i pastori” che si incamminavano per andare ad adorare Gesù, proseguiva il Cardinale. “La Chiesa vuole far sì che i nostri cuori accolgano questa esortazione. Ci vuole invitare a metterci in cammino, a passare dall’altra parte”.
“E in effetti, per trovare Dio, è necessario proprio questo: passare dall’altra parte, trasformarsi”, perchè “spesso noi viviamo senza guardare a lui (...) viviamo dalla parte opposta (...) ci muoviamo in direzione opposta alla sua”.
Mentre, se vogliamo trovarlo “dobbiamo attraversare con il nostro cuore la strada delle contraddizioni e trovare il cammino che porta alle trasformazioni, fino a che egli diventi visibile e udibile”.
“Transeamus usque Bethlehem: mettiamoci in cammino verso ciò che è vicino a noi, verso il centro di noi stessi, verso la verità di Dio che attende in noi, che vuole nascere in noi”.
“Dobbiamo entrare in quella semplicità dei cuori che è in grado di scorgere Dio”, sottolineava il porporato.
“Preghiamo il Signore che ci stimoli come ha fatto coi i pastori. (...) Di modo che anche a noi sia dato di provare la grande gioia che è concessa a tutto il popolo: ‘Guardate, nella città di Davide è nato per voi il Salvatore, Cristo, il Signore!’”, concludeva poi.

"Expergiscere, homo: quia pro te Deus factus est homo".
("Svegliati, uomo: perché per te Dio si è fatto uomo".)
Il papa: ''Il Bimbo nel presepe è davvero il Figlio di Dio''
“Il Signore mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato»”. Con queste parole del Salmo secondo,
la Chiesa inizia
la Santa Messa della veglia di Natale, nella quale celebriamo la nascita del nostro Redentore Gesù Cristo nella stalla di Betlemme. Un volta, questo Salmo apparteneva al rituale dell'incoronazione dei re di Giuda. Il popolo d'Israele, a causa della sua elezione, si sentiva in modo particolare figlio di Dio, adottato da Dio. Siccome il re era la personificazione di quel popolo, la sua intronizzazione era vissuta come un atto solenne di adozione da parte di Dio, nel quale il re veniva, in qualche modo, coinvolto nel mistero stesso di Dio. Nella notte di Betlemme queste parole, che erano di fatto più l'espressione di una speranza che una realtà presente, hanno assunto un senso nuovo ed inaspettato. Il Bimbo nel presepe è davvero il Figlio di Dio. Dio non è solitudine perenne, ma, un circolo d'amore nel reciproco darsi e ridonarsi, Egli è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ancora di più: in Gesù Cristo, il Figlio di Dio, Dio stesso si è fatto uomo. A Lui il Padre dice: “Tu sei mio figlio”. L'eterno oggi di Dio è disceso nell'oggi effimero del mondo e trascina il nostro oggi passeggero nell'oggi perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite. Questo è Natale: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli è così. In questo modo impariamo a conoscerlo. E su ogni bambino rifulge qualcosa del raggio di quell'oggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo amare ed alla quale dobbiamo sottometterci – su ogni bambino, anche su quello non ancora nato.
Ascoltiamo una seconda parola della liturgia di questa Notte santa, questa volta presa dal Libro del profeta Isaia: “Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (9,1). La parola “luce” pervade tutta la liturgia di questa Santa Messa. È accennata nuovamente nel brano tratto dalla lettera di san Paolo a Tito: “È apparsa la grazia” (2,11). L'espressione “è apparsa” appartiene al linguaggio greco e, in questo contesto, dice la stessa cosa che l’ebraico esprime con le parole “una luce rifulse”: l’“apparizione” – l’“epifania” – è l'irruzione della luce divina nel mondo pieno di buio e pieno di problemi irrisolti. Infine, il Vangelo ci racconta che ai pastori apparve la gloria di Dio e “li avvolse di luce” (Lc 2,9). Dove compare la gloria di Dio, là si diffonde nel mondo la luce. “Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre”, ci dice san Giovanni (1 Gv 1,5). La luce è fonte di vita.
Ma luce significa soprattutto conoscenza, significa verità in contrasto col buio della menzogna e dell'ignoranza. Così la luce ci fa vivere, ci indica la strada. Ma poi, la luce, in quanto dona calore, significa anche amore. Dove c'è amore, emerge una luce nel mondo; dove c'è odio, il mondo è nel buio. Sì, nella stalla di Betlemme è apparsa la grande luce che il mondo attende. In quel Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria – la gloria dell'amore, che dà in dono se stesso e che si priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell'amore. La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti i secoli ha toccato uomini e donne, “li ha avvolti di luce”. Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è sbocciata anche la carità – la bontà verso gli altri, l’attenzione premurosa per i deboli ed i sofferenti, la grazia del perdono. A partire da Betlemme una scia di luce, di amore, di verità pervade i secoli. Se guardiamo ai santi – da Paolo ed Agostino fino a san Francesco e san Domenico, da Francesco Saverio e Teresa d'Avila a Madre Teresa di Calcutta – vediamo questa corrente di bontà, questa via di luce che, sempre di nuovo, si infiamma al mistero di Betlemme, a quel Dio che si è fatto Bambino. Contro la violenza di questo mondo Dio oppone, in quel Bambino, la sua bontà e ci chiama a seguire il Bambino.
Insieme con l'albero di Natale, i nostri amici austriaci ci hanno portato anche una piccola fiamma che avevano acceso a Betlemme, per dirci: il vero mistero del Natale è lo splendore interiore che viene da questo Bambino. Lasciamo che tale splendore interiore si comunichi a noi, che accenda nel nostro cuore la fiammella della bontà di Dio; portiamo tutti, col nostro amore, la luce nel mondo! Non permettiamo che questa fiamma luminosa si spenga per le correnti fredde del nostro tempo! Custodiamola fedelmente e facciamone dono agli altri! In questa notte, nella quale guardiamo verso Betlemme, vogliamo anche pregare in modo speciale per il luogo della nascita del nostro Redentore e per gli uomini che là vivono e soffrono. Vogliamo pregare per la pace in Terra Santa: Guarda, Signore, quest'angolo della terra che, come tua patria, ti è tanto caro! Fa’ che lì rifulga la tua luce! Fa’ che lì arrivi la pace!
Con il termine “pace” siamo giunti alla terza parola-guida della liturgia di questa Notte santa. Il Bambino che Isaia annuncia è da lui chiamato “Principe della pace”. Del suo regno si dice: “La pace non avrà fine”. Ai pastori si annuncia nel Vangelo la “gloria di Dio nel più alto dei cieli” e la “pace in terra…”. Una volta si leggeva: “… agli uomini di buona volontà”; nella nuova traduzione si dice: “… agli uomini che egli ama”. Che significa questo cambiamento? Non conta più la buona volontà? Poniamo meglio la domanda: Quali sono gli uomini che Dio ama, e perché li ama? Dio è forse parziale? Ama forse soltanto alcuni e abbandona gli altri a se stessi? Il Vangelo risponde a queste domande mostrandoci alcune precise persone amate da Dio. Ci sono persone singole – Maria, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna ecc. Ma ci sono anche due gruppi di persone: i pastori e i sapienti dell'Oriente, i cosiddetti re magi. Soffermiamoci in questa notte sui pastori. Che specie di uomini sono? Nel loro ambiente i pastori erano disprezzati; erano ritenuti poco affidabili e, in tribunale, non venivano ammessi come testimoni. Ma chi erano in realtà? Certamente non erano grandi santi, se con questo termine si intendono persone di virtù eroiche. Erano anime semplici. Il Vangelo mette in luce una caratteristica che poi, nelle parole di Gesù, avrà un ruolo importante: erano persone vigilanti. Questo vale dapprima nel senso esteriore: di notte vegliavano vicino alle loro pecore. Ma vale anche in un senso più profondo: erano disponibili per la parola di Dio. La loro vita non era chiusa in se stessa; il loro cuore era aperto. In qualche modo, nel più profondo, erano in attesa di Lui. La loro vigilanza era disponibilità – disponibilità ad ascoltare, disponibilità ad incamminarsi; era attesa della luce che indicasse loro la via. È questo che a Dio interessa. Egli ama tutti perché tutti sono creature sue. Ma alcune persone hanno chiuso la loro anima; il suo amore non trova presso di loro nessun accesso. Essi credono di non aver bisogno di Dio; non lo vogliono. Altri che forse moralmente sono ugualmente miseri e peccatori, almeno soffrono di questo. Essi attendono Dio. Sanno di aver bisogno della sua bontà, anche se non ne hanno un’idea precisa. Nel loro animo aperto all’attesa la luce di Dio può entrare, e con essa la sua pace. Dio cerca persone che portino e comunichino la sua pace. Chiediamogli di far sì che non trovi chiuso il nostro cuore. Facciamo in modo di essere in grado di diventare portatori attivi della sua pace – proprio nel nostro tempo.
Tra i cristiani la parola pace ha poi assunto un significato tutto speciale: è diventata un nome per designare l'Eucaristia. In essa è presente la pace di Cristo. Attraverso tutti i luoghi dove si celebra l'Eucaristia una rete di pace si espande sul mondo intero. Le comunità raccolte intorno all’Eucaristia costituiscono un regno della pace vasto come il mondo. Quando celebriamo l'Eucaristia ci troviamo a Betlemme, nella “casa del pane”. Cristo si dona a noi e ci dona con ciò la sua pace. Ce la dona perché noi portiamo la luce della pace nel nostro intimo e la comunichiamo agli altri; perché diventiamo operatori di pace e contribuiamo così alla pace nel mondo. Perciò preghiamo: Signore, compi la tua promessa! Fa’ che là dove c'è discordia nasca la pace! Fa’ che emerga l'amore là dove regna l'odio! Fa’ che sorga la luce là dove dominano le tenebre! Facci diventare portatori della tua pace! Amen
Discorso del Papa ai Cardinali e ai membri della Curia per lo scambio di auguri natalizi
CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 21 dicembre 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo giovedì da Benedetto XVI nel ricevere in udienza i Cardinali e i membri della Famiglia Pontificia e della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi.
Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!
"Expergiscere, homo: quia pro te Deus factus est homo - Svegliati, uomo, poiché per te Dio si è fatto uomo" (S. Agostino, Discorsi, 185). Con quest’invito di Sant’Agostino a cogliere il senso autentico del Natale di Cristo, apro il mio incontro con voi, cari collaboratori della Curia Romana, in prossimità ormai delle festività natalizie. A ciascuno rivolgo il mio saluto più cordiale, ringraziandovi per i sentimenti di devozione e di affetto, di cui si è fatto efficace interprete il Cardinale Decano, al quale va il mio pensiero riconoscente. Iddio si è fatto uomo per noi: è questo il messaggio che ogni anno dalla silenziosa grotta di Betlemme si diffonde sin nei più sperduti angoli della terra. Il Natale è festa di luce e di pace, è giorno di interiore stupore e di gioia che si espande nell’universo, perché "Dio si è fatto uomo".
Dall’umile grotta di Betlemme l’eterno Figlio di Dio, divenuto piccolo Bambino, si rivolge a ciascuno di noi: ci interpella, ci invita a rinascere in lui perché, insieme a lui, possiamo vivere eternamente nella comunione della Santissima Trinità. Con il cuore colmo della gioia che deriva da questa consapevolezza, riandiamo col pensiero alle vicende dell’anno che volge al suo tramonto. Stanno alle nostre spalle grandi avvenimenti, che hanno segnato profondamente la vita della Chiesa. Penso innanzitutto alla dipartita del nostro amato Santo Padre Giovanni Paolo II, preceduta da un lungo cammino di sofferenza e di graduale perdita della parola.
Nessun Papa ci ha lasciato una quantità di testi pari a quella che ci ha lasciato lui; nessun Papa in precedenza ha potuto visitare, come lui, tutto il mondo e parlare in modo diretto agli uomini di tutti i continenti. Ma, alla fine, gli è toccato un cammino di sofferenza e di silenzio. Restano indimenticabili per noi le immagini della Domenica delle Palme quando, col ramo di olivo nella mano e segnato dal dolore, egli stava alla finestra e ci dava la benedizione del Signore in procinto di incamminarsi verso la Croce. Poi l'immagine di quando nella sua cappella privata, tenendo in mano il Crocifisso, partecipava alla Via Crucis nel Colosseo, dove tante volte aveva guidato la processione portando egli stesso la Croce. Infine la muta benedizione della Domenica di Pasqua, nella quale, attraverso tutto il dolore, vedevamo rifulgere la promessa della risurrezione, della vita eterna.
Il Santo Padre, con le sue parole e le sue opere, ci ha donato cose grandi; ma non meno importante è la lezione che ci ha dato dalla cattedra della sofferenza e del silenzio. Nel suo ultimo libro "Memoria e Identità" (Rizzoli 2005) ci ha lasciato un’interpretazione della sofferenza che non è una teoria teologica o filosofica, ma un frutto maturato lungo il suo personale cammino di sofferenza, da lui percorso col sostegno della fede nel Signore crocifisso. Questa interpretazione, che egli aveva elaborato nella fede e che dava senso alla sua sofferenza vissuta in comunione con quella del Signore, parlava attraverso il suo muto dolore trasformandolo in un grande messaggio. Sia all'inizio come ancora una volta alla fine del menzionato libro, il Papa si mostra profondamente toccato dallo spettacolo del potere del male che, nel secolo appena terminato, ci è stato dato di sperimentare in modo drammatico. Dice testualmente: "Non è stato un male in edizione piccola… È stato un male di proporzioni gigantesche, un male che si è avvalso delle strutture statali per compiere la sua opera nefasta, un male eretto a sistema" (pag. 198).
Il male è forse invincibile? È la vera ultima potenza della storia? A causa dell'esperienza del male, la questione della redenzione, per Papa Woytiła, era diventata l'essenziale e centrale domanda della sua vita e del suo pensare come cristiano. Esiste un limite contro il quale la potenza del male s'infrange? Sì, esso esiste, risponde il Papa in questo suo libro, come anche nella sua Enciclica sulla redenzione. Il potere che al male mette un limite è la misericordia divina. Alla violenza, all'ostentazione del male si oppone nella storia – come "il totalmente altro" di Dio, come la potenza propria di Dio – la divina misericordia. L'agnello è più forte del drago, potremmo dire con l'Apocalisse.
Alla fine del libro, nello sguardo retrospettivo sull'attentato del 13 maggio 1981 ed anche sulla base dell'esperienza del suo cammino con Dio e con il mondo, Giovanni Paolo II ha approfondito ulteriormente questa risposta. Il limite del potere del male, la potenza che, in definitiva, lo vince è – così egli ci dice – la sofferenza di Dio, la sofferenza del Figlio di Dio sulla Croce: "La sofferenza di Dio crocifisso non è soltanto una forma di sofferenza accanto alle altre… Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza, l'ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell'amore… La passione di Cristo sulla Croce ha dato un senso radicalmente nuovo alla sofferenza, l'ha trasformata dal di dentro… È la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell'amore… Ogni sofferenza umana, ogni dolore, ogni infermità racchiude una promessa di salvezza… Il male… esiste nel mondo anche per risvegliare in noi l'amore, che è dono di sé… a chi è visitato dalla sofferenza… Cristo è il Redentore del mondo: ‘Per le sue piaghe noi siamo stati guariti’ (Is 53, 5)" (pag. 198 ss.).
Tutto questo non è semplicemente teologia dotta, ma espressione di una fede vissuta e maturata nella sofferenza. Certo, noi dobbiamo fare del tutto per attenuare la sofferenza ed impedire l'ingiustizia che provoca la sofferenza degli innocenti. Tuttavia dobbiamo anche fare del tutto perché gli uomini possano scoprire il senso della sofferenza, per essere così in grado di accettare la propria sofferenza e unirla alla sofferenza di Cristo. In questo modo essa si fonde insieme con l'amore redentore e diventa, di conseguenza, una forza contro il male nel mondo.
La risposta che si è avuta in tutto il mondo alla morte del Papa è stata una manifestazione sconvolgente di riconoscenza per il fatto che egli, nel suo ministero, si è offerto totalmente a Dio per il mondo; un ringraziamento per il fatto che egli, in un mondo pieno di odio e di violenza, ci ha insegnato nuovamente l'amare e il soffrire a servizio degli altri; ci ha mostrato, per così dire, dal vivo il Redentore, la redenzione, e ci ha dato la certezza che, di fatto, il male non ha l'ultima parola nel mondo.
Due altri avvenimenti, avviati ancora da Papa Giovanni Paolo II, vorrei ora menzionare, se pur brevemente: si tratta della Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a Colonia e del Sinodo dei Vescovi sull'Eucaristia che ha concluso anche l'Anno dell’Eucaristia, inaugurato da Papa Giovanni Paolo II. La Giornata Mondiale della Gioventù è rimasta nella memoria di tutti coloro che erano presenti come un grande dono. Oltre un milione di giovani si radunarono nella Città di Colonia, situata sul fiume Reno, e nelle città vicine per ascoltare insieme la Parola di Dio, per pregare insieme, per ricevere i sacramenti della Riconciliazione e dell'Eucaristia, per cantare e festeggiare insieme, per gioire dell’esistenza e per adorare e ricevere il Signore eucaristico durante i grandi incontri del sabato sera e della domenica.
Durante tutti quei giorni regnava semplicemente la gioia. A prescindere dai servizi d'ordine, la polizia non ebbe niente da fare – il Signore aveva radunato la sua famiglia, superando sensibilmente ogni frontiera e barriera e, nella grande comunione tra di noi, ci aveva fatto sperimentare la sua presenza. Il motto scelto per quelle giornate – "Andiamo ad adorarlo" – conteneva due grandi immagini che, fin dall'inizio, favorirono l'approccio giusto. Vi era innanzitutto l'immagine del pellegrinaggio, l'immagine dell'uomo che, guardando al di là dei suoi affari e del suo quotidiano, si mette alla ricerca della sua destinazione essenziale, della verità, della vita giusta, di Dio.
Questa immagine dell'uomo in cammino verso la meta della vita racchiudeva in se ancora due indicazioni chiare. C'era innanzitutto l’invito a non vedere il mondo che ci circonda soltanto come la materia grezza con cui noi possiamo fare qualcosa, ma a cercare di scoprire in esso la "calligrafia del Creatore", la ragione creatrice e l'amore da cui è nato il mondo e di cui ci parla l'universo, se noi ci rendiamo attenti, se i nostri sensi interiori si svegliano e acquistano percettività per le dimensioni più profonde della realtà. Come secondo elemento si aggiungeva poi l'invito a mettersi in ascolto della rivelazione storica che, sola, può offrirci la chiave di lettura per il silenzioso mistero della creazione, indicandoci concretamente la via verso il vero Padrone del mondo e della storia che si nasconde nella povertà della stalla di Betlemme.
L'altra immagine contenuta nel motto della Giornata Mondiale della Gioventù era l'uomo in adorazione: "Siamo venuti per adorarlo". Prima di ogni attività e di ogni mutamento del mondo deve esserci l'adorazione. Solo essa ci rende veramente liberi; essa soltanto ci dà i criteri per il nostro agire. Proprio in un mondo in cui progressivamente vengono meno i criteri di orientamento ed esiste la minaccia che ognuno faccia di se stesso il proprio criterio, è fondamentale sottolineare l'adorazione. Per tutti coloro che erano presenti rimane indimenticabile l’intenso silenzio di quel milione di giovani, un silenzio che ci univa e sollevava tutti quando il Signore nel Sacramento era posto sull'altare. Serbiamo nel cuore le immagini di Colonia: sono una indicazione che continua ad operare. Senza menzionare singoli nomi, vorrei in questa occasione ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile la Giornata Mondiale della Gioventù; soprattutto, però, ringraziamo insieme il Signore, perché in definitiva solo Lui poteva donarci quelle giornate nel modo in cui le abbiamo vissute.
La parola "adorazione" ci porta al secondo grande avvenimento di cui vorrei parlare: il Sinodo dei Vescovi e l'Anno dell’Eucaristia. Papa Giovanni Paolo II, con l'Enciclica Ecclesia de Eucharistia e con la Lettera apostolica Mane nobiscum Domine ci aveva già donato le indicazioni essenziali e al contempo, con la sua esperienza personale della fede eucaristica, aveva concretizzato l'insegnamento della Chiesa. Inoltre, la Congregazione per il Culto Divino, in stretto collegamento con l'Enciclica, aveva pubblicato l'istruzione Redemptionis Sacramentum come aiuto pratico per la giusta realizzazione della Costituzione conciliare sulla liturgia e della riforma liturgica.
Oltre tutto ciò, era veramente possibile dire ancora qualcosa di nuovo, sviluppare ulteriormente l’insieme della dottrina? Proprio questa fu la grande esperienza del Sinodo quando, nei contributi dei Padri, si è vista rispecchiarsi la ricchezza della vita eucaristica della Chiesa di oggi e si è manifestata l'inesauribilità della sua fede eucaristica. Quello che i Padri hanno pensato ed espresso dovrà essere presentato, in stretto collegamento con le Propositiones del Sinodo, in un documento post-sinodale. Vorrei qui solo sottolineare ancora una volta quel punto che, poco fa, abbiamo già registrato nel contesto della Giornata Mondiale della Gioventù: l'adorazione del Signore risorto, presente nell'Eucaristia con carne e sangue, con corpo e anima, con divinità e umanità.
È commovente per me vedere come dappertutto nella Chiesa si stia risvegliando la gioia dell'adorazione eucaristica e si manifestino i suoi frutti. Nel periodo della riforma liturgica spesso la Messa e l'adorazione fuori di essa erano viste come in contrasto tra loro: il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato, secondo un’obiezione allora diffusa. Nell'esperienza di preghiera della Chiesa si è ormai manifestata la mancanza di senso di una tale contrapposizione. Già Agostino aveva detto: "… nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit;… peccemus non adorando - Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; … peccheremmo se non la adorassimo" (cfr Enarr. in Ps 98,9 CCL XXXIX 1385). Di fatto, non è che nell'Eucaristia riceviamo semplicemente una qualche cosa. Essa è l'incontro e l'unificazione di persone; la persona, però, che ci viene incontro e desidera unirsi a noi è il Figlio di Dio.
Una tale unificazione può soltanto realizzarsi secondo la modalità dell'adorazione. Ricevere l'Eucaristia significa adorare Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui. Perciò, lo sviluppo dell'adorazione eucaristica, come ha preso forma nel corso del Medioevo, era la più coerente conseguenza dello stesso mistero eucaristico: soltanto nell'adorazione può maturare un'accoglienza profonda e vera. E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura poi anche la missione sociale che nell'Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri.
L'ultimo evento di quest’anno su cui vorrei soffermarmi in questa occasione è la celebrazione della conclusione del Concilio Vaticano II quarant'anni fa. Tale memoria suscita la domanda: Qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto? Che cosa, nella recezione del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o sbagliato? Che cosa resta ancora da fare? Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile, anche non volendo applicare a quanto è avvenuto in questi anni la descrizione che il grande dottore della Chiesa, san Basilio, fa della situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea: egli la paragona ad una battaglia navale nel buio della tempesta, dicendo fra l'altro: "Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …" (De Spiritu Sancto, XXX, 77; PG 32, 213 A; SCh 17bis, pag. 524).
Non vogliamo applicare proprio questa descrizione drammatica alla situazione del dopo-Concilio, ma qualcosa tuttavia di quanto avvenuto vi si riflette. Emerge la domanda: Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna.
Dall'altra parte c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino. L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti.
Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova.
Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso. I Vescovi, mediante il Sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono "amministratori dei misteri di Dio" (1 Cor 4,1); come tali devono essere trovati "fedeli e saggi" (cfr Lc 12,41-48).
Ciò significa che devono amministrare il dono del Signore in modo giusto, affinché non resti occultato in qualche nascondiglio, ma porti frutto e il Signore, alla fine, possa dire all'amministratore: "Poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto" (cfr Mt 25,14-30; Lc 19,11-27). In queste parabole evangeliche si esprime la dinamica della fedeltà, che interessa nel servizio del Signore, e in esse si rende anche evidente, come in un Concilio dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola.
All'ermeneutica della discontinuità si oppone l'ermeneutica della riforma, come l'hanno presentata dapprima Papa Giovanni XXIII nel suo discorso d'apertura del Concilio l'11 ottobre 1962 e poi Papa Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965. Vorrei qui citare soltanto le parole ben note di Giovanni XXIII, in cui questa ermeneutica viene espressa inequivocabilmente quando dice che il Concilio "vuole trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti", e continua: "Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell'antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell'opera, che la nostra età esige… È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa è infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo col quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata" (S. Oec. Conc. Vat. II Constitutiones Decreta Declarationes, 1974, pp. 863-865).
È chiaro che questo impegno di esprimere in modo nuovo una determinata verità esige una nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale con essa; è chiaro pure che la nuova parola può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione sulla fede esige anche che si viva questa fede. In questo senso il programma proposto da Papa Giovanni XXIII era estremamente esigente, come appunto è esigente la sintesi di fedeltà e dinamica. Ma ovunque questa interpretazione è stata l’orientamento che ha guidato la recezione del Concilio, è cresciuta una nuova vita e sono maturati frutti nuovi. Quarant’anni dopo il Concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni intorno al 1968.
Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio. Paolo VI, nel suo discorso per la conclusione del Concilio, ha poi indicato ancora una specifica motivazione per cui un'ermeneutica della discontinuità potrebbe sembrare convincente. Nella grande disputa sull'uomo, che contraddistingue il tempo moderno, il Concilio doveva dedicarsi in modo particolare al tema dell'antropologia. Doveva interrogarsi sul rapporto tra la Chiesa e la sua fede, da una parte, e l'uomo ed il mondo di oggi, dall'altra (ibid. , pp. 1066 s.).
La questione diventa ancora più chiara, se in luogo del termine generico di "mondo di oggi" ne scegliamo un altro più preciso: il Concilio doveva determinare in modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna. Questo rapporto aveva avuto un inizio molto problematico con il processo a Galileo. Si era poi spezzato totalmente, quando Kant definì la "religione entro la pura ragione" e quando, nella fase radicale della rivoluzione francese, venne diffusa un'immagine dello Stato e dell'uomo che alla Chiesa ed alla fede praticamente non voleva più concedere alcuno spazio. Lo scontro della fede della Chiesa con un liberalismo radicale ed anche con scienze naturali che pretendevano di abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà fino ai suoi confini, proponendosi caparbiamente di rendere superflua l’"ipotesi Dio", aveva provocato nell'Ottocento, sotto Pio IX, da parte della Chiesa aspre e radicali condanne di tale spirito dell'età moderna.
Quindi, apparentemente non c'era più nessun ambito aperto per un’intesa positiva e fruttuosa, e drastici erano pure i rifiuti da parte di coloro che si sentivano i rappresentanti dell'età moderna. Nel frattempo, tuttavia, anche l'età moderna aveva conosciuto degli sviluppi. Ci si rendeva conto che la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese. Le scienze naturali cominciavano, in modo sempre più chiaro, a riflettere sul proprio limite, imposto dallo stesso loro metodo che, pur realizzando cose grandiose, tuttavia non era in grado di comprendere la globalità della realtà. Così, tutte e due le parti cominciavano progressivamente ad aprirsi l’una all'altra.
Nel periodo tra le due guerre mondiali e ancora di più dopo la seconda guerra mondiale, uomini di Stato cattolici avevano dimostrato che può esistere uno Stato moderno laico, che tuttavia non è neutro riguardo ai valori, ma vive attingendo alle grandi fonti etiche aperte dal cristianesimo. La dottrina sociale cattolica, via via sviluppatasi, era diventata un modello importante tra il liberalismo radicale e la teoria marxista dello Stato. Le scienze naturali, che senza riserva facevano professione di un proprio metodo in cui Dio non aveva accesso, si rendevano conto sempre più chiaramente che questo metodo non comprendeva la totalità della realtà e aprivano quindi nuovamente le porte a Dio, sapendo che la realtà è più grande del metodo naturalistico e di ciò che esso può abbracciare.
Si potrebbe dire che si erano formati tre cerchi di domande, che ora, nell'ora del Vaticano II, attendevano una risposta. Innanzitutto occorreva definire in modo nuovo la relazione tra fede e scienze moderne; ciò riguardava, del resto, non soltanto le scienze naturali, ma anche la scienza storica perché, in una certa scuola, il metodo storico-critico reclamava per sé l'ultima parola nella interpretazione della Bibbia e, pretendendo la piena esclusività per la sua comprensione delle Sacre Scritture, si opponeva in punti importanti all’interpretazione che la fede della Chiesa aveva elaborato. In secondo luogo, era da definire in modo nuovo il rapporto tra Chiesa e Stato moderno, che concedeva spazio a cittadini di varie religioni ed ideologie, comportandosi verso queste religioni in modo imparziale e assumendo semplicemente la responsabilità per una convivenza ordinata e tollerante tra i cittadini e per la loro libertà di esercitare la propria religione.
Con ciò, in terzo luogo, era collegato in modo più generale il problema della tolleranza religiosa – una questione che richiedeva una nuova definizione del rapporto tra fede cristiana e religioni del mondo. In particolare, di fronte ai recenti crimini del regime nazionalsocialista e, in genere, in uno sguardo retrospettivo su una lunga storia difficile, bisognava valutare e definire in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e la fede di Israele.
Sono tutti temi di grande portata - erano i grandi temi della seconda parte del Concilio - su cui non è possibile soffermarsi più ampiamente in questo contesto. È chiaro che in tutti questi settori, che nel loro insieme formano un unico problema, poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi – fatto questo che facilmente sfugge alla prima percezione. È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi che consiste la natura della vera riforma.
In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. Bisognava imparare a riconoscere che, in tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo, rimanendo nel sottofondo e motivando la decisione dal di dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono quindi essere sottoposte a mutamenti.
Così le decisioni di fondo possono restare valide, mentre le forme della loro applicazione a contesti nuovi possono cambiare. Così, ad esempio, se la libertà di religione viene considerata come espressione dell'incapacità dell'uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l'uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità, è legato a tale conoscenza. Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall'esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo del convincimento.
Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l'insegnamento di Gesù stesso (cfr Mt 22,21), come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi. La Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli imperatori e per i responsabili politici considerando questo un suo dovere (cfr 1 Tm 2,2); ma, mentre pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione di Stato. I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza e per la libertà di professione della propria fede – una professione che da nessuno Stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza.
Una Chiesa missionaria, che si sa tenuta ad annunciare il suo messaggio a tutti i popoli, deve necessariamente impegnarsi per la libertà della fede. Essa vuole trasmettere il dono della verità che esiste per tutti ed assicura al contempo i popoli e i loro governi di non voler distruggere con ciò la loro identità e le loro culture, ma invece porta loro una risposta che, nel loro intimo, aspettano – una risposta con cui la molteplicità delle culture non si perde, ma cresce invece l'unità tra gli uomini e così anche la pace tra i popoli.
Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi; essa prosegue "il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio", annunziando la morte del Signore fino a che Egli venga (cfr Lumen gentium, 8).
Chi si era aspettato che con questo "sì" fondamentale all'età moderna tutte le tensioni si dileguassero e l’"apertura verso il mondo" così realizzata trasformasse tutto in pura armonia, aveva sottovalutato le interiori tensioni e anche le contraddizioni della stessa età moderna; aveva sottovalutato la pericolosa fragilità della natura umana che in tutti i periodi della storia e in ogni costellazione storica è una minaccia per il cammino dell'uomo. Questi pericoli, con le nuove possibilità e con il nuovo potere dell'uomo sulla materia e su se stesso, non sono scomparsi, ma assumono invece nuove dimensioni: uno sguardo sulla storia attuale lo dimostra chiaramente. Anche nel nostro tempo la Chiesa resta un "segno di contraddizione" (Lc 2,34) – non senza motivo Papa Giovanni Paolo II, ancora da Cardinale, aveva dato questo titolo agli Esercizi Spirituali predicati nel 1976 a Papa Paolo VI e alla Curia Romana. Non poteva essere intenzione del Concilio abolire questa contraddizione del Vangelo nei confronti dei pericoli e degli errori dell'uomo.
Era invece senz'altro suo intendimento accantonare contraddizioni erronee o superflue, per presentare a questo nostro mondo l'esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e purezza. Il passo fatto dal Concilio verso l'età moderna, che in modo assai impreciso è stato presentato come "apertura verso il mondo", appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta in sempre nuove forme. La situazione che il Concilio doveva affrontare è senz'altro paragonabile ad avvenimenti di epoche precedenti. San Pietro, nella sua prima lettera, aveva esortato i cristiani ad essere sempre pronti a dar risposta (apo-logia) a chiunque avesse loro chiesto il logos, la ragione della loro fede (cfr 3,15). Questo significava che la fede biblica doveva entrare in discussione e in relazione con la cultura greca ed imparare a riconoscere mediante l'interpretazione la linea di distinzione, ma anche il contatto e l'affinità tra loro nell'unica ragione donata da Dio.
Quando nel XIII secolo, mediante filosofi ebrei ed arabi, il pensiero aristotelico entrò in contatto con la cristianità medievale formata nella tradizione platonica, e fede e ragione rischiarono di entrare in una contraddizione inconciliabile, fu soprattutto san Tommaso d'Aquino a mediare il nuovo incontro tra fede e filosofia aristotelica, mettendo così la fede in una relazione positiva con la forma di ragione dominante nel suo tempo. La faticosa disputa tra la ragione moderna e la fede cristiana che, in un primo momento, col processo a Galileo, era iniziata in modo negativo, certamente conobbe molte fasi, ma col Concilio Vaticano II arrivò l’ora in cui si richiedeva un ampio ripensamento.
Il suo contenuto, nei testi conciliari, è tracciato sicuramente solo a larghe linee, ma con ciò è determinata la direzione essenziale, cosicché il dialogo tra ragione e fede, oggi particolarmente importante, in base al Vaticano II ha trovato il suo orientamento. Adesso questo dialogo è da sviluppare con grande apertura mentale, ma anche con quella chiarezza nel discernimento degli spiriti che il mondo con buona ragione aspetta da noi proprio in questo momento. Così possiamo oggi con gratitudine volgere il nostro sguardo al Concilio Vaticano II: se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa.
Infine, devo forse ancora far memoria di quel 19 aprile di quest'anno, in cui il Collegio Cardinalizio, con mio non piccolo spavento, mi ha eletto a successore di Papa Giovanni Paolo II, a successore di san Pietro sulla cattedra del Vescovo di Roma? Un tale compito stava del tutto fuori di ciò che avrei mai potuto immaginare come mia vocazione. Così, fu soltanto con un grande atto di fiducia in Dio che potei dire nell'obbedienza il mio "sì" a questa scelta. Come allora, così chiedo anche oggi a tutti Voi la preghiera, sulla cui forza e sostegno io conto. Al contempo desidero ringraziare di cuore in quest'ora tutti coloro che mi hanno accolto e mi accolgono tuttora con tanta fiducia, bontà e comprensione, accompagnandomi giorno per giorno con la loro preghiera.
Il Natale è ormai vicino. Il Signore Dio alle minacce della storia non si è opposto con il potere esteriore, come noi uomini, secondo le prospettive di questo nostro mondo, ci saremmo aspettati. L'arma sua è la bontà. Si è rivelato come bimbo, nato in una stalla. È proprio così che contrappone il suo potere completamente diverso alle potenze distruttive della violenza. Proprio così Egli ci salva. Proprio così ci mostra ciò che salva. Vogliamo, in questi giorni natalizi, andargli incontro pieni di fiducia, come i pastori, come i sapienti dell'Oriente. Chiediamo a Maria di condurci al Signore. Chiediamo a Lui stesso di far brillare il suo volto su di noi. Chiediamogli di vincere Egli stesso la violenza nel mondo e di farci sperimentare il potere della sua bontà. Con questi sentimenti imparto di cuore a tutti Voi la Benedizione Apostolica.
La scelta riformista di Benedetto XVI
Tradizione e cambiamento, guardare avanti senza rinnegare il passato
di Vittorio Messori
L’occasione sembrava formale e routinière: lo scambio degli auguri natalizi tra il Papa e coloro che lavorano nella Curia, la complessa macchina che gestisce la Chiesa universale e alla quale ogni diocesi deve cedere qualcuno dei suoi sacerdoti migliori.
Ma, in qualunque luogo debba parlare, Joseph Ratzinger non sa essere scontato, la sua serietà di tedesco e la sua formazione di teologo gli impediscono i discorsi di circostanza. Così, invece di cose destinate ad esaurirsi nell’intreccio un po’ frivolo di auspici e di parole buoniste, Benedetto XVI ha proposto ai suoi collaboratori riflessioni profonde su alcuni dei temi più impegnativi. Tanto da sconcertare alcune agenzie che, invece di troppo ardue sintesi, hanno preferito riportare letteralmente brani dal testo stampato del discorso. Uno dei temi è stato tra quelli cari al suo «venerato predecessore», come sempre lo chiama: quel rapporto tra fede e ragione al quale Giovanni Paolo II ha dedicato un’enciclica tra le più dense. Altro punto, la libertà religiosa, con il rischio che una lettura distorta porti i cattolici al relativismo. Infine (ma era il tema che ha preceduto, giustamente, ogni altro) l’interpretazione autentica da dare al Concilio, a quarant’anni dalla sua chiusura.
È su questo che, nell’impossibilità di tutto esaminare, vorremmo attirare l’attenzione. Qui, in effetti, sta la radice di quegli schieramenti ecclesiali che sono tuttora presenti, che si fronteggiano da antagonisti, incapaci di dialogo e, magari, di fraternità. «Progressisti» e «tradizionalisti» — per usare termini imprecisi, logori, mutuati dal linguaggio politico ma comprensibili ai più — hanno trovato, e trovano, i motivi delle loro discordie non tanto nella lettera dei singoli documenti, quanto nella interpretazione dello «spirito» che li animerebbe.
Per i primi, il Vaticano II è stato un nuovo inizio, una rifondazione della Chiesa: una «Costituente» per usare la parola usata ieri del papa. I Padri riuniti in Concilio, quasi senatori chiamati a rifondare uno Stato in rovina o ormai sclerotizzato, avrebbero inteso gettare nuove basi: anzi, ritrovare quelle antiche, quelle direttamente evangeliche, scrostate dalle sovrastrutture di venti secoli di storia. Il Concilio, dunque, non sarebbe stato il ventunesimo ecumenico della Chiesa cattolica ma una provvidenziale frattura, un discrimine, l’alba di un nuovo giorno la cui luce avrebbe cancellato un passato ambiguo, ormai impresentabile e improponibile.
Per i «tradizionalisti», al contrario, il Vaticano II non solo non avrebbe, in sostanza, cambiato nulla, al di là di un certo rinnovamento del linguaggio; ma non meriterebbe nemmeno lo status di Concilio. In effetti, osservano, si propose esplicitamente come «pastorale » e non «dogmatico», non definì alcuna verità né condannò alcun errore. Nei documenti, dunque, non ci sarebbero che esortazioni e buoni consigli. Parole, insomma, legate alle prospettive, spesso alle illusioni degli anni Sessanta del ventesimo secolo e che ora non avrebbero più nulla da dirci. Tanto rumore, tanta agitazione, tanti drammi e magari rovine per nulla. A queste categorie del «progressismo» e del «tradizionalismo», schizzate qui in modo un po’ caricaturale, Ratzinger oppone quella del «riformismo», intendendo con questo una sintesi tra tradizione e cambiamento. Non è certo una posizione che abbia assunto dopo l’elezione alla cattedra pontificia.
La via media tra rivoluzione e reazione è nella struttura stessa del cattolicesimo che si basa sull’equilibrio tra gli estremi, sull’unione degli opposti e che ha, in fondo, l’ossimoro come suo modo di intendere e di vivere la fede. Per il figlio di una Bavaria che—zona celto-germanica all’interno del limes imperiale — sin dall’inizio dell’evangelizzazione è stata impregnata a fondo dalla fede romana, è istintiva la sintesi cattolica. L’avvertii subito, più di vent’anni fa, quando misi la mia esperienza di cronista a servizio della sua decisione di stendere un «rapporto sulla fede» che fu poi rumorosamente frainteso, quasi fosse un manifesto della restaurazione, un rinnegamento del Vaticano II, un allineamento alle tesi tradizionaliste. Il nuovo Prefetto della Fede, in realtà era già «riformista»: rispetto del Concilio, riconoscimento del suo ruolo e, al contempo, consapevolezza che al pari della natura, Ecclesia etiam non facit saltus.
Dunque, la marcia del popolo di Dio nella storia come un lavoro di approfondimento delle ricchezze evangeliche, come uno scoprire nuove complessità, senza rinnegare il passato la cui lezione, anzi, permette di avanzare senza uscire dalla rotta. Tra le immagini con cui il Nuovo Testamento definisce la Chiesa, mi disse che una delle più care gli era quella dell’albero frondoso: il buon contadino lo cura perché sempre più vigoreggi, consapevole che quella vita viene dalla radici, il cui taglio provocherebbe la rovina. Né di «sinistra» né di «destra» (per usare ancora categorie grossolane), questo Maestro della fede sta — per istinto e per ragione — al «centro»: conservare ed innovare, guardare avanti non rinnegando il passato è il dovere di chi voglia prendere davvero sul serio il Vaticano II. Può sembrare tanto scontato da costeggiare il banale: eppure, dopo tanti decenni, la lezione non sembra ancora appresa da parte di chi, nella Chiesa, sogna «rivoluzioni» o «restaurazioni» e nel Concilio vede una «frattura» o un’«inezia».
Corriere della Sera 23 dicembre 2005
CHIESA
CARISMI
I gesuiti l’hanno fatta grossa
La Madonna con il profilattico
Il mensile America dei gesuiti pubblicizza la vendita della statuina «Extra Virgin» rivestita con....
di Vittorio Messori
Internet si è già mobilitata. La Rete è affollata di siti cattolici, in ogni idioma: non c'è parrocchia, associazione, gruppo ecclesiale che non abbia i suoi computer, smanettati da volontari che, quasi sempre, sono tanto giovani quanto abili ed attivi. In queste ore, dunque, passano di schermo in schermo gli appelli. Gli appelli per intasare di messaggi di protesta non solo la redazione di un giornale di gesuiti americani, ma anche la loro casa generalizia, nonché il nunzio apostolico negli Stati Uniti e il Cardinal Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata. Il giornale è America, un mensile di lunga tradizione e di grande prestigio, considerato un tempo una sorta di Civiltà Cattolica del Nuovo Mondo. Un tempo, dico, perché mentre il periodico dei gesuiti italiani continua, dal 1850, la sua lealtà alla Segreteria di Stato, che pare ne riveda ancora le bozze, non così il giornale dei gesuiti degli Stati Uniti. Sin dall'immediato postconcilio, America ha scelto un radicalismo spericolato — in temi teologici, politici, etici — che ha provocato tensioni con la Gerarchia ed ammonimenti da parte della Santa Sede. Negli Stati Uniti, comunque, la maggioranza dei religiosi superstiti (la Compagnia di Gesù ha subito in queste decenni un severo salasso) fa quadrato attorno al suo giornale, convinta che l'adeguamento ai valori sempre mutevoli del mondo sia il modo autentico per dirsi oggi cattolici. Ma ciò che sta scatenando su Internet la catena mondiale di reazioni indignate non è uno dei tanti articoli, spesso complessi ed ostici, dei teologi, dei biblisti, dei moralisti gesuiti che scrivono sulla rivista.
Il motivo sta in un vistoso annuncio ospitato dall'ultimo numero di America, dove si propone in vendita — per 300 dollari, più spese postali per l'invio dalla Gran Bretagna — quello che viene definito «un pezzo unico dell'arte religiosa contemporanea». Si spiega, nel testo, che l'oggetto consiste in «una strepitosa (stunning) statuetta, alta 22 centimetri, della Vergine Maria che schiaccia un serpente, avvolta da un velo delicato di lattice». La stessa materia, dunque, di cui sono fatti i preservativi. E, in effetti, la fotografia a colori dell'annuncio non lascia alcun dubbio in proposito: proprio di un normale profilattico si tratta, completo del piccolo serbatoio per lo sperma che «l'artista» — tal Steve Rosenthal di un'Accademia di Londra — ha adattato sul capo della Madonna, come fosse un grottesco berretto che sostituisca la corona regale della tradizione. Per completare lo sberleffo, mister Rosenthal ha scelto per la sua «opera d'arte religiosa contemporanea» un nome adeguato: Extra Virgin. Come l'olio di oliva. Significativo che la reazione immediata e sdegnata sia partita dall'America Latina, dove la devozione mariana è così fervente e gelosa che persino i molti che passano alle sette evangeliche — sostenute dalla stesso governo nordamericano — rinnegano papi, preti, indulgenze, ma non la loro Vergine e i loro rosari. Ai latinos si è comunque aggregato subito il resto del mondo cattolico, tanto che io stesso ho ricevuto dai Continenti più diversi l'indicazione degli indirizzi elettronici dei gesuiti, del nunzio in America, del cardinal-prefetto a Roma cui spedire la protesta. Da noi, è recente il caso del primo piano su un sedere femminile nudo ospitato tra la pubblicità di Famiglia cristiana. Quanto ad America siamo, ovviamente, a ben altro: una «cosa» sconcia e blasfema proposta, al costo di 300 dollari, dal più autorevole medium dei gesuiti per un pubblico di religiosi, di suore, di laici cattolici impegnati.
Il tutto in una Chiesa come quella americana, ridotta alla bancarotta economica e all'esecrazione unanime da un clero cui troppo spesso, pare, piace palpeggiare i genitali dei seminaristi. Sconforto, dunque, più che indignazione. Viene in mente l'inevitabile Flaiano: «Non chiedetevi dove andremo a finire, perché ci siamo già». Ma c'è, anche, un po' di curiosità amara: questi membri della Compagnia di Gesù, difensori arcigni della political correctness, apostoli maniacali del dialogo verso ogni fede e credenza, avrebbero accettato pubblicità con statuine di Maometto, di Budda, di Mosé, di Abramo, di Confucio, avvolti in un preservativo, con il serbatoio seminale come copricapo e con un titolo irridente? O, forse, per questi Padri, il rispetto vale per tutti, tranne che per quel cattolicesimo di cui essi stessi fanno parte, addirittura come «consacrati», legati a voti perpetui di cui un quarto di fedeltà, a costo se necessario della morte (perinde ac cadaver), al Papa e al suo insegnamento?
Corriere della Sera, 22 dicembre 2005
CULMENS ET FONS
VERITATIS SPLENDOR
Emancipazione femminile: progresso o arcaismo?
Oreste Sartore
Una penosa manifestazione di femministe-abortiste, con in testa l'attrice di colore Whoopi Goldberg
Una ginecologa ha rivelato che una delle categorie di donne che utilizzano i servizi «sanitari» di Stato per «interruzioni di gravidanza» è costituita dalle trentenni di successo.
Queste donne rinunciano ai contraccettivi per mostrare a se stesse di essere ancora fertili.
Salvo poi liberarsi del nascituro.
Magari riservandosi di produrre più avanti un altro esemplare con la «procreazione assistita».
Ci sembra un esito prevedibile di quel modo di pensare sorto per emancipare la donna, liberandole dalle schiavitù domestiche.
Il movimento femminista, partito con le lotte per ottenere il voto alle donne, si è poi battuto per il «diritto» di divorzio prima e poi di aborto.
Infine ha incoraggiato l’accoppiamento senza responsabilità, eventualmente seguito da omicidio.
Tutti noi abbiamo conosciuto un tipo di donna in carriera capace di comportamenti come quelli descritti.
Nella realtà del lavoro della cultura e della politica, nell’immaginario degli spot pubblicitari dei film e delle fiction televisive.
Molte vestono poco e mostrano molto.
Le stesse, però, non emanano fascino, non scaldano i sensi.
Molte frequentano circoli elitari, esoterici.
Ci è capitato di vedere una di queste manager di successo fare una domanda, del tutto fuori tema, ai maschi presenti: «ma voi cosa pensate di Alba Parietti?».
Era un interrogatorio.
Alle risposte evasive dei commensali, la donna gettò uno sguardo di commiserazione e si chiuse nel silenzio.
Gli ignari dimostravano di non comprendere la mutazione dei paradigmi, di non capire che gli illuminati avevano cambiato il sistema di regolazione, avevano loro offerto un nuovo modello di donna, da abbracciare senza discutere.
Umani difettosi, avevano dato una risposta indesiderata.
Credo occorra rendersi conto che l’emancipazione, parola apparentemente innocua e carica di valenze positive progressiste è stata la chiave per far penetrare il pensiero femminista nell’anima di molte cristiane.
È stata una leva per (tentare di) cambiare i comportamenti e i modi di pensare di metà del genere umano.
Bisogna dire che l’operazione in gran parte è certamente riuscita.
Ciò che ora vogliamo sostenere è che questo modello di donna che siamo chiamati ad accettare ed onorare non è nuovo per nulla.
È antico, anzi è arcaico.
Riflette un sistema sociale che è precedente non solo alla civiltà cristiana, ma anche a quella greca. Non di progresso si tratta, ma di regressione.
I greci, infatti, avevano un terrore sacro di un mondo di donne svincolato dall’uomo e da esse dominato.
I loro miti narrano di tempi remoti, in cui ciò era accaduto.
I miti più antichi narrano di grandi madri (Cibele, Demetra, ecc.), che arrivavano nelle città circondate da misteriosi esseri primordiali, nani di statura e senza un proprio nome (Dattili, Cureti, Coribanti, Telchini).
Le Amazzoni, per assicurarsi discendenza, si accoppiavano una volta all’anno.
Poi i figli maschi li uccidevano o li storpiavano.
Le donne di Lemno furono punite da Afrodite con un immondo odore, forse perché non adempivano ai loro doveri matrimoniali.
Il fetore da loro emanato distolse gli uomini dai loro letti.
Gli uomini si trovarono concubine provenienti dalla Tracia.
Per vendetta le donne uccisero tutti i maschi dell’isola.
Non solo i mariti, anche i figli e i padri.
Le cinquanta Danaidi, su istigazione del padre, non esitarono ad uccidere i loro cinquanta cugini-mariti la prima notte di nozze.
Vi sono molti miti riguardanti donne vendicative: il più noto è quello di Medea.
Per aiutare Giasone a sfuggire al re Eeta (padre della stessa Medea) non esita ad uccidere il fratello Apsirto spargendone le membra in mare.
In Tessaglia convince le figlie del re Pelia, un avversario politico, che avrebbero potuto ringiovanire il padre facendone a pezzi il corpo e mettendo a bollire le carni (!); cosa che non esitarono a fare. Ma il momento topico di Medea è a Corinto, ove la coppia si era rifugiata.
Giasone, col miraggio di assicurarsi un regno, abbandona la sposa per impalmare la figlia del re Creonte.
Medea cova vendetta con lo sguardo torvo di leonessa, impaurendo finanche la sua nutrice.
Con doni di nozze intrisi di veleno fa morire la rivale e lo stesso re, accorso in aiuto della figlia. All’arrivo di Giasone uccide infine i due figli.
Medea, come Circe che tramutava gli uomini in porci, e Pasifae che si accoppiava con un toro, erano dette figlie del Sole.
La maggior parte dei greci disprezzava i riti orgiastici in onore di Bacco-Dioniso, lo Zeus delle donne.
Il culto era praticato dalle Menadi-Baccanti, donne che si staccavano dalla città, vivevano appartate sui monti in congreghe (tiasi). Nei loro riti notturni le Menadi, vestite di pelli, corone di fronde sul capo, i capelli sciolti, la testa rivolta all’indietro, scendevano correndo a guisa di cagne veloci con in mano delle fiaccole per procurarsi la vittima sacrificale.
Le Baccanti uccidevano le bestie (cerbiatti, vacche, tori) facendole a pezzi con forza disumana; si cibavano poi delle carni intrecciandone parte sui capelli.
Il mondo creato da Bacco è un mondo al contrario: le donne, strappate ai lavori femminili, novelle amazzoni, assumono funzioni maschili-guerriere e, per difendere i loro riti segreti, arrivano a scendere in campo contro la loro stessa città e lance degli uomini nulla possono contro i tirsi (bastoni) delle invasate.
Atroce nei racconti del mito è la sorte di chi si oppone al culto di Dioniso o lo deride.
Il dio punisce le figlie del re Minia con visioni terrificanti, ree di rimproverare le donne che si ritiravano dalla città per darsi all’estasi.
Per placare il dio sacrificano, lacerandolo, il figlio di una di esse.
Per lo stesso reato, impazziscono in maniera sempre più furiosa le figlie del re Preto a Tirinto.
Bacco, che era figlio di Semele e di Zeus, si fa conoscere a Tebe con un altro evento terribile.
Il fondatore di Tebe, Cadmo, era padre della stessa Semele e di altre tre donne, Agave, Ino e Autonoe.
Mentre a Tebe regnava Penteo, figlio di Agave, il dio appare in forma di straniero e convince le donne a celebrare il suo culto.
Penteo è contrario a queste dissennatezze, intende vietare i riti, ma nello stesso tempo è curioso, vuole vedere cosa fanno le donne nel segreto.
Appena arriva nel bosco, le donne, credendolo un leone, istigate proprio da Agave, correndo a guisa di cagne, lo prendono e fanno di lui scempio.
Agave torna in città con la testa del figlio sul proprio tirso.
Anche Ino ucciderà poi il proprio di figlio Melicerte, gettandolo in una caldaia di acqua bollente. Anche Altea, per vendicare i fratelli, non esita a procurare la morte a suo figlio Meleagro.
Vi sono una serie di miti riguardanti la vendetta di donne respinte nelle loro profferte amorose. Fedra (la splendente, figlia di Pasifae), moglie di Teseo, respinta dal figliastro Ippolito, lo accusa di seduzione, causando su di lui la maledizione del padre con la conseguente orribile morte per mano di un mostro suscitato da Poseidone.
Analogamente agisce Antea, moglie del re di Argo, contro l’ospite Bellerofonte.
La maggior parte dei mostri mitologici aveva forme femminili.
Le Arpie (corpo di uccello, viso, busto e braccia di donna), spiriti rapitori, emanavano un immondo fetore e insozzavano le mense degli uomini.
Le tre Graie canute avevano un unico occhio e un unico dente in comune.
Le terribili Gorgoni avevano volto di donna, mani di ferro, ali d’oro e zanne di cinghiale; anguicrinite, avevano serpi attorno alla vita.
Anche le Erinni, vecchie vergini dalla carnagione scura con le ali d’oro, erano anch’esse anguicrinite; proteggevano le madri, fossero anche omicide, perseguitando gli uccisori.
Scilla aveva sei teste, con triplice file di denti in ogni bocca, aveva una cintura di cani rabbiosi, era armata di faci, serpi e scudisci borchiati; la sua voce variava dal muggito al latrato.
Forse è la stessa Scilla, figlia del re di Megara, chiamata cuore di cagna perché, sedotta dall’oro di Minosse, che tolse al padre nel sonno la ciocca di capelli che lo rendeva invulnerabile, consegnandolo così alla morte.
Lamia, capace di molte metamorfosi, rubava i bambini, nascondendoli nel ventre.
Echidna, bellissima ma di temperamento maschile, aveva un gigantesco corpo di serpente; divorava crude le sue vittime.
Le sirene, nella versione non omerica, erano donne-uccello; sedute sulla soglia dell’Ade incantavano gli uomini per trascinarli agli inferi.
Il prato su cui sedevano era composto dai resti macerati degli infelici.
Il mito più contrario all’altra metà del cielo è però quello di Pandora, raccontato da Esiodo.
Zeus, irato per il peccato commesso da Prometeo, prepara per il fratello di questi (Epimeteo) un regalo tutto speciale, la donna.
Efesto modella la creatura impastando terra con acqua, Atena la veste di candidi veli e le insegna l’arte di tessere, Afrodite le infonde fascino amoroso e desideri struggenti, le Cariti e le Ore la adornano di corolle e collane.
Zeus stesso fabbrica per lei una corona dorata, su cui sono raffigurati molti animali che sembrano vivi.
Per ordine di Zeus, Ermes dà alla fascinosa creatura una spudoratezza da cagna e le pone nel cuore la menzogna, le lusinghe e l’inganno.
In cambio del fuoco rubato da Prometeo, gli uomini («stupiti scorgendo l’insidia pericolosa»), riceveranno «un male di cui gioiranno, circondando d’amore ciò che costituirà la loro disgrazia». Quando Epimeteo, incautamente, accetta il dono, la donna come prima azione solleva il coperchio di un vaso: da lì escono e dilagano mali sinora sconosciuti agli uomini, fatiche, malattie e morte.
Poi richiude il vaso, perché non ne esca anche «Elpis», la speranza.
Le costellazioni di miti greci viste sopra parlano, come detto, di tempi arcaici, ma anche di terre straniere, in particolare asiatiche.
Le grandi madri hanno sede in Anatolia, gli accoppiamenti mostruosi e i sacrifici umani avvengono a Creta, di fronte alla terra di Canaan.
Molte tragedie avevano la funzione di esorcizzare i ricordi della città delle donne: ricordiamo che il pubblico (come gli attori) era esclusivamente maschi.
Gli inni che i poeti scioglievano in onore degli eroi cantavano la liberazione delle città dai mostri (Perseo, Eracle, Giasone, ecc.), o il ripristino di un mondo ordinato dopo i delitti (Teseo, Oreste).
Venne il cristianesimo e sparì la paura delle donne, grazie soprattutto alla venerazione per la nuova Eva, Maria, vergine e madre di Dio.
Sul suo esempio luminoso sorse una schiera di sante che fonda conventi, opere pie o diventa punto di riferimento per intellettuali e mistici.
Non mancano, nei secoli cristiani potenti donne laiche, come Elena, Matilde, Eleonora.
Soprattutto vi è fra uomini e donne, all’interno della comune adesione al modello cosiddetto patriarcale, un rapporto sereno.
Lo deduciamo leggendo nel Decamerone come giovani e fanciulle riuniti giocassero tra loro, raccontando le vicende erotiche dei loro contemporanei, senza imbarazzo alcuno.
E Boccaccio, è noto, era un cristiano devotissimo.
Su questo mondo cristiano e peccatore, si abbatté con una duplice mazzata il protestantesimo, ad opera di un monaco superbo e di un re sanguinario, creando una frattura in Europa.
Il mondo protestante generò al suo interno sette estremiste, che propagandavano la comunione dei beni e delle donne e, per reazione a queste sette e ai cattolici, sette puritane in cui il sesso era demonizzato.
Il femminismo iniziale lo possiamo considerare come una reazione legittima a queste concezioni. Ma già negli anni venti del secolo scorso sorgono figure sconcertanti, che rifocalizzano il movimento su nuove istanze: la contraccezione, il divorzio, l’aborto, l’eugenetica.
Con il ‘68 si assiste ad una diffusione di massa di queste idee, rivendicate come nuovi diritti.
Il primo atto è stata la cancellazione della patria potestà.
A New York City un gruppo molto strano di ebree (Abzug, Sonntag, Jong, ecc.) cominciò a teorizzare nuove forme socio-sessuali, tutte sganciate dal rapporto stabile uomo-donna, dal lesbismo all’accoppiamento occasionale (Melissa P. è in ritardo).
Il New York Times, giornale dell’establishment liberal di proprietà ebraica, dava loro un reverente eco.
Anche l’ebreo Hefner, da Playboy, contribuiva a suo modo.
Ma i conti non tornano.
Negli stessi anni in cui le ebree proclamavano l’eruzione dei sensi, il New York Post, giornale semi-ufficiale del giudaismo, gridava contro il pericolo di assimilazione, invitando i giovani maschi all’endogamia.
Una buona parte del giornale era dedicata all’annuncio di convivi riservati a giovani e ragazze ebree; le riunioni avevano lo scopo dichiarato di favorire matrimoni all’interno della razza eletta.
Senza parlare di un terzo tipo di donne ebree, quelle che sembrano prediligere il letto dei potenti, orientandone le scelte, favorendone il successo o portandoli al disastro: Alma (Mahler), Annie (Carducci), Rosa (spartachisti), Dolores (anarchici), Raissa (Maritain), Margherita (Mussolini), Eleanor (Roosevelt), Monica (Clinton).
Ma forse stiamo toccando la scienza occulta dei giudei, la Qabbalah; ed allora è meglio fermarsi qui (è prevista la pena di morte per i goym che studiano i loro testi segreti).
Del resto Margherita Hack, presunta campionessa di ateismo, viene da una famiglia convertita alla teosofia da generazioni.
E, la teosofia, con l’ateismo non ha proprio niente a che vedere.
In parallelo, in quegli anni, il pubblico veniva inondato con messaggi analoghi dalla neo-stregoneria uscita dalle latomie delle logge. Questa parte dell’area femminista si distingueva per la riabilitazione delle streghe e la conseguente demonizzazione della Chiesa cattolica, l’unico residuo ancora in piedi della civiltà cristiana (non era utile dare la colpa agli imperi cristiani, ormai cancellati dalla faccia della terra).
Curiosa sintonia di intendimenti tra ebree (cabalistiche?) e neo baccanti.
Sintonia palese anche lo slogan comune nelle manifestazioni di quegli anni. era: «tremate, tremate, la streghe son tornate».
Niente di più vero.
Tristemente lo cantavano anche ex-cristiane giudaizzate ed ex-cristiane paganizzate.
Da allora grazie anche ai Costanzo, sono stati fatti passi da gigante: sono stati sdoganati pornografia, omosessualità, travestitismo, bisessualismo.
Lo spot di tempo fa in cui donna bacia i maschi allineati per sceglierle uno non configura forse un modo di porsi analogo a quello delle amazzoni?
Le false accuse di stupro che si moltiplicano non ricordano forse Fedra ed Antea?
È in corso lo sdoganamento della pillola abortiva; in alcune nazioni/regioni si distribuiscono gratuitamente preservativi alle bambine, nelle scuole inglesi si incoraggiano i bambini ad avere esperienze sessuali di tipo auto, etero e omo (sono considerate equivalenti).
MTV di Sumner Redstone, alias Murray Rothstein, ha mostrato il comportamento del dodicenne moderno (guatava un coetaneo col desiderio di possederlo), ha filmato un enorme negro mentre praticava la sodomia in un vespasiano.
Sulla stessa emittente - in una specie di talk show per adolescenti - una diciottenne ha raccontato le sue esperienze di coito anale.
Si è anche tentato (Busi) di sdoganare la pedofilia, per ora con scarso successo.
In ogni caso, prima lentamente, ora sempre più velocemente, cose ritenute esecrabili sono diventate accettabili da larga parte dell’opinione pubblica: se tenti di mettere in guardia le madri che si credono cristiane, sui pericoli che corrono i loro figli, persino a scuola, fanno orecchie da mercante.
E ne hanno ben donde: l’élite del villaggio considera i nuovi insegnamenti un avanzamento; chi ha l’autorità per condannare e trattenere il male rimane silente.
Aprite gli occhi, guardate le parlamentari di Bruxelles e le leggi che hanno propugnato (tra gli applausi dei maschi, imbelli ed effeminati loro colleghi).
Come è possibile sia avvenuta e continui incessante una tale apocalittica demolizione di tutto ciò che era alla base della nostra civiltà?
Con l’oro e con la persuasione.
L’oro dei finanzieri svincolati dalla realtà del lavoro ha corrotto uomini degni di miglior sorte e li ha fatti partecipi, con le briciole del loro progetto di dominio.
Hanno atomizzato la società, distruggendo tutti i corpi intermedi, fino all’ultimo, il più inerme, la famiglia.
Hanno comperato prima e asservito poi stampa e media e, da quei pulpiti, dinnanzi alla «gente» hanno scippato a Pietro il potere di legare e di sciogliere.
I politici non asserviti direttamente, sono loro succubi.
Non osano neppure pensare di opporsi.
La macchina, costruita in tre secoli di lavoro sotterraneo, è mostruosamente efficiente.
Ha gli obiettivi di primo (il caos) e secondo livello (i sempre più avanzati cambiamenti antropologici e sociali da rendere operanti), sceglie i mezzi che favoriscono, usa la diffamazione per annientare ogni tentativo di contrasto («non soffre opposizione»), ha meccanismi di regolazione per correggere lentezze nell’avanzamento verso la totale dissoluzione non solo di quel che resta
del cristianesimo, ma anche del diritto romano e della filosofia greca.
I potenti poveracci sono strutturati in modo rigidamente gerarchico
I livelli bassi si limitano a disprezzare quella parte del senso comune, in quel momento ancora esistente, che si vuole attaccare.
Si limita a diffondere a mezza voce il cambiamento deciso, si tratti del matrimonio tra finocchi o della distribuzione delle pillole abortive alle ragazzine-
I livelli intermedi hanno il compito primario di setacciare il gregge per trovare nuovi adepti da innalzare e per individuare, isolandoli e conculcandoli, coloro che si ostinano nonostante tutti i loro sforzi a perseverare nei «vecchi paradigmi» (in ciò si rivelano seguaci della filosofia di Hegel).
I livelli più alti decidono quale ignominia è possibile propalare in un determinato momento storico ai sudditi ignari senza suscitare una soverchia reazione («la reazione è sempre in agguato», si sa, è uno dei loro leit-motiv).
Quando una decisione sul da farsi è deliberata, i vertici operativi del livello intermedio vengono informati: ognuno viene incaricato di propagare il nuovo messaggio all’interno del proprio campo (aziendale, clericale, politico, pubblico).
Partono così improvvisamente libri, articoli, dibattiti, sondaggi, istanze politiche, fiction televisive, giornali per bambini, tutte centrati sullo stesso tema.
Gli iniziati - povera gente che ha sbagliato tutto - non resistono però a stare zitti.
Quando tornano da quelle riunioni, essi non riescono a non dare segnali che hanno ricevuti nuovi input, che vi sono cambiamenti in arrivo, che loro sanno qualcosa di più del volgo, il quale - è ovvio - non è preparato.
Fanno infatti capire che i più saranno spiazzati perché non saranno pronti ad accogliere le novità applaudendo; continueranno a dare output indesiderati, a far loro cadere le braccia, fin da indurli a guardarsi in faccia ed a chiedersi: ma di costoro che ne facciamo?
Gli illuminati di oggi hanno deciso di non ricorrere ai sistemi truculenti dei loro fratelli Robespierre, Trotzkij (Lev Davidovic Bronstein), Lenin, Castro, e a quelli dei loro cugini, Zinoviev (Grégori Ieveievitch Apfelbaum), Kamenev (Lev Borissovitch Rosenfeld), Mao, Pol Pot.
Ma per il bene dei sudditi, è bene saperlo, i vertici sono pronti anche a ricorrere alle maniere forti.
Nella megamacchina il ruolo degli opinion leader, di coloro che si espongono in prima persona per patrocinare le iniziative in modo esplicito, è considerato vitale.
Da noi in primis eccelle Maurizio Costanzo, tessera P2.
A Hollywood praticamente tutti gli «artisti» sono «vocal», gareggiano nell’«outing», vale a dire nel confessare pubblicamente che anche loro sono gay, lesbiche, ecc.
Di cambiamento in cambiamento, ciò che resta della nostra civiltà viene sgretolato sistematicamente, una pietra alla volta.
Un’ultima cosa: i livelli alti, come sa chiunque si occupa di queste faccende e come ignorano gli adepti inferiori, praticano il culto luciferino, per lo più in circoli più ristretti ed estremi (non nelle comuni logge).
Praticano un culto di sesso e di morte, identico nei contenuti di fondo a quello che praticavano i Fenici prima del sorgere della nostra civiltà.
I Fenici erano stati sconfitti nella loro stessa terra da un piccolo popolo, seguace del Dio unico. Erano stati poi sbaragliati nella loro principale colonia, Cartagine, dagli uomini della città di Roma, la città contro cui avevano mosso un poderoso esercito allo scopo di annientarla.
Per buona sorte Roma distrusse Cartagine, salvandoci dai loro culti asiatici e dal loro sistema economico elitario e schiavista.
L’incontro di Roma con i portatori della buona novella giunti da Israele forgiò poi la cristianità, che è riuscita persino ad addolcire gli invasori ed ad accoglierli nel suo seno.
La cristianità costrinse la barbarie a celarsi nelle latomie.
È venuto ora il tempo della rivincita asiatica?
Lo si può temere, ma noi sappiamo che «non praevalebunt»; c’è una pietra, scartata dai costruttori, che sarà sempre a loro d’inciampo.
Ci aggrappiamo a questa speranza, che, per i cristiani, è una certezza.
Oreste Sartore
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QUALSIASI VENTO DI DOTTRINA
SOCIETA'
Dio è morto e anche il Natale non si sente tanto bene
di Meotti Giulio
Tratto da TEMPI N.52 del 22 dicembre 2005
L'8 aprile del 1966 Time magazine pubblicava una copertina con scritto: 'Dio è morto?'. Tre anni prima erano arrivate le prime sentenze della Corte suprema contro la preghiera nelle scuole. Qualcuno ha scritto che se gli indiani sono il popolo più religioso al mondo e gli svedesi quello più secolarizzato, l'America è una nazione di indiani governata da un pugno di svedesi.
Gli svedesi, scrive John Gibson nel suo ultimo libro The War on Christmas, stanno cercando di rimuovere ogni riferimento al Natale dai luoghi pubblici. Anchorman della Fox News, Gibson racconta che a Maplewood, nel New Jersey, la circoscrizione scolastica ha messo al bando non solo i canti di Natale, ma anche i concerti strumentali della musica tradizionale delle festività. Per timore di urtare la sensibilità dei non cristiani i grandi magazzini preferiscono usare, nella loro pubblicità natalizia, espressioni generiche come «Holiday Season» (Periodo Festivo), eliminando la parola «Christmas». A Wichita, nel Kansas, il giornale locale ha parlato di «Albero della comunità» e non di «Albero di Natale». E a Chicago un coro scolastico ha sostituito le parole «Buon Natale» di una canzone di auguri con «Festa divertente». I burocrati del dipartimento dell'istruzione dell'Arizona hanno proibito agli studenti qualsiasi riferimento al Natale in classe. Una mamma cattolica, Andrea Skoros, ha portato in tribunale il Dipartimento all'Istruzione della Grande Mela che continua a bandire il presepe dai 1.200 istituti pubblici della metropoli. Nelle scuole di New York è ammessa l'esposizione della menorah, il candelabro ebraico, e la mezzaluna dell'islam durante il Ramadan. Ma non il presepe. Il Dipartimento all'Istruzione ha replicato che nelle scuole di New York è permesso solo il simbolo del Natale 'laico', l'albero. Secondo il responsabile delle scuole pubbliche di New York, Joel Klein, menorah e mezzaluna hanno una «dimensione secolare». Gli ha risposto il più grande giurista evangelico ed esperto di libertà religiosa, Michael McConnell, spiegando che il Natale è stato ormai «ornato di festoni con i simboli del materialismo americano». «C'è uno sforzo in atto di sradicare il cristianesimo dalle scuole pubbliche», ha dichiarato Robert Muise, l'avvocato del Thomas Moore Law Center che ha fatto causa al municipio di New York. Nel marzo 2005 il San Diego City Council ha votato la rimozione di una enorme croce cristiana eretta sul Mount Soledad e dedicata ai caduti di guerra. Nel 2003 l'American Civil Liberties Union, la principale organizzazione secolarista americana, ha chiesto di tirare giù l'iscrizione biblica nel Grand Canyon. Alan Sears, che ha lavorato nell'amministrazione Reagan, ha detto che «l'Aclu si considera 'il guardiano della libertà della nazione', ma questa organizzazione di sinistra è votata alla distruzione dei diritti dei genitori nell'educare i figli nel modo che considerano più appropriato».
Il governatore della Georgia, Sonny Perdue, in segno di sfida, ha allestito un albero di Natale nel suo edificio e ha ripetuto la parola 'Natale' diverse volte, a scanso di equivoci. A Seattle un distretto scolastico ha fatto riscrivere il menù delle scuole elementari che conteneva l'augurio di 'Buon Natale', sostituendolo con 'Buone feste'. «è triste che in America si debba ricorrere a un avvocato per poter dire Merry Christmas», ha detto Mike Johnson della Alliance Defense Fund. La guerra del Natale ha già visto il leader della Camera, Dennis Hastert, ordinare ai responsabili del Campidoglio di chiamare l'Albero di Natale del Congresso in questo modo, rinunciando all'espressione 'Albero delle Feste'. I Padri Fondatori quando scrissero la Costituzione, il Bill of Rights e il Primo emendamento intendevano tutelare la libertà religiosa, non la libertà degli americani dalla religione.
Non-vedere
Perché le cose non ci parlano più (o non ci parlano ancora)
Giovanni Casoli
Forse è per una confusione che abbiamo nella testa o nel cuore.
Durante una breve vacanza in una valle alpina, poiché mi ero alzato molto presto, sbirciavo le prime notizie alla televisione: solite beghe, solite parole, solite immagini, che facevano venire voglia di sbirciare, appunto, non di guardare.
Accanto al televisore la finestrina trapezoidale della mansarda inquadrava la grande abetaia della montagna di fronte. Il verde cupo notturno si scioglieva lentamente in ombre dense e trasparenze, presentimenti di luce. Alle cinque e mezzo stava per sorgere il sole giù all'imboccatura della valle, e le cime e i profili degli alberi, così familiari eppure solenni, si preparavano, visibilmente, all'incontro con la luce; gradatamente, senza fretta o ansia, mentre era incominciato da un po' il canto di pettirossi e passeri e fringuelli, densamente contrappuntato dal silenzio, e pareva insieme una quieta domanda e una, persuasa, risposta. Dallo sbirciare passavo al guardare e all'ascoltare, infatti spensi istintivamente il televisore.
Mentre i primi raggi accendevano appena il verde, e il cielo virava allo zaffiro, pensai che san Francesco non aveva fatto alcuno scoop letterario contemplando il sole: contemplandolo, che è più di guardare e molto più che sbirciare.
Disse: de te, Altissimu, porta significatione. E lo disse, lui che davvero non era un intellettuale (nel senso ideologico) e non faceva studi teologici, del tutto naturalmente, perché in lui il naturale toccava senza sforzo il soprannaturale come l'onda la battigia. Lo disse cinquant'anni prima, all'incirca, che un grande vero intellettuale (non nel senso ideologico), san Bonaventura, francescano, mettesse in filosofia quel suo sguardo, dicendo che l'anima, purificata dal falso vedere e sentire e pensare, nelle cose vede ciò che appaiono e simultaneamente e inseparabilmente ciò che dicono, ciò che significano: con una meravigliosa parola denominò questo vedere in profondo contuitus, cioè co-intuitus, visione congiunta, nella mente, dell'apparire e dell'essere delle cose, da esse significato.
Allora mi verme alla memoria Baudelaire quando dice che i vi- venti pilastri della natura mandano fuori, a volte, confuse parole , e mi dissi: altro che a volte, altro che confuse parole, la confusione l'abbiamo noi in testa e nel cuore. Così che, se non sappiamo guardare, poi non sappiamo neanche veramente fare.
Vicino a casa mia, in città, c'è pure qualche voce inconfondibile della natura: il fremito della primavera nel parco, il trascolorare della tavolozza del cielo, la stessa linfa vitale delle persone - se non fosse così spesso smorzata o spenta. E quando guardo i ragazzi e le ragazze, i fiori dell'umanità, passare accanto ai primi fiori di primavera senza degnarli di un'occhiata, persi nel loro walkman o in frantumi di emozioni che attraversano a folate la loro mente, non posso non dirmi che certo siamo divenuti ben alienati, ben pazzi.
Parlando di consumismo scrivevo che si tratta non di una esagerazione ma di un errore, perché scambia le persone per cose e le cose per persone.
Ecco qui la riprova, purtroppo: se io, o un adolescente, o un annunciatore televisivo costretto a dire e a mostrare le solite cose - apparenze senza significato -, abbiamo occhi vuoti e ciechi, è perché chiediamo alle cose di soddisfarci come persone: ma contemporaneamente riduciamo le persone a cose, succhiandole e consumandole. Così le cose stesse, che sono sacre e ci trascendono in quanto creature di Dio (di lui portano significatione), vengono degradate a oggetti già visti, già succhiati, già consumati.
Non c'è niente di nuovo, dice l'anima falsata dal proprio non-vedere; e invece lì e qui ogni cosa, nella sua bellezza e nel suo limite, nella sua utilità e nella sua caducità, è nuova, creata in questo momento, e porta significatione; se non è calunniata dal nostro sguardo.
http://www.cittanuova.it/art_ul01.asp?ID=14274
SCIENZA
Secondo alcune ipotesi potrebbe essersi trattato di una supernova
Fu vera cometa? La scienza ora dice sì
Da anni si dibatte sul fenomeno astronomico che avrebbe accompagnato la nascita di Gesù. Il problema è la data.
Sospesa sul tetto della capanna della Natività o stampata sullo sfondo di un cielo di carta blu, la tradizionale stella cometa campeggia in ogni presepe del mondo. Ma fu veramente una cometa con chioma e coda quella che indicò ai Magi la strada per Betlemme? Oppure si trattò di un altro fenomeno astronomico? Con la ricorrenza del Natale si riapre puntualmente questo dibattito fra gli studiosi di storia dell' astronomia che la pensano in maniera diversa. Negli anni scorsi sembrava prevalere l'ipotesi di una congiunzione planetaria, cioè un incontro ravvicinato fra Giove, Saturno e Marte. Ma ora sembra tornare d'attualità la vecchia credenza della cometa, Vediamo perché.
LA TRADIZIONE EVANGELICA - ll primo, in ordine cronologico, a parlare di un fenomeno celeste associato alla nascita di Gesù è stato San Matteo (I secolo dopo Cristo), autore del primo Vangelo, il quale scrive che i Magi, giunti a Gerusalemme chiesero: «Dov'è il neonato re dei Giudei? Poiché vedemmo la sua stella nell'Oriente e siamo venuti per adorarlo». Dopo un incontro con il re Erode, il quale «si informò minutamente da loro circa il tempo dell'apparizione della stella», i Magi ripresero il cammino «…ed ecco la stella, che avevano vista in Oriente, andar loro innanzi finché, arrivati sopra il luogo dov'era il bambino, si fermò». Matteo, dunque, parla una stella («aster» nel testo pervenutoci in greco), che mostrava un moto diverso rispetto alle altre, e però non specifica di che natura fosse. Poiché il racconto di Matteo è abbastanza dettagliato, se il corpo celeste fosse stato accompagnato dalla chioma e dalla coda, probabilmente sarebbe stato identificato come cometa, piuttosto che come un generico aster. Quanto ai testi degli altri evangelisti (Marco, Luca e Giovanni), in essi non c'è nessun cenno a fenomeni astronomici contemporanei alla Natività.
DA STELLA A COMETA - Chi avanza, per primo, l'ipotesi della cometa, nel III secolo dopo Cristo, è Origine di Alessandria, uno dei maggiori apologeti del cristianesimo. Nel suo libro «Contro Celso», scagliandosi contro le superstizioni popolari che indicano le comete come astri portatori di sventura, Origine afferma che, al contrario, esse possono presagire buone novelle, come nel caso dell'apparizione della stella cometa che annunciò la nascita di Gesù. Qualche secolo più tardi, un altro padre della Chiesa, il bizantino Giovanni Damasceno (VII secolo dopo Cristo) scrive, nella «Esposizione della Fede», che la stella apparsa ai Magi, considerato il suo corso, non poteva che essere una cometa. Ma si tratta, ancora una volta, di un'ipotesi non suffragata da testimonianze. Fin qui il dibattito resta limitato a dotti uomini di fede. Sarà necessario l'intervento di un grande artista come Giotto di Bondone (1267-1337) per radicare nella tradizione popolare la leggenda della cometa di Natale. Infatti, nell'Adorazione dei Magi, uno degli stupendi affreschi realizzati da Giotto all'interno della Cappella degli Scrovegni di Padova, l'artista raffigura, per la prima volta, l'astro di cui parla il Vangelo di San Matteo come una luminosa cometa Da allora, sia nell'iconografia artistica, sia nelle rappresentazioni sacre o popolari del presepe, sarà quasi sempre presente una cometa con la coda. E' da notare che, prima di Giotto, altri artisti, ispirandosi al testo evangelico di Matteo, avevano raffigurato la Natività inserendo nel cielo di Betlemme una semplice stella. Per esempio, in un mosaico del VI secolo che si trova nella Basilica di S. Apollinare Nuovo a Ravenna, sulla capanna di Gesù Bambino campeggia una piccola stella gialla contornata da una sagoma otto punte. Secondo gli storici dell'astronomia, la scelta della cometa da parte di Giotto fu ispirata, più che dalla conoscenza delle ipotesi di Origene e Giovanni Damasceno, dal fatto che l'artista fu testimone oculare dello spettacolare passaggio della cometa di Halley nel 1301 e ne rimase talmente impressionato da prenderla a modello nell'affresco dell'Adorazione.
UN PROBLEMA DI DATA - Ma perché,secondo alcuni astronomi, la stella di Gesù non fu cometa? E, se si esclude questa ipotesi, quale altro rilevante evento astronomico bisogna prendere in considerazione? Per rispondere bisogna innanzitutto ricostruire la vera data della nascita di Gesù che, secondo quanto è stato accertato ormai da tempo, è sicuramente sbagliata. Ad assegnare alla Natività la data del 753 dopo la fondazione di Roma, che segna l'origine del nostro calendario, fu il monaco e astronomo Dionigi il Piccolo nel VI secolo. Ma già nel XVII secolo Giovanni Keplero, lo scopritore delle leggi sui moti dei pianeti, contestava questa scelta e suggeriva di anticipare la nascita di Gesù di qualche anno, in modo da farla coincidere con una congiunzione dei pianeti Giove, Saturno e Marte che, secondo lo scienziato, era il fenomeno celeste descritto da Matteo. Che Gesù sia nato qualche anno prima si ricava dal riferimento a un preciso e databile evento storico contenuto in un altro Vangelo, quello di San Luca. Scrive Luca: «In quel tempo fu emanato un editto da Cesare Augusto per il censimento di tutto l'Impero». Ebbene, un'antica iscrizione su una stele, rinvenuta di recente presso la città di Ankara, conferma che quel censimento impegnò i funzionari romani in Oriente dal 7 fino al 6 avanti Cristo. Quindi sarebbe proprio questo l'intervallo di tempo in cui bisogna collocare la nascita di Gesù.
SUPERNOVA O CONGIUNZIONE PLANETARIA? - A questo punto si può calcolare, a posteriori, quale fenomeno celeste rilevante si verificò tra il 7 e il 6 avanti Cristo. Poiché non risulta che in quel periodo vi furono passaggi di comete molto luminose, rimangono due possibili candidati.
1. Una «stella nuova» (o supernova) che, stando alle cronache di astronomi cinesi, sarebbe apparsa attorno al 5 avanti Cristo.
2. Una lunga congiunzione di pianeti, prima fra Giove e Saturno, poi anche con Marte, avvenuta tra l'8 e il 6 avanti Cristo. I primi due pianeti erano così stretti da sembrare un'unica stella.
Il primo candidato è il meno favorito perché, a parte la leggera sfasatura della data, la supernova è una stella priva di moto apparente rispetto alle altre stelle fisse: non si sposta da una parte all'altra del cielo. Il secondo candidato potrebbe essere quello giusto perché il moto apparente dei pianeti rispetto alle stelle fisse è compatibile con gli spostamenti dell'astro della Natività di cui parla Matteo. Dopo quasi cinque secoli, ritornerebbe, dunque, d'attualità la vecchia tesi di Keplero, confortata da nuove testimonianze storiche e dai più recenti calcoli astronomici. Ma non è finita qui. Di recente tutta la vicenda è stata studiata a fondo, sia sotto il profilo storico, sia sotto quello astronomico dal professor Giovanni Battista Baratta, dell'Osservatorio astronomico di Roma, con la pubblicazione di diversi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Secondo Baratta la data di nascita di Gesù indicata a Dionigi il Piccolo e da Keplero sarebbe sicuramente sbagliata: quella vera si deve collocare adirittura il 12 avanti Cristo, anno in cui, in uno dei suoi ciclici passaggi, transitò nel cielo la splendente e bellissima cometa di Halley. Se così fosse, l'iconografia tradizionale rappresenterebbe anche la verità storica.
Franco Foresta Martin
STORIA
PAROLA DI DIO E PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA
Frédéric MANNS ofm
Il pellegrinaggio sui Luoghi Santi è stato un’esperienza ricca di significato per molte persone sin dal passato. Alla storia della salvezza corrisponde una geografia della salvezza.
Così come il tempo è segnato da uno speciale kairos, da un momento di grazia, anche lo spazio reca il sigillo delle azioni salvifiche di Dio. Perciò alla ricerca delle ipsissima verba di Gesù, corrisponde quella degli ipsissima loca da cui Gesù è passato ed in cui ha predicato. D’altra parte, questa intuizione è presente in tutte le religioni: in esse si trovano non solo dei tempi sacri ma anche dei luoghi sacri, in cui è dato di fare esperienza dell’incontro con Dio in modo più intenso.
Nei primi secoli della Cristianità, molti pellegrini erano desiderosi di mettere i loro piedi sulle “orme di Cristo, dei Profeti e degli Apostoli” (Origene, III sec.). Abbiamo la fortuna di avere un certo numero dei loro resoconti scritti, fatti a beneficio di coloro che non potevano venire in Terra Santa. Alcuni di questi racconti raggiunsero presto una grande notorietà, mentre altri rimasero dimenticati per secoli in archivi e librerie.
I più famosi sono:
* L’itinerario dell’Anonimo Pellegrino di Bordeaux (Itinerarium Burdigalense) – 333
* Il racconto del viaggio di Egeria con la famosa descrizione della liturgia della chiesa di Gerusalemme (Itinerarium Egeriae) - 400 cca
* Il viaggio di Paola, scritto da Girolamo (Epitaphium Paulae) – 404
* La guida da viaggio dell’arcidiacono Teodosio (De situ Terrae Sanctae) – 530 cca
* Il viaggio del pellegrino di Piacenza (Itinerarium Anonimi Placentini) – 570 cca
* I poemi sulla Città Santa di Sofronio, patriarca di Gerusalemme (Anacreontica XIX e XX) – 600 cca.
* Il racconto del vescovo Arculfo (Adamnani De Locis Sanctis) – 670 cca
San Francesco stesso aveva in animo di fare un pellegrinaggio in Terra Santa. Sant’Ignazio di Loyola, da parte sua, venne in Terra Santa nel 1523. Molti anni dopo, Ignazio raccontò al suo amico e compagno Pietro Favre che un “fuoco d’amore lo afferrò quando i misteri di Cristo si rinnovarono davanti ai suoi occhi; avrebbe voluto restare in TS per tutta la vita”.
Pierre Maraval, un esperto di tutti gli itinerari di TS, ha dedicato molte pagine del suo libro Lieux Saints et pèlerinages d’Orient all’uso della Sacra Scrittura da parte dei pellegrini.
1. AT e NT
Non solo il Nuovo Testamento, ma molte pagine dell’Antico erano meditate durante i pellegrinaggi. I luoghi visitati erano la tomba di Adamo, il luogo del sacrificio d’Isacco, Betel, il monte Nebo, Mamre, il pozzo di Giacobbe, Gerico, il Sinai
2. La Bibbia era la guida dei pellegrini.
Il pellegrino di Bordeaux cita i luoghi che ha visitato: Zarepta dove il profeta Elia ricevette l’ospitalità della vedova, il Monte Carmelo dove Elia offrì il sacrificio, Cesarea marittima con il battistero (balneum) del centurione Cornelio, il monte Garizim ed il pozzo di Giacobbe, legato al ricordo della violenza subita da Dina, la sorella di Giacobbe. Vicino al pozzo di Giacobbe, egli vide gli alberi piantati da Giacobbe. A Betel, vide i mandorli sotto i quali Giacobbe ebbe la visione e a Gerusalemme vide la stanza dove Salomone scrisse il libro della Sapienza e gli alberi da cui gli abitanti di Gerusalemme tagliarono i rami per l’entrata trionfale di Gesù.
Similmente, la Bibbia fu la guida di Egeria, che voleva verificare tutte le tradizioni bibliche con l’aiuto di alcuni preti d’Egitto e del vescovo di Haran. Egeria vide la pietra sulla quale Mosé distrusse le tavole della Legge, la pietra su cui Aronne depose il vitello d’oro e, presso il Mar Morto, la statua della moglie di Lot.
Non esistevano ancora né l’archeologia biblica né lo spirito critico, ma la curiosità ha sempre spinto i pellegrini a fare le loro indagini. Dietro questa curiosità c’è l’amore per la parola di Dio che si manifesta.
3. Il pellegrinaggio, poi, permetteva di rivivere la Scrittura e di attualizzarla nella celebrazione dell’Eucarestia. Essa annullava la distanza che separa il passato dal presente. La Scrittura e la celebrazione dei Sacramenti permettevano ai pellegrini di vivere l’esperienza che costituiva la ragione stessa del pellegrinaggio: l’incontro con il Signore.
4. Teologia dei Luoghi Santi. I luoghi santi erano concepiti dai pellegrini come degli autentici testimoni di Cristo, della sua vita, morte e Resurrezione. I luoghi santi attiravano uomini e donne che volevano vedere e verificare il contenuto delle Scritture. Eusebio di Cesarea scrisse il suo Onomasticon per consentire una migliore conoscenza dei luoghi citati nelle Scritture e del loro significato per il lettore (Onomasticon p. 2, 14-17).
Egeria venne per visitare con esattezza (pervidere) i luoghi di cui parlano le Scritture (Itiner 7,1).
Girolamo invita Marcella a visitare la Palestina: «Noi vedremo la perla della Galilea (videbimus). Noi vedremo Cana (cernetur). Sul monte Tabor noi contempleremo il Signore (cernemus)» (Epist. 46,13).
La conoscenza biblica non è una conoscenza scientifica ma una conoscenza vitale. Vedere i luoghi santi rivestiva un valore didattico. I pellegrini volevano più di una semplice documentazione storica e culturale. Volevano essere santificati dai luoghi santi che erano dei memoriali. La statio sui Luoghi Santi aveva la stessa funzione della celebrazione dell’Eucarestia. Essa permetteva l’attualizzazione della Scrittura attraverso la preghiera.
Girolamo scrive a Marcella: «Ogni volta che entriamo nella tomba di Cristo, noi vediamo il Signore nel suo lenzuolo e gli angeli ivi seduti (Epist. 108,10).
5. Lettura tipologica della Scrittura. Delle volte, mentre sta visitando i luoghi santi, Girolamo fa una lettura esegetica della Scrittura. Passando dal monte Sion, egli si ricorda del Salmo 86,2: «Il Signore ama le porte di Sion». Contemplando le rovine di Gerusalemme egli torna alla lettura del Salmo: le porte di Gerusalemme sono come le porte della Chiesa. Gli inferi non prevarrano contro di esse.
In un altro testo, Girolamo spiega perché Paolo non voleva andare a Kiriat Sefer, la città del libro: la lettera uccide e lo spirito dà vita (Epist. 108,11).
Le città dell’AT sono delle figure che annunciano la realtà del NT. Le dodici pietre di Galgala simboleggiano le fondamenta costituite dai Dodici Apostoli (Epist. 108,12) e la fontana d’Eliseo purificata dal profeta, rappresenta la legge giudaica che era amara e che diviene potabile grazie al miracolo fatto dal nuovo Eliseo.
6. Lettura esistenziale della Scrittura. Poiché i luoghi santi erano dei martyria, dei testimoni della Scrittura, bisognava accogliere questa grazia. Cirillo di Gerusalemme insiste su questa idea: imparate a partire da ciò che voi vedete (Cat. 12,4). Gesù è stato crocifisso. Il Golgota ne è il testimone (Cat. 4,10; 10,19). E questa testimonianza vi deve convincere.
Infine, dopo l’esperienza degli occhi e quella delle mani, il pellegrino che ha così acquisito una conoscenza sperimentale, deve convertirsi, cambiar vita. La Scrittura gli dona dei sensi nuovi, dei sensi spirituali, o meglio ricrea i suoi sensi poiché la liturgia lo ricrea, fa di lui una nuova creatura. Egli allora, mentre venera le reliquie dei luoghi santi (honoramus), ha la possibilità di adorare (proskunein) il suo Signore. Le reliquie sono perciò degli scrigni che contengono l’energia divina attraverso la quale si è compiuta la nostra salvezza (Giovanni Damasceno, Contra imag. Calumn Oratio 3,34).
Un dettaglio curioso per concludere: i pellegrini portavano con sé il testo della Scrittura. I testi stampati non esistevano ancora. Pietro Iberico viaggiava con una copia del Vangelo di Giovanni sulla quale aveva fatto inserire una reliquia della croce. Molti altri pellegrini avevano a disposizione solo un testo: quello custodito nella loro memoria dall’ascolto della Parola di Dio nella liturgia.